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Author: Bruno Cesare Antonio Sebastiani
Pensieri eretici
Saggi brevi contro l’ortodossia progressista
Tutte le teorie filosofiche e le visioni del mondo dei maggiori pensatori, pur nella diversità delle opinioni o, addirittura, nella loro acerrima rivalità, hanno sempre sottinteso una base comune di ragionamento, partendo dalla quale è possibile discutere, al di fuori della quale vi è solo ostracismo ed eresia.
La base comune consiste nel riconoscimento della superiorità dell’essere umano su ogni altra forma di vita e, di conseguenza, della liceità dello sfruttamento artificioso della natura, sia animata che inanimata.
Se vi sono state, e sicuramente sono esistite, culture diverse, queste sono state distrutte, annientate, annichilite. Non solo ostracismo, ma anche eresia, e quindi rogo.
L’avanzare dei tempi spinge sempre più a riconsiderare questi dogmi antichi e tutt’ora dominanti.
Sta per concludersi l’era della fiducia illimitata nel progresso tecno-scientifico-economico. Lentamente inizia a farsi strada la diffidenza, il dubbio, la perplessità.
Questo nuovo modo di pensare è indotto dai molteplici danni inferti alla natura dalla civiltà dominante, quella che Servier chiamava civiltà bianca occidentale, ma che ora mi pare più appropriato definire civiltà umana tout court.
La sovrappopolazione, origine di tutti i problemi, e tutte le sue conseguenze, dal riscaldamento globale alla deforestazione, dall’inquinamento alla desertificazione, dall’innalzamento dei mari alla scomparsa della biodiversità ecc. ecc. spingono sempre più persone a ripensare il senso del progresso materiale. Non più positivo, ma, nella migliore delle ipotesi, rischioso, nella più realistica deleterio.
In questo mutamento sempre più diffuso delle opinioni si inserisce la mia attività speculativa con la nascita e la diffusione del Cancrismo, ovvero della teoria secondo cui Homo sapiens, una volta acquisita la capacità di intervenire e di modificare (a proprio vantaggio) il corso degli eventi naturali, si è trasformato in cellula tumorale maligna dell’organismo planetario rappresentato dal fenomeno vita sulla Terra.
Questa teoria è esposta compiutamente nei libri da me finora pubblicati, e cioè Il Cancro del Pianeta, Il Cancro del Pianeta Consapevole, L’Impero del Cancro del Pianeta e Rivelazione – Discorso alle cellule malate.
Per presentare questi libri e per affrontare risvolti particolari della teoria, non sviluppati a sufficienza nei predetti testi, tra il 2018 e il 2021 ho scritto circa un’ottantina di articoli, in genere per blog e siti on line, ma anche per riviste cartacee.
Tutta questa mole di lavoro, magari disomogenea e affastellata, ma comprendente importanti puntualizzazioni della teoria, non meritava di finire nel dimenticatoio, nel grande pozzo nero in cui svaniscono tutti i post e gli articoli di Facebook, Twitter e dei vari blog.
Ho perciò pensato di raccoglierla in unico volume al quale ho dato il titolo di Pensieri eretici – Saggi brevi contro l’ortodossia progressista. Il termine eretici, con la spiegazione che l’ortodossia cui si contrappongono è il progressismo imperante, definisce bene, io credo, quale sia lo scopo del mio lavoro, e cioè aprire gli occhi anche dei più riluttanti sulla reale natura dell’essere umano.
Eretici furono Copernico, Galileo, Giordano Bruno e Darwin. Ognuno di loro sfatò leggende che erano ritenuti veri e propri dogmi dall’intera unamità.
Ma l’ultimo dogma, quello della giusta superiorità della razza umana, è ancora in piedi e attende di essere abbattuto. È un colosso, ma ha i piedi di argilla. I disastri causati da tale superiorità faranno ben presto crollare a terra l’intera impalcatura ideologica che sottende.
Il Cancrismo ha la funzione di accelerare questo processo dissacratorio, e pertanto oggi è eretico, ma, in prospettiva, diverrà la nuova ortodossia di un’umanità liberata dall’iperuranio e dall’immortalità dell’anima.
Siamo animali con un organo, il cervello, iper-sviluppato, modificatosi geneticamente in funzione mortifera, distruttiva.
Non possiamo regredire. Ma possiamo prendere coscienza di questa triste realtà e adoperarci per mitigarne le conseguenze.
Questa è la funzione dei miei pensieri eretici. Ogni breve saggio individua e colpisce certezze che hanno contribuito a edificare la globalizzazione nella quale siamo immersi e che sta conducendo il mondo all’eco-catastrofe.
Il miglior modo per far comprendere tale realtà credo che sia riportare in appresso i titoli degli ottanta “pensieri”, lasciando alle persone di buona volomtà di approfondire la questione leggendo i testi completi nel libro che offro alla vostra attenzione:
Prefazione
Il Cancro del Pianeta
Ascetica orientale e occidentale
Per una nuova rivoluzione culturale
L’età di mezzo tra tensioni contrapposte
La de-differenziazione ovvero l’omologazione globale delle cellule
La scoperta del nuovo mondo e il mito del buon selvaggio
E se tutti gli edifici della Terra fossero monopiano?
Di troppa intelligenza … si muore
I vicoli ciechi dell’evoluzione
Il Cancrismo come superamento dell’Ecologia profonda
La nostra intelligenza tra microcosmo e macrocosmo
Cancrismo e limiti dell’intelligenza
Il Cancro del Pianeta Consapevole
Specie maligna
Come funziona il nostro cervello?
Angeli o demoni?
Il software può modificare l’hardware?
Quando diventammo umani?
Un rimedio biochimico per la schizo-fisiologia del cervello umano?
Un monumento enigmatico
Figli delle stelle?
Carne o non carne? Siamo animali vegetariani o onnivori?
Verso cervelli più potenti e con più memoria?
Dopo il secolo dei lumi in Europa irrompe il Romanticismo
La distruzione della Natura nell’antichità
È meglio essere nati o sarebbe stato meglio non essere mai nati?
Verso una rete sinaptica mondiale
Il vero responsabile
Il caso e la colpa
Verso le macchine pensanti?
La mescolanza artificiale delle specie
Stop alla Formula 1
Lettera aperta ai giovani che lottano per la salvezza della biosfera
Il Luddismo. Gli artigiani inglesi contro la Rivoluzione industriale
Il green-business che ci aspetta
Riflessioni sul Cancrismo
Il dilemma ostetrico
Anche nel nuovo mondo c’è chi rimpiange la Natura selvaggia
Aurelio Peccei precursore del Cancrismo?
Kierkegaard, Dostoevskij e Nietzsche nell’analisi di Lev Šestov
Il cane, il gatto e io
Il potere della parola
Cancrismo e pandemia
La rete che ci sta per avvolgere
Antivaccinismo e dintorni
Per una rilettura dell’antispecismo
La torre più alta
Il punto di vista di Unicredit
Sul piacere di rileggersi
L’Impero del Cancro del Pianeta
La retorica del lavoro
Cancrismo e libero arbitrìo
Basta scienza!
Gli Amish, il “popolo semplice” che rifiuta il progresso
Liti … eccellenti
L’adattabilità del genere umano
Siamo virus o cellule cancerogene?
La ripugnanza del sesso
Perché no all’estinzionismo
Il Cancrismo e l’amore per la vita
Cosa è “contro natura”
“Sapere di non sapere” o “sapere di non poter sapere”?
