Quando diventammo umani?

Breve storia dell’evoluzione dell’autocoscienza

di Bruno Sebastiani

Uno degli interrogativi più importanti che l’uomo si pone è: da quando siamo divenuti autocoscienti? La stessa domanda può anche essere così riformulata: se è vero, come è vero, che anche noi discendiamo dallo stesso antenato comune da cui discendono oranghi, gorilla e scimpanzè, quando, come e perché ci distaccammo dalle scimmie antropomorfe ed acquisimmo il nostro intelletto superiore? (si legga al riguardo Il terzo scimpanzè di Jared Diamond)

Qualcuno potrebbe obiettare che ci sono interrogativi ancor più importanti, del tipo “chi sono io”, “perché sono nato”, “cosa c’è oltre la vita” ecc. ecc., i cosiddetti interrogativi esistenziali ai quali da sempre religione, filosofia, scienza ed arte tentano di dare risposte.

Ma, a ben vedere, queste domande ce le poniamo proprio perché siamo autocoscienti. Oranghi, gorilla e scimpanzè non se le pongono, o almeno così crediamo. È ragionevole pensare infatti che per interrogarsi su questioni tanto immateriali si debba aver raggiunto e superato un elevato quoziente intellettivo.

E quando ciò sarebbe accaduto? Quale fu la soglia cognitiva raggiunta e superata la quale diventammo umani? Quel superamento fu la pre-condizione per ogni ulteriore domanda, ed individuarne l’origine diviene dunque elemento basilare nella storia della specie Homo sapiens.

Se quel superamento fu un bene o un male è tutt’altra storia, che affronteremo in altra sede. Per il momento limitiamoci a cercare di capire come e quando avvenne.

Una cosa è certa, il passaggio da bestia ad uomo non fu immediato. Fu graduale, lento, lentissimo, richiese milioni di anni.

Per semplificare la nostra indagine vediamo di prendere in considerazione le seguenti tappe fondamentali tra quelle proposteci dalla paleoantropologia e dalle altre scienze che indagano sulla nostra storia evolutiva.

  1. l’abbandono della locomozione quadrupede e il passaggio al bipedismo;
  2. la realizzazione dei primi strumenti “artificiali”;
  3. l’addomesticamento del fuoco e la cottura dei cibi;
  4. le prime manifestazioni artistiche (incisioni rupestri);
  5. la nascita del linguaggio;
  6. la diffusione dell’agricoltura;
  7. l’introduzione della scrittura.

A questo punto, con la scrittura, siamo pienamente umani, già in epoca storica, ed inizia la nostra “età mitica”.

Ma come si situano le tappe descritte sulla “timeline” della nostra preistoria e in corrispondenza di quale di esse facemmo il “grande balzo”?

  1. Il primo passaggio dalla locomozione quadrupede (o quadrumane?) al bipedismo sarebbe avvenuto circa 7 milioni di anni fa e fino a 2 milioni di anni or sono si evolsero diverse specie di scimmie antropomorfe bipedi. Quei primi nostri lontanissimi antenati avevano un cranio di dimensioni molto ridotte, tra i 300 e i 400 cm3. Il passaggio al bipedismo avrebbe però contribuito in maniera importante all’aumento delle loro capacità cerebrali, sia per la nuova visuale più aperta sul mondo sia per la libera disponibilità degli arti superiori. E fra 3 e 2 milioni di anni fa una specie sviluppò un encefalo significativamente più grande (Richard Leakey, Le Origini dell’Umanità, Milano, BUR, 2001, p. 15)
  2. La specie in questione prese nome di Homo habilis e fu la prima a modificare intenzionalmente pietre e sassi per utilizzarli a proprio vantaggio. Il risultato di tali lavorazioni erano strumenti dal bordo tagliente con i quali era possibile scarnificare gli animali uccisi. Questa tappa dello sviluppo umano, databile intorno a 2,5 milioni di anni fa, coincise con l’accrescimento della capacità cranica e del volume del cervello sino ad oltre 600 cm3
  3. Il passaggio successivo avvenne 2 milioni di anni fa e rappresentò un grande balzo verso la nostra condizione attuale. Fece la sua comparsa Homo erectus, la cui capacità cranica superò gli 800 cm3 e giunse ad oltrepassare i 1.000. “…fu la prima specie umana capace di un uso controllato del fuoco, la prima a fare della caccia una componente significativa della propria sussistenza, la prima a sviluppare modalità di locomozione che le consentivano di correre come l’uomo attuale, la prima a fabbricare strumenti litici secondo uno schema mentale definito (pietre bifacciali) e la prima a diffondersi fuori dall’Africa” (op. cit. p. 14) L’uso controllato del fuoco consentì ad Homo erectus di nutrirsi di carne cotta e l’accresciuto apporto proteinico sarebbe in buona parte responsabile del sorprendente sviluppo del cervello umano verificatosi in quel periodo, sviluppo che 300.000 anni fa avrebbe condotto alla comparsa di Homo sapiens
  4. Come noto i “sapiens” convissero per un certo tempo con la specie poi scomparsa dei “neanderthal”. Entrambi avevano raggiunto i 1.400 cm3 di capacità cranica e tale volume consentiva loro di osservare “coscientemente” la realtà, al punto da poterla riprodurre figurativamente. Le incisioni rupestri rintracciate in numerose grotte e siti archeologici in varie parti del mondo ne sono testimonianza, unitamente a figurine plasmate in argilla e ad altri manufatti. Le più antiche manifestazioni artistiche risalgono a circa 30.000 anni fa e testimoniano come a quell’epoca i nostri antenati fossero pienamente “umani”.
  5. Contemporaneamente all’affiorare di queste capacità creative ebbe luogo la “grande svolta”, ovvero la comparsa del linguaggio articolato. Anche in questo caso l’evento non fu repentino, ma richiese migliaia e migliaia di anni per concretizzarsi. L’apparato vocale stesso dovette modificarsi, la laringe scendere in posizione più bassa rispetto alle altre scimmie antropomorfe. Ma soprattutto il cervello dovette evolvere sino a consentire il concepimento dei pensieri astratti, destinatari dei nomi che poi il linguaggio avrebbe utilizzato per comunicare da uomo a uomo. L’inizio di questo processo può situarsi anche 2 o 300.000 anni fa, ma il pieno uso del linguaggio dovrebbe situarsi intorno all’epoca in cui emersero le manifestazioni artistiche di cui al punto 4. Le difficoltà a datare con esattezza questa caratteristica fondamentale del comportamento umano risiede nel fatto che nessun reperto fossile ci può fornire indicazioni al riguardo.
  6. Tra 12 e 10.000 anni fa si sviluppò l’agricoltura. Fino ad allora gli uomini erano stati raccoglitori e cacciatori, si erano cioè alimentati con le piante e gli animali che la natura offriva loro, in modo non dissimile da tutti gli altri esseri viventi, alle volte prede e alle volte predatori. Il ciclo della vita era guidato dall’istinto, sin che un essere, l’uomo, non fu in grado di modificarlo a proprio presunto vantaggio. L’agricoltura e la pastorizia (l’addomesticamento di piante e animali) consentirono ai nostri progenitori un’alimentazione più sicura e costante. Le popolazioni divennero stanziali e iniziò la crescita demografica. Non fu più la natura a regolare il numero dei viventi, ma l’uomo, divenuto re del mondo grazie alle sue capacità cerebrali sovrasviluppate.
  7. Con l’invenzione della scrittura (tra 6 e 4.000 anni fa) terminò la Preistoria ed ebbe inizio la Storia. Dapprima i geroglifici e i caratteri cuneiformi, poi l’alfabeto e le lingue antiche consentirono agli uomini di tramandare miti, racconti, poemi, pensieri e infine ragionamenti. Da qui in avanti religione, filosofia e scienza fecero dell’umanità quella specie onnipresente che ancor oggi domina il pianeta.

Quale di queste tappe fu quella decisiva per il nostro passaggio da scimmie antropomorfe a uomini? Tutte e nessuna in particolare, nel senso che il passaggio non fu subitaneo ma richiese l’intero lungo processo descritto. Se ci fossimo fermati alla condizione di Homo habilis o di Homo erectus non avremmo mai costruito né le cattedrali né i grattacieli e non staremmo qui a indagare sulle nostre origini. Così se non ci fossimo mai distaccati 7 milioni di anni fa dall’albero genealogico dei primati superiori. Di lì iniziò il nostro cammino che ci fece attraversare tutte le tappe descritte e tante altre ancora che ho omesso per brevità.

Ma se proprio dovessimo dire in corrispondenza di quale di queste tappe si manifestarono i primi atteggiamenti chiaramente umani, non vi è dubbio che l’aver intenzionalmente lavorato delle pietre, scheggiandole ed utilizzandole come rudimentali coltelli, 2,5 milioni di anni fa, rappresentò un passo decisivo verso la nostra attuale condizione.

Possedeva l’autocoscienza quel nostro lontano progenitore cui fu dato il nome di Homo habilis? Se le dimensioni del suo cervello a quell’epoca erano ancora troppo poco evolute per poterlo affermare con certezza, nella tappa successiva, quella in cui fece la sua comparsa Homo erectus, emerse certamente un tipo di autocoscienza sufficientemente razionale (si pensi all’uso controllato del fuoco, alla cottura dei cibi e alle capacità craniche accresciute di questa specie nostra progenitrice).

Naturalmente le manifestazioni artistiche delle incisioni rupestri e la comparsa del linguaggio sono gli elementi che ci danno la certezza di trovarci di fronte ad un tipo umano pienamente autocosciente, anche se il significato vero di questo termine è forse ancora da scoprire.

Ma di questo parleremo in altra occasione.

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https://quanticmagazine.com/archives/05/04/2019/quando-diventammo-umani-breve-storia-dellevoluzione-dellautocoscienza/

Il software può modificare l’hardware?

di Bruno Sebastiani

Una tra le ipotesi più accreditate relativamente all’abnorme sviluppo del nostro cervello è che alcune decine di migliaia di anni fa esso abbia subìto una rapida accelerazione a causa della “spinta culturale” che i nuovi strumenti a sua disposizione (linguaggio, cultura mitica, scrittura) avevano determinato. Come a dire che il pensiero ha contribuito a modificare la struttura fisica del cervello o, se si preferisce, che il nostro software ha modificato il nostro hardware.

L’origine della superiorità del genere umano su ogni altra specie animale risiede nell’eccezionale sviluppo raggiunto dal nostro cervello negli ultimi milioni di anni.

Questo sviluppo, la cui caratteristica fisica più evidente è l’incremento di peso e volume del nostro cranio, si è tradotto in accresciute capacità intellettive.

La tendenza alla crescita non è stata però né lineare né costante.

Iniziata in sordina (non sappiamo esattamente quando e come), ha via via assunto un ritmo sempre più accelerato, sino ai giorni nostri in cui si discute su come dotare di intelligenza artificiale le macchine.

