L’insostenibile pesantezza dell’uomo: è lui il cancro del pianeta?

di Fabio Balocco

Chi abbia a cuore le sorti del pianeta e non solo il proprio apparente benessere non può che essere cosciente del fatto che lo sviluppo umano (anche se definito “sostenibile”) non è conciliabile con l’ambiente che ci circonda.

Plurimi sono gli indicatori dell’attuale inconciliabilità fra genere umano e Terra. Dal Global footprint, all’Earth overshoot day che ogni anno parte sempre prima.

Tanti sono i campanelli d’allarme, persino quello della Nasa, che a proposito in particolare dei cambiamenti climatici, afferma per bocca di un suo portavoce: “Il 2016 è rimarcabilmente il terzo anno record consecutivo. Per il futuro non ci aspettiamo un nuovo primato ogni anno, ma il trend di riscaldamento a lungo termine che è in atto è chiaro”, e a causarlo è “in gran parte l’aumento della CO2 e di altre emissioni in atmosfera da parte dell’uomo”.

Ma il medico pare individuare la malattia, non già i rimedi.

Sì, certo, c’è chi come gli amici Mercalli e Pallante rimette sostanzialmente all’atteggiamento individuale volto alla decrescita la soluzione del male ed esorta ad abbracciare comportamenti individuali virtuosi e compatibili con l’ambiente naturale. Chi invece ritiene che guerre o epidemie ridurranno l’umanità a numeri che siano conciliabili con la sua sopravvivenza, oppure chi auspica la colonizzazione di altri mondi. Pura fantascienza.

Ma c’è anche chi, molto più radicalmente, ipotizza che sia proprio l’uomo in sé a essere diventato incompatibile con la madre Terra. Ad esempio uno studio della Stanford University, abbracciando la sempre più diffusa teoria dell’Antropocene, sostiene che la sesta estinzione di massa causata proprio dall’uomo avrà ripercussioni anche sulla sua permanenza.

Ed infine c’è chi invece radicalmente sostiene che l’uomo già fin dalla sua nascita sia stato incompatibile con l’orbe terracqueo. Uno di questi è l’amico Bruno Sebastiani che ha elaborato di recente una teoria secondo cui sarebbe proprio l’uomo il cancro del pianeta.

Secondo l’autore, l’uomo, dopo una prima fase di relativa convivenza con Madre Natura, con l’aumentare delle proprie capacità cerebrali e dei mezzi a disposizione ha iniziato un percorso – acceleratosi con la rivoluzione industriale, ma solo (badate bene) acceleratosi – di depredazione irreversibile della Terra, che non potrà che portarlo all’estinzione.

Personalmente neanche io mi avventuro nel campo dei rimedi e mi limito molto modestamente ad avvertire dei pericoli. Se sotto tortura dovessi individuare una causa del male, la individuerei nella mancanza da parte dell’uomo dell’istinto di sopravvivenza come specie. L’uomo tende a voler possedere sempre di più, il capitalismo ne è espressione. Chi è povero ed esce dalla povertà cerca di essere sempre più benestante. Si vive alla giornata senza pensare al futuro né alle future generazioni. Un industriale che inquina non smetterà neppure di fronte all’ipotesi che i nipoti possano morire per le emissioni della sua fabbrica.

Può avere ragione Sebastiani, può avere ragione Balocco. La sostanza non cambia: l’uomo sembra essere uno scherzo della natura.

dal Blog Ambiente & Veleni de Il Fatto Quotidiano dell’1 agosto 2017

Il cancrismo come superamento dell’ecologia profonda

di Bruno Sebastiani

Come noto l’“ecologia profonda” è quella corrente di pensiero che invita a considerare l’essere umano non come il dominus della natura, ma come uno dei suoi innumerevoli componenti, impegnato, in quanto tale, a rispettare le leggi che regolano la vita sul pianeta.

Si contrappone al movimento ecologista superficiale, in quanto questo, pur combattendo contro l’inquinamento e lo spreco delle risorse, ha come «obiettivo primario la salute e il benessere della popolazione nei paesi sviluppati …» (Arme Naess, Ecosofia, Como, Red Edizioni, 1994, p. 29)

Invece «il movimento ecologista profondo rifiuta l’immagine di un’umanità inserita in un ambiente da cui è distinta, a favore dell’immagine del campo totale e relazionale» (ibidem)

«L’uomo sta alla Natura come la parte al Tutto, come un tipo di cellula sta all’Organismo (psicofisico) di cui fa parte» (Guido Dalla Casa, L’Ecologia Profonda, Milano, Mimesis, 2011, p. 49)

Partendo da questi presupposti la società umana «non deve necessariamente svilupparsi, ma anzi deve trovare un modus vivendi con la natura di tipo olistico, di interazione e rispetto» (Fabio Balocco, post del 12 ottobre 2017 sul blog Ambiente e Veleni de IlFattoQuotidiano.it).

Queste affermazioni e questi propositi a prima vista appaiono tutti sensati e condivisibili.

Eppure le analisi dei sostenitori dell’ecologia profonda offrono elementi di debolezza ad un esame più approfondito. In particolare peccano di irrealtà. Ritengono realizzabili condizioni esistenziali che per l’uomo contemporaneo oramai realizzabili non sono più.

Facciamo l’esempio più evidente.

Arne Naess, il “padre” dell’ecologia profonda, scrive: «L’unicità dell’Homo sapiens, le sue capacità uniche tra milioni di altri esseri viventi, sono state usate come strumenti di dominio ed abuso di potere. L’ecosofia propone di usarle per sviluppare un atteggiamento di responsabilità universale che le altre specie non possono né capire né condividere. (op. cit., p. 218)

È chiaro che quando Naess parla delle capacità di Homo sapiens, fa riferimento alle sue facoltà cerebrali eccezionalmente sviluppate. Ebbene, è proprio a causa di questo incremento abnorme dell’intelligenza che i nostri antenati sono stati in grado di contravvenire alle leggi di natura a proprio vantaggio e a svantaggio degli altri esseri viventi. Una volta che sono stati in grado di farlo non potevano non farlo, indotti a ciò da quell’istinto di sopravvivenza che sta alla base della lotta per la vita.

In altre parole. Ogni essere vivente è “programmato” per combattere con le armi che la natura gli mette a disposizione al fine di sopravvivere come individuo e come specie. Laddove le armi non sono adeguate soccombe, laddove sono prevalenti domina. E a noi uomini è capitata la ventura di essere dotati di una super arma, il “Dono non richiesto” (“The Unsolicited Gift”) di koestleriana memoria (vedi Arthur Koestler, Il Fantasma dentro la Macchina, Torino, SEI, 1970, XVII capitolo, primo paragrafo), ovvero la super intelligenza.

Nel corso dell’evoluzione si è sviluppato attorno al nostro cervello rettiliano (sede degli istinti, che abbiamo in comune con gli animali più primitivi), il cervello limbico (sede delle emozioni, che ci accomuna agli altri mammiferi), e poi ancora sopra a questo, all’improvviso e in modo rapido e tumultuoso, è proliferata la neocorteccia (sede del pensiero astratto), la super arma che ci ha consentito di sbaragliare ogni avversario e di dominare la natura.

I neuroscienziati mi perdoneranno l’eccessiva semplificazione, ma in questa sede mi preme soprattutto badare all’essenziale.

Ecco, l’”atteggiamento di responsabilità universale” di cui parla Naess dovrebbe consistere nella rinuncia a gran parte dei privilegi che la natura ci ha incautamente concessi dotandoci della neocorteccia, al fine di ricomporre l’armonia del mondo della natura che in gran parte abbiamo già distrutto.