Istinto di conservazione e volontà di potenza
Il vegetariano seminudo
Apologia dell’apofatismo
Spunti per una nuova rivoluzione culturale
Una, nessuna o centomila?
Contra philosophos
Cervello e dintorni. A che punto sono gli studi?
Il blog de Il Cancro del Pianeta
La bellezza salverà il mondo
Un pittore cancrista: Mario Giammarinaro
Come convincere chi non vuole essere convinto
Omaggio a Sergio Orlando, poeta del sublime
Una via senza ritorno
De Rerum Natura
P.I. Punteggio Individuale
Jean Servier precursore del Cancrismo?
Rivelazione – Discorso alle cellule malate
Postfazione
Contro la città
“L’opera di devastazione della biosfera, che Homo sapiens (il cancro del pianeta) conduce da quando è uscito dallo stato di natura, trova nella città il suo epicentro. Qui le cellule tumorali si aggregano e si organizzano per andare all’assalto delle cellule sane, da qui ha preso avvio l’azione metastatica che, secolo dopo secolo, ha avvolto l’intero pianeta in una ragnatela mortale. È quindi importante approfondire il fenomeno dell’urbanizzazione in tutti i suoi aspetti, verificando in particolare chi nel corso della storia vi si è opposto e chi invece lo ha propiziato. A tale missione conoscitiva è dedicato questo saggio di Bruno Sebastiani, ora rivisitato e ristampato a cinquanta anni esatti dalla sua prima stesura. Il tempo trascorso non ha tolto alcunché all’attualità del tema. Al contrario, oggi esso è più che mai grave a causa delle mostruose megalopoli di decine e decine di milioni di abitanti che stanno proliferando in tante parti del mondo.”
Questa è la “quarta di copertina” del mio nuovo libro, “Contro la città”, recentemente auto pubblicato con “Il Mio Libro.it”. Come specificato, si tratta della riedizione pressoché integrale del mio primo saggio sulla nocività dell’uomo per la Natura (scritto nel 1971).
All’epoca non avevo ancora maturato la teoria cancrista, ma avevo già individuato nell’urbanesimo uno dei fattori di maggior rischio per la salvaguardia della convivenza armonica tra le specie.
La città non rappresenta di per sé la causa dei mali che affliggono oggi la biosfera, bensì è essa stessa un male causato dall’abnorme sviluppo del nostro encefalo.
Ma, se è vero che questo abnorme sviluppo è il vero “peccato originale” che ci ha consentito di sgominare ed emarginare ogni altra forma di vita sulla Terra, un fattore sicuramente accrescitivo del nostro potere di annientamento è stata la concentrazione di tanti esseri umani nello spazio ristretto delle città.
È quindi importante approfondire il tema dell’urbanesimo, sia per comprenderne la reale portata in termini di nocività sia per verificare chi nei secoli l’abbia favorito e chi, invece, abbia tentato invano di contrastarlo.
Il mio studio si è concentrato su quest’ultima schiera di personaggi, nella intima convinzione che il fenomeno in sé altro non sia che una evidente manifestazione di quella patologia che ho bollato come il cancro del pianeta.
Come definire altrimenti una ridotta estensione di territorio in cui uno spropositato numero di esseri si accalca per produrre rumore, inquinamento, alienazione e per erodere risorse naturali?
In tali ammassi umani il rischio di diffusione di malattie è ben più elevato di quanto accade in natura e gli effetti di eventi catastrofici (incendi, terremoti, alluvioni, bombardamenti) sono infinitamente più gravi. Ma il vero problema è il danno procurato all’ambiente dalla convivenza forzata di tanti “consumatori”.
L’espansione delle città rappresenta visivamente e plasticamente il segno della neoplasia globale.
Si può ricavare un’immagine oggettiva di tale realtà dalla cosiddetta “prova dell’aeroplano”. Nell’Appendice de “L’Impero del Cancro del Pianeta”, scrissi: “[…] tutti coloro che avevano accusato l’uomo di essere la cellula maligna della biosfera […] sono rimasti fortemente impressionati dalla somiglianza delle città viste dal finestrino di un aereo con le formazioni tumorali (nella fattispecie a livello epidermico)” (p. 194) e riportai la citazione di un brano di Mumford in cui il famoso urbanista e sociologo statunitense riferiva di come la vista delle grandi città dall’aeroplano ricordi “[…] una massa informe e continua […]” (Ibidem)
Ciò detto, occorre valutare anche l’altra faccia della medaglia.
Se tanta gente, infatti, abita nelle metropoli e tanta altra continua ad affluirvi, ciò significa che le città esercitano nei confronti dei nostri simili un irresistibile potere di attrazione. In parte questo si spiega con motivi di natura economica (è più facile trovare lavoro), ma in gran parte, è inutile negarlo, con una vera e propria “seduzione” della vita frenetica e ricca di mille manifestazioni e occasioni di incontro tipica delle grandi città.
Ciò accade perché, come ho scritto nel cap. 5 de “Il Cancro del Pianeta Consapevole”, viviamo in un periodo storico molto particolare. Godiamo ancora, in tante parti del mondo, dei vantaggi che la superiorità intellettuale ci ha procurati, e i pericoli che intravvediamo (e talvolta sperimentiamo), non sono ancora così diffusi da farci ricredere sui benefici della modernità.
Il giudizio che ognuno di noi esprime nei confronti di scienza, progresso e città dipende dalla sensibilità individuale e dalle singole esperienze.
Verrà il momento in cui le esperienze negative supereranno quelle positive, e allora tutti vorranno fuggire dalle città e dal progresso per tornare a vivere come i loro trisavoli nella quiete della campagna.
Ma quel mondo idilliaco non ci sarà più. Anche il più recondito angolo del pianeta sarà stato raggiunto dalla ragnatela mondiale delle reti informatiche e dei sistemi centralizzati di distribuzione del cibo. Quando il sistema si incepperà, sarà assai difficile alimentare uomini e macchine, e i nostri tris-nipoti malediranno la nostra stoltezza.
In vista di questo scenario apocalittico, ho provato a indagare le correnti di pensiero e gli uomini che, più o meno consapevolmente, hanno condannato la nascita e la crescita delle città sin dal loro prima apparire.
Ho via via passato in rassegna l’antiurbanesimo dei pensatori tradizionalisti, dei socialisti utopisti e degli anarchici, per esaminare poi quello dei teorici delle città-giardino e delle anti-città.
La parte centrale di “Contro la città” è incentrata sul pensiero di tre grandi sociologi, Ferdinand Tönnies, Émile Durkheim e Georg Simmel, mentre la parte finale esamina l’antiurbanesimo nella tradizione sociologica americana.
In un’unica opera ho così analizzato i principali filoni di pensiero di coloro che hanno auspicato forme di convivenza numericamente limitate, su base familiare o “comunitaria”, connotate da forti vincoli solidaristici, in contrapposizione alla disordinata aggregazione di esseri umani tra loro estranei propria delle città.
Non anticipo qui le conclusioni cui sono giunto al termine del mio lavoro, per non togliere al lettore il piacere della scoperta. Dirò solo che lo scopo di tutto lo studio era di capire a quale filone di pensiero appartenesse l’antiurbanesimo, avuto presente che “Tutto il pensiero umano, in modo più o meno consapevole, oscilla intorno a due concezioni: una, che definiremo tradizionale, crede che all’alba della storia l’uomo sia vissuto più intensamente; l’altra, che definiremo progressista, crede invece che la vera felicità l’uomo debba ancora conoscerla, e che ciò non potrà avvenire che attraverso la liberazione dai legami col passato” (p. 7).
