È meglio essere nati o sarebbe stato meglio non essere mai nati?

Alcuni autori, non molti, sostengono che nascere sia un triste evento.

Tra i più espliciti Emil Cioran e David Benatar.

Il primo nel 1973 ha scritto “De l’inconveniént d’être né” (“L’inconveniente di essere nati”).

Il secondo nel 2006 ha scritto “Better Never to Have Been: the Harm of Coming into Existence” (“Meglio non essere mai nati – Il dolore di venire al mondo”).

Emil Cioran ha un suo caratteristico stile aforistico. Non elabora complessi ragionamenti, ma punge l’interesse del lettore con aguzze stilettate. “Noi non corriamo verso la morta, fuggiamo la catastrofe della nascita …” “Mi piacerebbe essere libero, perdutamente libero. Libero come un nato morto.” ecc. ecc.

David Benatar è un filosofo e argomenta ampiamente le sue idee che, in estrema sintesi, ruotano intorno al concetto di bene e male: se non fossimo nati non avremmo sperimentato il male, né rimpiangeremmo di non aver sperimentato il bene, in quanto il non essere non esiste e quindi non possiede né pensiero né autocoscienza.

Pochi altri pensatori, fortemente misantropi e pessimisti, hanno sostenuto tesi analoghe.

Perché occuparsi di loro se, come detto in premessa, rappresentano una sparuta minoranza nel panorama storico – letterario – filosofico mondiale?

Per due motivi.

Innanzitutto perché non è detto che la maggioranza abbia ragione e la minoranza torto. La Verità non è democratica, e neppure la Natura: non chiedono ad alcuno cosa desideri e procedono entrambe per vie estranee alla logica umana.

In secondo luogo, e questa è la motivazione più importante, perché Cioran, Benatar e consimili portano alle estreme conseguenze un tipo di ragionamento che, con una necessaria correzione, potrebbe essere condiviso da una grande platea, assai più ampia di quella che attualmente segue questi “antinatalisti estremi”. E la corretta diffusione di questo messaggio “revisionato” potrebbe essere assai utile al pianeta Terra.

In questo mio articolo cercherò di individuare il lato debole delle idee descritte e la correzione che potrebbe renderle ben più condivisibili.

Il punto è l’autocoscienza.

Solo la meditazione del cervello umano su se medesimo, alias l’autoriflessione, consente a Cioran, Benatar ecc. di pensare al male passato, a quello presente e a quello futuro, inducendoli ad argomentare che, se non fossimo mai nati, non lo avremmo sperimentato in passato e non lo potremmo sperimentare in futuro.

Proviamo ora a considerare come vivremmo la medesima realtà che stiamo vivendo in assenza del pensiero “auto – riflettente”, ovvero come la vivono gli animali, anche i più evoluti, che dalla memorizzazione degli eventi passati non estrapolano pensieri astratti, ma solo esperienze concrete.

Gli animali, ma anche le piante, hanno la vita e la sperimentano senza interrogarsi né sulla sua origine, né sul suo significato, né, soprattutto, sul suo futuro (il dolore e la morte). Non lo fanno perché non possono, non ne hanno le capacità cerebrali.

Vivono e basta, così come Madre Natura vuole. Essi si sono evoluti dalle cellule primordiali ed hanno assunto forme diverse. Hanno conseguito la loro individualità di esseri e di specie relazionando la propria vita con quella degli altri viventi circonvicini. E nel caos della foresta, o della prateria o del deserto, hanno stabilito quell’equilibrio che la selezione naturale e la lotta per la vita hanno consentito loro di raggiungere.

Avrebbero preferito non essere mai nati? Tentano di limitare le nascite con adeguati accorgimenti? Procurano l’aborto per evitare che i loro piccoli vengano al mondo?

Non lo pensano e non lo fanno in quanto ogni loro attività fisica e mentale è guidata solo dall’istinto, ovvero da quel codice di comportamento che milioni e milioni di anni di selezione naturale hanno elaborato ed impresso nell’intimo dei loro organi di comando quali il cervello e il sistema nervoso.

E così è stato per tutti gli esseri viventi sino all’avvento di Homo sapiens e del suo encefalo abnormemente evoluto che ha consentito a questa nuova specie dominante di contravvenire a istinti e leggi di natura, permettendole di pensare se stessa, di avere autocoscienza di sé.

Se Benatar e consimili riflettessero su questa realtà (Cioran è morto nel 1995) comprenderebbero come il male per l’essere umano non è l’essere nato (evento che sfugge al volere di ogni nascituro), ma l’averne coscienza, l’avere un organo di comando che si rifiuta di eseguire gli ordini di Madre Natura e che intende trasformare tutta la biosfera in una realtà artificiale a “misura d’uomo”.

E, a seguire, comprenderebbero come l’evoluzione della mente di Homo sapiens sia stata straordinaria rispetto a quella di ogni altro animale, ma sia ben poca cosa in termini assoluti, ovvero relativamente alla possibilità di rendere permanenti le modifiche introdotte nella biosfera.

Un ulteriore passo avanti e comprenderebbero come quel processo evolutivo di tipo straordinario possa assimilarsi alla mutazione che le cellule sane subiscono quando si trasformano in cellule maligne aggressive e distruttrici dell’organismo che le ospita.

Cioran in realtà questo passo lo fece, nel suo famoso aforisma: “Alberi massacrati. Sorgono case. Facce, facce dappertutto. L’uomo si estende. L’uomo è il cancro della terra”. Ma non andò al di là dell’intuizione. Non reinterpretò tutta la realtà alla luce di questa sua folgorante illuminazione (cosa che molto immodestamente sto cercando di fare io con i miei scritti).

Proviamo allora a pensare come le opere di Cioran e di Benatar avrebbero potuto essere assai più incisive se fossero state titolate “L’inconveniente di essere intelligenti” e “Meglio non essere autocoscienti”, e anziché recriminare l’essere vivi avessero recriminato l’essere dotati di autocoscienza.

Anche tutto l’importante dibattito su natalismo e antinatalismo andrebbe reimpostato in questa ottica, perché è ovvio che il problema della sovrappopolazione nasce dal nostro essere “intelligenti”, o, meglio, dall’aver superato quella soglia di capacità cerebrali oltre la quale abbiamo potuto svincolarci dai limiti imposti dall’istinto.

Potranno queste accresciute capacità cerebrali consentirci ora di invertire la rotta? E come? A quale prezzo?

Temi fondamentali, che richiedono adeguati approfondimenti. Ma ogni analisi più dettagliata dovrà prendere avvio dalla consapevolezza che tutti i problemi attuali discendono da quell’abnorme sviluppo subìto dal nostro cervello, evento parafrasato in tanti miti dell’antichità, dal peccato di Eva ed Adamo ai furti di Prometeo, solo per citarne due tra i più famosi.

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Verso una rete sinaptica mondiale

Stiamo vivendo un momento storico in cui l’intero globo sta per essere avvolto in una rete di interconnessione uomo – macchina senza precedenti. Tale rete ricorda da vicino quella esistente tra i neuroni del nostro cervello tramite le sinapsi. Ma tutto questo dove ci condurrà?

La potenza elaborativa del nostro cervello dipende dallo straordinario numero di neuroni che vi si sono sviluppati (circa 100 miliardi) e dall’ancor più strabiliante numero di sinapsi che li collegano l’un l’altro (circa 125 mila miliardi).

Da un articolo reperito in rete apprendo che le sinapsi sono così piccole (meno di un millesimo di millimetro di diametro) che gli esseri umani fino ad oggi non sono stati in grado di vedere la loro struttura e le loro funzioni e che alcuni ricercatori della Stanford University School of Medicine (California) hanno condotto uno studio in base al quale hanno scoperto che la complessità del cervello va al di là di quello che avevano immaginato (affermazione di Stephen Smith, professore di fisiologia molecolare e cellulare, autore principale dello studio).

Apprendo anche che «Una sinapsi, da sola, è più simile a un microprocessore, con la memoria di archiviazione ed elementi di elaborazione delle informazioni, rispetto a un altro interruttore on/off. Infatti, una sinapsi può contenere l’ordine di 1000 switch su scala molecolare. Un unico cervello umano ha più switch di tutti i computer e i router e le connessioni internet sul nostro pianeta.» (https://it.emcelettronica.com/cervello-come-microprocessore)

Tralascio di appurare se le affermazioni riportate corrispondono esattamente a realtà: appaiono sufficientemente verosimili e il mio scopo qui è solo di assumerle come punto di partenza di un ragionamento più ampio.

Intendo infatti concentrarmi su un fenomeno che in via analogica richiama a livello planetario la funzione svolta dalle connessioni inter-sinaptiche all’interno del nostro cervello.

Mi riferisco alla rete mondiale di fonia e dati (internet) e, più in particolare, ai dispositivi portatili di dimensioni ridotte che oramai ci seguono dappertutto.

Attraverso questi apparecchi siamo in grado di comunicare con ogni persona con cui entriamo in contatto esattamente come ogni neurone del nostro cervello dialoga con gli altri neuroni (mutatis mutandis).

Non solo. Attraverso questi apparecchi possiamo attingere ad ogni banca dati esistente sul pianeta (l’equivalente della nostra “memoria”), e in futuro il numero e l’ampiezza di questi “depositi di sapere” aumenteranno a dismisura.

Ma non sarà solo la mole dei dati a nostra disposizione ad accrescersi.

Massicci investimenti sono in programma (e già in parte in corso di impiego) per rendere più veloci ed efficienti i sistemi di comunicazione esistenti e per crearne di nuovi.

E questo è uno degli aspetti più preoccupanti della questione.

Citerò tre casi concreti.

1) I satelliti. SpaceX, l’azienda aerospaziale statunitense con sede a Hawthorne (California) costituita nel 2002 da Elon Musk, è stata autorizzata al collocamento in orbita bassa di migliaia di satelliti, nell’ambito di un progetto denominato “Starlink” che ha per obiettivo portare Internet ultraveloce anche nelle zone più isolate del pianeta. Ad oggi sono stati lanciati i primi 60 satelliti quale avanguardia dei 12.000 previsti a regime. Altre aziende di altri Paesi vorranno seguire l’esempio? Da notare che qui si parla solo di dispositivi satellitari per le comunicazioni, mentre esistono già sciagurati progetti per utilizzarne altri a scopi pubblicitari! In questo caso l’azienda è russa, ma con un nome americano StartRocket. Il sistema si chiama “space advertising” e si prefigge di proiettare in cielo di notte immensi cartelloni pubblicitari luminosi. C’è da augurarsi che qualcuno rinsavisca prima di autorizzare un simile oltraggio alla bellezza dell’Universo!