Ma la natura stessa ci ha dotato anche di quel formidabile impulso che è l’istinto di sopravvivenza, al quale non possiamo sottrarci, ed ecco allora che il combinato disposto di tale istinto con le facoltà intellettuali superiori non poteva che condurci al punto in cui siamo, e in futuro non potrà che spingerci verso un ulteriore sfruttamento delle risorse naturali per alimentare una popolazione umana e un apparato di congegni artificiali in continua crescita.

A questo proposito Naess si rende conto che alla base dello sfruttamento delle risorse naturali vi è la ben nota curva iperbolica dell’aumento della popolazione, e nella sua “piattaforma del movimento dell’ecologia profonda” inserisce i seguenti punti:

«4. L’attuale interferenza umana nel mondo non umano è eccessiva, e la situazione sta peggiorando rapidamente

«5. Il fiorire della vita umana e delle diverse culture è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana. L’esistenza stessa delle forme di vita non umane esige tale diminuzione.» (op. cit., p. 31)

Qui si dovrebbe aprire un importante dibattito sul tema dell’antinatalismo. L’argomento è fondamentale ma lungo e complesso, e mi riservo di affrontarlo in altra sede. Per lo scopo che mi sono qui prefisso sarà sufficiente far notare come la soluzione proposta dall’ecologia profonda per porre rimedio ai guai sin qui causati dall’essere umano preveda preliminarmente la trasgressione da parte del medesimo essere umano di quell’istinto di sopravvivenza della specie che la natura ha indelebilmente impresso nella parte più recondita del nostro organo di comando, il cervello rettiliano.

Per correggere un errore della natura (la nostra super intelligenza), per uscire dal vicolo cieco imboccato dall’evoluzione, dovremmo abbattere il pilastro che la natura stessa ha posto alla base dei nostri comportamenti.

L’uomo moderno non vuole farlo: lo sviluppo della società tecnologica lo dimostra ampiamente. Ma anche se volesse farlo, non potrebbe: gli istinti fanno parte di un codice comportamentale innato, la repressione del quale esula dalle nostre capacità fisiche e psichiche.

Questo punto è basilare e ci riporta indietro nel tempo al noto dibattito sul libero arbitrio che contrappose Erasmo a Lutero.

Per restare più vicini all’oggi, osservo come anche Koestler, che tra il 1959 e il 1978 disegnò in cinque saggi un grandioso affresco sulla mente umana come anomalia evolutiva, non se la sentì di chiudere completamente la porta alla speranza. E allora scrisse che dobbiamo esaminare la possibilità che l’uomo «…possa portare un difetto di fabbricazione all’interno del suo cranio, un errore costruttivo che potenzialmente minaccia la sua estinzione, ma che potrebbe ancora essere corretto da uno sforzo supremo di autoriparazione». (The Ghost in the Machine, London, Hutchinson & Co Publishers, 1967, p. 272)

Ma né la “sostanziale diminuzione della popolazione umana” invocata da Naess né lo “sforzo supremo di autoriparazione” ipotizzato da Koestler sono all’orizzonte. Al contrario si prevede che gli attuali 7,6 miliardi di esseri umani diventino 9,8 entro il 2050 e 11,2 entro il 2100. In parallelo la produzione industriale continua a dilagare, mentre il progresso tecnologico cerca disperatamente nuove soluzioni per consentire il mantenimento di una tale moltitudine di uomini e degli ancor più numerosi animali da macello.

Ed ecco allora la necessità che una nuova teoria ci aiuti a comprendere chi realmente siamo e perché ci comportiamo in un modo tanto distruttivo nei confronti degli altri esseri con cui condividiamo questo pianeta.

Se fino ad oggi l’ecologia profonda ha rappresentato lo stadio più avanzato di contrasto alla ideologia progressista dominante, lasciando invano uno spiraglio alla speranza, la nuova teoria intende mettere l’essere umano a nudo davanti allo specchio della sua mente per mostrargli come il suo comportamento sia del tutto analogo a quello delle cellule tumorali nel corpo di un ammalato di cancro.

Ho battezzato “cancrismo” questa teoria che ho iniziato ad illustrare nel mio libro “Il Cancro del Pianeta”. A breve uscirà un nuovo libro, il cui scopo è proprio quello di rendere consapevole l’uomo contemporaneo di questa sua maligna natura. Seguiranno poi ulteriori contributi, ai quali si affiancheranno articoli, saggi e interventi sui social network.

Perché diffondere una siffatta teoria, che contraddice la positività della nostra attività intellettiva?

Innanzitutto per amore di verità. Ritengo moralmente doveroso far partecipe l’essere umano di questa visione del mondo, per quanto sgradevole essa sia.

In secondo luogo per gli effetti incogniti che potrebbero scaturire dalla consapevolezza di essere agenti maligni anziché figli prediletti del creatore.

Ci sarà un momento, ma non ipotizzo date, in cui l’aggrovigliarsi dei problemi, le dimensioni dei medesimi e la nostra incapacità a fronteggiarli adeguatamente, condurranno a crisi inenarrabili. Gli scaffali vuoti dei supermercati, le bande dei razziatori, la fuga precipitosa dalle città saranno solo alcuni dei tragici aspetti di queste crisi. E allora tutti rimpiangeranno di non aver dato avvio per tempo ad una “sostanziale diminuzione della popolazione umana” e ad uno “sforzo supremo di autoriparazione”, e vorrebbero riuscire a farlo sotto l’incalzare degli avvenimenti.

E se gli sforzi collettivi di risanamento si provasse a farli a seguito dell’acquisita consapevolezza di essere il cancro del pianeta anziché sotto l’urgenza di crisi incombenti?

Una cosa è certa: la nostra intelligenza è l’arma più forte. Ci ha consentito di divenire i re del mondo ma ci ha anche trasformati in agenti distruttori dell’armonia della natura. Proviamo a utilizzarla contro se stessa.

L’andamento attuale non lascia adito a speranze. Le nostre ricerche continuano ad essere indirizzate verso progresso e sviluppo.

«Se le cellule del cancro potessero esprimersi, probabilmente avrebbero un’idea dello “sviluppo” assai simile a quella della civiltà industriale, che invade, rendendole uniformi, le altre specie e le altre culture umane, con andamento analogo a quello dei tumori che avanzano a spese delle altre cellule dell’Organismo …» (Guido Dalla Casa, op. cit., p. 40)

La consapevolezza di essere il cancro del pianeta potrà indurci ad innestare la retromarcia? Dipende da quanto il “cancrismo” riuscirà ad incidere sulle élite intellettuali, politiche, scientifiche ed economiche e sulle masse che ne subiscono passivamente l’influenza.

https://ugobardi.blogspot.com/2018/12/il-cancrismo-di-bruno-sebastiani.html

L’ultimo Messia

Zapffe

di Peter Wessel Zapffe, 1933

I.

Una notte di un tempo remotissimo, un uomo si svegliò e vide se stesso. Vide che era nudo nell’immensità, senza patria nel suo stesso corpo. Tutte le cose si dissolvevano nel suo pensiero: meraviglia dopo meraviglia, orrore dopo orrore, tutto si svelava alla sua mente.

Anche la donna si svegliò e disse che era tempo di uccidere. Ed egli prese il suo arco e la freccia, frutto del connubio di spirito e mano e uscì sotto le stelle.

Mentre le bestie arrivavano presso la pozza d’acqua dove era solito aspettarle, egli non sentì più il balzo della tigre nel suo sangue, ma un grande salmo di fratellanza nel dolore tra tutti i viventi.