Rivelazione – Discorso alle cellule malate
La teoria cancrista, secondo cui l’umanità è divenuta un tumore sulla Terra, consta di tre testi base (“Il Cancro del Pianeta”, “Il Cancro del Pianeta Consapevole” e “L’Impero del Cancro del Pianeta”). A questi ora se ne aggiunge un quarto, “Rivelazione – Discorso alle cellule malate”.
Qualcuno può domandare: ve ne era bisogno? la teoria non era stata già sufficientemente sviluppata nei tre saggi sin qui pubblicati?
Ebbene, non solo di questo quarto volume vi era bisogno, ma di ogni altro ulteriore che uscirà in futuro, scritto da me o da chi vorrà aderire alla teoria.
L’enorme mole di testi e di dottrine che Homo sapiens ha prodotto in cinquemila anni di storia per giustificare e glorificare la sua superiorità su ogni altra specie non può essere certo confutata con i pochi argomenti racchiusi in un volumetto di 200 pagine.
È dunque necessario produrre idee su idee, ragionamenti su ragionamenti, ciascuno finalizzato a rovesciare l’insana tesi secondo cui è nostro diritto sottomettere ogni elemento della natura.
In questa ottica si inserisce ora “Rivelazione – Discorso alle cellule malate”, libro che intende aprire gli occhi di Homo sapiens facendo leva sui falsi miti costruiti dalla ragione e poi dalla ragione ripudiati.
L’uomo, infatti, sin dalla sua uscita dallo stato di natura ha iniziato a costruire intorno a sé un castello ideologico sempre più complesso al fine di dare un senso alla propria esistenza e di giustificare il proprio diritto di supremazia sugli altri viventi.
Animismo e miti si sono nel tempo trasformati in Grandi Favole (alias “religioni”), le quali hanno governato il mondo fino a qualche secolo fa e che ancora tanta influenza hanno in alcune aree del Pianeta.
Ma la cosiddetta “civiltà” contemporanea ha voltato le spalle a questo tipo di costruzioni ideologiche e l’essere umano ha pressoché smesso di ricercare il senso della propria esistenza, dedicandosi interamente al godimento dei beni materiali.
È così caduto il velo che nascondeva la nostra vera natura di cellule tumorali, ma non ce ne siamo resi conto.
Abbiamo edificato “L’Impero del cancro del Pianeta” e grazie alle sue rigide strutture organizzative riusciamo a sfamare otto miliardi di uomini con trenta miliardi di animali (che in attesa della macellazione devono essere a loro volta sfamati) e con una infinita quantità di vegetali (per produrre i quali le foreste scompaiono anno dopo anno e lasciano il posto a sconfinati campi di monoculture).
Questo Impero non potrà vivere a lungo e la sua caduta sarà la più rovinosa della storia.
Per aprire gli occhi a chi non vuole guardare questa realtà avevo già scritto “Il Cancro del Pianeta Consapevole”.
Ma, poiché l’egoismo antropocentrico continua imperterrito a dilagare, a quel libro ora si aggiunge “Rivelazione – Discorso alle cellule malate”.
In quest’ultima opera la “Rivelazione” finale ruota intorno al concetto de “i limiti dell’intelligenza” (al quale è dedicato un intero capitolo). Questo concetto è fondamentale nella teoria cancrista, secondo solo al concetto dell’abnorme evoluzione subìta del nostro cervello.
Se quest’ultima ci ha trasformati in cellule tumorali, i limiti dell’intelligenza ci impediscono di edificare strutture artificiali equilibrate e durature come quelle naturali che abbiamo distrutto.
Questi limiti, oltretutto, non ci consentono di innalzarci alla conoscenza delle verità ultime, e questa, in estrema sintesi, è la Rivelazione finale che il mio saggio intende offrire all’attenzione dell’uomo contemporaneo.
Nel libro, ovviamente, il ragionamento è assai più articolato e complesso, con una conclusione “a sorpresa”.
Al termine del “discorso”, infatti, si giunge alla conclusione che il contenuto del messaggio “rivelato” altro non è che la riproposizione in termini attuali di quanto era contenuto nelle antiche dottrine mistiche “apofatiche” (nel mio articolo “Apologia dell’Apofatismo” vi è una sommaria descrizione di queste ultime).
Questo concetto de “i limiti dell’intelligenza” è di una tale importanza che in un prossimo futuro gli dedicherò un apposito saggio.
Tutti i maggiori filosofi hanno discettato intorno alle enormi potenzialità della ragione umana e hanno costruito ambiziosi castelli ideologici per tentare di scalare il cielo. Basti pensare alle varie le dimostrazioni razionali dell’esistenza e onnipotenza di Dio.
Qualcuno, per la verità, ha avvertito che oltre a un certo limite non era possibile andare (in particolar modo gli appartenenti alle citate dottrine “apofatiche”), ma i più hanno ignorato questi avvertimenti e si sono inoltrati fin nei più impervi sentieri dell’essere.
A questo orgoglio intellettuale ha fatto da contraltare un analogo orgoglio scientifico, e il combinato disposto di queste due devastanti funzioni cerebrali ha dato vita alla più rovinosa aggressione al corpo del Pianeta.
Cellule sane (animali e vegetali), rocce, terra, sottosuolo, nulla è stato risparmiato dall’aggressività del cancro del Pianeta, neppure le acque dei fiumi e del mare, né l’aria del cielo.
Forse non siamo più in tempo per salvare la biosfera, ma qualunque sia la nostra sorte non possiamo esimerci dal tentare di fare ogni sforzo per raddrizzare l’imbarcazione che sta affondando. Arrendersi prima del tempo significa solo accelerare la fine.
Ben venga dunque la “Rivelazione” della nostra vera natura e ogni altro messaggio finalizzato a conseguire il medesimo obiettivo.
E ben vengano le manifestazioni di consenso e di supporto nei confronti di chi sta dalla parte della Natura contro l’antropocentrismo dilagante.
Jean Servier precursore del Cancrismo?
A pag. 375 de “L’uomo e l’invisibile” (Borla Editore, Torino, 1967) Jean Servier scrive:
“L’impero è per l’umanità e per la società da cui trae origine ciò che il cancro è per il corpo umano: una proliferazione disordinata di cellule a detrimento dell’armonia dell’insieme. C’è forse una strutturazione delle cellule cancerose, così come c’è un’apparente armonia nell’organizzazione dell’impero: l’una e l’altra sono tuttavia agenti di distruzione.”
Partiamo da questo assunto per verificare se l’analogia proposta tra impero e cancro può in qualche modo configurarsi come antesignana della teoria a cui ho dato nome di Cancrismo.
L’intera opera di Jean Servier, etnologo francese nato e vissuto a lungo in Algeria, sottintende un profondo dualismo tra le cosiddette “civiltà tradizionali” e la “civiltà dell’uomo bianco occidentale”.
Le prime sarebbero contraddistinte da un diretto contatto con l’“invisibile”, termine con il quale Servier definisce la sfera soprannaturale del sacro. Le divinità sono tante quante le etnìe umane e ognuna è contraddistinta da sue specifiche caratteristiche, ma, al di là di ogni particolarità, il “divino” ha sempre guidato ovunque nel mondo il comportamento di ogni appartenente al genere umano, fino all’avvento della cosiddetta “civiltà dell’uomo bianco occidentale”.