2) I cavi sottomarini. Per comprendere come il mondo sia collegato ad internet bisogna guardare nei fondali degli oceani: sott’acqua passano centinaia di cavi in fibra ottica che sostengono l’intera infrastruttura di connessione. La rete è stata realizzata negli ultimi decenni ad opera soprattutto di società private.

Microsoft e Facebook hanno completato nell’oceano Atlantico una dorsale in fibra ottica (denominata “Marea”) in grado di trasmettere sino a 160 terabit di dati al secondo. È un cavo lungo 6.500 chilometri collocato ad una profondità di oltre 5.000 metri sotto la superficie del mare.

Sempre Facebook ha in programma la posa di un altro cavo destinato a circumnavigare l’intero continente africano. Nome del progetto: Simba.

Google entro il 2020 poserà “Dunant” tra Francia e USA. Il volume di traffico che Google muove ogni giorno è straordinario, il 25% del totale mondiale, ma la capacità della rete non è infinita. Per questo motivo la società di Mountain View intende ampliare le sue infrastrutture di rete collegando con cavi sottomarini proprietari diverse aree del globo, come il Cile con Los Angeles, gli Stati Uniti con la Danimarca e Hong Kong con l’isola di Guam.

Anche la cinese Huawei Marine Networks, azienda nata nel 2008, sta investendo ingenti risorse per realizzare nuovi cavi sottomarini.

3) La rete 5G. Se le infrastrutture sin qui citate (satelliti e cavi sottomarini) sono destinati a sostenere il traffico dati di maggiori dimensioni, l’incombente rete 5G avrà il compito di portare l’informatica “veloce” in ogni casa e di far dialogare tra loro in tempo reale tutti i dispositivi dotati di una scheda elettronica di comunicazione.

Il 5G permetterà infatti di usare la rete mobile per tutta una serie di servizi che finora sono stati appannaggio di altri mezzi. In futuro dovrebbe soppiantare le attuali connessioni in fibra dando vita all’era degli apparati sempre connessi, senza necessità di passare continuamente da Wi-Fi a rete mobile.

Ma quali i rischi? Mentre il 4G occupava le bande di frequenza “basse”, fino a 20 MHz, il 5G dovrà “appoggiarsi” su bande di frequenza fino a 6 GHz.

Che influenza potrà avere un simile bombardamento di onde radio a frequenze assai elevate su piante e animali, esseri umani compresi?

Inoltre. Le alte frequenze garantiscono l’aumento della velocità, ma rendono la propagazione del segnale più difficile, perché maggiormente sensibili agli ostacoli fisici. Quanti alberi andranno abbattuti per far transitare liberamente le onde del 5G in città e in campagna? Quanti più ripetitori di segnale ci vorranno per una copertura capillare del segnale?

Obiettivo è modificare la rete da fisica a virtuale, definita da software, composta da slices definiti da algoritmi: il network slicing è la capacità di creare dinamicamente “fette” di rete per rispondere ai requisiti delle diverse applicazioni ed è una delle tecnologie chiave del 5G.

Cosa si aspetta l’essere umano da questa “rete sinaptica mondiale” che sta costruendo? Vi sono senz’altro importanti aspetti economici e commerciali che spingono a realizzare questa nuova tecnologia, ma di questi non ci occupiamo perché attengono al lato “venale” dell’uomo.

Vi è invece a mio avviso un aspetto molto, ma molto, più inquietante, sbandierato dai fautori del 5G come assai positivo: essi sostengono, a ragione, che la nuova rete consentirà livelli di interconnessione finora mai raggiunti. Ma, posto che l’uomo pur in assenza di tali livelli è riuscito a devastare ampiamente la biosfera, fin dove si spingerà questa opera distruttiva con l’avvento di una rete di collegamento tanto più efficiente?

La massima ambizione prometeica (o diabolica?) dell’uomo è di accrescere a dismisura il suo potere sulla Terra. Per realizzarla occorre una dose supplementare di intelligenza sia individuale che collettiva. Relativamente alla prima si veda il mio precedente articolo: “Verso cervelli più potenti e con più memoria”. La rete sinaptica mondiale di cui abbiamo parlato risponde al secondo tipo di intelligenza da implementare, quella collettiva.

Vi è poi la concretizzazione dell’intelligenza artificiale quale ulteriore sistema di assoggettamento e dominio della biosfera. Di questa parlerò in altro articolo.

Resta il fatto che tutti questi progetti convergono verso quella attività umana di aggressione alle cellule sane del pianeta che ricorda assai da vicino l’attività svolta dalle cellule cancerogene ai danni delle altre cellule dell’organismo ospitante.

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La distruzione della Natura nell’antichità

Una leggenda assai diffusa anche nel mondo ambientalista è che la devastazione della natura da parte dell’uomo sia di origine piuttosto recente.

Lo sfruttamento intensivo e sconsiderato delle risorse naturali del pianeta sarebbe iniziato un paio di secoli or sono o poco più, allorquando il progresso tecnologico e il sistema produttivo capitalista sfociarono nella rivoluzione industriale.

La rischiosità di una simile impostazione ideologica consiste nel fatto che la colpa di quanto accaduto sembrerebbe imputabile a particolari contingenze storico – filosofico – scientifiche e non ad Homo sapiens in quanto tale.

Per sfatare questa leggenda e ristabilire l’esatta catena delle responsabilità mi sembra pertanto utile riferire, seppur succintamente, dei misfatti compiuti dai nostri lontani antenati già all’alba dei tempi.

Sono solo alcuni esempi che ho rintracciato tra le mie letture. Ognuno di voi potrà effettuare ricerche più approfondite e sono certo che, ahimè, troverà ulteriori prove a sostegno della tesi che il genere umano iniziò a distruggere irrimediabilmente il mondo della natura sin da quando il nostro cervello si evolse in modo abnorme.

IL RACCONTO DI CLIVE PONTING

Un grande storico del comportamento distruttivo del genere umano è stato l’inglese Clive Ponting. Nel suo libro “Storia verde del mondo” (Torino, S.E.I., 1992) ha raccontato dettagliatamente le stragi e devastazioni compiute dall’umanità ai danni della natura.

Uno dei suoi meriti maggiori, a mio avviso, è stato proprio quello di riferire non solo dei disastri recenti, ma anche di quelli più antichi, a riprova che l’atteggiamento di Homo sapiens nei confronti dell’ambiente è stato di cinico e prepotente sfruttamento sin da quando lo sviluppo del suo cervello gli ha consentito di passare da habilis ad erectus e poi per l’appunto a sapiens.

Questo atteggiamento, di cui finalmente iniziamo a renderci conto, consiglierebbe di cambiare l’aggettivo che ci contraddistingue da “sapiens” a “vastator” (devastatore): chi vorrà farsi promotore di tale modifica?

Ma lasciamo direttamente la parole a Clive Ponting:

«La riduzione degli habitat naturali e l’estinzione delle specie su scala locale si può notare dal tempo dei primi insediamenti umani. Nella valle del Nilo l’estensione della zona coltivata, la bonifica delle paludi e la caccia sistematica degli animali portò all’eliminazione di molte specie originariamente native della zona. Al tempo del Regno Antico (2950 – 2350 a.C.) animali come gli elefanti, i rinoceronti e le giraffe erano scomparsi dalla valle. Il diffondersi della colonizzazione nel Mediterraneo produsse gli stessi risultati … Nel 200 a.C. il leone e il leopardo erano estinti in Grecia e nelle zone costiere dell’Asia Minore … La consuetudine romana di uccidere deliberatamente animali selvatici nel corso di giochi e altri spettacoli aumentò il massacro. Si può dedurre l’entità della continua distruzione perpetrata per divertire le folle di tutto l’impero romano, anno dopo anno, per secoli, dal fatto che a Roma furono uccisi 9000 animali nel corso delle celebrazioni durate 100 giorni per l’inaugurazione del Colosseo, e 11.000 per festeggiare la conquista della nuova provincia della Dacia da parte di Traiano.»

«I grandi spettacoli dell’impero romano cessarono in Europa Occidentale dopo il V secolo, ma la distruzione del patrimonio naturale continuò in altri modi.»

«L’ultimo avvistamento di un lupo di cui si ha notizia avvenne nel 1486 in Inghilterra, nel 1576 in Galles, nel 1743 in Scozia e in Irlanda nel primo Ottocento. Anche l’orso bruno era comune in tutta l’Europa Occidentale medievale (pur essendosi estinto in Gran Bretagna entro il X secolo). Tuttavia il numero di esemplari diminuì costantemente in seguito alla caccia e alla distruzione dell’habitat e ora l’animale sopravvive solo in alcune remote zone montuose. La stessa sorte toccò al castoro, anch’esso comune nell’Europa medievale e catturato con le trappole per la sua pelliccia, che si estinse in Gran Bretagna già nel XIII secolo e in seguito in quasi tutto il resto d’Europa.» (pp. 180 – 182)

Queste brevi frasi estrapolate da un discorso più articolato riguardano i danni inferti alla fauna. Ma l’accanimento contro selve e foreste non fu da meno. Nel capitolo “Distruzione e sopravvivenza” del libro citato vi è un dettagliato resoconto dei danni ambientali provocati circa 10.000 anni fa con l’introduzione dell’agricoltura. I cacciatori – raccoglitori si nutrivano di ciò che trovavano o di ciò che riuscivano a catturare. La loro “impronta ecologica” era pertanto minima, insignificante. Ma per far spazio ai campi occorreva disboscare e poi irrigare, operazioni che furono tra le prime a modificare in modo sensibile il panorama e l’habitat dei territori popolati dall’uomo. Ovviamente queste perturbazioni crebbero di intensità e di ampiezza con il trascorrere del tempo, man mano che la comunità umana diveniva più numerosa. Ma la linea di tendenza era tracciata e di lì in avanti non fece che crescere. Per i dettagli rinvio il lettore al capitolo del libro di Ponting.

IL RESOCONTO DI RICHARD LEAKEY

Il famoso paleoantropologo keniano di origine britannica Richard Leakey nel suo libro “La Sesta Estinzione” dedica un apposito capitolo, il decimo, a “L’impatto dell’uomo nel passato”.