Quel giorno non fece ritorno con la preda e quando lo ritrovarono, la luna seguente, era seduto, morto, presso la pozza d’acqua.

II.

Cos’era successo? Una breccia nella profonda unità della vita, un paradosso biologico, un abominio, un’esagerazione di portata disastrosa. La vita aveva superato il suo obiettivo, staccandosi via dal resto.

Una specie troppo pesantemente armata di uno spirito possente, era divenuta una minaccia per la propria salvezza. La sua arma era una spada senza elsa, una lama a doppio taglio che scinde ogni cosa: colui che la brandisce deve afferrare la spada e rivolgere il suo taglio contro di sé.

Nonostante i suoi nuovi occhi, l’uomo era ancora radicato nella materia, la sua anima imbastita di essa e subordinata alle sue cieche leggi. Eppure egli poteva vedere la materia come estranea, comparare se stesso a tutti i fenomeni e sentire i propri processi vitali.

Egli torna alla natura come un ospite non invitato, invano stendendo le mani per implorare una riconciliazione con la propria fattrice: la natura non risponde più. Essa ha realizzato un miracolo con l’uomo ma non lo riconosce più. Egli ha perso diritto di residenza nell’universo, ha mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza ed è stato espulso dal Paradiso. Egli ha potere sul mondo ma lo maledice, avendolo preso in cambio dell’armonia della propria anima, della propria innocenza, dell’intima pace nelle braccia della vita.

Così l’uomo rimane con le sue visioni, tradito dall’universo, tra stupore e paura.

Anche le bestie conoscono la paura, nelle tempeste, nelle zanne del leone. Ma l’uomo conosce la paura della vita stessa, perfino del suo stesso essere. La vita è per la bestia potenza, calore e gioco e lotta e rabbia e piegare il capo sotto la legge del più forte. Nelle bestie la paura è limitata al presente, nell’uomo diventa paura del mondo e disperazione.

Non appena il bambino compare sul fiume della vita, il ruggito della cascata della morte sale alto nella valle, sempre più vicino, a strappargli ogni gioia.

L’uomo appartiene alla terra, la quale respira come un grande polmone. Ogni volta che espira, la vita sgorga da tutti i suoi pori e si slancia verso il sole. Quando inspira, invece, un lamento di dissoluzione passa tra le moltitudini, e i corpi cadono a terra come grandine.

Non solo il proprio destino l’uomo vede: i cimiteri si spalancano sotto il suo sguardo, le lamentazioni dei dissolti millenni salgono verso di lui da quelle orribili forme decomposte, i sogni delle madri tornati polvere.

La cortina del futuro si solleva per rivelare un incubo di ripetizioni infinite, l’insensata dissipazione di materiale organico. La sofferenza di miliardi di umani fa il suo ingresso dentro di lui attraverso la porta della compassione; da tutto ciò che vede, sorge una risata che si burla di ogni richiesta di giustizia, di ogni principio ordinatore. Vede se stesso uscire dal grembo della madre, tende la sua mano nell’aria ed essa ha cinque diramazioni.

Da dove viene questo diabolico numero cinque e che cosa ha a che fare con la mia anima?

Egli non è più ovvio per se stesso. Tocca il proprio corpo con assoluto orrore: questo sei tu e fin qui puoi estenderti e non oltre.

Porto del cibo con me che ieri era un animale che poteva ancora correre per conto suo.

Lo mastico e diventa parte di me: allora, dove finisco io e dove inizio?

Tutte le cose sono incatenate insieme in cause ed effetti e tutto ciò che cerca di afferrare si dissolve prima che il pensiero lo comprenda. Presto comincia a scorgere le meccaniche anche nel suo ambiente, nel sorriso della sua amata. Alla fine, le caratteristiche di ogni cosa sono le sue. Niente esiste senza di lui, tutte linee convergono verso di lui, il mondo non è altro che uno spettrale eco della sua voce. Salta in piedi urlando a squarciagola, vorrebbe vomitare se stesso sulla terra insieme al suo impuro pasto; sente incombere la pazzia e vorrebbe darsi la morte prima di perderne la capacità.

Ma mentre soppesa l’imminente morte, ne afferra anche la natura e le cosmiche implicazioni. La sua immaginazione creativa costruisce nuove spaventose prospettive dietro la cortina della morte e vede che anche lì non c’è salvezza.

Adesso può discernere i contorni dei propri termini biologico – cosmici: egli è il prigioniero senza speranza dell’universo, destinato a prospettive ignote.

Da quel momento è in uno stato di panico senza fine.

Questo stato di “panico cosmico” è centrale in ogni mente umana. In effetti una razza appare destinata a perire nella misura in cui ogni preservamento e continuazione della vita è giocata sull’energia spesa dall’individuo per sopportare o differire un qualche tipo di catastrofica alta tensione.

La tragedia di una specie divenuta inadatta alla vita per il sovrasviluppo di una caratteristica non è limitata all’umanità. Si pensa, ad esempio, che certi grandi cervi di tempi paleontologici, si siano estinti a causa dell’acquisizione di corna sovrasviluppate.

Le mutazioni sono cieche, funzionano, si fortificano senza alcuna utilità per l’ambiente.

Negli stati depressivi la mente può essere vista come corna ramificate che in tutto il loro fantastico splendore, piegano il loro portatore fino a terra.

III.

Perché allora l’umanità non si è da gran tempo estinta in grandi epidemie di pazzia? Perché solo un irrisorio numero di individui perisce a causa della loro incapacità di resistere al peso della vita: cioè la consapevolezza dà loro più di quello che possono sopportare?

La storia culturale, come pure l’osservazione di noi stessi e degli altri consente la seguente risposta: la maggior parte delle persone impara a salvarsi limitando il contenuto della coscienza.

Se il cervo gigante, a più riprese, avesse spezzato i rami più esterni delle sue corna, avrebbe potuto resistere un po’ di più, sia pure nella febbre e nel dolore costante e nel tradimento della sua precisa peculiarità, poiché egli era stato chiamato dalla mano della natura a essere il portatore di corna tra gli animali selvaggi. Quello che avrebbe guadagnato in continuità avrebbe perso in significato, in grandezza di vita. In altre parole avrebbe avuto una continuità senza significato: non una marcia verso l’affermazione, ma una via attraverso le rovine da lui stesso create, in una corsa autodistruttiva contro il sacro volere del sangue.

L’identità di scopo e mortalità è, per il cervo gigante come pure per l’uomo, il tragico paradosso della vita.

In una devota Bejahung, l’ultimo Cervus Giganticus, porta il segno del suo lignaggio fino alla fine.

L’essere umano salva se stesso e va avanti. Realizza, per usare un’estensione di un termine noto, una semi consapevole repressione del proprio dannoso surplus di coscienza. Questo processo è virtualmente costante nelle nostre ore di veglia: è una richiesta di adattabilità sociale e di tutto ciò che si può definire un salutare e normale modo di vivere.

La psichiatria si basa sull’assunto che salute e vitalità siano la più alta espressione in termini personali. Depressione “paura della vita”, rifiuto del nutrimento e così via, sono invariabilmente prese come segni di uno stato patologico e curati di conseguenza.

Spesso, tuttavia, questi fenomeni sono messaggi di un più profondo, immediato senso della vita, amaro frutto di una genialità di pensiero e sentimento alla radice di tendenze anti biologiche. Non è l’anima a essere malata, piuttosto è la sua protezione che cade, oppure viene rifiutata perché esperita (correttamente) come un tradimento del più alto potenziale dell’ego.