Quest’ultima è andata affermandosi per gradi, favorita nella sua avanzata dall’instaurarsi degli “imperi”, vere e proprie “[…] prefigurazioni della civiltà occidentale per la loro volontà di egemonia […] questi regni della materia hanno trascinato con sé un indebolimento dei valori spirituali dando all’uomo, come unico scopo della sua vita terrena, la conquista dei beni di questo mondo.” (p. 418)
Tutti i più famosi imperi della storia sono crollati, lasciando dietro di sé cumuli di macerie materiali e morali. Ma, con la loro decomposizione, hanno contribuito all’edificazione di quello che è oggi l’Impero più grande, da Servier definito “civiltà occidentale” e che io ho denominato “L’Impero del Cancro del Pianeta” (titolo del mio libro edito da Mimesis).
A questa mostruosa realtà Servier dedica un ulteriore accostamento al cancro:
“La nostra civiltà porta in sé il germe di un processo inevitabile di distruzione. Divenuta un fine in sé, la nostra società disintegra l’individuo al punto di renderlo inadatto al servizio efficace della collettività, come, in certi cancri del sangue, i globuli bianchi divorano i globuli rossi e indeboliscono l’organismo che dovrebbero invece difendere.” (p. 419)
Non vi sono altri punti in cui venga riproposto l’accostamento dell’essere umano al cancro, ma l’intero messaggio di Servier spinge a ritenere l’uomo bianco occidentale un agente distruttore dell’armonia che regnava sulla Terra e il suo dissennato comportamento è paragonato a quello dei lemmings, piccoli roditori che compiono lunghe marce e “raggiunta la loro meta, si gettano nel mare e vi annegano.” (p. 421)
Le “civiltà tradizionali” si riconoscono nel mito del “peccato originale”, “[…] sono coscienti di aver perduto un “paradiso” primordiale, tutte si considerano in stato di caduta.” (p. 388) Anche per questo motivo chi ne fa parte cerca di mantenersi in costante contatto con l’invisibile, di osservarne i comandamenti e di preservare l’armonia dell’Universo già messa in pericolo dalla disobbedienza primigenia.
Al contrario, l’uomo bianco occidentale concepisce “la storia come un corso lineare” (p. 397) che, da un inizio di stenti, tende al superamento di ogni ostacolo per affermarsi su tutto e su tutti con una marcia verso il suo inarrestabile progresso.
La narrazione di Servier è estremamente ricca di esempi relativi a miti, riti e leggende (tutti vissuti come reali) di appartenenti alle “civiltà tradizionali”. Egli si rifiuta di ritenere costoro primitivi, o, peggio, selvaggi. Essi sono uomini saggi, rispettosi delle tradizioni ricevute dagli antenati e intenzionati a conservarle per non spezzare l’armonia voluta dall’“invisibile”. Il termine “armonia” è tra i più frequenti nel lessico di Servier.
Ma se nelle antiche civiltà e in quelle non contaminate dall’occidente (se ancora ce ne sono) la vita scorre in modo così armonioso, rispettoso delle tradizioni e in equilibrio con la Natura, come e perché l’uomo bianco ha potuto conquistarle e distruggerle?
Questa è la domanda che sorge spontanea scorrendo le pagine del libro di Servier. Oltretutto egli afferma che “L’occidente ha scelto lo sviluppo illimitato delle tecniche senza avere il tempo per domandarsi se in questa scelta non aveva rischiato e perso la propria anima.” (p. 211)
Questa affermazione e altre contenute nel testo paiono sottintendere che il passaggio dalla “civiltà tradizionale” a quella “bianca occidentale” sia avvenuto in conseguenza a una nuova “caduta”, una sorta di peccato originale “laico”, compiuto cioè non per disobbedire ai comandamenti di un ipotetico creatore, non più venerato, ma semplicemente per inseguire una volontà di potenza “imperiale”, tesa a tutto sottomettere e tutto riformare in senso materiale e utilitaristico.
Qui ci troviamo di fronte alla differente interpretazione della realtà che fa divergere la “visione del mondo” di Servier (e, aggiungo io, dell’Ecologia Profonda) da quella del Cancrismo (cfr. il mio precedente articolo “Il Cancrismo come superamento dell’Ecologia Profonda”).
In estrema sintesi, secondo Servier:
- tutte le “civiltà tradizionali” si riconoscono nel mito della caduta, del “peccato originale”
- di lì in avanti sviluppano un rapporto di armonia con il Tutto suggellato da un formidabile patto di alleanza con l’“invisibile”
- tutto ciò permane sin quando una civiltà tra oltre cinquemila, quella dell’“uomo bianco occidentale”, infrange questo patto a favore del più abietto egoismo materialista di specie, e trascina in questa sua nuova folle avventura tutte le “civiltà tradizionali” che incontra sul suo cammino.
Non l’uomo in sé, quindi, sarebbe il cancro del pianeta, ma questa distorta visione del mondo che si è identificata prima nei grandi imperi della storia e poi nel progresso materiale fine a se stesso, sfociato alcuni secoli or sono nella rivoluzione industriale e in tutte le novità tecnologiche che stanno devastando la biosfera.
Il Cancrismo, più realisticamente, non scorge discontinuità tra il modo di vivere delle “civiltà tradizionali” e quello dell’“uomo bianco occidentale”.
L’essere umano ha sempre cercato di prevaricare il “diverso”, così come ha sempre fatto ogni specie (vegetale o animale) partorita da Madre Natura. Basti pensare all’edera che avvolge l’albero o al lupo che mangia l’agnello.
Ma l’essere umano, a un certo punto del percorso evolutivo, ha sviluppato in modo abnorme il suo “organo di comando” e, in conseguenza di ciò, è riuscito a dominare ogni altra specie partorita da Madre Natura.
Dapprima questa sua azione non è stata evidente, data l’immensa estensione della foresta vergine e l’enorme quantità e varietà della fauna esistente. Poi, con estrema ma continua gradualità, l’erosione del patrimonio forestale e faunistico è divenuta via via sempre più evidente, sino alla tragica situazione attuale.
Quando, come e quanto i cosiddetti primitivi abbiano iniziato a devastare la Natura è il tema del mio articolo “La distruzione della Natura nell’antichità”.
In conclusione, Jean Servier è stato un convinto avversario del progresso tecno-scientifico-industriale che ha portato alla devastazione della biosfera, e in tal senso, il suo nome può a buon diritto essere iscritto tra quelli dei precursori del Cancrismo. Ma la sua critica alla modernità si è limitata a condannare la “civiltà dell’uomo bianco occidentale” e non si estesa al genere Homo sapiens in quanto tale.
Anzi, quest’ultimo è stato gratificato di sincera ammirazione laddove appartenente alle cosiddette “civiltà tradizionali”.
A distanza di quasi sessant’anni dalla prima pubblicazione de “L’Homme et l’invisible” si può affermare che di tali “civiltà” non rimane pressoché traccia: esse stesse sono divenute “invisibili”, salvo cercarle in qualche documentario da cineteca.
E la “civiltà dell’uomo bianco occidentale” è divenuta sempre più il modus vivendi universale, ovunque imperante. La Cina e tanti altri Paesi asiatici stanno soppiantando Europa e America come locomotive trainanti dell’economia mondiale, mentre India e Africa sono in attesa di unirsi al convoglio.
L’avverarsi di questa realtà è la più evidente, tragica, conferma di come non sussistano contrasti insanabili tra le “civiltà”, più o meno evolute, che si sono sviluppate sul pianeta Terra. Una, la più avanzata materialmente, ha approfittato della propria superiorità per “convincere” le altre ad adottare il suo stile di vita. Ma queste, generazione dopo generazione, lo hanno fatto di buon grado, sino a superare l’“uomo bianco occidentale” nell’inquinare, deforestare e devastare l’ambiente.