Qui esamina i casi di estinzione

  1. della megafauna in America alla fine del Pleistocene (13 / 12.000 anni fa),
  2. dei moa giganteschi della Nuova Zelanda (circa 1.000 anni fa),
  3. dell’avifauna delle isole Hawaii.
  1. Il primo caso è ben noto anche e soprattutto per gli studi condotti da un altro famoso paleontologo, Paul Martin, autore di “Preistoric Overkill”. Più recentemente Stefano Mancuso parla di questa strage nel suo libro “L’incredibile viaggio delle piante” citando uno studio del 2009 di tre studiosi americani “Quantifying the Extent of North American Mammal Extinction Relative to the Pre-Anthropogenic Baseline” (reperibile in rete).

In estrema sintesi: i primi rappresentanti di «Homo sapiens, abilissimo cacciatore, le cui capacità predatorie si erano affinate per decine di migliaia di anni in Africa e in Eurasia» giunsero in America dall’Asia (passando dal ponte di terra dello stretto di Bering) in coincidenza con la fine dell’ultima era glaciale. Si trattò di una «espansione esplosiva … facilitata da una illimitata disponibilità di risorse – terre e prede». Risultato di questa «inesorabile avanzata» fu lo sterminio di tutti i mastodonti che popolavano in gran numero il continente americano e, conseguentemente, dei loro predatori («leoni, orsi giganteschi, tigri dai denti a sciabola …») a cui venne meno la principale risorsa alimentare.

Una vera estinzione di massa provocata dall’uomo.

  1. Le isole che oggi fanno parte della Nuova Zelanda ebbero il privilegio di non essere intaccate dalla presenza umana sino a circa 1.000 anni fa, quando furono raggiunte e colonizzate da un popolo di origine polinesiana, i ben noti “maori”.

La fauna locale era formata esclusivamente da uccelli «ma dei tipi più straordinari, molti dei quali inetti al volo. Protagonisti di questo palcoscenico furono i moa giganteschi, creature simili a struzzi alte più di tre metri e pesanti oltre 250 chilogrammi».

Inutile dire che anche in questo caso i moa e gli altri uccelli fecero una brutta fine: «I resti dei moa dimostrano che i maori sfruttavano gli uccelli come fonte di cibo – li cuocevano in forni a terra – e per ricavarne materiali come le pelli, con le quali si vestivano, e le ossa, che lavoravano per fabbricare armi e gioielli. Gusci d’uovo svuotati servivano come contenitori per l’acqua. Finora nei siti archeologici sono stati rinvenuti gli scheletri di mezzo milione di moa … i maori devono aver macellato i moa per molte generazioni prima che gli uccelli si estinguessero.»

  1. Il caso delle Hawaii è emblematico. Trattandosi di uno degli arcipelaghi più isolati del mondo, ospitava specie animali e vegetali uniche, non presenti altrove. Tutta questa varietà scomparve per colpa dell’uomo, come sempre. Ma «fino a poco tempo fa gli studiosi davano … per scontato che la devastazione ecologica … fosse una conseguenza della colonizzazione europea, avvenuta alla fine del Settecento.» E invece a partire dal 1970 furono compiuti studi approfonditi da parte di più di un naturalista ed emerse che il patrimonio di biodiversità tipico delle Hawaii «si era estinto a distanza di qualche secolo dall’arrivo dei primi coloni polinesiani».

IL MISTERO DELLE NAVI VICHINGHE

Per concludere questa nostra breve carrellata sui delitti ecologici commessi da Homo sapiens ben prima dell’era contemporanea, può essere di un qualche interesse svelare il segreto dei “drakkar”, le famose navi con le quali i Vichinghi navigarono dalla Scandinavia sino al nord America superando le tempeste dell’Atlantico.

Ce lo racconta il professor Andreas Hennius, direttore della sezione Archeologia dell’Università di Uppsala in un suo studio dal titolo “Produzione di catrame in età vichinga e sfruttamento del territorio” citato da un articolo di Repubblica del 19 novembre 2018 dove si dice che:

Il segreto dei vichinghi era il catrame: i drakkar erano resi totalmente impermeabili da molti strati di catrame che proteggevano lo scafo. I vichinghi usavano per ogni nave una quantità di catrame fino a dieci volte superiore a quella impiegata normalmente all’epoca, e a tal fine deforestarono e costruirono presso le loro città e villaggi pozzi per la produzione di catrame con il legname, per poi trasportarlo nelle città costiere e nei loro porti.”

“… senza i passi avanti per l’epoca rivoluzionari compiuti dai vichinghi nella tecnica e tecnologia di produzione del catrame, le loro spedizioni transoceaniche non sarebbero state possibili …”

Prima di allora, la produzione di catrame era svolta, in Nord Europa e altrove, su base artigianale. … A partire dall’VIII secolo d.C. … aumentò drasticamente in Scandinavia.”

I vichinghi riuscirono a raggiungere una produzione di catrame pari a quella industriale costruendo molti pozzi per bruciare le sostanze vegetali e produrre catrame presso i villaggi vicini alle foreste di pini, ampiamente disboscate.”

Per inciso è appurato che anche i Fenici, i Greci e tutti gli altri grandi popoli navigatori dell’antichità disboscarono a man bassa per realizzare le loro navi e le loro case. I cedri del Libano furono le prime vittime illustri di questo sterminio.

Altro che visione idilliaca dell’antichità contrapposta alla nostra voracità odierna: da quando abbiamo iniziato a ragionare ci siamo rapportati al mondo della natura in modo brutale e sopraffatorio.

E per giustificare questo nostro atteggiamento ci siamo persino attribuiti presunte investiture divine che ci avrebbero autorizzato a disporre del creato a nostro piacimento e volontà.

Oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma l’origine della devastazione viene da molto lontano ed è tragicamente coeva dell’abnorme evoluzione patìta dal nostro cervello.

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https://ugobardi.blogspot.com/2019/07/la-distruzione-della-natura.html

Verso cervelli più potenti e con più memoria?

di Bruno Sebastiani

Il Prof. Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, ha pubblicato sul Corriere della Sera del 21 marzo 2019 un articolo dal titolo “Più intelligenti e con più memoria – Il caso delle gemelline nate in Cina dopo l’editing genetico”.

L’intero articolo è consultabile in questo blog .

L’elemento più importante che emerge dallo scritto è che un particolare intervento di biogenetica sarebbe in grado di potenziare memoria e intelligenza.

I soggetti sottoposti a questa pratica di “editing genetico” vengono privati della proteina CCR5 che è “porta d’entrata del virus dell’HIV ma anche inibitore naturale delle sinapsi fra i neuroni di quella regione del cervello che ci aiuta a ricordare (ippocampo). Se togli questo freno potenzi le facoltà intellettuali”.

Come in altri casi, una ricerca scientifica rivolta a un settore specifico (nella fattispecie la prevenzione dell’AIDS) si può rivelare decisiva in un ambito ben più ampio.

Si noti che il discorso non concerne solo gli umani, ma vale anche per altre specie: i “topi privati del gene CCR5 … sono più intelligenti degli altri”.

La notizia ha fatto scalpore in quanto uno scienziato cinese, He Jiankui, ha annunciato nel novembre 2018 di aver applicato la tecnica in questione al DNA di alcuni embrioni umani, dai quali sono nate due gemelline, teoricamente immuni dall’infezione da HIV, ma, soprattutto, predestinate a sviluppare un livello di intelligenza e di memoria superiori alla media.

Si tratta dei primi esseri umani “geneticamente modificati” e, al di là di quelle che saranno le necessarie verifiche sull’esito dell’operazione, la vicenda può essere presa come spunto per importanti considerazioni sui limiti dell’intelligenza e sugli sforzi che l’uomo compie per superarli.

Sin dai miti più antichi l’ambizione umana si è rivolta verso l’espansione dell’intelligenza e verso l’allungamento della vita (esplicite al riguardo le promesse del serpente ad Adamo ed Eva).

In realtà il cervello dell’uomo è già di gran lunga il più potente ed efficiente tra tutti quelli esistenti.

Ma all’essere umano questo non basta. I motivi di tale insoddisfazione sono essenzialmente due.

Da una parte vi è la insaziabile volontà di potenza di nietzschiana memoria, frutto dell’incontro tra l’istinto di sopravvivenza e le capacità cerebrali super-evolute: più si è forti e potenti più si vorrebbe esserlo per meglio sottomettere e dominare ciò che ci circonda.

Da un altro lato l’autocoscienza ci mostra come la Natura sia immensa e le nostre forze siano misere rispetto alle sue. Riusciamo a modificare temporaneamente a nostro vantaggio molte leggi naturali, ma poi queste si rivoltano contro di noi e rischiamo di finire sopraffatti come le tante specie vegetali e animali che abbiamo già condotto all’estinzione.

Ecco allora che un surplus di intelligenza potrebbe forse consentirci di continuare a navigare ancora per un po’ in mezzo alla tempesta che abbiamo scatenato.

In questa direzione vanno le ricerche sulla rete mondiale destinata a collegare tutti i cervelli umani e quelle sull’intelligenza artificiale, alle quali dedicherò la mia attenzione in prossimi scritti.

Ma anche l’intervento effettuato da He Jiankui va in tale direzione, pur se non è ancora dato di sapere quale sarà la sua effettiva efficacia e validità. Emblematica al riguardo è la frase di chiusura dell’articolo di Remuzzi: “Il compito degli scienziati per adesso è solo quello di essere sicuri che questa tecnica eventualmente funzioni e che non crei problemi più grandi di quanti ne vorremmo risolvere.”

Si potrebbe ribattere che l’insieme di tutte le tecniche scientifiche, a fronte di indubitabili vantaggi nel breve periodo, hanno già creato all’uomo (e alla biosfera) problemi più grandi di quanti l’intelligenza umana sia oggi in grado di gestire.

E si può aggiungere che è proprio questo il motivo per cui fioriscono ovunque i vari tentativi di espandere le capacità cerebrali dei singoli individui, della collettività e delle macchine.

Ma il proliferare di questi sforzi è anche la migliore conferma della limitatezza della intelligenza umana, argomento al quale è dedicata questa rubrica di Neuroscienze.net.

Se la nostra superiorità fosse assoluta perché mai dovremmo cercare di espanderla?

La realtà è ben diversa da come la osserviamo. Elaboriamo ogni pensiero come se fossimo al centro della scena perché possiamo vedere o sentire ciò che ci circonda solo con i nostri occhi e con le nostre orecchie. È la famosa visione antropocentrica della realtà.