L’insieme degli umani è, sia dentro che fuori, immerso in meccanismi repressivi, sociali e individuali. Se ne trova traccia nelle più trite formule della vita di ogni giorno. Sebbene assumano una vasta e molteplice varietà di forme, è possibile identificare quattro maggiori tipi di meccanismo, ovviamente ricorrenti in ogni possibile combinazione: isolamento, ancoraggio, distrazione e sublimazione.

Per isolamento si intende la rimozione totalmente arbitraria dalla coscienza di ogni tipo di pensiero inquietante e distruttivo. Un perfetto e quasi brutale esempio si può trovare tra certi tipi di medico che per autoprotezione vedono solo l’aspetto tecnico della loro professione. Un atteggiamento che può scadere fino al teppismo, un misto di energumeno e studente di medicina, nel quale ogni sensibilità per il lato tragico della vita è sradicata con mezzi violenti (tipo giocare a calcio on le teste dei cadaveri e così via).

Nella vita di tutti i giorni l’isolamento si manifesta in un codice generale di reciproco silenzio: prima di tutto verso i bambini perché non abbiano a temere la vita appena cominciata, ma conservino le loro illusioni fino a quando potranno affrontarne la perdita. In cambio i bambini non devono seccare gli adulti con qualunque riferimento a sesso, cesso e morte.

Tra adulti ci sono le regole del “tatto”, un meccanismo ampiamente spiegato quando un uomo che piange forte per strada viene fatto allontanare con l’aiuto della polizia.

Il meccanismo dell’ancoraggio serve fin dalla prima infanzia: i genitori, la casa, la strada, si confanno automaticamente al bambino, dandogli un senso di sicurezza. Questa sfera di esperienza è la prima, e forse la più felice, protezione contro il cosmo che mai conosceremo nella vita, un fatto che spiega senza dubbio anche il tanto discusso “legame infantile”: che sia anche un aspetto sessuale è irrilevante qui.

Quando il bambino scopre più tardi che questi punti fissi sono arbitrari ed effimeri come qualunque altro, ha una crisi di confusione e ansietà, per cui prontamente va in cerca di un altro ancoraggio: “in autunno inizierò la scuola media”.

Se la sostituzione in qualche modo fallisce, allora la crisi può prendere un corso fatale oppure subentra ciò che io chiamo uno spasmo da ancoraggio: ci si aggrappa ai valori morti, nascondendo il più possibile a sé e agli altri il fatto che ormai non funzionano più, che si è spiritualmente insolventi. Il risultato è una permanente insicurezza, un senso di inferiorità, inquietudine. Nella misura in cui questo stato ricade in determinate categorie, il soggetto viene sottoposto a trattamento psicoanalitico il cui scopo è completare la transizione a nuovi ancoraggi.

L’ancoraggio può essere caratterizzato da una fissazione di alcuni punti interiori, o dalla costruzione di mura intorno al liquido vortice della coscienza. Sebbene normalmente questi punti siano inconsci, possono anche essere consci (tipo “perseguire uno scopo”).

Gli ancoraggi pubblicamente utili incontrano le simpatie di tutti, chi sacrifica se stesso totalmente per il suo ancoraggio (la società, la causa) è idolatrato.

Ogni cultura è un grande, compiuto sistema di ancoraggi, costruito su fondamentali certezze, le idee culturali di base. La persona media è fatta di certezze collettive, la personalità si costruisce da sola, il carattere finisce di edificarsi, più o meno radicato su certezze collettive ereditate (Dio, la Chiesa, lo Stato, la morale, il fato, la legge della vita, il popolo, il futuro). Più un certo elemento portante è vicino alle principali certezze, più è pericoloso toccarlo. Qui una protezione diretta è normalmente stabilita da codici penali e minacce di persecuzione (inquisizione, censura, tutto l’approccio conservatore della vita).

La capacità portante di ciascun segmento sociale dipende dal non essere ancora stato visto nella sua natura fittizia, o che sia riconosciuto come necessario in ogni modo: come, ad esempio, l’educazione religiosa nelle scuole che anche gli atei sostengono, poiché sanno di non avere altro modo per portare i bambini a inserirsi socialmente.

Quando la gente realizza la falsità e la ridondanza dei segmenti, comincia a lottare per rimpiazzarli con dei nuovi (“Verità a durata limitata”): da qui scaturisce la lotta culturale e spirituale che, insieme alla competizione economica, forma il dinamico contenuto della storia mondiale.

La brama di beni materiali (potere), non è tanto dovuta ai piaceri della ricchezza, poiché nessuno può sedersi su più di una sedia o mangiare più di quanto lo sazi. Piuttosto, il valore della ricchezza consiste nelle maggiori opportunità di ancoraggio e distrazione offerte al possidente.

Sia per gli ancoraggi collettivi, sia per quelli individuali, succede che quando un segmento si spezza, c’è una crisi che è tanto più grave quanto più il segmento è vicino alle certezze principali. Dentro i cerchi più interni, lontano dai bastioni esterni, queste crisi sono ricorrenze giornaliere e non dolorose (i “disappunti”). Si può anche giocare con i valori di ancoraggio (spiritosaggini, gerghi, alcool). Ma durante questi giochi può capitare accidentalmente di toccare il reale e la scena si trasforma istantaneamente da euforica a macabra. La minaccia dell’essere ci fissa negli occhi e in un mortale soffio percepiamo come tutti siamo sull’orlo della follia e l’inferno occhieggia sotto di noi.

Le certezze realmente fondanti raramente sono rimpiazzate senza grandi spasmi sociali e a rischio di una completa dissoluzione (riforme, rivoluzioni). Durante questi momenti, gli individui sono sempre più abbandonati ai propri sistemi di ancoraggio e il numero dei fallimenti tende a crescere. Depressioni, eccessi e suicidi sono il risultato (come gli ufficiali tedeschi dopo la guerra, gli studenti cinesi dopo la rivoluzione).

Un altro difetto del sistema è che una sovrastruttura logica è costruita sopra ogni certezza, cui si ammassano infiniti modi di sentire e di pensare. Ciò porta nella nostra vita innumerevoli contraddizioni.

Così la disperazione può entrare attraverso le spaccature. In questi casi una persona può essere ossessionata da una gioia distruttiva, spazzando via l’intero apparato artificiale della sua vita con una sorta di orrore estatico. L’orrore proviene dalla perdita di tutti i valori – rifugio, l’estasi dalla sua improvvisa spietata identificazione e armonia con il più profondo segreto della nostra natura, la biologica imperfezione, la perdurante disposizione alla rovina.

Amiamo i nostri ancoraggi perché ci proteggono, ma allo stesso tempo li odiamo, perché limitano il nostro senso di libertà. Quando ci sentiamo abbastanza forti, prendiamo piacere nel seppellire un vecchio valore. Gli oggetti materiali qui assumono una rilevanza simbolica (L’approccio radicale alla vita).

Un modo di protezione molto popolare è la distrazione. Si limita la propria attenzione verso gli aspetti critici dell’esistenza, essendo costantemente trascinati dalle impressioni. Questo atteggiamento è tipico anche nell’infanzia: senza distrazioni il bambino è insofferente a se stesso. “Mamma e adesso cosa faccio?”. Una piccola ragazza inglese in visita a una zia norvegese, entrò nella sua stanza dicendo: “Che succede adesso?” La tata improvvisò con virtuosismo: “Guarda, un cagnolino! Guarda, stanno dipingendo il palazzo!

Il fenomeno è così familiare da non richiedere altra dimostrazione.