Servier dà questa spiegazione di quanto è accaduto:
“Il contatto dell’uomo bianco è stato più mortale per le civiltà tradizionali che una qualsiasi lebbra. Il solo possesso dei beni che egli vendeva ha annientato popolazioni intere come se essi trasmettessero un misterioso contagio.” (p. 416)
Personalmente avrei preferito che questo contagio non fosse mai avvenuto e che l’uomo sulla Terra avesse continuato a vivere in equilibrio con ogni altra specie, seguendo i presunti insegnamenti dell’“Invisibile”. Ma se le cose non sono andate così è perché lo sviluppo dell’encefalo di Homo sapiens non poteva fermarsi a un determinato stadio. Una volta innescata l’abnorme crescita, il secolo dei lumi e il progresso scientifico erano realtà ineluttabili, con il loro conseguente strascico di industrializzazione, di aggressione alle risorse del pianeta e di ogni altro sfregio all’armonia della Natura.
P.I. Punteggio Individuale
di Bruno Sebastiani
Nel 2010, quando scrissi “P.I. Punteggio Individuale” (libro che ora ho auto-prodotto), non vi era notizia di alcun programma volto a “classificare” gli esseri umani in base alle proprie caratteristiche. Al contrario, la “privacy” era sulla bocca di tutti e sembrava essere assurta al ruolo di nuova “dea” laica.
Poi una serie televisiva di successo, “Black Mirror”, nel 2016 toccò l’argomento. Nel primo episodio della terza stagione si raccontava di un ipotetico futuro in cui ognuno poteva attribuire, sotto forma di stelline (da una a cinque), meriti o demeriti al proprio prossimo. Ma si trattava ancora di fantasia.
Nel frattempo, poco alla volta, dalla Cina cominciò a diffondersi la notizia che si stava procedendo a inserire ogni cittadino e ogni impresa in una graduatoria, sulla base di un Sistema di Credito Sociale stabilito per legge.
Così, a distanza di tanti anni dalla sua stesura, mi son deciso a pubblicare il manoscritto perché “ciò che nasce per scherzo spesso diviene realtà”, come recita uno dei sottotitoli.
Il tema di questo libro rientra nel più vasto argomento che ho trattato ne “L’Impero del Cancro del Pianeta”, e cioè come è possibile che una popolazione di dieci miliardi e più di cellule cancerogene (ovvero noi Homo sapiens) possa sopravvivere nel prossimo futuro in un Organismo dalle risorse limitate e super-sfruttate (ovvero il pianeta Terra).
La risposta è che prima o poi arriverà il collasso, ma, prima che ciò accada, le cellule cancerogene si organizzeranno in modo da ottimizzare al massimo le residue risorse alimentari ed energetiche.
Cosa significa in concreto tutto ciò? Come avverrà questa “ottimizzazione”?
Innanzitutto, i regimi politici al potere convinceranno le popolazioni della necessità di adottare provvedimenti restrittivi delle libertà individuali. Non sarà difficile farlo, perché si tratterà di provvedimenti rispondenti a necessità reali, concretamente verificabili da chiunque.
I lockdown, i coprifuoco e le zone rosse e arancioni dell’era Covid sono emblematici al riguardo.
Ma poi neppure questi provvedimenti saranno sufficienti a razionare le risorse sempre meno disponibili a livello globale.
Vi saranno Paesi ricchi che alimenteranno di più i loro cittadini e le loro macchine, e Paesi poveri dove imperverserà la miseria e l’indigenza. Questo avviene già oggi, ma il divario continuerà ad allargarsi e ciò produrrà emigrazioni di massa, tumulti, guerre.
A quel punto si dovrà far ricorso al Governo Unico Mondiale, a quella autorità sovranazionale già invocata da più soggetti, compresi gli ultimi pontefici della Chiesa Cattolica (vedasi il paragrafo 175 dell’Enciclica “Laudato sì”).
E che provvedimenti potrà prendere questo G.U.M. (come lo chiamo nel mio fanta-saggio)? Come farà a mettere ordine in una umanità difforme quanto a ricchezza, istruzione, situazione sanitaria ecc.?
Io credo che uno dei primi provvedimenti sarà quello di realizzare un dettagliato censimento di tutta la popolazione mondiale, con l’indicazione, per ciascun censito, di ogni notizia utile a “catalogarlo”.
Solo da qui, da questo enorme data-base, potrà prendere avvio ogni tentativo di riforma di qualche efficacia. L’ubiqua diffusione della “grande ragnatela mondiale” e delle reti fonia-dati di ultima generazione (5G e successive) renderanno possibile questa mastodontica operazione di classificazione di tutte le cellule cancerogene del Pianeta.
Ma, a questo punto, perché non assegnare a ogni cittadino un “rating”, un “Punteggio Individuale” tale da semplificare ogni tipo di rapporto con la Pubblica Amministrazione e gli altri Enti, pubblici e privati?
Sto già viaggiando nel futuro, e certamente quanto prefigurato troverà mille ostacoli sul suo cammino. Non perché non abbia una sua logica, ma semplicemente perché gli apparati burocratici (alias Stati nazionali, Enti locali, Amministrazioni periferiche ecc.) lotteranno strenuamente per non farsi strappare dagli artigli la preda succulenta che stanno lentamente scarnificando, ovvero i corpi dei cittadini loro sottoposti.
Dunque, l’evoluzione non sarà spontanea. Guerre, ecocatastrofi e sommovimenti di miriadi di disperati costringeranno l’umanità a strutturarsi in modo sempre più accentrato.
E, a quel punto, quanto descritto nel mio libro potrà avverarsi.
Non scendo in ulteriori dettagli per non rovinare il piacere della lettura. Sappiate solo che le immagini distopiche che descrivo in “P.I. Punteggio Individuale” non sono ciò che mi auguro, bensì ciò che temo.
Una via senza ritorno
di Bruno Sebastiani
Il 5 febbraio scorso La Rassegna Stampa di Arianna Editrice ha pubblicato un articolo di Guido Dalla Casa (“Allora era tutto vero”), in cui -alla luce della designazione di Mario Draghi a capo del Governo italiano- si avalla l’ipotesi che il futuro dell’umanità stia indirizzandosi verso la costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale sotto l’egida di un ristretto numero di potenti oligarchi.
Riassumo così in poche parole i concetti espressi dall’autore, essendo tali concetti ben noti e condivisi nel mondo ambientalista e da chi si riconosce nella “Deep Ecology”.
Non intendo qui argomentare pro o contro questa visione del mondo (che sostanzialmente condivido). Vorrei invece affrontare il problema da un’altra angolatura.
Supponiamo, per assurdo, che il Capo dello Stato avesse convocato al Quirinale, anziché Mario Draghi, Guido Dalla Casa (o Bruno Sebastiani), dicendogli: “Forma un governo e prendi le iniziative che ritieni più opportune per il bene del Paese!”.
Supponiamo anche, per continuare in questa grottesca pantomima, che Guido Dalla Casa (o Bruno Sebastiani), fosse riuscito a convogliare il consenso della maggioranza parlamentare sul nascente esecutivo, a far parte del quale avesse chiamato i più illustri ambientalisti e antispecisti in circolazione (Luca Mercalli? Leonardo Caffo? Fabio Balocco? Max Strata? Maurizio Pallante? Ugo Bardi? Elisabetta Ambrosi? Altri?)
Alla prima riunione del Consiglio dei Ministri vi è la necessità di stendere il piano dei lavori per i prossimi cinque anni.