Se, una volta tanto, utilizzassimo la nostra capacità di astrazione non per elaborare teorie tanto astruse quanto dannose per la Natura ma per immaginarci fuori dal nostro corpo e per guardarci da lontanissimo (con un telescopio?), ebbene allora appariremmo minuscoli come formiche, batteri, virus, infimi animaletti circondati da monti e valli tanto più grandi di noi.

Allora forse freneremmo la nostra smania di crescere numericamente a dismisura e di divorare ogni risorsa del pianeta per nutrire l’immensa schiera di animaletti che abbiamo prodotto e riprodotto.

Questa è la visione ecocentrica della realtà, di fronte alla quale non ha senso cercare di espandere ulteriormente le nostre capacità intellettuali.

Al contrario. Dovremmo accettare con gioia la limitatezza della nostra intelligenza, augurandoci un suo regresso ed auspicando la diffusione planetaria di modelli sociali basati sulla decrescita anziché sul consumismo più folle e deleterio.

Cervelli più potenti potrebbero creare solo disastri più catastrofici, perché comunque sarebbero nulla rispetto alla potenza della Natura.

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https://www.neuroscienze.net/verso-cervelli-piu-potenti-e-con-piu-memoria/

Carne o non carne?

Siamo animali vegetariani o onnivori?

di Bruno Sebastiani

I vegetariani e i vegani sostengono che mangiare carne sia nocivo per gli animali uccisi, per la salute di chi li mangia e per l’ambiente.

Nonostante la percentuale ridotta di chi aderisce a queste diete, meno del 10% della popolazione mondiale, le argomentazioni esposte contengono elementi che meritano la massima considerazione.

Riassumiamoli partitamente e poi svolgiamo ulteriori considerazioni.

1 – Nocività per gli animali uccisi

Chi è preda e soccombe non può che vivere con angoscia il proprio annientamento. Ma se questa è una legge universale, il dramma vissuto dal bestiame ai nostri giorni è di dimensioni ben più ampie sia quantitativamente che qualitativamente. Non riporterò in questa sede i dati numerici né riferirò delle terribili condizioni in cui vivono e muoiono gli animali negli allevamenti intensivi. Si tratta infatti di situazioni ben note e documentate, sebbene la maggioranza delle persone preferisca ignorarle. In quel tipo di allevamenti viene praticato l’esercizio massimo di violenza nei confronti della natura. Là persino il venire al mondo è in funzione della successiva macellazione. E, tra la nascita e la morte, la vita trascorre in una serie inenarrabile di tormenti.

2 – Nocività per chi mangia gli animali uccisi

Mentre il primo tipo di nocività è indubbio, relativamente al secondo tipo, la nocività della dieta carnivora per gli esseri umani, l’argomento è controverso. Analizzare la questione significherebbe addentrarsi in un ginepraio di dati e informazioni contrastanti dal quale sarebbe difficile uscire. Mi limiterò pertanto ad assumere come elemento di sicura nocività (universalmente conclamata in campo medico) l’eccessivo consumo di carne da parte dell’uomo e ignorerò per il momento l’estremo opposto, ovvero se possa essere nociva anche una dieta completamente priva di carne e suoi derivati.

3 – Nocività degli allevamenti di animali per l’ambiente

Per consentire la dieta carnivora di 7 miliardi di persone (il 90% della popolazione non vegetariana), occorre mantenere in vita e poi uccidere oltre 29 miliardi di animali (dati FAO del 2014). Questi numeri non consentono di riservare a tali animali gli spazi e il tipo di vita che madre natura aveva progettato per loro. Di qui l’esigenza di allestire gli allevamenti intensivi, resi ancor più infelici e brutali dall’avidità e dalla cattiveria umana. La concentrazione di tanto materiale organico in spazi ristretti è fonte di grave inquinamento per il pianeta, così come l’altro elemento di elevata nocività è rappresentato dal mangime necessario per sfamare 29 miliardi di bocche: per produrlo ampie zone del pianeta vengono deforestate e sottoposte a monocolture intensive di soia e di altri legumi e cereali. Anche in questo caso ometto di citare i dati, facilmente reperibili in rete e su importanti testi qualificati.

Se questi sono i capi di accusa rivolti da vegetariani e vegani ai cosiddetti “onnivori”, quali altre argomentazioni possono essere svolte a completamento del tema?

Ulteriori considerazioni

1 – Il ruolo svolto dall’alimentazione carnivora nell’evoluzione della nostra specie

Praticamente tutti gli antropologi concordano sul fatto che i nostri lontanissimi progenitori fossero erbivori. Tra sette e cinque milioni di anni fa avvenne la mutazione che dall’albero genealogico dei primati originò il nuovo ramo della nostra specie, i cui primi esponenti furono gli australopitecini, caratterizzati da un cervello di dimensioni maggiori di quello degli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi.

Secondo Richard Wrangham, antropologo britannico allievo di Jane Goodall e autore di “Catching Fire. How Cooking Made Us Human” (tradotto in italiano con il titolo “L’intelligenza del fuoco. L’invenzione della cottura e l’evoluzione dell’uomo”, Bollati Boringhieri, 2014) il «passaggio da una dieta a base di fogliame a una – qualitativamente superiore – a base di radici è una spiegazione plausibile del primo incremento delle dimensioni del cervello (da 350 a 450 cm3 circa) nel passaggio dalle scimmie antropomorfe della foresta agli australopitecini» (p. 130).

A questo primo incremento ne seguirono altri di entità ben maggiore in corrispondenza di importanti variazioni nella dieta degli ominidi, che iniziò a contemplare l’assunzione di proteine animali. Wrangham individua tre di tali variazioni.

La prima sarebbe avvenuta poco più di due milioni di anni fa, allorquando il nostro antenato Homo habilis iniziò ad affilare pietre e a mangiare carne. I ritrovamenti archeologici non lasciano dubbi al riguardo. Le difficoltà connesse a una dentizione e a un organismo inadatti al consumo di carne cruda furono superate in parte grazie all’uso di questi strumenti litici (che consentivano di tagliare e battere la carne) e in parte grazie a lente e graduali modifiche anatomiche. Secondo “The Expensive-Tissue Hypothesis” (“L’Ipotesi del Tessuto Costoso”) di Leslie Aiello e di Peter Wheeler (pubblicata nell’aprile 1995 su “Current Anthropology”), il consumo di carne avrebbe fatto crescere le dimensioni del cervello e consentito la parallela diminuzione delle dimensioni dell’intestino. La capacità cranica di Homo habilis passò da 450 a 612 cm3.

La seconda variazione, ben più sostanziosa, avvenne 1,8 milione di anni fa con il passaggio da Homo habilis a Homo erectus e con un aumento delle dimensioni del cervello da 612 a 870 cm3 (primi esemplari di “erectus”) fino a 950 cm3 (tardi esemplari, un milione di anni fa). Tale balzo avvenne contestualmente all’”addomesticamento” del fuoco e al suo uso per la cottura della carne e di altri cibi. «Per oltre 2,5 milioni di anni i nostri antenati hanno tagliato via la carne dalle ossa delle loro prede, e l’impatto fu rilevante. Una dieta che comprendeva carne cruda e vegetali … diede inizio all’evoluzione di cervelli più grandi … Ma … ci sarebbe voluta l’invenzione della cottura per trasformare gli habilines (Homo habilis) in Homo erectus e dare il via al viaggio che ha condotto … fino all’anatomia dei moderni esseri umani.» (Wrangham, op. cit., p. 118)

Una terza variazione « … si verificò con la comparsa dell’Homo heidelbergensis (altrimenti conosciuto come Homo sapiens arcaico), a partire da ottocentomila anni fa. Anche questo aumento fu sostanziale e fece sì che il cervello raggiungesse i 1200 centimetri cubici circa.» (ibidem, p. 134) Quali le cause di questo nuovo balzo in avanti? «Una possibilità è l’introduzione di una tecnica di caccia più efficace … ciò rende … credibile l’ipotesi che l’assunzione di carne, e di conseguenza l’utilizzo di grassi animali, sia aumentato in modo significativo … e abbia giocato un ruolo nell’evoluzione da Homo erectus a Homo heidelbergensis. In alternativa, di sicuro la cottura continuò ad avere effetti sull’evoluzione del cervello anche molto tempo dopo che era stata inventata, perché con il trascorrere del tempo i metodi di cottura migliorarono.» (ibidem, pp. 134 – 135)

A quell’epoca eravamo cacciatori e raccoglitori, onnivori e cioè mangiatori di animali e di piante. Così siamo ancora oggi, a oltre due milioni di anni di distanza. Sono cambiate le fonti di approvvigionamento: la pastorizia e l’allevamento hanno sostituito la caccia, l’agricoltura ha sostituito la raccolta. Ciò che ci metteva a disposizione la natura oggi ce lo procuriamo artificialmente e con ordini di grandezze ben superiori a quelli di una volta.

2 – In natura è normale cibarsi di carne

Avremmo potuto non imboccare la via dell’alimentazione carnivora e rimanere erbivori? È una domanda priva di risposta in quanto inverificabile. Ma nel ragionare di tale argomento teniamo comunque presenti due questioni.

Prima questione. Anche le piante sono dotate di vita, e noi come tutti gli altri onnivori ed erbivori ce ne cibiamo senza alcuno scrupolo.

Seconda questione. Molte specie animali sono carnivore. Ma anche le altre si nutrono di organismi viventi più o meno grandi. Il pesce grosso mangia quello piccolo e quest’ultimo si nutre di plancton, che è un misto di organismi animali e vegetali, le galline mangiano i vermi ecc. ecc. Ma qual è il limite dimensionale al di sotto del quale è ammissibile per la morale “vegetariana” sopprimere una vita a fini alimentari e al di sopra del quale non lo è? Sembra di capire che una certa dose di antropocentrismo venga trasmessa, quasi come proprietà transitiva, agli animali di dimensioni come le nostre o poco maggiori o poco minori, talché uccidere un vitello o un pollo e mangiarlo è riprovevole, mentre uccidere un microorganismo o un insetto non lo è, o lo è molto meno.

La verità è che la vita è un processo trasformativo che fagocita di continuo organismi viventi per consentire ad altri organismi viventi di nascere, svilupparsi, crescere e morire in un ciclo senza fine. Persino il nostro corpo dopo la morte diverrebbe pasto per vermi, iene o avvoltoi se venisse abbandonato alla natura anziché essere tumulato in casse a tenuta stagna.