A un certo punto di questa crescita, nelle ultime decine di migliaia di anni (non più milioni), una potente spinta all’incremento sarebbe stata offerta dalla stessa cultura che, nel frattempo, si era andata affermando, ad iniziare dall’uso del linguaggio.

Di tale parere è la maggior parte degli scienziati, ad iniziare da Charles Darwin che ne “L’origine dell’uomo” scrisse « … la relazione fra l’uso continuato del linguaggio e lo sviluppo del cervello deve essere stata indubbiamente molto … importante» (p. 121 dell’edizione italiana, settembre 1999, Editori Riuniti) ed ancora «L’esercizio abituale di ogni nuova arte … deve in qualche modo rafforzare l’intelletto» (p. 170) ed infine « … il continuo uso del linguaggio deve aver agito sul cervello e determinato un effetto ereditario» (p. 246).

Il biologo Christopher Wills nel suo “The Runaway Brain: The Evolution of Human Unity” (“Il cervello in fuga: l’evoluzione dell’essere umano”) scrive «La forza che sembra aver accelerato il nostro accrescimento encefalico è uno stimolo di tipo nuovo: il linguaggio, il sistema di segni, la memoria collettiva … tutti elementi della cultura. Evolvendosi la cultura si evolveva il cervello, che a sua volta portava la cultura ad arricchirsi di elementi sempre più complessi. Cervelli più voluminosi e dotati di maggiori potenzialità condussero a culture più complesse; queste, a loro volta, fecero sì che il cervello crescesse e migliorasse» (cit. in R. Leakey, “Le origini dell’umanità”, Milano, BUR, 2001, pp. 96 – 98)

Il neuroantropologo Terrence Deacon in un articolo comparso nel 1989 sulla rivista “Human Evolution” ha affermato «La capacità di linguaggio articolato ha richiesto un lungo periodo (almeno 2 milioni di anni) di selezione determinata dalle interazioni fra il cervello e il linguaggio stesso». Nel 1997 ha scritto un libro su questo argomento (“The Symbolic Species”) dal sottotitolo assai esplicito al riguardo: “The co-evolution of language and the brain” (“La co-evoluzione del linguaggio e del cervello”).

Naturalmente altre concause hanno contribuito nel tempo al nostro accrescimento encefalico, tra cui il passaggio al bipedismo con il conseguente libero uso degli arti superiori, l’uso del fuoco con la conseguente cottura dei cibi e il passaggio alla dieta carnivora, e via dicendo.

Ma mentre queste concause sono di origine “fisica” e sono andate ad incidere “fisicamente” (o “chimicamente”?) sull’accrescimento e lo sviluppo della nostra corteccia cerebrale, la cultura e il linguaggio sono di origine “mentale”, per non dire “astratta”, ovvero sono la risultante di un cervello già super evoluto che poi ancora si sviluppa in virtù delle sue stesse produzioni intellettuali.

Per fare un paragone chiarificatore, è come se il software di un computer andasse a modificare l’hardware del medesimo.

Che io sappia questa operazione è ancora preclusa ai nostri ingegneri informatici, ma sono certo che i progettisti dell’Intelligenza Artificiale (quella con le lettere maiuscole) ne stiano valutando la fattibilità. Sennonché un conto è valutare la fattibilità di un progetto, un altro è riuscire a realizzarlo.

Il programma “IA” (o “AI” all’americana) riguarda la costruzione di una serie di circuiti informatici tra loro collegati in modo da potersi scambiare una gran quantità di informazioni, elaborandole man mano in modo autonomo e consequenziale.

Essendo l’uomo l’artefice di tutto ciò, la logica sottintesa a tutte queste operazioni è quella umana. Ma nulla esclude che un domani queste macchine intelligenti possano accedere a qualche forma di logica diversa (superiore?) a quella tipica dell’essere umano.

Questa eventualità ha fatto viaggiare in modo eccezionale la fantasia di scrittori e registi di fantascienza, ma di questo preferisco non occuparmi, per rimanere ancorato ai fatti realmente accertati e a quelli concretamente prevedibili nel breve periodo.

Fino ad oggi è ben certo che il software che gira nei nostri computer non sia in alcun modo in grado di modificare l’hardware dei medesimi. Persino le leggende metropolitane secondo cui certi tipi di virus informatici potrebbero danneggiare (si badi bene: solo danneggiare) l’hardware sono state smentite, e quindi le due realtà restano ben distinte e separate.

Ma altrettanto certo sembra il fatto che in natura le cose sarebbero andate diversamente, e cioè che l’enorme incremento della massa e delle capacità cerebrali intervenuto nel nostro encefalo sia in buona parte addebitabile a queste stesse capacità, le quali accrescendosi hanno spinto il cervello a sviluppare se stesso. Con un termine di natura chimica questo processo si può definire “autocatalitico”.

Non c’è da stupirsi che le cose siano andate così in natura (e che forse continuino ancora a procedere in tal senso). Basti pensare che questo dispositivo super complesso che ospitiamo nel nostro cranio e tutto l’organismo ad esso subordinato derivano dall’unione di due cellule e dal loro successivo graduale sviluppo.

Nulla di analogo si profila all’orizzonte della cosiddetta ricerca scientifica umana, e sebbene il desiderio di creare una vita artificiale costituisca la massima aspirazione della volontà di potenza della nostra specie (“eritis sicut deus”!), non vi è dubbio che tale ambizione è destinata a restare solo una diabolica illusione, a testimonianza dei limiti della nostra intelligenza, al di là di ogni nostro vaneggiante delirio di onnipotenza.

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https://www.neuroscienze.net/il-software-puo-modificare-lhardware/

Angeli o Demoni?

Gli archetipi del bene e del male applicati al genere umano

di Bruno Sebastiani

Può sembrare strano trovare su questo Magazine, che ospita per lo più articoli sugli aspetti “spirituali” della natura umana, delle critiche alla specie Homo sapiens tanto severe come quelle contenute nel mio articolo dello scorso 15 febbraio e in quelli che seguiranno.

Ritengo perciò doverosa una spiegazione, in qualche modo preliminare ad ogni mio ulteriore contributo su Quantic Magazine.

Nell’articolo citato (che originariamente avevo titolato “Specie maligna”) ho esposto a grandi linee la mia teoria, il “cancrismo”, che sottolinea come il genere umano tenda a sopraffare gli altri esseri, allo stesso modo in cui le cellule tumorali aggrediscono e distruggono le cellule sane dell’organismo.

Nonostante questa cupa visione, non mi ritengo un misantropo. Non odio cioè il genere umano in quanto tale. Anzi, lo amo con lo stesso amore che riservo alle piante, agli animali e alla natura tutta.

Non sono neppure un antinatalista e men che meno auspico l’estinzione della razza umana, aberrazioni indotte dalla constatazione di come la sovrappopolazione ci stia conducendo alla catastrofe.

Come mettere d’accordo queste idee tra loro contrastanti e apparentemente inconciliabili?

In sostanza: siamo Angeli o Demoni?

L’antinomia non è irrisolvibile, anzi la soluzione è piuttosto semplice, alla portata di ognuno, e proverò a spiegarla: consiste nell’osservare la realtà da un punto di vista o da un altro.

Il primo punto di vista, quello secondo cui saremmo “Angeli”, è quello che osserva la realtà con occhi umani.

Non vi è dubbio che la nostra specie da migliaia di anni sia al vertice del fenomeno tipico del pianeta Terra che si chiama “vita”.

Con la nostra conclamata ed evidente superiorità intellettuale siamo riusciti a sederci sul trono di re del mondo, sottomettendo tutte le altre entità, viventi (animali e piante) e prive di vita (minerali).

Questa superiorità unita alla volontà di potenza di nietzschiana memoria è anche all’origine della suddivisione della società in caste, classi, ceti sociali ecc.

In questa sede non svilupperò questo argomento (seppur di grande importanza) in quanto ci svierebbe dagli scopi che mi sono proposto: ci farebbe precipitare nel campo della contingenza e dell’agone politico, mentre vorrei mantenere il discorso su un piano più elevato.

Il secondo punto di vista, quello secondo cui saremmo “Demoni”, è quello che ci invita ad osservare la realtà con gli occhi della natura.

Il mio libro “Il Cancro del Pianeta” si apre con una Premessa in cui chiedo al lettore di porsi proprio in questa ottica, pena la non comprensione del messaggio contenuto nel testo.

Ecco come esprimo questo concetto:

«Un avvertimento è necessario per poter leggere e comprendere le pagine che seguono così come il loro autore le ha pensate.

Noi siamo abituati a porre sempre e comunque l’uomo al centro dell’Universo …

Pochi pensatori hanno contestato questa impostazione …

Ebbene, ora io so che esiste anche un’altra realtà. È vero io sono uomo, e quindi sono “centro” a me stesso. Ma vedo intorno a me cose molto più grandi, infinitamente più grandi di me, e dico dunque che dovremmo fare uno sforzo per osservare quest’altra realtà, che non sono io, che non è la mia famiglia, né la mia specie, da un punto di vista esterno al nostro genere umano.

Come è possibile? Con quale intelligenza che non sia quella umana? Ovviamente disponiamo solo di questa e quindi dobbiamo farlo con l’unico mezzo che ci compete.

Ma possiamo osservare la realtà più grande, chiamiamola pure natura, anche senza comprenderla, bensì semplicemente contemplandola.

Ecco questo è il punto di vista dal quale chiedo al lettore di partire per comprendere il messaggio che voglio recapitargli.

Guardiamo il pianeta Terra, e tutto ciò che contiene, dall’alto, dal di fuori di dove ci troviamo …

Questo è il punto di vista che chiedo al mio lettore

Se quindi osserviamo la realtà che ci circonda da questa angolatura “planetaria”, cosa ci appare?

Estinzioni provocate dall’uomo a ritmo crescente, sia di specie animali cosiddette “ostili” (animali feroci?) sia di specie cosiddette “utili”, a causa dell’eccessiva predazione. Deforestazioni, disboscamenti, desertificazioni, tutti indotti dalle crescenti necessità di terreni agricoli. Trivellazioni, scavi, sbancamenti di montagne alla ricerca di minerali e combustibili fossili. Scioglimento di ghiacciai come conseguenza del riscaldamento globale, avvelenamento dell’aria, smog, radiazioni ecc. ecc.

Non è il caso di approfondire in questa sede l’entità del disastro. Le librerie sono piene di testi in materia. Nel mio libro “Il Cancro del Pianeta Consapevole” ho dedicato uno specifico capitolo a “Ciò che abbiamo già distrutto”.

A quelle pagine rinvio chi volesse esaminare più a fondo la questione. In questa sede mi limito a dire che il processo di santificazione dell’essere umano è esclusivamente di origine antropica. Con gli occhi della natura non possiamo esimerci dal giudicare la nostra opera di distruzione del pianeta se non in modo analogo a ciò che una malattia come il cancro compie ai danni degli organismi viventi al cui interno si sviluppa.