La distrazione è, per esempio, la tattica di vita dell’alta società. Può essere paragonata a un aeroplano, fatto di metallo pesante, ma incorporante un principio che consente di sollevarsi da terra quando è applicato: deve essere sempre in movimento, poiché l’aria sostiene solo se si va veloci. Il pilota può anche essere assonnato e pigro per abitudine, ma la crisi diventa acuta nel momento in cui il motore perde colpi.

La tattica è spesso pienamente consapevole. La disperazione può scavare proprio sotto traccia e irrompere zampillando in un improvviso singhiozzare. Quando tutte le possibilità di distrazione sono state usate, la malinconia si insedia, spaziando da una lieve indifferenza a una fatale depressione. Le donne, in genere meno soggette agli eccessi della cognizione e quindi più sicure della loro vita che gli uomini, usano preferibilmente la distrazione.

Gran parte del male di essere prigionieri sta nell’avere accesso negato alle maggiori possibilità di distrazione. Man mano che i modi per affrancarsi vengono meno, il prigioniero tenderà a trovarsi faccia a faccia con la disperazione. Solo l’istinto di conservazione lo trattiene dall’esito finale. Egli sperimenta la sua anima isolata dall’universo e non ha altro sentimento che la totale insopportabilità di quella condizione.

Puri esempi di panico vitale sono presumibilmente rari, poiché i meccanismi protettivi sono automatici, affinati e costanti. Ma la morte è ovunque intorno, la vita è scarsamente sostenibile e a prezzo di grandi sforzi. La morte appare sempre una via di fuga, se si ignora la possibilità di un aldilà. Poiché il modo in cui si percepisce la morte dipende parzialmente da sentimenti e prospettive personali, potrebbe essere una soluzione accettabile. Se in statu mortis si potesse recitare (un poema, un gesto, “morire a testa alta”), come ancoraggio finale o distrazione finale (la morte di Aase, nel Peer Gynt), allora tale fato non sarebbe dei peggiori.

Quando un essere umano si toglie la vita in seguito a depressione, questa è una morte naturale per cause spirituali. La barbarie moderna di “salvare” il suicida è basata su un malinteso sulla natura dell’esistenza, tale da far rizzare i capelli.

La persona “civile” richiede connessioni, linee, una progressione nei cambiamenti. Niente soddisfa alla lunga, bisogna sempre avanzare, acquisendo conoscenza, intraprendendo una carriera. Il fenomeno è conosciuto come “anelare” o “tendenza trascendentale”. Quando lo scopo è raggiunto il desiderio va avanti. Quindi l’oggetto del desiderio non è lo scopo, ma il semplice ottenimento di esso: è il gradiente, non l’altezza assoluta, nella curva rappresentante una vita. La promozione da soldato semplice a caporale può dare un’esperienza più gratificante che quella tra colonnello a generale. Qualsiasi pretesa di “ottimismo progressivo” è confutata da questa legge psicologica.

L’umano anelare non è soltanto da “lottare verso”, ma anche un “fuggire da”: nessuno finora ha avuto ben chiaro che cosa si anela, ma tutti hanno sempre in mente ciò da cui si fugge, cioè questa valle di lacrime, la nostra insopportabile condizione. Se la consapevolezza di questa condizione è il più profondo strato dell’anima, allora è comprensibile che l’anelito religioso sia esperito come fondamentale.

Il quarto rimedio contro il panico, la sublimazione, è questione di trasformazione piuttosto che repressione. Attraverso doti artistiche o stilistiche il dolore di vivere può essere a volte convertito in una esperienza di valore. Gli impulsi positivi trasformano il male secondo i propri fini, rivelandone i suoi pittoreschi, drammatici, eroici, lirici o anche comici aspetti.

Senza il controllo della mente, questo rimedio è improbabile. (Lo scalatore non si gode la veduta dell’abisso mentre lotta contro le vertigini. Solo quando questo sentimento è più o meno superato, godrà della scalata – ancoraggio). Per scrivere una tragedia bisogna essersi per un certo verso, liberati (aver tradito) il profondo senso di tragedia e guardarlo da un esterno ed estetico, punto di vista. Qui c’è, a proposito, un’opportunità per i più selvaggi rondò attraverso sempre più alti livelli, fino al più imbarazzante circulus vitiosus. Qui si può dare la caccia al proprio ego attraverso innumerevoli modi di essere, godendosi la capacità dei vari livelli di coscienza di dissiparsi uno con l’altro.

Il presente saggio è un tipico tentativo di sublimazione. L’autore non soffre, sta riempiendo pagine per poter essere pubblicato su un giornale.

IV.

È possibile per le nature “primitive” rinunciare a questi intralci e capriole e vivere in armonia con se stessi nella serena benedizione di lavoro e amore?

Nella misura in cui essi possano essere considerati umani, io penso che la risposta debba essere no. L’affermazione più precisa che si possa fare su questi cosiddetti popoli “naturali”, è che essi sono in qualche modo più vicini al meraviglioso ideale biologico di noi gente “innaturale”. La nostra specie ha potuto superare ogni tempesta, proprio attraverso quelle parti della nostra natura che derivano dalla distribuzione dell’energia tra il corpo e l’anima e che per converso ci creano problemi. Le nostre sofferenze sono dovute a limitazioni sensoriali, fragilità corporea, come pure al bisogno di lottare per avere vita e amore. Poiché una sempre maggiore parte delle nostre facoltà cognitive non sono più impiegate nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, sopraggiunge una crescente disoccupazione spirituale. Il valore di un avanzamento del progresso deve essere giudicato da quanto tiene occupato lo spirito dell’uomo, nel senso di una comunione con la natura.

Forse solo i primi utensili per tagliare possono essere considerati un esempio di invenzione positiva. Le altre invenzioni tecniche arricchiscono solo la vita dell’inventore stesso: rappresentano un volgare e spietato furto della comune riserva di esperienza dell’umanità. Andrebbe punito il loro pubblico uso con le più aspre pene.

L’assenza di una attività spirituale basata sulla natura biologica, viene manifestata, per esempio, da un pervasivo ricorso alla distrazione (spettacoli, sport, radio, “il ritmo dei tempi”). Non sono così vantaggiosi, oggi, gli ancoraggi: tutti i sistemi collettivi di ancoraggio ereditati dal passato non resistono alle critiche serrate e ansietà, disgusto, confusione e disperazione filtrano attraverso le loro spaccature. Il comunismo e la psicanalisi, cercano entrambi con mezzi nuovi di tentare la vecchia fuga, applicando rispettivamente, la violenza e l’astuzia per creare umani biologicamente adatti, intrappolando il loro critico surplus di cognizione. L’idea, in entrambi i casi, è stranamente logica. Ma non può portare a una soluzione finale. Sebbene un deliberato abbassamento a un più confortevole livello possa certamente salvare la specie nel breve termine, essa per sua natura non sarà in grado di trovare pace in tale rassegnazione e, in verità, non potrà mai trovare pace affatto.

Se portiamo queste considerazioni alle sue estreme conseguenze, allora non c’è dubbio sulla conclusione. Finché l’umanità procederà nella fatale illusione di essere biologicamente destinata al trionfo, nulla di essenziale cambierà. Man mano che la popolazione aumenta e l’atmosfera spirituale si ispessisce, le tecniche di protezione assumono un crescente carattere brutale.

E gli umani persisteranno in sogni di salvezza e affermazione con sempre nuovi messia. Eppure quando tutti i salvatori saranno stati inchiodati alle loro croci e lapidati nelle piazze, l’ultimo messia apparirà.