Non è quindi il mangiar carne lo scandalo, ma il modo in cui noi uomini ce la procuriamo, le indicibili sofferenze inflitte ai 29 miliardi di animali che alleviamo a scopo alimentare.

3 – Che effetti può avere una dieta priva di carne sul lungo periodo?

Questa terza considerazione è certamente quella che più delle altre sarà oggetto di critiche da parte di vegetariani e vegani, i quali giurano e spergiurano che la salute umana non può che trarre benefici dall’eliminazione della carne.

Poiché mi rendo conto che la questione è complessa, assai difficile da dirimere e coinvolge troppe esperienze individuali, cercherò di affrontare l’argomento da un punto di vista evolutivo, astenendomi dal commentare le singole situazioni pro o contro l’uso della carne.

Per essere più esplicito non tirerò in ballo i casi di quei vegetariani o vegani che dopo un periodo più o meno lungo di astinenza dai prodotti animali sono tornati a mangiarli per motivi di salute o ideologici.

Spesso questi voltafaccia sono conseguenti a scelte fatte con leggerezza o, peggio, per sfruttare la moda del “biologico” e del “mangiar sano”, come nel caso di una famosa youtuber crudista vegana (Yovana Mendoza Rawvana) che è stata recentemente sorpresa a mangiare pesce fritto.

In altre situazioni la scelta di far ritorno alla dieta onnivora è ben più sofferta e meditata, come nel caso di Lierre Keith, nota attivista ambientalista americana, fondatrice, insieme a Derrick Jensen, del movimento Deep Green Resistance, diffuso in tutto il mondo. Dopo anni di sofferenze sopportate stoicamente per rispetto della vita degli animali, Lierre ha compreso quanto ho evidenziato nella mia seconda considerazione, e cioè che in natura la vita si nutre della vita, nonché ha realizzato quanto sia nociva la moderna agricoltura per la conservazione della biosfera. Ha descritto questo suo tormentato itinerario nel libro “The Vegetarian Myth: Food, Justice, and Sustainability”, pubblicato in Italia nel 2015 da Sonzogno con il titolo “Il mito vegetariano”. A questo testo, oltremodo serio e documentato, rinvio chi volesse approfondire i singoli aspetti e le difficoltà di chi fa la scelta vegana e poi torna sui propri passi.

Ma escludendo l’esame dei singoli casi, di minore o maggior peso, proviamo ad osservare il problema dal punto di vista non dell’individuo ma della specie.

Il passaggio dall’alimentazione erbivora a quella carnivora (o meglio onnivora) ha richiesto milioni di anni, nel corso dei quali il nostro fisico e la nostra anatomia si sono lentamente modificati adattandosi alle nuove sostanze nutritive. È ragionevole pensare che ora, nel corso di una sola generazione, si possa tornare ad essere erbivori? È legittimo credere che ciò possa avvenire senza conseguenze fisiche per chi si sottopone alla nuova dieta?

Ma ammettiamo che il nuovo regime sia sostenibile da chi lo adotta e che i singoli vegani – utilizzando particolari prodotti vegetali o alcuni integratori alimentari messi a disposizione dall’industria chimica – riescano a vivere felicemente la loro scelta. Che ne sarà delle future generazioni? Se il sistema venisse esteso a tutta la popolazione mondiale, come evolverebbe Homo sapiens da qui a centomila o un milione di anni?

Forse in quel futuro Homo sapiens non ci sarà più, ma questo è un altro discorso.

Proviamo invece a ragionare secondo il ben noto imperativo categorico kantiano che ci impone di comportarci come se ogni nostra scelta potesse essere replicata utilmente per il bene di tutti i nostri consimili. E teniamo presente che il nostro cervello ha raggiunto le sue attuali dimensioni anche in conseguenza del consumo di carne. Se non la si mangiasse più, regredirebbe? E l’intestino tornerebbe a crescere per poter assimilare solo vegetali? Forse il pianeta gradirebbe un arretramento delle nostre capacità intellettuali, ma si tenga presente che voler modificare artificialmente l’evoluzione comporta il rischio di disastri ben più gravi delle disfunzioni che si intende correggere.

Conclusione

Siamo davanti a un vicolo cieco e la strada sin qui fatta non può essere percorsa a ritroso! Il numero degli umani è spropositato, la nostra alimentazione prevede la carne e per soddisfare questa esigenza gli allevamenti intensivi sono una triste necessità. Se volessimo lasciar crescere liberi all’aperto gli oltre 29 miliardi di animali da noi allevati a scopo alimentare, ciascuno di essi avrebbe a disposizione meno 2.000 metri quadrati di terra (tenuto conto di una superficie terrestre “utilizzabile” di circa 57,8 milioni di km2), da condividere con gli spazi agricoli, quelli urbani, quelli boschivi e quelli riservati agli animali selvaggi (ma questi sono sempre meno, a breve spariranno). E parte del terreno sarebbe montuoso. Una situazione insostenibile. L’auspicio di vegetariani e vegani di non mangiar più carne risolverebbe parte dei problemi, ma va contro la natura dell’essere umano così come si è evoluta in milioni di anni, e perdippiù non è condiviso dal 90 % della popolazione. Bisognerebbe imporlo con la forza, e c’è da temere che l’ecocatastrofe che si profila all’orizzonte comporti prima o poi la necessità di nuove forme dittatoriali: un esito ben triste per un’era nata col sogno del progresso e della libertà. Ma la ristrettezza degli spazi aumenta l’aggressività negli animali come negli uomini, e forse anche noi un giorno dovremo essere rinchiusi in gabbie metalliche all’interno di enormi capannoni come capita oggi a mucche e maiali.

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https://ugobardi.blogspot.com/2019/06/carne-o-non-carne-siamo-animali.html

Figli delle stelle?

Modifiche geniche e accrescimento dell’encefalo

Secondo due autori italiani, Pietro Buffa e Mauro Biglino, il nostro divenire uomini sarebbe addebitabile ad interventi biogenetici effettuati da misteriosi esseri provenienti dallo spazio. La tesi è stravagante e non si basa su prove storiche accertate, ma contiene un aspetto scientifico di estremo interesse. La nostra neocorteccia si sarebbe infatti accresciuta proprio in conseguenza di modifiche al nostro patrimonio genetico. Senza scomodare improbabili visitatori extra terrestri si può ritenere che tali modifiche si siano prodotte casualmente nel corso dell’evoluzione dando vita a quella abnorme crescita che ci ha consentito di dominare il mondo.

di Bruno Sebastiani

In un recente articolo ho parlato di un monumento enigmatico che sorge in Georgia, USA.

Secondo alcuni quel monumento (“la Stonehenge americana”) sarebbe una base di atterraggio per extraterrestri con le indicazioni ai medesimi per ricostruire la società degli uomini.

Altri fenomeni apparentemente inspiegabili vengono fatti risalire all’intervento di creature aliene per scopi non meglio precisati.

Uno su tutti: i famosi cerchi nel grano che hanno iniziato ad apparire in Inghilterra intorno al 1980 e che poi si sono diffusi in tutto il mondo.

Stravaganze indotte dall’attrazione per l’ignoto e dal desiderio di sensazionalismo.

Ma ben pochi, a mia conoscenza, si erano spinti fino ad attribuire la nostra stessa evoluzione di esseri umani all’intervento di extraterrestri.

A colmare questa lacuna, in modo diffuso e approfondito, ci hanno pensato due autori italiani che, grazie a questa loro teoria, hanno raggiunto un discreto grado di notorietà.

Mi riferisco al biologo molecolare Pietro Buffa e al biblista Mauro Biglino, autori del libro “Resi Umani” (2018, Uno Editori).

In precedenza Buffa aveva scritto “I geni manipolati di Adamo” (2015) e Biglino svariati libri, tutti volti a confutare la soprannaturalità dei testi biblici, che, a suo avviso, avrebbero invece semplicemente raccontato della colonizzazione della Terra da parte di extraterrestri denominati Elohim.

Costoro, secondo entrambi gli autori, avrebbero manipolato il nostro codice genetico, inserendo e modificando geni atti a far crescere la neocorteccia del nostro encefalo. Lo scopo di tale operazione sarebbe stato quello di avere a disposizione una nutrita schiera di lavoratori abili e disciplinati, una vera e propria opera di addomesticamento, ma di elevato livello.

Questa teoria prende nome di ”intervento biogenetico” e vorrebbe porsi come alternativa sia al creazionismo sia all’evoluzionismo.

Nell’introduzione a “Resi umani” la giornalista Sabrina Pieragostini scrive: «Non solo gli effetti deleteri sul pianeta di questa supposta superiorità umana sono sotto gli occhi di tutti, ma sono sempre più evidenti anche le incongruenze, le contraddizioni, le lacune e le illogicità che in misure e forme diverse i due sistemi dottrinali palesano.» (p. 9)

I due sistemi dottrinali sono per l’appunto creazionismo e evoluzionismo. Ma qui emerge in tutta la sua evidenza la contraddittorietà dell’ipotesi delineata: se questi esseri provenienti da altri mondi erano dotati di intelligenza così superiore, perché hanno provocato una crescita della nostra neocorteccia tale da metterci in grado di distruggere la biosfera?

Per la verità questa obiezione riguarda anche il creazionismo: come ha potuto l’essere perfettissimo consentire questo “errore di natura”?

Nei secoli i filosofi si sono affannati per cercare una risposta convincente a questo dilemma, e il parto di tanto travaglio ha preso il nome di “libero arbitrìo”.

Ma allora perché questi nostri “creatori” o “manipolatori” hanno consentito il “libero arbitrìo” sapendo che l’avremmo usato per il male?

Queste obiezioni confermano l’evoluzionismo come unica dottrina in grado di spiegare la realtà: la natura opera a caso, i frutti buoni li conserva, quelli cattivi li scarta (lascio al lettore il compito di giudicare in quale categoria inserire l’essere umano).

Tornando agli Elohim manipolatori ci sono altre incongruenze che rendono ben poco credibile l’ipotesi di Buffa e Biglino, prima tra tutte il fatto che non vi è traccia alcuna del passaggio di questi esseri sulla Terra.

Dedurre la loro presenza storica dall’interpretazione letterale di alcuni passaggi dell’Antico Testamento è come ritenere profetiche (a posteriori!) le quartine di Nostradamus forzando arditamente il significato dei versi.