Anche il cancro fa parte della natura. Tutto è natura. Ma la natura è un coacervo di forze che agiscono disordinatamente senza scopo apparente. Dallo scontro di tali forze il tutto, ed anche la vita, raggiunge un equilibrio in costante movimento. Gli elementi favorevoli al mantenimento di tale equilibrio si definiscono, con termini umani, “vantaggiosi”, quelli sfavorevoli “svantaggiosi”. Questi ultimi sono destinati a soccombere nella lotta per la vita, pur se per un certo periodo possono apparire come dominanti.

In questa ottica come dobbiamo giudicare le attività umane che distruggono ogni altra realtà vivente apparsa sul pianeta Terra?

Cancerogene, maligne. Stiamo distruggendo tutto, e l’illusione di un mondo esclusivamente artificiale è destinata a sciogliersi ben presto come neve al sole.

Inoltre la via imboccata, oltre a non avere sbocchi, ad essere un vicolo cieco, non consente neppure di tornare indietro.

Il cosiddetto progresso è un fenomeno veramente diabolico: preclude la via del ritorno.

Tanti rimpiangono i bei tempi andati, ma nessuno è in grado di riviverli. La nostra natura non ci consente più di affrontare i rigori climatici senza il conforto di una casa ben protetta e di caldi abiti. E come potremmo vivere senza corrente elettrica, senza gas, senza mezzi di comunicazione ecc. ecc.?

In un libro ancora inedito affronto proprio questo argomento, l’Impero del cancro del pianeta, ovvero quell’immensa macchina produttiva messa in piedi dall’uomo per alimentare miliardi di esseri e di macchine, tutti al servizio di sua maestà Homo sapiens.

Quando gli ingranaggi di questa macchina si incepperanno, tutta l’enorme costruzione che abbiamo realizzato crollerà come un castello di carta, come la mitica Torre di Babele.

E non potremo tornare indietro, non ne saremo capaci.

Ecco dunque come i due diversi punti di vista siano entrambi corretti e possano coesistere.

Se guardo la realtà con occhi umani, oggi e nell’immediato futuro posso godere dei privilegi che un cervello particolarmente evoluto mi ha concesso.

Se la guardo con occhi “planetari”, non posso esimermi dal paventare la catastrofe incontro alla quale passo dopo passo stiamo inevitabilmente andando incontro.

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https://quanticmagazine.com/archives/02/03/2019/angeli-o-demoni-gli-archetipi-del-bene-e-del-male-applicati-al-genere-umano/

Il peggior errore nella storia della razza umana

di Jared Diamond

Dobbiamo alla scienza alcuni cambiamenti radicali nel modo compiaciuto in cui ci vediamo. L’astronomia ci ha insegnato che la nostra Terra non è il centro dell’universo ma solo uno dei miliardi di corpi celesti. Dalla biologia abbiamo imparato che non siamo stati espressamente creati da Dio ma ci siamo evoluti insieme a milioni di specie. Ora l’archeologia sta demolendo un’altra credenza incrollabile: che la storia umana dell’ultimo milione di anni sia stata una lunga storia di progresso. In particolare, alcune scoperte recenti suggeriscono che l’adozione dell’agricoltura, ritenuta il nostro passo più decisivo verso una vita migliore, fu in molti sensi una catastrofe da cui non ci siamo mai più risollevati. Con l’agricoltura giunsero le gravi disuguaglianze sociali e sessuali, le malattie e il dispotismo, che dannano la nostra esistenza.

Sulle prime, le prove contro quest’interpretazione revisionista sembreranno irrefutabili agli americani del ventesimo secolo. Stiamo molto meglio, in quasi ogni aspetto, degli uomini del Medioevo, che a loro volta stavano meglio dei trogloditi, che a loro volta stavano meglio delle scimmie. Basta contare i vantaggi di cui disponiamo. Godiamo dei cibi più vari e abbondanti, dei migliori strumenti e beni materiali, di vite tra le più lunghe e sane della Storia. La maggior parte di noi sono al sicuro dalla carestia e dai predatori. Otteniamo energia dal petrolio e dalle macchine, non dal nostro sudore. Chi è il neo-luddista tra  noi che cambierebbe la propria vita per quella di un contadino medievale, di un uomo delle caverne, o di una scimmia?

Per la maggior parte della nostra Storia il sostentamento ci è giunto dalla caccia e dalla raccolta: cacciavamo animali selvaggi e andavamo in cerca di piante selvatiche. È una vita che i filosofi tradizionalmente hanno considerato brutta, bestiale e breve. Non coltivando cibo e immagazzinandone poco, non c’è (in questa visione) alcuna pausa dalla lotta che ricomincia ogni giorno per cercare cibo selvatico e evitare la fame. La nostra fuga da questa sofferenza fu favorita solo 10.000 anni fa, quando in diverse parti del mondo la gente cominciò ad addomesticare piante e animali. La rivoluzione agricola si diffuse tanto che oggi è universale e sopravvivono solo poche tribù di cacciatori-raccoglitori.

Dalla prospettiva progressista in cui sono stato cresciuto, chiedere “perché quasi tutti i nostri antenati, cacciatori-raccoglitori, hanno adottato l’agricoltura?” è stupido. Ovviamente l’hanno adottata perché l’agricoltura è un modo efficiente di ottenere più cibo con meno lavoro. Le colture producono molte più tonnellate per ettaro delle radici e delle bacche. Immaginate solo una banda di selvaggi, esausti dalla ricerca di noci o dalla caccia di animali, che improvvisamente si sfamano per la prima volta da un ricco frutteto o da un pascolo pieno di pecore. Quanti millisecondi pensate che ci metterebbero per apprezzare i vantaggi dell’agricoltura?

La fazione progressista talvolta si spinge tanto avanti da attribuire all’agricoltura il merito della notevole fioritura dell’arte che ha avuto luogo negli ultimi millenni. Dato che i raccolti possono essere immagazzinati, e dato che ci vuole meno tempo a cogliere cibo da un orto che a trovarlo allo stato brado, l’agricoltura ci ha dato il tempo libero che i cacciatori-raccoglitori non ebbero mai. Quindi è stata l’agricoltura che ci ha permesso di costruire il Partenone e di comporre la Messa in Si minore.

Anche se gli argomenti per la visione progressista sembrano schiaccianti, sono difficili da provare. Come mostrare che le vite delle persone 10.000 anni fa migliorarono quando abbandonarono la caccia e la raccolta per l’agricoltura? Fino a poco tempo fa, gli archeologi dovevano affidarsi a prove indirette, i cui risultati (sorprendentemente) non riuscivano a sostenere la visione progressista. Ecco un esempio di prova indiretta: davvero i cacciatori-raccoglitori del ventesimo secolo stanno peggio degli agricoltori? Sparsi qua e là per il mondo, diverse dozzine di gruppi di uomini cosiddetti primitivi, come i boscimani del Kalahari, continuano a sostentarsi in quel modo. Si scopre che queste persone hanno un sacco di tempo libero, dormono un bel po’, e lavorano meno duramente dei loro vicini agricoli. Per esempio, il tempo medio destinato ogni settimana ad ottenere cibo è solo da 12 a 19 ore per un gruppo di Boscimani, 14 ore o meno per i nomadi Hadza della Tanzania. Un Boscimano, quando gli fu chiesto perché non aveva imitato le tribù vicine nell’adozione dell’agricoltura, rispose: “Perché dovremmo, quando ci sono così tante noci di mongongo nel mondo?”

Mentre i contadini si concentrano su colture ad alto tasso di carboidrati come riso e patate, il mix di piante e animali selvatici nelle diete dei cacciatori-raccoglitori superstiti fornisce più proteine e un miglior bilancio degli altri nutrienti. In uno studio, la razione di cibo media giornaliera di un Boscimano (in un mese in cui il cibo era abbondante) era di 2140 calorie e 93 grammi di proteine, considerevolmente di più della dose giornaliera raccomandata per gente della loro stazza. È quasi inconcepibile che i Boscimani, che mangiano circa 75 piante selvatiche, possano morire di fame nel modo in cui centinaia di migliaia di contadini irlandesi, e le loro famiglie, morirono durante la carestia delle patate del 1845-1852.

Quindi almeno le vite dei cacciatori-raccoglitori superstiti non sono brutte e bestiali, anche se i contadini li hanno confinati in alcune delle peggiori zone del mondo. Ma le moderne società di cacciatori-raccoglitori, che hanno convissuto spalla a spalla con le società agricole per migliaia di anni, non ci dicono tutto sulle condizioni prima della rivoluzione agricola. La visione progressista in realtà formula delle tesi sul passato remoto: che la vita delle popolazioni primitive migliorò nel passare da raccolta a agricoltura. Gli archeologi possono datare questo cambiamento esaminando le discariche preistoriche e individuando il passaggio tra i resti di piante e animali selvatici e quelli di piante e animali addomesticati.

Come si può dedurre lo stato di salute dei produttori preistorici di rifiuti, e quindi testare direttamente la visione progressista? A questa domanda è diventato possibile rispondere solo in anni recenti, in parte attraverso le nuove tecniche emergenti della paleopatologia, o studio dei segni delle malattie nei resti di persone antiche.

In alcune situazioni fortunate, il paleopatologo ha quasi lo stesso materiale da studiare di un patologo odierno. Per esempio, gli archeologi nel deserto del Cile hanno trovato mummie ben conservate le cui condizioni mediche al momento della morte si sono potute determinare tramite autopsia. E le feci di Indiani morti da tempo, che vivevano nelle asciutte caverne del Nevada, sono rimaste abbastanza in buone condizione per essere esaminate alla ricerca di anchilostomi e altri vermi parassiti.

Di solito gli unici resti umani disponibili per lo studio sono gli scheletri, ma permettono un numero sorprendente di deduzioni. Per cominciare, uno scheletro rivela il sesso del suo proprietario, il peso, e l’età approssimata. Nei pochi casi in cui ci sono molti scheletri, si possono costruire tabelle di mortalità come quelle che le compagnie assicurative usano per calcolare la durata attesa di vita e il rischio di morte ad ogni data età. I paleopatologi possono anche calcolare i tassi di crescita misurando le ossa di persone di età differente, esaminare i denti alla ricerca di difetti dello smalto (segni di malnutrizione infantile), e riconoscere le cicatrici sulle ossa lasciate da anemia, tubercolosi, lebbra, e molte altre malattie.

Un esempio chiaro di ciò che i paleopatologi hanno imparato dagli scheletri riguarda i cambiamenti storici nell’altezza. Gli scheletri dalla Grecia e dalla Turchia mostrano che l’altezza media dei cacciatori-raccoglitori verso la fine delle ere glaciali era un abbondante metro e 75 cm per gli uomini, un metro e 65 cm per le donne. Con l’adozione dell’agricoltura, l’altezza crollò, e verso il 3000 a.C. aveva raggiunto una quota di soli 160 cm per gli uomini e 152 cm per le donne. Nel periodo classico le altezze crebbero di nuovo molto lentamente, ma i moderni greci e turchi non hanno ancora riacquistato l’altezza media del loro lontani predecessori.