Come intervenire per modificare l’attuale organizzazione socio-economica del Paese, in vista dello smantellamento del sistema di produzione capitalista e di distribuzione dei beni su vasta scala? Come sostituire questi Moloch con sistemi produttivi agricoli e artigianali a km. 0, come smantellare la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) a favore dei negozietti di quartiere? E per la produzione industriale? Come sostituire i grandi stabilimenti con le piccole botteghe sparpagliate sul territorio?
Perché questo è il punto. Sappiamo che l’egoismo, il materialismo e il consumismo hanno condotto a realizzare un’organizzazione sociale basata sullo sfruttamento intensivo (e alla lunga insostenibile) delle risorse del pianeta, ma oggi questa organizzazione mantiene in vita quasi otto miliardi di persone, buona parte delle quali con un discreto tenore di vita, migliore di quello dei loro avi, i quali, oltretutto, vivevano mediamente parecchi anni in meno.
L’esempio più eclatante di questa situazione è il trend di crescita dei Paesi asiatici (oltre il 60% della popolazione mondiale), avviati in molti casi a superare il Vecchio Continente quanto a ricchezza pro-capite. Rimane gravemente indietro l’Africa, sfruttata come sempre dalle altre nazioni, ma comunque avviata anch’essa verso una lenta crescita economica.
Ho analizzato questa tragica antinomia nel quinto capitolo del mio libro “Il Cancro del Pianeta Consapevole” (intitolato “Apice della storia o punto di non ritorno”) ove, dopo aver esaminato i vantaggi materiali elargiti all’uomo contemporaneo dal dilagante progresso tecno-scientifico, ho scritto: “È in via di costruzione un impero complessivo mondiale, l’impero del Cancro del Pianeta, che a breve sarà completato con trattati transoceanici in grado di creare un mercato unico globale, così come il Governo Unico Mondiale assumerà poteri sempre più ampi anche in campo politico.” (p. 88)
In quella sede avevo anche annunciato l’uscita di un mio successivo libro completamente dedicato a questo argomento, libro che è poi uscito nel 2020 con il titolo “L’Impero del Cancro del Pianeta” (Mimesis Edizioni). Qui si trova un intero capitolo (l’ottavo) dedicato a “L’utopia dell’agroecologia”, dove ho approfondito le tematiche qui appena accennate (“Come sostituire questi Moloch con sistemi produttivi agricoli e artigianali a km. 0 …”).
Dunque, noi sappiamo che le cose stanno volgendo al peggio, ma realisticamente constatiamo che l’attuale sistema produttivo-economico-amministrativo permette a una gran massa di cittadini di vivere al caldo, di mangiare due, tre o quattro volte al giorno e di gingillarsi con una gran quantità di dispositivi meccanici ed elettronici.
Stiamo dissipando l’ecosfera (non passa giorno che giornali e TV non ne parlino), ma l’egoismo individuale e di specie hanno innalzato una barriera tra le notizie allarmistiche e la vita quotidiana, barriera che impedisce al cittadino medio di approfondire l’argomento e di modificare il suo stile di vita.
Questa è la realtà che io ho definito “apice della storia”.
Ma il problema è più grave e complesso. Torniamo all’attività di governo di Guido Dalla Casa (o di Bruno Sebastiani).
Supponiamo che attraverso opportune azioni “educative” (piuttosto che “repressive”), il governo eco-integralista sia riuscito a superare l’azione frenante dell’egoismo del cittadino medio (la cellula tumorale maligna del pianeta).
Come modificare l’organizzazione sociale che mantiene in vita otto miliardi di esseri umani senza innescare retro-azioni a catena che blocchino il funzionamento delle infinite cinghie di trasmissione che collegano tra loro tutte le ruote del macro-meccanismo?
Oltretutto il governo affidato a Guido Dalla Casa (o a Bruno Sebastiani) agisce in Italia, ma la globalizzazione ha interconnesso a livello mondiale i rapporti economico-produttivi e nel mondo vi sono altri duecento governi che agiscono in altrettanti Stati o Staterelli.
Ecco allora che la speranza di poter porre rimedio alla grave crisi ambientale oramai alle porte non passa dai singoli governi nazionali, ma dall’azione congiunta di ognuno di essi, o, se si preferisce, da una ipotetica Autorità sovra-nazionale (un Governo Unico Mondiale?).
Fantascienza? Ipotesi irrealistica? O il NWO, Nuovo Ordine Mondiale, è profetizzato, nel bene e nel male, da ogni osservatore che abbia compreso come la macchina sociale abbia ormai assunto dimensioni planetarie e solo a questo livello possa essere governata?
Il famoso paragrafo 175 dell’Enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco riprende questa frase di Benedetto XVI: “[…] per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale […]”
Dunque, Guido Dalla Casa (o Bruno Sebastiani) per sperare di poter modificare efficacemente il sistema economico-produttivo che divora le risorse del pianeta, dovrebbe essere posto a capo non del governo italiano, ma di questa costituenda Autorità sovranazionale (non le Nazioni Unite, che non hanno sufficienti poteri).
Bene. E a questo punto il problema si riproporrebbe. Da dove iniziare a invertire la rotta?
La situazione in cui ci troviamo è la risultante di tutta una serie di eventi culturali-storico-politici succedutisi nel corso dei secoli. Molti di questi indicavano nel progresso tecnico-scientifico-industriale la via da seguire (e alla fine sono risultati vincenti nella costruzione dell’attuale assetto sociale), ma molti hanno tentato anche di opporsi a questo stato di cose.
La storia è piena di movimenti rivoluzionari, perdenti o vittoriosi, che si sono scontrati con i regimi al potere in vista di radicali ribaltamenti della società.
Lasciando perdere i movimenti perdenti, tra quelli vittoriosi possiamo ricordare i due più famosi: la rivoluzione francese e quella sovietica. A cosa hanno portato questi due grandi sommovimenti se non a una formidabile accelerazione del processo di industrializzazione dei rispettivi Paesi?
Un grande movimento di massa a noi più vicino, quello della rivoluzione culturale cinese del Presidente Mao Tse Tung, mobilitò milioni e milioni di giovani, le famose Guardie Rosse, contro la vecchia classe dirigente ritenuta obsoleta e reazionaria. In cosa è sfociato quel formidabile slancio rivoluzionario con le rosse bandiere al vento? Nel più ampio e distruttivo sistema di sfruttamento delle risorse del pianeta.
Se tutti i ribelli all’ordine costituito, dai comunardi parigini ai monteveritani di Ascona, dagli anarco rivoluzionari spagnoli agli hippies californiani, hanno immancabilmente fallito l’obiettivo di costituire un duraturo ordine sociale rispettoso delle leggi di natura, un motivo ci sarà e individuarlo rappresenta il punto di partenza per ogni ragionamento intorno alla possibilità di smantellare “il sistema di produzione capitalista e di distribuzione dei beni su vasta scala”.
A mio avviso il motivo risiede all’interno della scatola cranica del genere Homo. La nostra intelligenza ipersviluppata non può regredire e il cammino intrapreso non può essere percorso a ritroso.
La macro-macchina sociale che abbiamo costruito è andata complessificandosi secolo dopo secolo, decennio dopo decennio e ora nessuno può (né vuole) semplificarla. Metterci mano in tal senso comporta il rischio di “ingripparla” creando squilibri di portata imprevedibile. Carestie, crisi energetiche, indigenza diffusa sono solo alcuni dei drammi che si profilano all’orizzonte di una tale operazione.