Ognuno di questi alieni avrebbe vissuto centinaia di anni (il più longevo avrebbe sfiorato il millennio). Motivo di più per lasciar traccia concreta del loro passaggio, considerando oltretutto che la loro civiltà sarebbe stata super-evoluta.

Sarà il caso di ricordare che l’uomo appena arrivato sulla Luna ha piantato la sua bandiera e ha lasciato una targa in acciaio inossidabile con la scritta: «Qui uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta, luglio 1969 A.D. Siamo venuti in pace a nome di tutta l’umanità.»

E invece niente, i nostri “manipolatori” non ci hanno lasciato alcun segno della loro esistenza e noi oggi siamo costretti a tentare di decifrarne l’esistenza dal racconto di alcuni poveri esseri umani che li avrebbero conosciuti di persona.

Come si vede l’ipotesi è di ardua condivisione.

Ciò detto vi è da aggiungere che i libri di Buffa contengono una parte di impostazione scientifica ben più interessante ed affascinante di quella “paleoastronautica”.

Egli infatti indaga con competenza sulle mutazioni intervenute nei geni del DNA delle scimmie antropomorfe e su quelli originali della specie umana, e ci fornisce spiegazioni convincenti di come e perché il nostro encefalo si sarebbe abnormemente sviluppato.

Tali mutazioni e innovazioni genetiche avrebbero spinto in questa direzione, dopo di che altri fattori sarebbero subentrati per ulteriormente accrescere le nostre capacità cerebrali (l’alimentazione, la vita sociale, il linguaggio ecc.)

Ma questi ulteriori fattori erano ben noti da tempo, mentre la causa genetica alla base dello sviluppo della nostra intelligenza costituisce la spiegazione piuttosto recente del nostro essere “sapiens”.

Sennonché la mutazione genetica del DNA delle cellule è anche alla base della carcinogenesi, allorquando le cellule sane che subiscono tale mutazione si trasformano in cellule tumorali ed iniziano a proliferare indiscriminatamente, esattamente come è accaduto alla specie “Homo” una volta divenuta “sapiens”.

Questo Buffa non lo dice, l’analogia è tanto evidente quanto spaventosa e per condividerla occorre essere disposti a ribaltare ogni convincimento sulla positività del sapere scientifico.

Difficile per uno scienziato cimentarsi in una giravolta tanto ardita! Ma anche la fede negli alieni manipolatori è tesi alquanto ardita. E allora aspettiamo al varco Pietro Buffa e tutti gli altri scienziati intellettualmente onesti. Man mano che la situazione precipiterà saranno costretti a fare dietro front. L’augurio è che lo facciano il prima possibile, in modo tale da poter utilizzare il loro sapere per cercare di limitare il più possibile i danni che stiamo infliggendo alla biosfera.

https://www.neuroscienze.net/figli-delle-stelle/

 

Un monumento enigmatico – Le Pietre Guida della Georgia e il loro significato

di Bruno Sebastiani

Negli Stati Uniti, in Georgia, esiste un monumento che merita di essere descritto e interpretato. Si tratta delle “Georgia Guidestones” o “Pietre Guida della Georgia”, da qualcuno ribattezzato la Stonehenge americana.

Il riferimento è al sito devozionale neolitico che si trova in Inghilterra e la cui costruzione risale ad un periodo compreso tra il 3100 e il 1600 a.C.

Al contrario, le Pietre della Georgia sono recentissime, hanno meno di 50 anni.

Nel 1979 un signore, sotto lo pseudonimo di R.C. Christian, commissionò a una ditta di Elberton la realizzazione della struttura. La scelta del luogo dipese dal fatto che Elberton, capoluogo della contea di Elbert, è considerata la “capitale del granito” degli Stati Uniti. Quanto allo pseudonimo pare che sia stato un tributo al fondatore del rosacrocianesimo, Christian Rosenkreuz, del XIV secolo.

Il monumento, inaugurato nel marzo 1980, consta di un pilastro al centro e quattro lastre rettangolari alte quasi sei metri attorno a forma di “X”, con una lastra di copertura appoggiata al pilastro e alle lastre.

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Un foro posto nel pilastro centrale consente di individuare la stella polare, mentre una fessura inquadra il sole nascente durante i solstizi e gli equinozi.

Un altro foro, ricavato nella pietra orizzontale, a mezzogiorno preciso fa entrare un raggio di sole, che, riflettendosi sul pilastro centrale, indica il giorno dell’anno.

Per realizzare l’opera fu necessario l’intervento di un astronomo che indicò come orientare correttamente le pietre secondo il percorso del sole durante l’anno.

Ma l’elemento di maggior interesse non è la funzione astronomica del monumento, bensì il “decalogo” inciso in otto lingue (inglese, spagnolo, swahili, hindi, ebraico, arabo, cinese e russo) sulle quattro grandi lastre verticali, e cioè:

  1. Mantieni l’Umanità sotto 500.000.000 in perenne equilibrio con la natura.
  2. Guida saggiamente la riproduzione, migliorando salute e diversità.
  3. Unisci l’Umanità con una nuova lingua viva.
  4. Domina passione, fede, tradizione e tutte le cose con la sobria ragione.
  5. Proteggi popoli e nazioni con giuste leggi e tribunali imparziali.
  6. Lascia che tutte le nazioni si governino internamente, e risolvi le dispute esterne in un tribunale mondiale.
  7. Evita leggi poco importanti e funzionari inutili.
  8. Bilancia i diritti personali con i doveri sociali.
  9. Apprezza verità, bellezza e amore, ricercando l’armonia con l’infinito.
  10. Non essere un cancro sulla terra, lascia spazio alla natura, lascia spazio alla natura.

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La struttura del monumento è stata progettata per resistere agli eventi più catastrofici che potrebbero abbattersi sulla Terra e i dieci “comandamenti” hanno la funzione, nell’intendimento di chi li ha scritti, di indicare la via per costruire un mondo nuovo, una civiltà che non finisca per autodistruggersi (nel 1979 l’ipotesi di un conflitto nucleare non appariva tanto remota, e per la verità non lo è neppure oggi).

Ai bordi della pietra sommitale c’è inciso un messaggio scritto in quattro lingue morte (babilonese, greco antico, sanscrito, e geroglifici egiziani) che recita: “Lascia che queste pietre-guida conducano a un’era della ragione.”

Discosta dal monumento, c’è un’altra pietra dove ci sono incise le spiegazioni per l’uso astronomico, l’autore (R.C. Christian), gli sponsor (un piccolo gruppo di americani che cercano l’Era della Ragione), e il riferimento a una capsula del tempo che dovrebbe essere sepolta sotto la pietra, ma senza indicazioni per la data di apertura.

Su una lastra a breve distanza sono incise alcune note sulla storia e lo scopo del monumento.

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Quale il significato e quale la portata dei messaggi incisi nel granito? Tralasciamo l’interpretazione di chi crede che il monumento sia una base di atterraggio per alieni con le indicazioni ai medesimi per ricostruire la società degli uomini.

Più attendibile la versione di chi crede che con il “decalogo” qualcuno (non importa chi) abbia voluto indicare i principi che – se applicati – consentirebbero la sostenibilità della presenza umana sul pianeta.

Non a caso il primo “comandamento” è “Mantieni l’Umanità sotto 500.000.000 in perenne equilibrio con la natura”. È indubbio infatti che tutti i problemi da noi creati ai danni della biosfera (e in definitiva di noi stessi) derivino dalla proliferazione indiscriminata della nostra specie.

In altri articoli e nei miei libri ho paragonato questa pandemia alla crescita di un cancro che divora i tessuti sani dell’organismo ospitante.

In sintonia con questa ipotesi l’ultimo “comandamento” recita: “Non essere un cancro sulla terra, lascia spazio alla natura, lascia spazio alla natura”.

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Ma un tumore può decidere di non essere più un tumore? Lasciamo in sospeso l’argomento in attesa di riprenderlo in altra sede.

Osserviamo invece che l’insieme dei “comandamenti” è stato interpretato come una sorta di programma per l’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale.

In tale direzione andrebbe il punto 3) “Unisci l’Umanità con una nuova lingua viva”, ma, a mio avviso, non andrebbe il punto 6) “Lascia che tutte le nazioni si governino internamente, e risolvi le dispute esterne in un tribunale mondiale”: il fantomatico Nuovo Ordine, infatti, dovrebbe puntare all’unificazione amministrativa, politica ed economica degli oltre duecento stati sovrani oggi esistenti, pena l’ingovernabilità del pianeta a causa delle troppe unità amministrative separate, autonome e spesso tra loro litigiose.

Indipendentemente dai reali intendimenti del novello Mosè estensore di questo decalogo, le Pietre Guida attirarono le ire dei nemici del mondialismo e alcuni di costoro nel 2008 le sfregiarono con scritte in vernice rossa. In particolare una delle scritte diceva: “L’elite vuole l’80% di noi morto, vedi il punto 1”.

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Questa affermazione, per quanto farneticante possa apparire, fa riferimento al dilemma fondamentale della nostra specie, la sovrappopolazione, ed è sbagliata per difetto. In quell’anno la popolazione mondiale era di 6.764 milioni di persone: rimanere in 500 milioni avrebbe significato una riduzione di 6.264 milioni di esseri umani, e cioè quasi il 93% del totale!

Sicuramente chi aveva indicato la cifra di 500 milioni non pensava ad una riduzione con sistemi violenti, bensì ad una decrescita demografica attraverso il controllo delle nascite. Ma anche un simile sistema ha gravi controindicazioni.

Ho dedicato a questo argomento un capitolo del mio libro “Il Cancro del Pianeta”, dal titolo “Le improponibili soluzioni al problema della sovrappopolazione”. A quelle pagine rimando chi fosse interessato ad approfondire l’argomento.

Comunque sia, l’aver messo il decremento degli esseri umani come prima raccomandazione sta a significare che gli estensori del decalogo erano veramente “illuminati”, a conoscenza cioè della reale origine dei problemi che affliggono la biosfera.

Questi ultimi sono causati dalla crescita esponenziale della popolazione, e quindi dei consumi, in un mondo dalle risorse limitate. Si potrà consumare meno e in modo più razionale, così come potremo sfruttare le risorse in modo più produttivo, ma prima o poi non ci sarà abbastanza cibo per una popolazione in continuo aumento né energia per un numero di macchine sempre crescente.