Un altro esempio della paleopatologia all’opera è lo studio degli scheletri indiani dai tumuli funerari nelle valli dei fiumi Illinois e Ohio. A Dickson Mounds, situata presso la confluenza dei fiumi Spoon e Illinois, gli archeologi hanno esumato circa 800 scheletri che dipingono un’immagine dei cambiamenti dello stato di salute che occorsero quando una cultura di cacciatori-raccoglitori diede il via alla coltivazione estensiva di mais intorno al 1150 d.C. Studi condotti da George Armelagos e degli allora suoi colleghi all’università del Massachusetts mostrano che questi primi contadini pagarono un prezzo per il loro nuovo sostentamento. In confronto ai cacciatori raccoglitori che li precedettero, i contadini ebbero un aumento di quasi il 50% in difetti dello smalto dentario, indicatori di malnutrizione, un incremento di quattro volte dell’anemia da carenza di ferro (testimoniata da una condizione delle ossa detta iperostosi porosa), di tre volte nelle lesioni ossee dovute alle malattie infettive in generale, e un aumento delle condizione degenerative della colonna vertebrale, probabilmente segno di una gran quantità di duro lavoro fisico. “L’aspettativa di vita alla nascita nella comunità preagricola era di circa 26 anni,” dice Armelagos, “ma nella comunità agricola era di 19 anni. Perciò questi episodi di stress nutrizionale e di malattie infettive stavano seriamente colpendo la loro capacità di sopravvivere.”

Le prove suggeriscono che gli indiani a Dickson Mounds, come molti altri popoli primitivi, intrapresero l’agricoltura non per scelta ma per necessità, in modo da nutrire il loro numero in costante crescita. “Non penso che la maggior parte dei cacciatori-raccoglitori si fosse messa a coltivare se non avessero dovuto farlo, e quando passarono all’agricoltura barattarono la qualità per la quantità,” dice Mark Cohen dell’Università Statale di New York a Plattsburgh, curatore con Armelagos di uno dei libri seminali sul tema, Paleopatologia alle origini dell’agricoltura. “Quando cominciai per la prima volta a portare avanti questo argomento dieci anni fa, non molte persone concordavano con me. Ora è diventata una rispettabile, benché controversa, parte del dibattito”.

Ci sono almeno tre insiemi di ragioni per spiegare la scoperta che l’agricoltura era negativa per la salute. Primo, i cacciatori-raccoglitori godevano di una dieta varia, mentre i primi contadini ottenevano la maggior parte del cibo da una sola o poche colture ricche di amido. I contadini ottenevano calorie economiche al costo di una nutrizione povera (oggi tre sole piante ad alto contenuto di carboidrati – grano, riso e mais – forniscono il grosso delle calorie consumate dalla specie umana, eppure ciascuna di queste è carente in certe vitamine o aminoacidi essenziali per la vita). In secondo luogo, a causa della dipendenza da un numero limitato di colture, i contadini correvano il rischio della carestia se una di queste veniva meno. Infine, il semplice fatto che l’agricoltura incoraggiava le persone ad aggregarsi insieme in società affollate, molte delle quali ingaggiavano commerci con altre società affollate, portò alla diffusione di parassiti e malattie infettive (alcuni archeologi pensano che fu l’affollamento, più che l’agricoltura, a favorire le malattie, ma questo è problema dell’uovo e della gallina, perché l’affollamento incoraggia l’agricoltura e viceversa). Le epidemie non potevano prendere piede quando le popolazioni erano sparse in piccole bande che si spostavano costantemente. La tubercolosi e la diarrea dovettero attendere il sorgere dell’agricoltura; il morbillo e la peste bubbonica, l’apparizione di grandi città.

Accanto alla malnutrizione, carestia, e malattie epidemiche, la coltivazione contribuì a portare un’altra maledizione sull’umanità: profonde divisioni di classe. I cacciatori-raccoglitori hanno poco o nessun cibo immagazzinato, e nessuna fonte concentrata di cibo, come un frutteto o una mandria di mucche: essi vivono sulla base delle piante e animali selvatici che ottengono ogni giorno. Per cui, non possono esserci re, né classi di parassiti sociali che ingrassano sul cibo sequestrato ad altri. Solo in una popolazione agricola un’élite in buona salute e non produttiva poteva imporsi sulle masse perseguitate dalle malattie. Gli scheletri dalle tombe greche a Micene, risalenti a circa il 1500 a.C., suggeriscono che i reali godevano di una dieta migliore dei cittadini comuni, dato che gli scheletri reali erano da 5 a 7,5 cm più alti e avevano denti migliori (in media, una carie o un dente mancante invece di sei). Tra le mummie cilene del 1000 d.C. circa, l’élite si distingueva non solo dagli ornamenti e dai fermagli d’oro per capelli, ma anche per un tasso quattro volte inferiore di lesioni ossee dovute a malattie.

Contrasti simili nella nutrizione e nella salute persistono tuttora su scala globale. Per la gente in Paesi ricchi come gli USA, suona ridicolo celebrare le virtù della caccia o della raccolta. Ma gli americani sono un’élite, dipendente dal petrolio e dai minerali che devono spesso essere importati da Paesi con salute e nutrizione peggiori. Se uno potesse scegliere tra essere un contadino in Etiopia o un boscimano raccoglitori nel Kalahari, quale sarebbe la scelta migliore, secondo voi?

L’agricoltura potrebbe aver incoraggiato anche l’ineguaglianza tra i sessi. Liberate dalla necessità di trasportare i propri bambini durante la vita nomadica, e sotto pressione per produrre più mani per arare i campi, le donne contadine tendevano ad avere gravidanze più frequenti delle loro controparti tra i cacciatori-raccoglitori – con le conseguenti perdite in salute. Presso le mummie cilene, per esempio, più donne che uomini avevano lesioni ossee da malattie infettive.

Le donne nelle società agricole erano spesso trattate come animali da soma. Nelle comunità agricole odierne della Nuova Guinea vedo spesso le donne vacillare sotto carichi di verdura e legna da ardere, mentre gli uomini camminano a mani vuote. Una volta, durante un’escursione laggiù per studiare degli uccelli, offrii di pagare alcuni abitanti di un villaggio per portare provviste da una pista di atterraggio al mio campo base di montagna. L’oggetto più pesante era un sacco di riso da 50 chili, che legai ad un palo e assegnai ad un gruppo di quattro uomini perché lo portassero a spalla insieme. Quando infine raggiunsi i paesani, gli uomini stavano portando carichi leggeri, mentre una sola, piccola donna, neanche del peso del sacco di riso, era curva sotto di esso, sostenendo il suo peso con una corda intorno alle tempie.

Quanto all’asserzione che l’agricoltura incoraggiò la fioritura dell’arte fornendoci tempo libero,  i moderni cacciatori-raccoglitori ne hanno almeno altrettanto dei contadini. Tutto il risalto dato al tempo libero come fattore critico mi pare fuori luogo. I gorilla hanno avuto un ampio tempo libero per costruire il proprio Partenone, se avessero voluto. Mentre gli avanzamenti tecnologici post-agricoli hanno reso possibili nuove forme di arte e più facile la conservazione dell’arte, grandi dipinti e sculture venivano prodotti dai cacciatori-raccoglitori 15.000 anni fa, e venivano ancora prodotte fino al secolo scorso da cacciatori-raccoglitori come alcuni eschimesi o indiani della costa Pacifica nordoccidentale.

Così con l’avvento dell’agricoltura un’élite migliorò la propria condizione, mentre la maggior parte della gente la peggiorò. Invece di bere la versione della fazione progressista per cui scegliemmo l’agricoltura in quanto per noi positiva, ci dobbiamo chiedere come ci siamo rimasti intrappolati nonostante le sue falle.

Una risposta risiede nell’adagio: “la Storia è scritta dai vincitori”. L’agricoltura poteva sostenere molte più persone che la caccia, anche se con una peggiore qualità della vita. Le densità di popolazione dei cacciatori-raccoglitori raramente superano 1 persona ogni 40 km2, mentre gli agricoltori di media sono 100 volte tanto. In parte, ciò avviene perché un campo coltivato interamente a scopo alimentare permette di sfamare molte più bocche che una foresta con piante commestibili sparse qua e là. In parte, anche, è perché i cacciatori-raccoglitori nomadi devono mantenere le nascite spaziate da intervalli di quattro anni tra loro mediante infanticidio o altri mezzi, dato che una madre deve trasportare suo figlio finché non è abbastanza grande da tenere il passo degli adulti. Dato che le donne contadine non hanno questo fardello, esse possono partorire e spesso partoriscono un figlio ogni due anni.

Quando le densità di popolazione dei cacciatori-raccoglitori crebbero lentamente alla fine delle ere glaciali, le bande dovettero scegliere tra sfamare più bocche intraprendendo i primi passi verso l’agricoltura, oppure trovare un modo per limitare la crescita. Alcune bande scelsero la prima soluzione, non potendo individuare in anticipo i lati negativi dell’agricoltura, e sedotti dalla temporanea abbondanza di cui godettero prima che l’aumento della popolazione raggiungesse l’accresciuta produzione di cibo. Queste bande superarono in numero e quindi scacciarono o uccisero le bande che scelsero di rimanere cacciatori-raccoglitori, perché un centinaio di contadini malnutriti possono comunque avere la meglio su un cacciatore in buona salute. Non è che i cacciatori-raccoglitori abbandonarono il loro stile di vita, ma quelli abbastanza assennati da non abbandonarlo furono scacciati via da tutte le zone, eccetto quelle che non interessavano i contadini.

A questo punto è istruttivo richiamare la continua lamentela che l’archeologia è un lusso, interessata al passato remoto, che non offre lezioni per il presente. Gli archeologi che studiano il sorgere dell’agricoltura hanno ricostruito un passo cruciale in cui abbiamo fatto il peggior sbaglio nella storia umana. Obbligati a scegliere tra limitare la popolazione o cercare di aumentare la produzione di cibo, scegliemmo la seconda via e finimmo con carestia, guerra e tirannia. I cacciatori-raccoglitori hanno praticato il più efficace e duraturo stile di vita nella storia umana. Di contro, noi stiamo ancora lottando con il disordine in cui ci gettato l’agricoltura, e non è chiaro se possiamo risolverlo.

Supponiamo che un archeologo venuto in visita dallo spazio tenti di spiegare la storia umana ai suoi simili. Potrebbe illustrare il risultato dei suoi scavi con un orologio da 24 ore in cui un’ora rappresenta 100.000 anni di tempo realmente passato. Se la storia della razza umana è cominciata a mezzanotte, allora noi ci troveremmo adesso quasi alla fine del nostro primo giorno. Abbiamo vissuto come cacciatori-raccoglitori per quasi tutto quel giorno, da mezzanotte attraverso l’alba, mezzodì, e il tramonto. Infine, alle 23:54, abbiamo adottato l’agricoltura. Mentre la nostra seconda mezzanotte si avvicina, la condizione dei contadini colpiti dalla fame si diffonderà fino ad avvolgerci tutti? O riusciremo in quale modo a conseguire le seducenti benedizioni che ci figuriamo dietro la facciata scintillante dell’agricoltura, e che finora ci sono sfuggite?