Fuor di metafora. Nessuno mai affiderà il governo della nazione (e men che meno del mondo intero) a Guido Dalla Casa (o a Bruno Sebastiani o a qualunque altro eco-integralista).
I provvedimenti che Guido (o Bruno) vorrebbero prendere per cercare di sanare una situazione ambientale tragicamente compromessa sarà la Natura a imporli, quando le ferite infertele non saranno più rimarginabili. Noi tutti ci auguriamo di non essere presenti a quella resa dei conti dagli esiti imprevedibili, e siamo sinceramente addolorati per quanto potrà accadere ai nostri pronipoti.
Ma intanto oggi, anno 2021 e governante il prof. Mario Draghi, l’assetto politico-istituzionale-economico-produttivo dominante è alla ricerca di ogni possibile risorsa per sopravvivere e per garantire altre briciole di benessere agli italiani e agli immigrati che in numero sempre maggiore giungeranno dai Paesi del Terzo mondo.
E noi, Cassandre lungimiranti, dovremmo assistere impotenti al saccheggio conclusivo dell’ecosfera? Assolutamente no. Continueremo ad abbaiare alla luna, cercando di modulare il nostro abbaio in modo sempre più persuasivo, in modo da attirare l’attenzione di un numero crescente di ascoltatori sul tragico destino che ci aspetta.
Credo, in conclusione del discorso, che il ritorno a stili di vita più in sintonia con la natura non possa avvenire in assenza di motivazioni sufficientemente convincenti. Modulare l’“abbaio” in modo sempre più persuasivo significa, a mio avviso, andare a toccare le corde giuste della sensibilità dei nostri simili per indurli a rinunciare agli agi, alle comodità e ai vantaggi che il sistema eco-distruttivo continua loro a elargire.
La mia proposta è nota: rendere consapevole l’essere umano di comportarsi nei confronti della biosfera in modo analogo a come le cellule tumorali maligne si comportano nei confronti dei tessuti sani dell’ammalato di cancro.
Le masse sono manipolabili. Il singolo uomo crede di pensare con la propria testa, in realtà è solo una foglia sospinta dal vento.
Le mode e le fedi, sia religiose che politiche, hanno indirizzato interi popoli in una direzione piuttosto che in un’altra.
È pur vero che la direzione complessiva è sempre stata quella del progresso tecno-scientifico e che, come già detto, ogni movimento contrario ha miseramente fallito.
Ciononostante, è nostro dovere perseverare nella denuncia, cercando appigli sempre più solidi per la costruzione di una ideologia convincentemente alternativa a quella progressista.
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Omaggio a Sergio Orlando, poeta del sublime
di Bruno Sebastiani

Sergio Orlando, autoritratto
Chi segue questo blog avrà notato l’importanza che il Cancrismo attribuisce a ogni forma di espressione artistica.
Pittura, poesia e musica, infatti, patiscono meno l’influenza del pensiero razionale rispetto ad altre forme espressive elaborate dal cervello umano (filosofia, scienza, tecnica).
Nell’ambito della ricerca di espressioni artistiche in sintonia con questa visione del mondo mi sono imbattuto casualmente in un pittore-poeta morto nel dicembre 2020, Sergio Orlando.
La sorella dell’artista, mia cara amica, mi ha fatto dono, in ricordo del fratello scomparso, della sua ultima monografia, “Silenzio di Luce“, in cui sono raccolte foto di dipinti e di disegni a fianco delle ultime composizioni poetiche di Sergio.
Una di queste ha attirato in particolare la mia attenzione.
Titolo “Musica da camera“, sottotitolo “Il cielo in una stanza“.
Siamo formichine
con un piede incombente
sulla testa. L’arte
è la più dolce
e la più disperata
preghiera dell’uomo.
Il fumo maschera
lo scarno alimento
della nostra vita.
Ecco, in questi pochi versi mi pare che siano bene evidenziati sia la limitatezza della nostra tanto conclamata potenza sia l’unico possibile rifugio contro l’ecocidio che abbiamo innescato.
Entrambi i temi sono cari al Cancrismo e, vederli riprodotti in una breve poesia mi ha posto subito in sintonia con il poeta, a me prima sconosciuto.
Non è necessario che una poesia sia lunga e articolata come “La Ginestra” perché abbia valore di cruda denuncia della nocività dell’essere umano. Bastano pochi versi per ottenere un effetto analogo. Come non ricordare i “Versicoli quasi ecologici” di Giorgio Caproni?
Ecco dunque che Sergio Orlando può definirsi poeta del sublime nell’accezione che ben noti filosofi hanno dato di questo termine, e cioè di un sentimento indotto in noi dall’osservazione di qualcosa di così grande e potente da poterci annientare.
Sarò ben lieto di ricevere segnalazioni di altri poeti che di fronte alla catastrofe incombente sono riusciti ad attingere alle vette del sublime al fine di rendere consapevole l’uomo della sua nocività per la biosfera.
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La bellezza salverà il mondo
di Bruno Sebastiani
La frase di Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo” (L’Idiota, parte III, capitolo V) è stata interpretata in un’infinità di modi e ha fornito spunto per un gran numero di dibattiti.
Diego Fusaro, nel corso di una conferenza tenutasi a San Pellegrino Terme nel 2015 (ora presente su Youtube), ha dissertato egregiamente su questa pluralità di impieghi che ne è stata fatta.
Io qui vorrei fornire la mia interpretazione personale, non necessariamente coincidente con quella del grande romanziere russo, sempre che Dostoevskij ne abbia avuta una e non abbia posto la locuzione in bocca ai suoi personaggi unicamente come “frase a effetto” (nel corso della narrazione l’argomento non viene approfondito).
In un post su Facebook ho scritto: “È tempo di utilizzare l’arte per divulgare la consapevolezza della nocività del genere umano per la Terra. Le idee faticano a farsi strada, e allora proviamo a dipingere, cantare, fotografare, declamare, scolpire, rappresentare in ogni modo questa nostra negatività per il pianeta, ciascuno con le proprie abilità.”
Ecco questa per me è la “bellezza” che può, anzi deve, tentare di frenare la nostra folle corsa verso il baratro. Chiamiamola “bellezza”, “estetica” o “arte”, qualunque sia il suo nome fa riferimento a categorie del pensiero distinte e distanti da “ragione”, “logica” e “scienza”. E se queste ultime sono indubitabilmente le responsabili dell’estremo degrado ambientale in cui ci troviamo, perché non utilizzare nella nostra azione di contrasto le facoltà della mente non coinvolte nell’attuale ecocidio, quelle che nel corso della storia hanno invano tentato di arginare la crescente marea scientista?
Queste facoltà si esprimono con il linguaggio dell’arte: pittori e scultori hanno sempre tratto ispirazione dal mondo della natura, poeti e musicisti si sono sempre rivolti a quella “categoria dello spirito” che si chiama “sentimento”.
Nella mia raffigurazione della mente umana il sentimento non è altro che l’istinto sublimato dalla ragione, laddove per istinto intendo tutto ciò che ci deriva direttamente dalla natura, senza alcuna intermediazione di tipo “culturale” o “razionale”.
La ragione, sempre secondo la teoria che sostengo, è invece quel “surplus” di intelletto procuratoci da occasionali alterazioni geniche verificatesi nel corso dell’evoluzione, “surplus” da noi utilizzato per dar vita al mondo “artificiale” giustapposto a quello “naturale” (come la neocorteccia è sovrapposta al cervello limbico e a quello rettiliano…).