Questa consapevolezza è confermata anche dal già citato ultimo “comandamento”: “Non essere un cancro per la Terra, lascia spazio alla natura, lascia spazio alla natura”.

L’aver individuato il nocciolo della questione fa del monumento un punto di riferimento importante, al quale si deve guardare con interesse.

Personalmente non approvo il richiamo alla ragione per il dominio delle passioni e per la creazione di una nuova era. Il motivo è che è stata proprio la ragione a condurci nella attuale situazione di tragico degrado ambientale. È stata la ragione che ci ha consentito di uscire dallo stato di natura e ci ha condotto, passo dopo passo, a sfigurare il volto del pianeta e a distruggere innumerevoli specie animali e vegetali.

Ma quel che è fatto è fatto. C’è da chiedersi se la causa di tutti i mali sia ora in grado di ripararli, se un tumore possa decidere di non essere più un tumore.

Le Pietre Guida della Georgia sono fatte per durare millenni. Chissà se qualcuno le troverà in futuro e le leggerà così come noi oggi leggiamo gli antichi caratteri cuneiformi! Una cosa è certa: in un’epoca in cui le costruzioni sono fatte solo per soddisfare esigenze materiali e per durare pochi decenni il monumento americano rappresenta una importante eccezione degna di rispetto e attenzione.

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https://ilcancrodelpianeta.blogspot.com/

Recensioni a “Il Cancro del Pianeta”

Gabriella (su Amazon)

23 novembre 2017

Sbalordita osservo gli orrori del mio tempo ho trovato in questo libro spiegazioni logiche alla deriva a cui assistiamo e di cui subiamo le influenze. La consapevolezza forse salverà le generazioni future … leggere conoscere agire.

Giorgio (su Amazon)

12 dicembre 2017

Un libro che apre spunti interessanti per la rilettura della visione imperante di una storia dell’umanità in chiave antropocentrica. La tesi di fondo è che il genere umano rappresenta un clamoroso fallimento in termini di convivenza armoniosa con il pianeta che lo ospita. Come un tumore, le sue metastasi si propagano e raggiungono le parti sane dell'”organismo terrà” sino a causarne la morte. Un’opera che, al di là degli spunti più o meno sviluppati e più o meno condivisibili ivi trattati, lascia poco spazio ad una prospettiva futura di speranza di inversione di una tendenza distruttiva che si autoalimenta nella pura inerzia dei numeri e del loro progressivo ed inarrestabile moltiplicarsi.

Dante (su La Feltrinelli.it)

5 febbraio 2018

Libro intelligente che meriterebbe il Premio Nobel, in modo da scuotere le menti di chi conta nel mondo intero.

Daniela (su IBS)

24 maggio 2018

Sto leggendo il libro: è per menti aperte e coraggiose. Non penso che molti siano disposti ad accettare una interpretazione così realistica ed appropriata della presenza umana, oggi, sulla Terra.

Samuele (su IBS)

9 marzo 2019

Bruno Sebastiani parte dagli albori della storia e ripercorre il cammino dell’uomo su due binari paralleli, quello dello sviluppo demografico e tecnologico e quello del pensiero filosofico e religioso. E lo fa con pazienza, tracciando passo dopo passo la traiettoria di una specie che, grazie alle proprie capacità intellettive, si libera dai limiti tipici della natura e si sviluppa con la rapidità e l’aggressività del cancro. Le tesi sostenute sono spesso scomode ed a volte ci si trova davanti a veri e propri ribaltamenti di paradigmi tra buoni e cattivi, un po’ come nelle opere di Edward Abbey. Una lettura consigliata perché fa aprire la mente guardando il mondo da un’altra prospettiva.

Lettera aperta ai giovani che lottano per la salvezza della biosfera

Cari ragazzi

voi avete dato vita a una rivoluzione, ed è la prima volta nella storia che una rivoluzione ha come obiettivo la salvezza della biosfera.

Questo è un avvenimento che rappresenta una svolta epocale nella vicenda umana e deve pertanto essere supportato da una base ideologica che rappresenti una svolta altrettanto epocale nella storia del pensiero.

Per tale motivo vi propongo alcuni spunti per la costruzione di una valida base ideologica.

  1. Nessun essere vivente ha mai creato squilibri ai danni della biosfera come quelli causati dall’uomo. Questo perché gli animali sono guidati dall’istinto e gli “interessi” contrapposti delle varie specie si sono sempre autoregolati nell’ambito del mondo della natura.
  2. Ad un certo punto della sua evoluzione biologica il cervello dell’uomo ha superato le dimensioni che gli consentivano di vivere seguendo semplicemente l’istinto e tale crescita gli ha permesso di iniziare ad intervenire sul mondo della natura modificandolo a suo piacimento.
  3. L’istinto di sopravvivenza unito alle nuove facoltà intellettuali ha dato vita alla volontà di potenza. Nella lotta per la vita Homo sapiens ha sconfitto con questa nuova arma, la super intelligenza, tutti i suoi concorrenti ed è diventato il re del mondo.
  4. Per giustificare questa nuova condizione gli antichi si sono inventati miti e religioni secondo i quali saremmo stati investiti di questo potere nientemeno che dal creatore dell’Universo.
  5. In base a tali convincimenti sin dagli albori della storia abbiamo iniziato a distruggere i tessuti sani del pianeta, portando all’estinzione un gran numero di specie animali ed intervenendo pesantemente sul mondo vegetale con l’invenzione dell’agricoltura.
  6. L’opera di distruzione è andata via via aumentando di intensità parallelamente alla crescita e alla diffusione della cosiddetta “civiltà”, fino ad oggi, momento storico in cui stiamo prendendo coscienza di essere molto vicini al punto di “non ritorno”.
  7. Questa tragica situazione si è verificata perché l’intelligenza umana è cresciuta fino a consentirci di modificare l’ambiente a nostro favore e a sfavore di tutti gli altri esseri viventi, ma non è cresciuta a sufficienza per ristabilire un equilibrio altrettanto duraturo.
  8. Abbiamo operato come le cellule di un tumore: siamo cresciuti a dismisura e abbiamo distrutto i tessuti sani dell’organismo planetario che ci ospita, ed ora ci accorgiamo di aver portato questo organismo in prossimità della fine, che costituirebbe anche la nostra fine.
  9. Pur in presenza di una situazione tanto grave è doveroso tentare di mettere in atto ogni azione che possa scongiurare, o quanto meno ritardare, la distruzione della biosfera. Per tale motivo è assolutamente necessario avviare sin da subito ogni iniziativa volta alla decrescita.

È compito della vostra rivoluzione individuare sistemi e strumenti con i quali intervenire nei confronti dei governanti per richiamare la loro attenzione alle vere priorità. Ma nel fare questo non dovete farvi ingannare da negazionisti e falsi ecologisti, e il modo migliore per restare saldi nei vostri propositi è di ancorare il vostro movimento ad una solida base ideologica.

Quella che vi ho indicato è solo una traccia di un percorso tutto da scrivere, ma credo che contenga in sé i punti fondamentali da approfondire.

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https://ugobardi.blogspot.com/2019/11/lettera-aperta-ai-giovani-che-lottano.html

Un rimedio biochimico per la schizofisiologia del cervello umano?

Rilettura critica del pensiero di Arthur Koestler

Un autore  che ha puntato l’indice sull’evoluzione subìta dal nostro cervello per spiegare la causa di tutti i nostri mali è stato Arthur Koestler, scrittore di origini ebraico – ungheresi naturalizzato britannico.

La sua vita è stata avventurosa, immersa nelle contingenze storiche e politiche del novecento, da lui descritte in romanzi a carattere autobiografico.

Ma a un certo punto della sua vita, intorno ai cinquant’anni, iniziò ad occuparsi di altro.

I Sonnambuli – 1959

Dapprima (1959) scrisse “I Sonnambuli”, dedicato alla grande rivoluzione culturale iniziata da Copernico e proseguita da Keplero e Galileo (fino alla sintesi che ne fece Newton), rivoluzione che diede vita alla scienza moderna. Nell’epilogo di quest’opera Koestler scrive che « … esistono raccordi difettosi e legami nocivi nell’evoluzione mentale come nell’evoluzione biologica.» (A. Koestler, I Sonnambuli, Jaca Book, 2010, p. 514) In quel contesto la frase intendeva dare una spiegazione all’andamento altalenante e incoerente del cammino umano in ogni campo, ad iniziare da quello scientifico. Ma alla luce dei suoi ulteriori scritti possiamo anche interpretare la frase come introduzione alle problematiche in seguito affrontate.

L’Atto di Creazione – 1964

Nel libro successivo, “L’Atto di Creazione” (1964), applica la sua attenzione alle modalità con le quali la mente umana inventa novità costruttive efficaci: la genesi dell’atto dell’Eureka risiede nello « … scontro improvviso di due matrici precedentemente non correlate … » (A. Koestler, L’Atto di Creazione, Astrolabio, 1975, p. 202)

Il Fantasma dentro la Macchina – 1967

Nel 1967 pubblica “Il fantasma dentro la macchina”, e qui afferma a chiare lettere che «la strategia dell’evoluzione, come ogni altra strategia, è soggetta a tentativi e ad errori» (The Ghost in the Machine, Hutchinson & Co Publishers, 1967, p. 267)

Inoltre: «L’evoluzione è stata paragonata a un labirinto di vicoli ciechi, e non c’è nulla di strano o improbabile nella tesi che la dotazione originale dell’uomo, ancorché superiore a quella di ogni altra specie vivente, contenga tuttavia qualche errore o carenza che lo predispongono all’auto-distruzione.» (p. XI della Prefazione)

Una traccia di questi errori è individuabile, secondo Koestler, nel mito della cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre e nei tanti miti sulla Caduta che si sono sviluppati a tutte le latitudini del pianeta.

Una spiegazione più razionale può essere che la crescita del cervello umano sia stata di una velocità straordinaria, fatto del tutto inconsueto nel panorama evolutivo.