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Pubblicato sulla rivista Discover Magazine del maggio 1987

The Worst Mistake In The History Of The Human Race

 

Come funziona il nostro cervello?

I trattati sulla mente umana come gli antichi testi medievali di anatomia

di Bruno Sebastiani

Il funzionamento del nostro cervello è uno degli argomenti più interessanti tra i molti che il sapere scientifico ci propone, ma è anche uno dei più misteriosi.

Per cercare di approfondirlo ho letto vari libri di neuroscienziati e psicologi, da Paul McLean a Michael Gazzaniga, da Merlin Donald a Julian Jaynes, fino al nostro Guido Brunetti.

Il mio non è stato un percorso né scientifico, né sistematico. Ho dato anche per scontato che se qualcuno avesse veramente compreso come funziona il cervello e lo avesse descritto in un libro, ebbene io non sarei stato in grado di comprenderlo, così come non sono in grado di decifrare i più astrusi problemi di matematica o le più complesse formule chimiche.

Ma sarei stato appagato di sapere che qualche altro essere umano aveva veramente preso conoscenza di tutti gli elementi e i passaggi attraverso i quali si formano le idee e di come e perché ragioniamo, proviamo sentimenti.

Appagato e preoccupato. Sapere con esattezza come funziona un dispositivo in gergo umano significa essere in grado di replicarlo. Di qui i motivi di apprensione.

Ma ad oggi queste ansie non mi turbano perché l’unica cosa che ho veramente compreso da tutti gli approfondimenti effettuati è che l’essere umano è ben lungi dal sapere come realmente funziona il suo “organo di comando”.

L’impressione è di essere davanti ad una pseudo-scienza che deduce le sue conclusioni dai comportamenti e dagli atteggiamenti esteriori anziché dal funzionamento intrinseco del suo oggetto di studio.

Spesso, purtroppo, questi comportamenti esteriori sono anche il frutto di crudeli sofferenze inferte ad animali cavia, come l’amputazione di una zampa nei ratti di Killackey o l’asportazione di un occhio nella scimmia di Rakic (cfr. M. Gazzaniga, La Mente della Natura, Milano, Garzanti, 1997, p. 68)

Gli schemi e le figure del cervello che troviamo anche nei più seri trattati di neuroscienze ricordano da vicino i disegni tracciati a penna negli antichi trattati di anatomia.

Secoli or sono si dissezionavano i corpi e si prendeva atto della presenza di tanti organi, ciascuno preposto ad un compito specifico.

Ma sulle reali modalità di funzionamento di ciascuno di essi vi era il buio assoluto allora (e solo una fioca luce oggi).

Data la complessità del cervello il problema della comprensione del suo funzionamento è ben più arduo da risolvere.

Le riviste di divulgazione parlano di una quantità spropositata di elementi all’interno della nostra scatola cranica: “100 miliardi di cellule (i neuroni) ognuna delle quali sviluppa in media 10 mila connessioni con le cellule vicine”, attraverso dendriti e assoni, i dispositivi di input e di output, al punto che “il numero totale delle connessioni che i neuroni di un cervello umano riescono a stabilire supera il numero di tutti i corpi celesti presenti nell’universo”.

Premesso che non si sa chi conosca l’esatto numero di tutti i corpi celesti e tenuto conto della più che probabile approssimazione delle cifre esposte, resta il fatto che ci troviamo senz’altro di fronte ad una realtà che supera le nostre capacità di analisi.

Ecco un altro dei “limiti dell’intelligenza”, e non il meno importante.

Oltretutto non si tratta di una semplice questione di numeri. Il dialogo tra “periferia” e “centro” ed anche quello tra i vari elementi della nostra “direzione centrale” avviene in parte sotto forma di impulsi elettrici di potenza variabile e in parte come scambio di elementi chimici dal mutevole dosaggio.

Quanto è più semplice il funzionamento dei nostri computer, che si basa su un linguaggio binario alimentato solo da segnali elettrici di potenza costante!

E, inoltre, siamo certi che il neurone sia effettivamente l’unità di base del sistema? In un mio precedente articolo parlavo di microcosmo e di macrocosmo. Noi possiamo analizzare ciò che i nostri sensi ci sottopongono. Possiamo andare un poco più in là utilizzando gli strumenti che la nostra mente ci ha messo a disposizione. Ma nulla di più.

Sono limitati i nostri sensi, è limitata la nostra mente.

Arriverà il momento in cui riusciremo a comprendere tutto?

No. No, perché non potremo mai superare quei limiti fisici impostici dalla natura al momento del nostro concepimento e della nostra nascita.

È una questione puramente materiale. È come se una formica volesse sollevare un macigno. Tante formiche insieme possono spostare un piccolo sasso. Ma nulla di più. E l’universo è infinito.

Dalla notte dei tempi gli uomini hanno istintivamente raffigurato questa realtà nel dualismo tra la nostra minuscola natura e l’onnipotenza di un ente chiamato dio.

Ma questo dipinto nel corso dei secoli si è andato sbiadendo e il cervello umano, affinando pian piano le sue capacità, si è illuso di arrivare a mete un tempo neppure ipotizzabili.

Non ha tenuto conto che esso continua a risiedere in un corpo alto 170 centimetri, all’interno di una scatola cranica capace di ospitare un organo di 1.200 cc e del peso di 1,5 kg., misure che possono espandersi veramente di poco!

Tutto questo ragionamento intende arrivare ad una semplice conclusione: la nostra intelligenza è limitata e non potrà mai crescere più di tanto, esattamente come il nostro corpo ha dei limiti fisici che non potremo mai estendere a nostro piacimento.

Il mondo della natura è immenso. Quel frammento sul quale ci siamo evoluti (il pianeta Terra) ospitava tante altre entità che avrebbero dovuto essere nostre compagne di viaggio.

Ma, essendo gli “organi di comando” di queste ultime inferiori ai nostri, le abbiamo asservite o distrutte, senza tener conto della interdipendenza di tutti gli elementi co-evolutisi in un medesimo ecosistema. E senza neppur tener conto della limitatezza delle risorse a nostra disposizione.

Abbiamo cioè creato dei problemi che ora la nostra mente, a causa della sua limitatezza, non è in grado di risolvere.

Ecco dove nasce l’importanza della consapevolezza dei limiti della nostra intelligenza. Se ne prenderemo coscienza potremo forse fermarci. Saremo in tempo per salvare il fenomeno “vita” sul pianeta? È impossibile saperlo, ma una cosa è certa: la fiducia sulla illimitatezza della nostra intelligenza non può che condurci al disastro finale.

https://www.neuroscienze.net/come-funziona-il-nostro-cervello/

Specie maligna

di Bruno Sebastiani

Da sempre siamo abituati a considerare l’uomo come l’essere più importante e progredito sulla faccia della Terra.

Gli antichi miti, la filosofia greca, le grandi religioni monoteistiche hanno sempre riservato all’essere umano la posizione di vertice nella scala della natura.

Rinascimento, Illuminismo, Esistenzialismo ed ogni altra corrente filosofica e scientifica, Evoluzionismo compreso, hanno concordemente rafforzato questo concetto.

E, in effetti, i risultati da noi conseguiti nella lotta per la vita confermano giorno dopo giorno la nostra indubbia superiorità.

Abbiamo sbaragliato ogni concorrente, abbiamo trovato rimedi contro innumerevoli malattie, abbiamo dominato le avversità climatiche trovando soluzioni abitative che hanno permesso di diffonderci a ogni latitudine.

Come esito di questa supremazia ci siamo moltiplicati secondo il ben noto insegnamento biblico.

Sennonché ora, giunti all’alba del terzo millennio, questa abnorme moltiplicazione si è trasformata in sovrappopolazione e pone seri problemi di sopravvivenza a noi come specie e alla biosfera nel suo complesso.

Per sfamare miliardi di esseri umani e alimentare miliardi e miliardi di macchine e apparecchiature di ogni genere abbiamo dovuto saccheggiare il mondo della natura oltre ogni immaginabile forma e quantità.

Fino a qui nulla di nuovo. Purtroppo siamo abituati a sentire allarmi ecologici a ripetizione, richiami al risparmio energetico, alla sostenibilità, a stili di vita meno consumistici.

Che la situazione sia grave è risaputo.

Ma stranamente nessuno, neppure tra gli ambientalisti più estremi, ha dedotto da tale stato di cose che la conclamata superiorità umana anziché essere un elemento positivo nel mondo della natura è un fattore negativo, il più negativo di tutti.

E se lo sviluppo del nostro cervello, che ci ha consentito di effettuare tutte queste trasformazioni, fosse stato un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente da madre natura che ben presto lo abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente?

Nessun dubbio sulla superiorità del nostro intelletto, che si è rivelato un’arma tanto potente da consentirci di contravvenire a quelle leggi di natura che per milioni e milioni di anni hanno regolato l’equilibrio tra tutte le specie presenti su questo pianeta.

Ma ora, dopo aver rotto quell’equilibrio, dopo aver causato l’estinzione di tante altre specie animali, dopo aver disboscato e deforestato gran parte della superficie terrestre, ci accorgiamo che la nostra vita dipende anche da tutte queste realtà in corso di annientamento!

E tragicamente il nostro intelletto non pare in grado di ricostituire tra gli elementi della natura un equilibrio artificiale altrettanto stabile come quello distrutto.

Sappiamo aggredire e diffonderci, ma non sappiamo costruire un nuovo habitat duraturo.

Le sole entità nel mondo della natura che evidenziano un comportamento analogo sono le cellule tumorali maligne.

Anch’esse in origine sono sane, normali. Poi subiscono un processo evolutivo “anomalo”, una mutazione del materiale genetico che ne altera l’equilibrio tra divisione e morte cellulare, e ciò dà luogo a quella proliferazione incontrollata che è all’origine dei tumori.

Ecco. Anche noi nel corso dell’evoluzione abbiamo subìto un processo di crescita “anomalo”.

Sul nostro cervello “rettiliano” e su quello “limbico” «… compare, in una fase tarda dell’evoluzione, un tipo più complesso di corteccia, chiamata neocorteccia, che caratterizza il cervello dei mammiferi più evoluti e raggiunge il suo massimo sviluppo nell’uomo, diventando il cervello capace di leggere, scrivere e far di conto.» (Paul MacLean, Evoluzione del cervello e comportamento umano, Torino, Einaudi, 1984)

Mentre lo sviluppo dei due primi tipi di cervello è avvenuto nel corso di milioni di anni, la crescita del terzo ha avuto un andamento rapido e via via sempre più accelerato, certamente “anomalo”.