Sarà l’uomo che, primo tra tutti, ha osato mettere la sua anima a nudo e sottomettersi al più estremo dei pensieri del nostro lignaggio, l’idea stessa della fine. Un uomo che ha percepito la vita e le sue radici cosmiche e il cui dolore è il dolore della Terra intera. Con quali e quante furiose grida le torme di tutte le nazioni invocheranno che possa morire mille volte, quando come un panno, la sua voce avvolgerà il globo e il suo strano messaggio risuonerà per la prima e ultima volta:

“La vita dei mondi è un fiume ruggente: ma la Terra è un pozzo di acqua stagnante. Il segno della colpa è scritto sulle nostre fronti. Per quanto ancora lotterete contro voi stessi? C’è solo una conquista e una corona, una redenzione e una soluzione: Conosci te stesso, sii infertile e lascia che la terra sia silente dopo te.”

Il cammino del progresso e i suoi oppositori – 1 – Ascetica orientale e occidentale

di Bruno Sebastiani

L’uomo è l’unico essere vivente dotato di un’intelligenza talmente sviluppata da poter contravvenire a numerose leggi di natura.

Il percorso in base al quale la nostra specie modifica a proprio vantaggio l’ambiente che la circonda si definisce abitualmente con il termine di “progresso”.

La grande maggioranza degli esseri umani ha manifestato negli ultimi secoli un sincero entusiasmo nei confronti di tale percorso.

Ma in passato non è stato sempre così e in futuro il numero degli anti-progressisti aumenterà man mano che i disastri ambientali causati dall’uomo saranno sempre più evidenti.

Per esaminare chi in passato si è opposto al mito del “progresso” e come e perché ciò è avvenuto, occorre riflettere sul fatto che l’intelligenza umana, superata la fase dell’”animalità”, si è immediatamente rivolta alla ricerca delle proprie origini e dei propri fini esistenziali.

Chi sono io, da dove vengo, qual è il mio destino, cosa mi accadrà dopo la morte? Queste sono le domande che l’intelletto pose ad Homo sapiens non appena superato il confine tra bestia e uomo (e sono le stesse che continua a formularci).

Non trovando nella notte dei tempi (e neppure oggi) risposte di per sé evidenti, l’essere umano se ne è create di “plausibili” facendo ricorso all’analogia: così come il bambino nasce da un padre e da una madre, in modo simile l’intera nostra specie deve essere stata originata da un “padre celeste” e da una “madre celeste”, che premiano in vita i virtuosi e castigano i malvagi (come avviene nelle nostre famiglie). E il concetto di premio e di castigo, sempre per analogia, venne applicato anche all’aldilà, con le elaborazioni concettuali denominate “paradiso” ed “inferno”.

Nacquero, in breve, le religioni e i miti.

Ad ogni latitudine, ad ogni longitudine, man mano che le capacità intellettive crescevano oltre un certo limite, ogni tribù di ominidi elaborò un mito cosmogonico e un complesso di leggende che, generazione dopo generazione, si trasformarono in religioni, alcune delle quali si sono tramandate fino ad oggi.

Dapprima tali miti e leggende si trasmisero per via orale, poi, con l’invenzione della scrittura, si cristallizzarono nei cosiddetti “testi sacri”.

Ecco, questo “progresso” prodigioso dell’intelletto umano, la scrittura, che permise di oggettivare concetti, pensieri e storie dapprima trasmessi unicamente a parole, paradossalmente si trasformò in un serio ostacolo all’ulteriore avanzamento del “progresso” medesimo.

Se il Dio creatore, o un suo rappresentante universalmente riconosciuto, avevano proclamato a gran voce la “verità”, con quale diritto un qualsivoglia essere umano poteva affermare teorie non in linea con i dogmi e con la dottrina?

In Oriente le principali religioni fiorirono nel sub-continente indiano e in Cina.

I Veda sono tra i primi testi sacri messi per iscritto da mano umana e risalgono ad alcune migliaia di anni avanti Cristo.

Anch’essi, come tutti gli altri, pongono l’uomo al centro della creazione: addirittura l’intero Universo avrebbe tratto origine dallo smembramento di un “Uomo cosmico”.

Ma, una volta stabilità la superiorità dell’essere umano su ogni altro vivente, la più elevata attività che egli è chiamato a svolgere sembra essere la “non attività”: l’asceta dai lunghi capelli (kesin) è dedito a un insieme di pratiche che verranno poi codificate nelle tecniche dello yoga. Egli vola attraverso lo spazio mediante la potenza del tapas (il “calore interiore”) e contempla le varie specie di esseri. Che distanza dallo sfrenato attivismo dell’uomo contemporaneo!

Brahamanesimo e Induismo sorgono da sopravvenienti esegesi dei Veda e popolano il mondo religioso indiano di dèi, miti e leggende in modo oltremodo prolifico. Ma, come ebbe a notare Pio Filippani Ronconi in un suo libro dedicato all’Induismo, «causa meraviglia il fatto che lo sviluppo del pensiero logico-discorsivo non abbia condotto, in India, a una ricerca rivolta al mondo obiettivo, come in Grecia, bensì abbia singolarmente rafforzato l’impulso verso una gnosi, che ricerca la verità del mondo attraverso una via interiore …»

Il Giainismo è un’altra religione fiorita in India che predica l’assoluto rispetto della natura (e quindi contrasta ogni tipo di “progresso” ai danni della medesima). Il primo dei cinque voti richiesti ai devoti consiste nell’astenersi dal violare la santità della vita, sia umana che animale.

Il Buddhismo nacque in India per diffondersi poi in gran parte dell’Asia. Il suo fondatore, Siddhartha Gautama, predicò il distacco dal mondo e la rinuncia ai beni materiali come via per ricevere l’illuminazione e raggiungere il Nirvana, lo stato in cui si ottiene la liberazione da ogni inquietudine.

Il Taoismo è religione / filosofia cinese che potremmo definire “panteista”: il Tao è il Tutto (la Natura?) e noi uomini non possiamo attingere alle realtà supreme, che tanto ci precedono e ci sopravanzano. Il Principio è chiamato Mistero, la soglia dell’inafferrabile.

Come si vede queste scuole di pensiero predicano il rispetto assoluto della natura, opponendosi, di fatto, agli scempi che di lì a poco l’uomo occidentale avrebbe iniziato a farne in nome del “progresso”.

Meno mistico e contemplativo, ma più razionale e antropocentrico, fu l’insegnamento di Confucio che 2500 anni or sono fondò in Cina una assai influente religione laica, o non religione. Il suo pensiero rappresenta un’eccezione nel panorama del continente asiatico, e rende la sua figura in parte simile a quella dell’europeo Socrate, il padre di tutti i filosofi.

Ma nonostante questa importante eccezione, in Cina, in India ed anche in Giappone, il “progresso” così come oggi lo conosciamo, dovette attendere l’arrivo della cultura occidentale per assumere quel ritmo incalzante che attualmente lo contraddistingue.

L’Occidente, il Vecchio Mondo tra il Mar Nero e il Mare del Nord, è stato effettivamente la culla di quel movimento filosofico, tecnico e scientifico che si può riassumere in una parola con il termine di “progresso”.

Ma anche qui, in queste terre, la cristallizzazione del Verbo nei Testi Sacri si accompagnò nei primi tempi dell’era cristiana all’insorgere di vasti movimenti ascetici che predicavano il rifiuto del mondo e la rinuncia alla pretesa di modificarne l’assetto in senso antropocentrico.

È il fenomeno dell’anacoretismo, praticato dai Padri del deserto, tra cui spicca il nome di Sant’Antonio Abate (251 – 356 d.C.). Costui non fu certamente il primo a fuggire le insidie del mondo, ma di lui ci è rimasta l’importante biografia “Vita di Antonio”, redatta da Atanasio di Alessandria, che ci consente di approfondirne il pensiero e le motivazioni.