Se la ragione ha causato i guai che ben conosciamo, dalla sovrappopolazione all’esaurimento delle risorse (ecc. ecc.), è purtuttavia vero che solo la ragione può tentare di porre rimedio a tali guai, essendoci preclusa la via del ritorno allo stato di natura dalle troppe modifiche intervenute nel tempo ai danni del nostro organismo e dei nostri assetti sociali.
Ma ogni tentativo di riparazione prima di essere intrapreso deve essere desiderato.
Ed ecco il ruolo dell’arte: rappresentare la bellezza del mondo della natura e la mostruosità del mondo artificiale al punto da eccitare i sentimenti umani verso il desiderio della riparazione.
L’atto estetico va poi razionalizzato e tradotto in pratica riparatoria. Ma, senza la scintilla per l’innesco del processo “revisionista”, nulla di veramente decisivo può prendere avvio.
Qualcuno osserverà che molti uomini di buona volontà e tanti potenti del mondo hanno già preso coscienza della necessità di modificare i nostri comportamenti nei confronti dell’ambiente, come dimostrano numerose iniziative individuali e svariati accordi internazionali.
C’è il dubbio che tali prese di coscienza nascondano talvolta altrettante operazioni di facciata, destinate a consentire la prosecuzione dell’attuale modus vivendi a cuor leggero, con la coscienza risciacquata nella tinozza della green economy.
Ma pur senza voler pensare male e dando credito alla buona volontà dei singoli e delle istituzioni, appare evidente come le iniziative sin qui intraprese siano del tutto insufficienti a riparare i danni causati all’ambiente. La prova più macroscopica è fornita dalle difficoltà incontrate a raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi del 2015, a proposito del quale è interessante notare come il maggior contributo alla riduzione delle emissioni dei gas serra è stato fornito non tanto dalle iniziative degli Stati firmatari quanto dallo stop alle attività produttive imposto dalla dilagante pandemia.
Comunque sia, lo stimolo che le opere d’arte possono offrire alle moltitudini e alle classi dirigenti è sempre della massima importanza, anche laddove la spinta al cambiamento appaia sinceramente avviata: essa infatti va convintamente sostenuta contro i rigurgiti egoistici di specie che non mancano mai di manifestarsi.
Al fine di dare il buon esempio, come promotore della teoria cancrista ho rivolto un appello agli amici artisti che condividono con me la convinzione della nostra nocività per la biosfera e ho creato un’apposita pagina del mio sito con alcuni contributi illustrativi al riguardo. Un primo manipolo di pittori, poeti e musicisti ha già risposto all’appello, e precisamente:
– Mario Giammarinaro, pittore (con le sue maree nere ha denunciato i danni dell’inquinamento)
– Massimo D’Arcangelo, ecopoeta (“Il cancro del Pianeta siamo noi / ma il messaggio è omesso / vietato, nascosto alle masse”)
– Maicol MP, musicista (L’uomo come cancro del Mondo)
– Andrea Rayquaza Di Sanzo, cantautore rap (Autodistruzione)
– Marco Sclarandis, scrittore e poeta (Mai ci parlerà l’aragosta)
– Mario Famularo, poeta (“quest’uomo senza pace / è il cancro della terra”)
– Cristina De Biasio, pittrice (tra le sue opere: Nuovo mondo, dopo l’estinzione umana)
– Gabriele Buratti (Buga), pittore, fotografo e scultore (“Dal linguaggio rupestre a quello freddo e inumano dei codici a barre, la semiologia ha fatto un salto che allontana sempre più l’uomo dal mistero del sacro impadronendosi del nostro immaginario collettivo attraverso il mondo dell’economia.”)
Sono consapevole che i pochi nomi citati siano quantitativamente un’inezia rispetto al gran numero di artisti che stanno tentando di raffigurare i danni da noi procurati alla natura.
Ma l’elemento che mi preme mettere in rilievo è l’importanza dell’unificazione degli sforzi in vista di un fine comune. Il singolo artista segue la sua ispirazione e, poiché ogni vero artista non può che essere in buona fede, certamente la sua rappresentazione del mondo rispecchia la drammatica situazione che stiamo vivendo.
Il rischio è che sia interpretata come la visione di un pittore, poeta o musicista isolato, come lo sfogo di una singola anima afflitta dal tormento per il brutto che avanza.
Il che non significa che ogni opera d’arte debba esprimere afflizione e sofferenza. Anzi. L’inno alla vita, la gioia per la natura che rifiorisce, l’esaltazione dell’amore per tutti gli esseri viventi sono altrettanti potenti eccitatori da contrapporre all’avidità del guadagno, al freddo calcolo della ricerca scientifica, alle brutalità compiute ai danni del mondo animale e vegetale.
Ma in un caso o nell’altro (esaltazione del bello o denigrazione del brutto) ciò che conta è l’obiettivo da raggiungere e cioè la graduale conversione dell’umanità a nuovi stili di vita.
Altre forze spingeranno nella medesima direzione e purtroppo saranno violente, come quelle che la natura offesa scatenerà sotto forma di tempeste, uragani, innalzamento dei mari e così via.
Anche per tentare di prevenire queste catastrofi è opportuno che il maggior numero possibile di persone si convinca quanto prima della necessità del cambiamento e, se gli argomenti razionali non sono in grado di generare questo convincimento, l’arte, o meglio, l’azione congiunta di tutti gli artisti, può forse ottenere risultati migliori, può forse “salvare il mondo”.
Mi faccio quindi interprete del pensiero (vero o presunto) di Fedor Dostoevskij e chiedo a tutti gli uomini che hanno orientato la loro attività in campo artistico (compresi gli autori teatrali e cinematografici, i fotografi, gli architetti, i romanzieri, i compositori musicali, i writers ecc.) di riconoscersi in questo comune sforzo di cambiamento globale.
Oggi forse il ruolo dell’arte appare offuscato rispetto ai secoli passati, come se la sua voce fosse sovrastata dal frastuono del traffico metropolitano, cionondimeno mi auguro che pittori, poeti e musicisti prendano sempre più coscienza del loro ruolo di “grilli parlanti” capaci di smuovere la coscienza collettiva dell’umanità e che promuovano questo nuovo romanticismo all’insegna del motto “la bellezza salverà il mondo”.
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Un pittore “cancrista”: Mario Giammarinaro
di Bruno Sebastiani

Prima che il promotore di questo blog, Bruno Sebastiani, pubblicasse il suo primo libro sul Cancrismo, il pittore Mario Giammarinaro nel lontano 2011 tenne a Torino una mostra delle sue opere “dalle maree nere alle terre fossili”. Questo il video di accompagnamento, intitolato “L’uomo: cancro del pianeta Terra”: https://www.youtube.com/watch?v=hR21WlBIEss
Mario Giammarinaro è nato a Torino nel 1951.Vive e lavora a Moncalieri. È stato allievo di Filippo Scroppo ai corsi del nudo all’Accademia Albertina di Torino e di Roberto Bertola alla Scuola di Arti Grafiche “Vigliardi Paravia”. Espone dal 1969 in mostre personali e di gruppo in Italia, Francia, Germania e Svizzera. I suoi quadri e le sue installazioni intendono far riflettere su ciò che il mondo ha donato a noi e che noi, con il passare del tempo, stiamo inesorabilmente distruggendo. Fa parte del Gruppo Cancrismo su Facebook ed è l’autore delle copertine di libri “Il Cancro del Pianeta Consapevole” e “L’Impero del Cancro del Pianeta” di Bruno Sebastiani.
Ecco una breve selezione delle sue opere
Terre fossili


Mareggiate


Installazioni




Maree nere



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