È da lì che abbiamo iniziato ad abbandonare sempre più la via dell’istinto per seguire quella della ragione, è da lì che abbiamo sostituito l’”artificiale” al “naturale”.

Il parallelismo tra l’origine del cancro e quello della civiltà umana è impressionante. Ma ancor più impressionante è il seguito della storia.

Le cellule cancerogene proliferano in modo sempre più numeroso, e così è stato della nostra specie, soprattutto dall’invenzione dell’agricoltura in avanti. Le scoperte in campo medico hanno poi consentito alla popolazione mondiale di aumentare di numero con quell’andamento iperbolico che oramai tutti conosciamo, ma che comunque è bene avere sempre presente.

1_crescita_popolazione

Nella figura è indicato il numero di milioni di uomini presenti sulla Terra (asse delle ordinate) da 12.000 anni fa ad oggi (asse delle ascisse).

Le previsioni ci dicono che nel 2050 saremo oltre nove miliardi e nel 2100 più di undici.

Anche i processi di diffusione delle cellule cancerogene e degli esseri umani nel territorio a propria disposizione presentano evidenti analogie.

Le une e gli altri aggrediscono dapprima le entità più vicine. Le prime distruggono le cellule, i tessuti e gli organi sani limitrofi, i secondi gli animali e le piante.

Con queste attività di “conquista” entrambi apportano sensibili modifiche ai luoghi ove risiedono.

Terminata questa prima fase di espansione le cellule tumorali e gli uomini vanno alla ricerca di nuovi spazi da colonizzare.

È la fase del cancro contraddistinta dalla diffusione delle metastasi.

Se guardiamo l’intero orbe terracqueo possiamo purtroppo constatare che, per quanto riguarda gli esseri umani, questa fase si è già conclusa.

Oramai siamo ovunque e le cellule più aggressive, gli uomini bianchi occidentali, hanno contagiato con la loro malignità anche le cellule un tempo meno virulente.

I popoli del Sol Levante sono l’esempio più emblematico al riguardo, ma tutti gli abitanti del pianeta stanno inseguendo, chi più chi meno, l’illusione dello sviluppo industriale, della crescita economica e dell’aumento dei consumi.

Se questa è dunque la situazione in cui ci troviamo, pressoché universalmente riconosciuta, perché, mi son detto, non provare a reinterpretare la realtà, compresa la storia passata e quella contemporanea, secondo questa nuova chiave di lettura, ovvero dell’uomo come cancro del pianeta?

L’operazione, oltre ad essere doverosa in ossequio alla verità, può forse essere in grado di produrre qualche effetto benefico.

Un messaggio tanto estremo, tale da ribaltare i convincimenti più profondi sin qui maturati nell’inconscio collettivo da parte di quasi tutta l’umanità, potrebbe forse indurre qualcuno a modificare i propri abituali comportamenti irriguardosi nei confronti della biosfera.

Ho cercato di mettere per iscritto questo messaggio in due libri, “Il Cancro del Pianeta” e “Il Cancro del Pianeta Consapevole”, pubblicati rispettivamente nel 2017 e nel 2018 dall’Editore Armando, di Roma. Un terzo libro è già stato completato e verrà pubblicato prossimamente.

Ho poi creato il blog “Il Cancro del Pianeta” https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/, in cui si possono trovare, oltre a miei articoli, interviste e recensioni, gli scritti di importanti precursori di questa teoria.

Parallelamente ho iniziato a collaborare con un blog a sfondo ambientalista https://ugobardi.blogspot.com/ e con un altro attivo nel campo delle neuroscienze https://www.neuroscienze.net/category/sezioni-tematiche/limiti-dell-intelligenza/. Inizio ora, con questo mio primo contributo, a collaborare con Quantic Magazine, e mi auguro che anche attraverso questo importante canale il messaggio che intendo diffondere raggiunga quante più persone possibile.

Alla teoria ho dato un nome: Cancrismo. Mi rendo conto che a tutta prima questo termine possa apparire sgradevole, ma il mio obiettivo non è quello di accattivarmi simpatie, bensì di far riflettere le persone sulla triste realtà che ci circonda.

E se qualcuno ritenesse di riconoscersi in queste idee, sarebbe oltremodo gradita la sua collaborazione per la loro diffusione.

Gli argomenti da affrontare sono moltissimi: si tratta di rileggere la storia del mondo con nuovi occhi, di riesaminare la realtà ribaltando di 180 gradi i convincimenti sin qui prevalenti.

Io cercherò di farlo anche su questo Magazine e vi do pertanto appuntamento ai miei prossimi articoli.

https://quanticmagazine.com/archives/15/02/2019/cancro-e-civilta-umana-pianeta-terra-un-parallelismo-doveroso/

Cancrismo e limiti dell’intelligenza

L’estremo tentativo di fermare la corsa verso il baratro

di Bruno Sebastiani

Quale è la connessione tra il “cancrismo” (ovvero la teoria che equipara gli esseri umani alle cellule tumorali del pianeta Terra) e un argomento tipico delle neuroscienze quale i limiti dell’intelligenza?

Per comprendere quanto i due temi siano strettamente correlati bisogna risalire a quella che il cancrismo ritiene essere la carcinogenesi del tumore che affligge la biosfera.

Nel mio primo libro, “Il Cancro del Pianeta”, ho individuata l’origine di questa malattia nell’“abnorme evoluzione del cervello umano”.

Nel mio secondo libro, “Il Cancro del Pianeta Consapevole”, ho approfondito la questione indagando su come e quando il cervello umano abbia superato, nel suo percorso evolutivo, la soglia di “ecocompatibilità”, ovvero quando abbia consentito all’animale-uomo di contravvenire alle regole istintuali che fino ad allora avevano regolato la sua vita esattamente come quella di tutti gli altri esseri viventi.

Da notare che il maggiore sviluppo dell’encefalizzazione nell’uomo rispetto agli altri animali non è oggetto di alcuna contestazione.

Si può tranquillamente affermare che il fatto è “di per sé evidente”.

La novità introdotta dal cancrismo è che questo sviluppo “abnorme”, lungi dal doversi considerare positivamente, come hanno fatto tutte le teorie e ideologie sin qui elaborate, è da ritenere sommamente negativo, l’autentica origine di tutti i mali.

È l’equivalente di quella mutazione genetica che trasforma una cellula normale di un qualsiasi tessuto sano del corpo in cellula cancerogena.

Tale trasformazione, come sappiamo, è di per sé irreversibile; parimenti l’intelligenza, una volta sovra-evoluta, non può regredire. Può solo sospingere l’uomo verso invenzioni e conquiste sempre più dirette ad accrescere la sua egemonia su ogni altro essere vivente.

A questo punto sembrerebbe logico chiedersi: perché questo predominio è da considerare negativo anziché positivo?

La risposta non è semplice, ma la questione è fondamentale per comprendere la reale portata della teoria cancrista.

Proviamo a rispondere con un’altra domanda: l’intelligenza umana sovra-evoluta, dopo aver rotto l’equilibrio della biosfera a proprio esclusivo vantaggio, è in grado (o lo sarà in futuro) di ricomporre un nuovo equilibrio che consenta la sopravvivenza della vita su basi artificiali?

Un’intelligenza in grado di assolvere un siffatto compito dovrebbe essere dotata di una “potenza elaborativa” assai superiore a quella messa in campo dalla natura per creare la vita a partire dal brodo primordiale in cui si trovarono a ribollire i primi elementi. Assai superiore in quanto la natura ha avuto a disposizione miliardi di anni per realizzare la sua costruzione, mentre all’uomo di oggi non rimane che una manciata di anni (dieci, cento, mille?) per rimediare ad una situazione di squilibrio da lui causata con ritmi crescenti secolo dopo secolo.

Per di più questa azione di risanamento artificiale dovrebbe avvenire in un mondo frazionato in centinaia di stati, molti dei quali in guerra tra loro e per nulla intenzionati a lasciar prevalere la fazione opposta.

Più o meno consapevolmente è questo il motivo che spinge l’umanità in due direzioni:

1 – verso un Governo Unico Mondiale

2 – verso lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale

In assenza del conseguimento di questi due obiettivi ben poche sarebbero le speranze di salvezza della biosfera.

Oggettivamente pare più facilmente conseguibile il secondo obiettivo rispetto al primo, il quale, oltretutto, per essere efficace richiederebbe al genere umano una rigida disciplina esistenziale.

Per quanto riguarda l’Intelligenza Artificiale vi è da dire che il suo sviluppo è coerente con il desiderio di onnipotenza di Homo sapiens , ma, al tempo stesso, rappresenta anche il miglior riconoscimento dei limiti della nostra intelligenza e della incapacità del nostro cervello di ricostituire quell’equilibrio naturale che abbiamo distrutto.

Né vi è speranza che il nostro “organo di comando” si potenzi ulteriormente in tempi brevi, sia perché i tempi dell’evoluzione sono comunque lunghi, sia perché secondo alcuni studi recenti, su cui avremo modo di tornare, l’intelletto umano avrebbe raggiunto il suo limite massimo e non potrebbe più espandersi per problemi di spazio e di energia.

Ma a questo punto si impone la considerazione più importante: se anche l’Intelligenza Artificiale consentisse all’uomo di ricomporre un nuovo equilibrio per la sopravvivenza della vita su basi artificiali, di che vita si tratterebbe? Ovviamente sempre e solo di quella umana e, per quanto riguarda i regni animale e vegetale, solo di quella parte necessaria alla nostra alimentazione.

Addio biodiversità, addio alle specie non utili all’umana sopravvivenza (alle poche ancora non estinte), addio a foreste e boschi.

E che mondo sarebbe questo? Il regno dei robot? Un incubo da film di fantascienza?

La sopravvivenza di un’unica specie in un mondo retto dall’Intelligenza Artificiale sarebbe cosa ben diversa dall’armonia che la natura aveva saputo creare tra tutte le specie in milioni e milioni di anni.

Questa armonia, lo sappiamo bene, si basava principalmente sulla selezione naturale (lotta per la sopravvivenza, legge del più forte, catena alimentare in cui il pesce più grosso mangia il più piccolo, ecc.). Ma quello che la morale umana considera “male”, per il mondo della natura era semplicemente il sistema per mantenere in equilibrio il numero degli appartenenti alle varie specie, e, in definitiva, per garantire l’armonia della biosfera.

A fronte di questa impasse nella quale oggi ci troviamo, il cancrismo intende riportare l’essere umano alla reale consapevolezza dei limiti della propria intelligenza.

Il renderci conto che l’evoluzione subìta dal nostro cervello è stato un errore commesso da madre natura, uno dei tanti vicoli ciechi imboccati nel corso dell’evoluzione, è forse l’estremo tentativo per indurci a fermare la folle corsa verso il precipizio.