Per meglio comprendere le contrastanti posizioni che a quei tempi agitavano le coscienze delle classi più colte, occorre tener conto che in Occidente il “progresso” intellettuale aveva già preso avvio da alcuni secoli, e più precisamente da quando Platone, assieme al suo maestro Socrate e al suo allievo Aristotele, aveva posto le basi del pensiero filosofico – razionale.

Ebbene, Antonio l’Anacoreta conosceva tali dottrine e le bollò come contrarie alla religione nel più famoso dei suoi sermoni.

«I greci lasciano la loro terra e attraversano il mare per apprendere le lettere; noi non abbiamo bisogno di lasciare il nostro paese per trovare il regno dei cieli …»

«Anche i demoni furono creati buoni, ma, decaduti dalla sapienza del cielo e aggirandosi poi attorno alla terra, ingannarono i greci con le loro apparizioni

«I demoni … quando vedono che gli uomini hanno paura aumentano le loro apparizioni per spaventarli ancora di più, poi li assalgono e li deridono dicendo: “Prostratevi e adorateci”. Così riuscirono a ingannare i greci e presso di loro vennero falsamente considerati dèi.»

E infine ecco l’aperta dichiarazione dell’inutilità, anzi della dannosità del “progresso”:

«Se l’anima custodisce la sua facoltà spirituale conforme alla natura, allora nasce la virtù. La custodisce conforme alla natura quando essa rimane tale e quale è stata creata, ed è stata creata bella e retta al di là di ogni misura … se perseveriamo nello stato in cui siamo stati creati, dimoriamo nella virtù; se, invece, meditiamo cose perverse, saremo giudicati malvagi

E cosa sarebbero le “cose perverse” da meditare se non i frutti della ragione che spingono l’uomo ad allontanarsi dallo stato di natura?

Questo primo excursus tra gli oppositori del “progresso” è stato forzatamente breve, laddove occorrerebbe un infinito numero di volumi per approfondire la questione.

Ma certamente il lettore curioso troverà il modo di farlo.

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Pubblicato su “Che vi do?” N. 89 Marzo 2018, organo della Società Pane Quotidiano

Il cammino 01

Il cancro del pianeta: una teoria inquietante per scuoterci dal fatalismo progressista che ci attanaglia

di Bruno Sebastiani

E se la nostra intelligenza anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura (a seconda che ci si riconosca nel creazionismo o nell’evoluzionismo) fosse un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente da madre natura che ben presto l’abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente?

A questa domanda, tanto angosciante quanto di basilare importanza per tutto il genere umano, ho tentato di dare una risposta con la teoria contenuta nel saggio “Il Cancro del Pianeta” (Armando Editore, Roma, 2017).

E la risposta, purtroppo, è stata affermativa. Sì, la nostra intelligenza è il frutto di un’abnorme evoluzione patita dal nostro cervello, evoluzione che ci ha posti in grado di modificare l’ambiente che ci circonda a nostro vantaggio, ma a svantaggio di ogni altra realtà del pianeta.

Fin qui qualcuno potrebbe dire: che male c’è? Noi apparteniamo alla specie Homo sapiens, siamo all’apice della catena della vita ed è giusto che ci preoccupiamo principalmente di noi stessi.

Sennonché la nostra vita dipende da tutte le altre realtà esistenti sul pianeta, realtà che stiamo dissennatamente e sistematicamente annientando! È come se ci trovassimo su una nave e continuassimo ad imbarcare acqua: prima o poi ci sarà il naufragio!

Il punto è proprio questo: la “scintilla divina” (o “mirabile opera della natura”) ci ha consentito di piegare a nostro vantaggio le leggi stesse della natura, di squilibrare, sempre a nostro vantaggio, il delicato ed ultra complesso sistema di congegni e meccanismi biologici formatisi spontaneamente in milioni e milioni di anni, e ci ha consentito di farlo in un battibaleno, in poche migliaia di anni, un’inezia di tempo cosmico. Ma non ci ha consentito di creare un nuovo equilibrio altrettanto solido come quello che abbiamo distrutto.

La nostra intelligenza (o ragione) è il software che gira nel nostro cervello ed è lo strumento più potente sviluppatosi su questo pianeta. Ma la sua potenza è niente rispetto a quella necessaria per governare in modo stabile ed equilibrato le innumerevoli variabili presenti in natura.

Erano nel giusto gli antichi asceti che si annientavano di fronte all’ignoto che essi chiamavano onnipotenza divina.

Ma l’essere umano non ha seguito la loro strada perché non poteva che intraprendere il cammino del cosiddetto “progresso”, indotto a ciò due impulsi irrefrenabili, e cioè:

  • da un lato la continua, spontanea crescita (e potenza elaborativa) del cervello, da meno di 500 cc a 1.400 cc in poco più di due milioni di anni;
  • dall’altro lato l’istinto di sopravvivenza della specie, presente in ogni appartenente al regno animale e preposto al mantenimento dell’equilibrio numerico tra tutti gli esseri viventi.

Questo istinto ha normalmente la funzione di non far prevalere una specie sulle altre: alcuni animali hanno sviluppato la forza fisica, altri l’agilità, altri la velocità, altri ancora il mimetismo e così via. Ognuna di queste “doti” si è evoluta al fine di consentire a ciascuna specie la conservazione del proprio posto nel mondo della natura, all’interno di un equilibrio dinamico in continuo movimento.

Tale equilibrio in passato, milioni di anni or sono, si è spezzato più volte a causa di eventi catastrofici, quali impatti con asteroidi, glaciazioni, collisioni di placche tettoniche, eruzioni ecc. Ed ogni volta, dopo la catastrofe, la vita ha ripreso ad evolvere, sotto vecchie e nuove forme, fino a ricostituire il suo equilibrio dinamico.

Al di fuori di questi eventi, che condussero alle cosiddette “estinzioni di massa”, alcune specie si estinguono per motivi naturali, di norma per il venir meno delle loro specifiche fonti di sostentamento o l’insorgere di particolari mutazioni climatiche. Queste estinzioni, dette “estinzioni di fondo” (in inglese “background extinctions”) sono assai rare, nell’ordine di 4 – 5 famiglie ogni milione di anni.

Ma ai nostri giorni l’equilibrio che presiede alla contemporanea convivenza di tutte le specie viventi si è nuovamente spezzato, e non per motivi riconducibili ad eventi catastrofici, bensì a causa dell’utilizzo che stiamo facendo delle capacità intellettuali di cui ci siamo trovati involontariamente a disporre.

In pratica nella lotta per la vita, abitualmente regolata dall’istinto di sopravvivenza, noi uomini siamo intervenuti con la nuova super arma fornitaci dall’abnorme evoluzione del nostro cervello, abbiamo sbaragliato tutti gli avversari e siamo rimasti soli a dominare su tutti i regni della natura.

Ma così come è stato facile trionfare su ogni essere animato e inanimato presente sul pianeta, è altrettanto difficile ricreare un nuovo equilibrio che garantisca la continuità della vita sulla Terra. Il nostro trionfo ha comportato la diffusione del genere umano in ogni angolo del globo con un ritmo vertiginoso, cui ha corrisposto per contrappeso l’annientamento di tutte le forme di vita non riconducibili ad un diretto utilizzo antropico (alimentare in primis). Il nostro egoismo è stato tanto cieco da non farci comprendere che in natura tutto è collegato all’interno di un grande super organismo entro cui è germogliata la vita e di cui anche noi facciamo parte. Spezzando un’infinità di anelli apparentemente inutili, abbiamo interrotto il flusso vitale del super organismo, ed ora ne patiamo le conseguenze che portano i nomi tristemente noti di inquinamento, riscaldamento globale, desertificazione, sovrappopolazione ecc. ecc.