A tal proposito Koestler riporta una frase del neurologo Charles Judson Herrick: «…la corteccia umana è una sorta di crescita tumorale che è diventata così grande che le sue funzioni sono fuori dal normale controllo e corrono in modo irregolare come un motore a vapore che ha perso il suo conducente. Questa interessante teoria fu pubblicata da Morley Roberts e citata con apparente approvazione da Wheeler.» (p. 273 – le opere dei due autori citati sono “Malignancy and Evolution” di Morley Roberts, London, Eveleigh Nash & Grayson, 1926 e “Emergent Evolution and the Social” di William Morton Wheeler, London, Kegan Paul, Trench, Trubner & Co., 1927)

È l’unico punto -a mia conoscenza- che nell’opera di Koestler viene proposta (indirettamente) la metafora uomo – tumore. E non indica l’essere umano come cellula maligna dell’organismo Terra, bensì suggerisce che la corteccia cerebrale dell’uomo si sia sviluppata in modo anomalo, incontrollato, tumultuoso, analogamente a quanto fanno le cellule quando da sane si mutano in cancerogene.

A sostegno di questa tesi c’è « … la straordinaria rapidità della crescita evolutiva del cervello umano – un’impresa, come sappiamo, unica nella storia dell’evoluzione» (p. 272)

Ma poche righe dopo Koestler precisa che, a suo avviso, non possono essere state solo le dimensioni della corteccia a porre fuori controllo il funzionamento del cervello.

«La causa che la ricerca contemporanea sembra indicare non è l’aumento dimensionale, ma l’insufficiente coordinamento tra l’archicorteccia e la neocorteccia – tra le vecchie aree di origine filogenetica del nostro cervello e le nuove, aree tipicamente umane che si sovrapposero con sconveniente rapidità» (p. 273)

In ogni caso il processo al cervello è aperto, ma con asserzioni che concedono uno spiraglio alla speranza. Dobbiamo infatti esaminare la possibilità che l’uomo « … possa portare un difetto di produzione all’interno del suo cranio, un errore costruttivo che potenzialmente minaccia la sua estinzione, ma che potrebbe ancora essere corretto da uno sforzo supremo di autoriparazione» (p. 272)

In cosa dovrebbe consistere questo “sforzo supremo di autoriparazione” viene chiarito nell’ultimo capitolo dell’opera, titolato “The Age of Climax”.

« … le linee di comunicazione tra le strutture antichissime e quelle nuove di zecca (del cervello) non si sono sviluppate sufficientemente per assicurare una loro interazione armoniosa e un coordinamento gerarchico tra istinto e intelletto … » (p. 331) e « … siccome non possiamo aspettarci nel futuro prevedibile che si produca nella natura umana la modifica necessaria mediante mutazione spontanea, cioè con mezzi naturali, dobbiamo indurla con mezzi artificiali … » (pp. 326 – 327)

Ecco dunque in cosa sperare: che il cervello dell’uomo possa essere “normalizzato” attraverso qualche intervento di natura psico-farmaceutica.

La biochimica « … non può inserire ulteriori circuiti nel cervello, ma può, entro certi limiti, migliorare il coordinamento tra quelli esistenti, attenuare i conflitti, impedire lo scoppio dei fusibili e assicurare una costante fornitura di potenza.» (p. 336)

Da notare che queste frasi furono scritte nel 1967, quando non era ancora nato Elon Musk, l’imprenditore che nel 2016 ha fondato Neuralink, azienda che si propone di collegare il cervello umano con l’intelligenza artificiale tramite dispositivi che possano essere impiantati nel cervello stesso. Chissà se Koestler modificherebbe le sue affermazioni sull’impossibilità di “inserire ulteriori circuiti nel cervello” …

Koestler non nutre speranza alcuna sulla possibilità di una “rinascita spirituale”: « … siamo una razza malata di mente e siamo … sordi alla persuasione … che è stata tentata dal tempo dei profeti fino ad Albert Schweitzer; e il risultato è stato, come disse Swift, che ‘abbiamo abbastanza religione per odiarci, ma non abbastanza per amarci l’un l’altro’. È una realtà che si applica a tutte le religioni, teistiche o secolari, da Mosè a Marx o Mao Tse Tung …» (p. 339)

Nella sua ultima opera Koestler tornerà diffusamente sulla correzione artificiale da apportare al nostro cervello.

Le Radici del Caso – 1972

Intanto nel 1972 pubblica “Le Radici del Caso”, in cui indaga i fenomeni paranormali e la fisica quantistica. L’obiettivo è sempre il medesimo: dimostrare la fallibilità e la imperfezione del nostro organo di comando. Non è un atto di accusa esplicito, ma il fondato sospetto che “la gloria dell’uomo” sia in realtà l’esito di una crescita scoordinata, casuale e incapace di padroneggiare le infinite variabili di cui si compone la realtà.

Questa la conclusione del libro: «Il grande progetto dell’evoluzione verso forme più elevate di unità-nella-varietà non esclude capricci biologici, né sviluppi patologici … I limiti del nostro corredo biologico possono condannarci al ruolo di vojeurs al buco della serratura dell’eternità. Ma almeno togliamo dal buco della serratura la stoppa che ci impedisce di vedere quello che la nostra vista limitata è in grado di vedere.» (A. Koestler, Le Radici del Caso, Astrolabio, 1972, p. 128)

Anche in questo caso all’uomo rimane comunque un compito per migliorare la propria situazione esistenziale.

Il Principio di Giano – 1978

Nel 1978 l’attività di Koestler si conclude con il saggio “Il Principio di Giano” (lo scrittore, malato, morirà suicida nel 1983).

Questa ultima opera rappresenta la summa del pensiero koestleriano così come egli stesso ci informa in una apposita Nota anteposta al Prologo: «Questo libro è un compendio (e anche una continuazione) di opere da me pubblicate nel corso degli ultimi venticinque anni, da quando cioè ho abbandonato il campo della narrativa e saggistica politica per dedicarmi alle scienze della vita, ossia allo studio dell’evoluzione, della creatività e della patologia della mente umana.» (A. Koestler, Il Principio di Giano, Comunità, 1980, p. 11)

E, poche pagine più avanti, ancora nel Prologo dell’opera, dopo aver ribadito in cosa consista a suo avviso questa patologia, e cioè nel “disordine mentale” causato dallo « … sviluppo esplosivo della neocorteccia umana e la sua insufficiente capacità di controllare il vecchio cervello … » (p. 34), Koestler introduce la “pars costruens” della sua teoria: la neutralizzazione delle tendenze patogene « … non sembra un compito impossibile. La medicina ha trovato rimedi per certi tipi di psicosi schizofreniche e maniaco – depressive; ormai non è più utopico il credere che essa possa scoprire una combinazione di enzimi benefici che consentano alla neocorteccia di esercitare il suo veto nei confronti delle follie del cervello arcaico, di correggere il madornale errore commesso dall’evoluzione, di riconciliare la sfera emotiva alla ragione e di fungere da catalizzatore nella trasformazione del folle nell’uomo.» (pp. 34 – 35).

Ogni saggio sulla condizione umana per essere considerato “intellettualmente corretto” non può limitarsi a criticare e condannare la storia dell’umanità ma deve proporre un qualsivoglia tipo di soluzione: la coscienza, una volta acquisita, non può essere abbandonata alla disperazione più cupa!

Questo atteggiamento mentale denota una visione del mondo indiscutibilmente antropocentrica, ed anche Koestler, nonostante la denuncia dell’errore commesso dalla natura nel dotarci di una neocorteccia in disaccordo con il cervello preesistente, non sfugge a questa logica.

Il suo obiettivo non è ricreare l’armonia della biosfera, ma far sì che la parte più efficace del cervello riesca a governare convenientemente istinti ed emozioni, con il fine sottinteso di rendere più stabile, produttivo e certo il dominio dell’uomo sulla Terra.

« … se la nostra specie malata dev’essere salvata, la salvezza verrà non da risoluzioni dell’Onu e da vertici diplomatici, ma da laboratori biologici. È evidente che una disfunzione biologica ha bisogno di un correttivo biologico.» (p. 126)

Koestler sapeva bene ciò a cui aveva condotto il sapere scientifico. «Se mi si domandasse di indicare la data più importante nella storia e preistoria della specie umana, risponderei senza esitare: il 6 agosto 1945. La ragione è semplice. Dall’alba della coscienza sino al 6 agosto 1945, l’uomo dovette vivere con la prospettiva della sua morte in quanto individuo, dal giorno in cui la prima bomba atomica oscurò il sole sopra Hiroshima, l’umanità nel suo insieme ha dovuto vivere con la prospettiva della propria estinzione in quanto specie.» (p. 13)

Ma anche in questo caso l’estinzione temuta è quella del genere umano, senza alcun accenno al fatto che l’annientamento della biodiversità, pur in assenza di catastrofi nucleari, sia causa di pericolo mortale per ogni vivente.

Detto in altre parole, l’anomalia evolutiva concretizzatasi nella neocorteccia ci ha trasformati da cellule “sane”, in armonia con la natura, in cellule “maligne”, ostili alle altre forme di vita e sovente ostili anche alla nostra stessa forma di vita, cellule cancerose il cui unico scopo è di estendere il proprio dominio ai danni di ogni altra realtà circostante.

Di questa situazione Koestler probabilmente si rese conto, ma non volle portare il ragionamento alle sue estreme conseguenze perchè « … da quando i primi abitatori delle caverne avvolsero il loro corpo tremante nella pelle di un animale ucciso, l’uomo si è sempre creato, nel bene o nel male, un ambiente artificiale e un modo artificiale di esistenza, senza i quali non è più in grado di sopravvivere.» (p. 122)

Si potrebbe obiettare che forse i primi abitatori delle caverne avvolsero il loro corpo nella pelle di animali uccisi non per ripararsi dal freddo, ma per altri motivi (religiosi, rituali o altro), ma la conclusione del ragionamento non cambia: oggi non siamo in grado di sopravvivere al di fuori dell’ambiente artificiale che abbiamo costruito. E dunque (questo deve essere stato il ragionamento di Koestler) se non possiamo rinunciare a tale ambiente, vediamo di intervenire sul cervello dell’uomo per renderlo meno aggressivo contro i suoi simili e più padrone dei suoi istinti.

In una delle ultime pagine de “Il Fantasma dentro la Macchina” Koestler dichiara di essere stato a lungo un ammiratore della personalità e delle opere di Aldous Huxley. E anche se subito dopo ci informa del disaccordo intervenuto in merito all’utilizzo di droghe a fini “curativi”, la soluzione proposta dallo scrittore ungherese per la correzione dei nostri problemi cerebrali ricorda assai da vicino il soma che gli abitanti del mondo nuovo assumevano regolarmente per moderare ogni loro istinto “non conforme alle regole”.

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