Avverrà questa presa di coscienza? Servirà a qualcosa?

https://www.neuroscienze.net/cancrismo-e-limiti-dellintelligenza/

Il Cancro del Pianeta Consapevole

Un nuovo libro sul tumore che affligge la Terra

di Bruno Sebastiani

La teoria “uomo = cancro del pianeta” è stata enunciata per la prima volta in modo organico nel libro “Il Cancro del Pianeta”. A seguito dell’interesse suscitato, esce ora “Il Cancro del Pianeta consapevole” (sempre di Armando Editore), nel quale vengono approfonditi vari temi sui che non avevano trovato collocazione nel primo saggio.

Perché un nuovo libro sul cancro del pianeta? Ho cercato di condensare la migliore risposta a questa domanda in una frase inserita nella quarta di copertina: «Le cellule cancerogene sono consapevoli di essere maligne, cioè di essere apportatrici di una malattia mortale? Sicuramente no. Se lo fossero regredirebbero? Difficile a dirsi, ma laddove possibile il tentativo di renderle consapevoli andrebbe fatto

Ebbene, se, sulla base della teoria esposta nel mio primo libro, l’essere umano è da considerare alla stregua di una cellula tumorale che sta distruggendo i tessuti sani del corpo di Gaia, il passo successivo non poteva che essere quello di tentare di renderlo edotto di tale sua natura.

Altro che figlio di dio, re del creato, signore del mondo ecc. ecc.

Abbiamo semplicemente ricevuto da madre natura il “dono non richiesto” (“the unsolicited gift” di koestleriana memoria, ovvero l’abnorme evoluzione del nostro cervello) e lo abbiamo usato a nostro esclusivo vantaggio, invadendo e devastando gli spazi che l’equilibrio creatosi in milioni e milioni di anni aveva riservato a tutte le altre specie animali e vegetali.

Ora siamo vicini al punto di non ritorno, probabilmente lo abbiamo già superato innescando reazioni che finiranno per distruggere anche la nostra specie dopo tutte quelle che abbiamo già annientato, esattamente come accade alle cellule cancerogene negli ammalati di cancro in fase terminale.

Come continuare ad assistere a questo scempio senza lanciare un urlo nel tentativo disperato di aprire gli occhi dei nostri contemporanei?

Se questa è la motivazione che mi ha spinto a scrivere questo nuovo saggio, relativamente al suo contenuto mi sono avventurato in tre distinti territori.

Innanzitutto ho approfondito il tema fondamentale dell’abnorme evoluzione subìta dal nostro encefalo e della sua ulteriore accelerazione di tipo autocatalitico. Nel primo libro (“Il Cancro del Pianeta”, Armando Editore, Roma, 2017) avevo già affrontato l’argomento, ma in modo sintetico. Qui ora, in questo nuovo saggio, gli ho dedicato più spazio ed ho cercato di analizzarlo anche alla luce dei contributi di alcuni autorevoli neuroscienziati.

In secondo luogo ho esplorato i cataclismi che il nostro pianeta ha sopportato nel corso della sua lunga vita per cause “non antropiche”, quali le glaciazioni, gli impatti siderali, le estinzioni di massa. Come noto per i negazionisti queste calamità furono assai più rilevanti di quelle causate dall’uomo, e tale argomento viene sbandierato per sminuire le nostre responsabilità in tema di danni ambientali. La mia analisi giunge a conclusioni ben diverse, ma per poterlo fare in modo puntuale era necessario immergersi in questa materia e sviscerarla sotto ogni angolatura, ad iniziare dall’esame delle devastazioni dei tessuti sani del pianeta da noi già perpetrate per poi passare ad argomentazioni di tipo più teorico-deduttivo.

Infine nell’ultima parte del libro viene introdotta la figura di un “buon dottore” cosmico, un soggetto immaginario alieno dalla visione antropocentrica del mondo, il quale, osservando la Terra e la sua storia dallo spazio, passa in rassegna i contributi di “chi ha maggiormente spinto sull’acceleratore del progresso” e di “chi si è parzialmente opposto alla diffusione del male”, pervenendo alla rivalutazione di movimenti, correnti di pensiero e autori che hanno messo in guardia, purtroppo con scarso successo, l’umanità dai pericoli insiti nel pensiero razionale e nelle sue conseguenze.

Come si può vedere da questa breve esposizione dei temi trattati ne “Il Cancro del Pianeta Consapevole” (Armando Editore, Roma, 2018), la teoria enunciata nel 2017 nel mio primo libro, alla quale ho poi dato il nome di “cancrismo”, si arricchisce ora di un nuovo capitolo dedicato alla consapevolezza che dobbiamo assumere della nostra natura di cellule tumorali del pianeta Terra.

La bruttezza di questo ruolo è ben rappresentata dall’immagine prescelta per la copertina del libro: un busto dalle braccia protese, completamente ricoperto da bubboni ed ispide escrescenze. La scultura, titolata “Mare Nero”, è opera di Mario Giammarinaro, artista specializzato nel riprodurre i disastri ambientali provocati dall’uomo.

E per quanto riguarda il “da farsi”, il come reagire ad una situazione tanto drammatica? Molti me lo hanno chiesto, ritenendo che ogni teoria debba prevedere una parte “salvifica” e non possa concludersi senza speranza, esattamente come la vittoria dei “buoni” è un must di ogni pellicola cinematografica.

Purtroppo la vita non è un film.

In un prossimo libro che ho già scritto e che sarà pubblicato l’anno prossimo, la speranza apparirà ancor più remota. L’argomento sarà infatti la complessità dell’organizzazione sociale che abbiamo creato e l’ineluttabilità del suo continuo progresso sino alla crisi finale.

Cionondimeno, anche se il vicolo cieco in cui l’evoluzione ci ha sospinto è privo di via di uscita, non possiamo esimerci dal guardare in faccia la realtà e dal riconoscerci come cellule maligne distruttrici di ogni altro organismo dotato di vita.

Ognuno poi, alla luce di tale constatazione, potrà cercare vie di sopravvivenza individuali che soddisfino le proprie aspettative.

Ma questo è un altro discorso, non più di carattere collettivo bensì relativo alla sopravvivenza più o meno felice di ogni singolo essere umano.

https://www.neuroscienze.net/il-cancro-del-pianeta-consapevole/

https://ugobardi.blogspot.com/2019/02/un-nuovo-libro-di-bruno-sebastiani-il.html

La nostra intelligenza tra microcosmo e macrocosmo

di Bruno Sebastiani

17 gennaio 2019

APPARATI DI INTERAZIONE, LORO DIMENSIONI ED ORIGINI

In natura ogni essere vivente dispone di apparati che gli consentono di interagire con l’ambiente circostante.

Generalmente questi apparati sono costituiti da sensori in entrata, dispositivi di elaborazione dati e attuatori in uscita ed hanno dimensioni e potenza elaborativa commisurate alle dimensioni dell’organismo di cui fanno parte.

La loro funzione è di rendere partecipe quest’ultimo della vita del pianeta.

La vita esiste in quanto gli esseri viventi sono dotati di questi apparati e questi apparati esistono per consentire agli esseri viventi di vivere.

È una tautologia ma è la reale logica dell’evoluzione, la quale non procede secondo la nostra ragione ma con una tutta sua che ci ricorda da vicino il famoso enunciato di Hegel: «Tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale».

Ovvero ciò che esiste esiste in quanto la natura lo ha prodotto, ciò che non esiste non esiste in quanto la natura non lo ha prodotto.

Questa affermazione, oltre ad avere una valenza per così dire “statica”, ne ha anche una “dinamica”, secondo la quale ciò che esiste si modifica “se e come” la natura lo modifica e non si modifica se la natura non interviene.

Potremmo porre questa affermazione alla base della logica dell’evoluzione, ma non è questo l’argomento che intendo approfondire in questa sede.

ESPANDIBILITÀ DELLA POTENZA ELABORATIVA DEGLI APPARATI DI INTERAZIONE

Abbiamo detto che gli apparati di interazione dispongono di dispositivi di elaborazione di dimensioni e potenza commisurate alle dimensioni dell’organismo di cui fanno parte.

Questa è una asserzione che necessita di un approfondimento perché di importanza basilare per il messaggio che vorrei trasmettere.

È evidente che il dispositivo di elaborazione dati corrisponde al cervello, cioè all’organo di comando dell’apparato di interazione, alias del sistema nervoso.

Ebbene, questo organo di comando corrisponde effettivamente quanto a capacità (o potenza) “elaborativa” alle dimensioni corporee dell’organismo che lo ospita?

Non proprio. Qualora sussistesse questa diretta corrispondenza, balene ed elefanti sarebbero gli esseri viventi con maggiori capacità intellettive, e prima di essi mammut e dinosauri.

Non vi è dubbio alcuno, a contrariis, che tale primato spetti all’uomo, la cui capacità cranica e dimensioni corporee complessive sono ben minori rispetto a quelle di altri esseri viventi.

La verità è che, come ben sappiamo, la capacità (o potenza) elaborativa di un cervello non dipende tanto dalle dimensioni dell’organismo che lo ospita, quanto dal numero di neuroni presenti nel medesimo e dalla quantità e qualità delle loro interconnessioni.

I neuroscienziati mi perdoneranno l’eccessiva semplificazione terminologica e concettuale, ma l’obiettivo di questo breve saggio non è di natura scientifica bensì “filosofica”.

Chi volesse approfondire la questione da un punto di vista scientifico può consultare uno studio pubblicato su Frontiers in Neuroanatomy nel dicembre 2017 e riportato anche nel mio blog (https://theplanetscancer.com/wp-content/uploads/2025/09/c2f03-fnana-11-00118.pdf).

Tra i tanti dati di sicuro interesse, questo studio ci ricorda come la corteccia cerebrale dei gatti contenga 250 milioni di neuroni e quella dei cani quasi 530. Da altre fonti sappiamo che il cervello umano vanta circa 16 miliardi di neuroni corticali.

Ecco che già questi numeri dimostrano come non sussista un criterio di proporzionalità diretta tra dimensioni corporee e capacità intellettive: i 530 milioni neuroni del cane sono la trentesima parte dei nostri 16 miliardi, eppure il nostro peso e la nostra altezza non sono certo superiori trenta volte a quelli di un cane!

Ancor più evidente è il fatto che molti mammiferi hanno dimensioni superiori ad Homo sapiens e dispongono di un acume cerebrale ben inferiore.

È accertato dunque che la corteccia cerebrale, i neuroni e le sinapsi possono accrescersi più che proporzionalmente rispetto alle dimensioni corporee delle singole specie. Ma di quanto?

I LIMITI ALL’ESPANDIBILITÀ DELLA POTENZA ELABORATIVA DEL CERVELLO

Per affrontare in modo sensato l’argomento posto dal titolo di questo paragrafo bisogna tener conto che quello che abbiamo definito come apparato di interazione con il mondo esterno (il sistema nervoso) ha sì la sua parte rilevante nel “dispositivo di elaborazione” (il cervello), ma a tale “unità centrale” i dati arrivano da quei “sensori in entrata” che corrispondono ai cinque sensi di cui siamo dotati. E questi ultimi non sono modificabili per via evolutiva e men che meno artificiosamente.

Ecco dunque il primo limite all’espandibilità della potenza elaborativa del cervello: non potrà mai processare input che non riceve o che riceve in modo limitato (pensiamo ad esempio alle nostre capacità olfattive rispetto a quelle del cane).

Per comprendere quale sia il secondo limite (ancor più rilevante) occorre introdurre i concetti di microcosmo e macrocosmo.

Non sappiamo a che punto della scala delle grandezze dell’Universo ci collochiamo.

Siamo al primo piano o al centesimo? Sappiamo che sotto di noi ci sono tanti esseri inferiori (insetti, batteri) e ancor più sotto tante particelle di materia (atomi, elettroni, quark), mentre sopra di noi c’è l’intero cielo con tutti i pianeti e le stelle che punteggiano la volta celeste.

Nulla sappiamo dell’”al di qua” e dell’”al di là” a causa della limitatezza dei mezzi di indagine a nostra disposizione, ma le dimensioni del microcosmo e del macrocosmo a noi note sono già sufficienti a farci capire – se siamo in buona fede – che la potenza del nostro cervello non potrà mai assurgere ad altri livelli dimensionali.

Abbiamo surclassato cani, gatti e ogni altro essere vivente quanto a intelligenza, ma il nostro destino è di rimanere confinati nel cosmo nel quale siamo nati.

Così come vermi e formiche non potranno mai accedere al nostro livello intellettivo, noi non potremo mai accedere a livelli tanto superiori da farci comprendere il reale funzionamento dell’Universo.

Il triste corollario di questa affermazione è che, incuranti di questa realtà, abbiamo tentato di intervenire nei delicati equilibri dell’ecosfera e siamo riusciti a sconvolgerli, ma a causa dei nostri limiti non siamo in grado di ricomporli efficacemente.

https://www.neuroscienze.net/la-nostra-intelligenza-tra-microcosmo-e-macrocosmo/

 

E se tutti gli edifici della Terra fossero monopiano?

di Bruno Sebastiani

L’uomo è l’unico tra gli animali cosiddetti superiori a costruire abitazioni su più piani.

Lo fa perché è in grado di farlo (il suo cervello super evoluto gli consente di fare questo e ben altro).

Lo fa perché è conveniente farlo (un solo basamento e un solo tetto per più nuclei abitativi).

Lo fa perché consente ad un numero elevato di persone di abitare entro il perimetro delle città in cui si svolgono gran parte delle attività lavorative, amministrative, culturali ecc.

Ma, inconsapevolmente, lo fa anche per un altro motivo, che, passo dopo passo, andiamo ora ad indagare.

Nei miei libri mi sono soffermato a lungo sulla nocività della nostra specie per la biosfera. Ho paragonato gli esseri umani alle cellule tumorali: ci riproduciamo con lo stesso ritmo frenetico ed invadiamo e distruggiamo in modo analogo i tessuti sani limitrofi.

Questa attività patologica però non è addebitabile, a mio avviso, ad alcun “istinto malvagio” della razza umana: semplicemente è l’inevitabile conseguenza della super evoluzione cerebrale già ricordata.

Anzi, l’uomo è anche in buona fede quando spinge sull’acceleratore del progresso: ritiene di rendere un servigio alla propria specie, di sviluppare tecnologie utili a migliorare la qualità della vita dei propri simili. E tra queste tecnologie vi è anche la propensione a costruire abitazioni su più livelli.

Questa tecnica costruttiva secondo Lewis Mumford prende avvio a fine Medioevo.

«Nello schema medievale, la città si estendeva orizzontalmente e le fortificazioni erano verticali. Nell’ordine barocco la città, confinata entro le fortificazioni, poteva svilupparsi solo verticalmente con caseggiati a più piani …» (L. Mumford, La Città nella Soria, Milano, Tascabili Bompiani IX ediz., 1996, p. 453)

Ma, pur accettando come attendibile questa ipotesi, vi è da dire che la crescita verticale delle abitazioni umane è proseguita, ed anzi si è incrementata, anche quando le città non furono più racchiuse entro fortificazioni e presero ad estendersi nuovamente anche in senso orizzontale.

Sempre Mumford così spiega queste due direzioni espansive:

«Con l’invenzione della diligenza, della ferrovia e infine del tram, si ebbero per la prima volta nella storia mezzi di trasporto di massa. La distanza che era possibile percorrere a piedi cessò di costituire un limite all’estensione della città, il cui ritmo di crescita aumentò vorticosamente …» (ibidem, p. 535)

«Questo discorso sull’ampliamento in superficie della città commerciale dall’Ottocento in avanti vale anche per la sua espansione verticale favorita dall’invenzione dell’ascensore. Quest’ultima in un primo tempo fu limitata alle maggiori città del Nuovo Mondo. Ma gli errori radicali che vennero a suo tempo commessi nell’ideazione dei grattacieli si sono ora diffusi a tutto l’universo… Tutti gli sbagli commessi nelle città americane si stanno così ripetendo su scala altrettanto orrenda in Europa e in Asia … il grattacielo divenne un simbolo di “modernità”.» (ibidem, p. 536)

Da notare che l’americano Mumford scriveva innanzitutto per i suoi compatrioti e lo faceva nel 1961. Oggi, a 58 anni di distanza, quanti argomenti in più avrebbe potuto addurre a sostegno delle sue tesi! Uno di questi è l’oggetto del presente articolo, ma prima di sviscerarlo soffermiamoci un attimo su quel simbolo di superbia e di presunzione che è il grattacielo.

Nel mio blog (https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/) vi è una pagina dal titolo “Torri di Babele” dove passo in rassegna le 20 più alte torri del mondo, in ordine crescente fino ad arrivare alla “Burj Khalifa” di Dubai, alta oltre 800 metri e attualmente il più alto edificio del pianeta (in attesa che sia completato il grattacielo che supererà per la prima volta il chilometro di altezza, attualmente in costruzione a Jeddah – Arabia Saudita).

Perché dedicare una pagina di un blog alla descrizione e alle foto degli edifici più alti del mondo? Perché essi raffigurano egregiamente lo smisurato desiderio di onnipotenza dell’essere umano che già aveva attratto l’attenzione e la condanna del narratore biblico nell’episodio della Torre di Babele, descritto in Genesi, 11,1-9.

E la gran parte di queste “Torri di Babele” moderne sorge oramai in Asia, ben 16 tra le prime 20, esattamente come aveva predetto Mumford quasi sessant’anni fa.

Ma, attenzione, questa tendenza a costruire edifici sempre più alti, di cui la realizzazione dei grattacieli è solo la punta dell’iceberg, nasconde un segreto inconfessabile che l’uomo contemporaneo non ha il coraggio di manifestare neppure a se stesso!

Proviamo a disvelarlo per la prima volta e vediamo se la sua conoscenza potrà servire allo scopo che mi prefiggo, e cioè rendere edotto Homo sapiens della sua natura tumorale nei confronti della biosfera.

Cominciamo col chiederci: quanta parte del globo è ricoperta dalle colate di asfalto e cemento su cui poggiano le nostre città e con le quali impediamo a Madre Terra di respirare e alla vegetazione di crescere?

Calcolo oltremodo difficile. Secondo alcuni la superficie occupata dalle città sarebbe limitata all’1 – 3 % del pianeta (fonte Focus.it “L’impronta delle città sul pianeta”), nonostante che in esse risieda ben oltre il 50 % della popolazione mondiale.

La stima è vecchia e certamente inesatta per difetto.

In Italia l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) pubblica annualmente un rapporto su “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”. L’edizione 2018, reperibile in rete, indica che nel nostro Paese la stima della cosiddetta “superficie artificiale” (quella ricoperta da asfalto, catrame, cemento ecc.) si attesta nel 2017 al 7,75 % dell’intero territorio nazionale (esclusi i corpi idrici), pari a poco più di 23.000 km quadrati.

Il medesimo rapporto precisa come siano difficoltosi i confronti internazionali in quanto il consumo del suolo non è monitorato in maniera omogenea, ma informa che in Europa Eurostat ha promosso la rilevazione “LUCAS” (Land Use and Cover Area frame Survey), secondo la quale nel 2015 la “superficie artificialmente ricoperta” a livello europeo sarebbe intorno al 4,2 % di quella totale (in quell’anno l’Italia era al 6,9 %).

Ma il vero superamento delle difficoltà di confronto tra i vari Paesi è già in atto a cura dell’Agenzia Spaziale Tedesca (DLR), la quale, utilizzando 180.000 immagini radar di due suoi satelliti, ha dato vita al progetto Global Urban Footprint, ha cioè mappato l’intero pianeta suddividendo la superficie terrestre in tre tipi di copertura: insediamenti (in nero), superficie terrestre (in bianco) e acqua (in grigio). Il tutto con una precisione stupefacente ovvero una risoluzione spaziale di 12 metri per cella di griglia.

La mappa è di libera consultazione e risulta estremamente suggestiva, come si può vedere dall’immagine qui riportata, relativa al nord Italia.

norditalia

Non è possibile a occhio valutare con esattezza la percentuale di suolo effettivamente “urbanizzata” e, salvo errori, l’Agenzia Spaziale Tedesca non ha fornito cifre al riguardo.

Ma è sufficiente ciò che l’immagine mostra per condurre a termine il nostro ragionamento.

Pensiamo infatti quanti punti neri vi sarebbero sulla piantina se le nostre costruzioni, anziché svilupparsi in altezza, fossero tutte monopiano.

Dovremmo moltiplicare le percentuali di copertura del suolo per quante unità? Io credo almeno per 5, ma forse per 6, 7 o anche più: teniamo presente che anche le attuali costruzioni cosiddette monopiano in realtà hanno un seminterrato e un sottotetto, costituendo così a tutti gli effetti degli edifici a tre piani.

E dunque il 7,75 % di copertura del suolo italiano diventerebbe il 38,75 % o il 46,5 % o il 54,25 % o ancora di più?

Più della metà del territorio nazionale sarebbe cementificato! E noi oltretutto sappiamo che non è solo la cementificazione la causa di alterazione irreversibile del suolo: ad essa si aggiungono significativamente agricoltura e allevamenti intensivi, inquinamento, smaltimento rifiuti incontrollato ecc. ecc.

In altre parole, il collasso che per il momento siamo ancora riusciti a rinviare sarebbe già avvenuto da tempo.

E dunque, a conclusione del ragionamento, possiamo affermare che la propensione a edificare costruzioni su più piani, seppure inconsapevolmente e fortuitamente, è il sistema che l’essere umano ha escogitato per potersi riprodurre più di quanto la disponibilità di suolo del pianeta gli avrebbe consentito.

La nuova tendenza del villaggio globale a crescere in altezza con grattacieli sempre più alti persegue anch’essa il medesimo fine?

È probabile, ma pur con tutti questi espedienti i limiti della sostenibilità prima o poi verranno raggiunti, ed allora il redde rationem non potrà che essere triste e doloroso.

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