Come non intravvedere una corrispondenza tra questo tipo di comportamento e quello delle cellule in cui il materiale genetico muta al punto da trasformarle in agenti cancerosi, restii ad accettare la morte cellulare programmata (apoptosi) e destinati ad innescare con la loro proliferazione incontrollata il processo tumorale?

A mio avviso non ha grande importanza che questa correlazione abbia basi scientifiche o meno. Ciò che conta è che faccia intendere all’essere umano come il progresso di cui va tanto orgoglioso, la cosiddetta civiltà, altro non sia per l’ecosfera se non una malattia che tutto distrugge. Questo morbo, vero e proprio cancro del pianeta, minaccia di far sparire la vita in una nuova estinzione di massa, indotta questa volta non da eventi esogeni, ma da un errore commesso da madre natura stessa, una via svantaggiosa imboccata casualmente che presto sarà abbandonata, come ogni errore prodottosi nel corso del processo evolutivo.

Oggi ci troviamo in una situazione ambigua. Non possiamo negare gli enormi benefici che il progresso ha comportato per tanta parte dell’umanità. Ma non possiamo ignorare i danni irreversibili che abbiamo già causato all’ambiente e agli altri esseri viventi, danni che prossimamente si ritorceranno anche contro di noi.

Quando il cancro conclude la sua opera nefasta anche le cellule cancerose scompaiono insieme ai tessuti sani che hanno distrutto.

Ecco questa è la visione realistica contenuta nel mio saggio. Non mi sono posto il problema della “guarigione” perché ritengo che la “malattia” sia giunta ad un punto tale da lasciare ben poche speranze di risanamento.

Ho mantenuto però un barlume di speranza individuale, laddove ho suggerito a chi ne ha la possibilità di cercare rifugio in quel poco di natura che resta, come abbiamo fatto io e mia moglie che abbiamo lasciato la città in cui vivevamo (Milano) e ci siamo trasferiti in una casa ai margini di un bosco. Qui abbiamo aperto un Bed & Breakfast, al quale abbiamo dato nientemeno che il nome di Joie de Vivre.

Se la speranza collettiva non ha più ragion d’essere, rimane pur sempre la speranza individuale!

https://www.neuroscienze.net/cancro-del-pianeta/

https://ugobardi.blogspot.com/2018/01/se-i-diamanti-costassero-un-euro-al.html

Il Cancro del Pianeta – Articolo cartaceo pubblicato sul n. 88 di Che vi do!

 

Il cammino del progresso e i suoi oppositori – 2 – L’Età di mezzo tra tensioni contrapposte

di Bruno Sebastiani

Il Medio Evo gode di cattiva fama. È ritenuto periodo buio della storia umana, dominio di superstizioni, oscurantismo e intolleranza, al punto che al termine “medievale” in accezione figurata il vocabolario Treccani dedica questa definizione: «Caratterizzato da concezioni e principî superati e retrogradi».

Eppure in quei secoli furono anche gettate le basi delle scienze moderne, delle città, delle banche e dei commerci internazionali. In campo filosofico avvenne la rinascita del pensiero aristotelico, fondamento dei successivi progressi in campo speculativo e scientifico.

Ecco il perché del sottotitolo “L’Età di Mezzo tra tensioni contrapposte”. Effettivamente in Europa tra il V e il XV secolo, lungo un arco di 1.000 anni, si verificò uno scontro titanico tra chi vedeva nel progresso delle arti e delle scienze un mortale pericolo per la Fede e chi, pur dichiarandosi credente, non intendeva rinunciare ad utilizzare la ragione per indagare, fin dove possibile, i misteri della vita e della natura.

Questi ultimi ebbero la meglio e salirono sul palco dei vincitori, ma la ragione da essi sostenuta si affrancò nei secoli successivi dai legami con la Fede e contribuì ad avviare quel lento declino della vita religiosa che oramai è sotto gli occhi di tutti. Ma questa è un’altra storia.

L’articolo che state leggendo è dedicato ai “perdenti”, a coloro che si opposero strenuamente all’uso della ragione quale strumento di indagine e che avrebbero voluto mantenere la società in una sorta di perenne status quo.

Gli asceti cristiani cercarono di realizzare il loro intento contemplativo in vari modi, dal romitaggio nel deserto (di cui ho parlato in un precedente articolo) alla permanenza in cima ad una colonna (i cosiddetti “stiliti”), fino al vagabondaggio senza meta di chi viveva sempre all’aperto e si nutriva solo di radici ed erbe.

Tutti costoro non facevano certamente appello alla ragione per spiegare la loro condotta di vita: per essi la Fede era necessaria e sufficiente a giustificare ogni loro comportamento.

Tra questi vi erano i monaci che vivevano sugli alberi, i cosiddetti “dendriti” (dal greco déndron = albero). Uno di costoro fu Davide di Salonicco (450 – 535) che visse su un albero vicino al suo monastero per tre anni.

La caratteristica che li rende particolari come emblematici oppositori al “progresso” è che percorsero a ritroso la strada a suo tempo imboccata dall’Australopiteco, il quale discese dagli alberi per assumere gradualmente una posizione eretta, camminare in pianura e divenire -attraverso infiniti passaggi – Homo sapiens. Essi, i “dendriti”, tornarono sugli alberi e scelsero questi organismi viventi per raccogliersi in contemplazione, immersi nella natura.

Un’altra forma di ascetismo del tutto particolare che dal VI secolo andò sviluppandosi ben oltre la fine del Medio Evo, prevalentemente nel mondo ortodosso, fu quello dei Folli (o Stolti) in Cristo.

Già dalla loro denominazione si comprende quanta poca stima essi attribuissero al progresso materiale e ad ogni elucubrazione intellettuale.

Il fondamento del loro modus vivendi risiedeva in alcuni passaggi della prima lettera di San Paolo ai Corinzi:

«… Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono …» (1, 27 – 28)

«Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.» (4, 10 – 13)

Su queste basi stuoli di asceti presero a percorrere campagne e città rivestiti di poveri stracci, talvolta addirittura ignudi, fingendo pazzia, insultando i passanti, ricevendo insulti e botte in contraccambio.

Ma in quei secoli non solo i più umili e ignoranti si opposero al progresso. Anche insigni uomini di Chiesa cercarono di contrastare l’avanzata della ragione, seppure con sensibilità e atteggiamenti ben diversi uno dall’altro, come nei tre casi che propongo.

Pier Damiani (1007 – 1072), teologo, vescovo e cardinale, fu un radicale oppositore del tentativo di giustificare l’esistenza di Dio per via razionale, impresa che affascinò la gran parte dei filosofi medievali (per restare nell’undicesimo secolo basti fare il nome di Anselmo d’Aosta).

In una epistola indirizzata ad un monaco di nome Ariprando e titolata “De sancta simplicitate scientiae inflanti anteponenda” (“Sulla santa semplicità, da preferire alla scienza che si gonfia”), Pier Damiani nel primo capitolo (titolato “Scientiae cupiditas quam perniciosa” – “Come sia pericolosa la bramosia della scienza”) scrive:

«Chi intendeva lanciare sul mondo gran quantità di tutti i vizi fece della bramosia di sapere il condottiero di questo esercito, e così per suo mezzo riversò sul povero mondo tutte le schiere dell’iniquità

Lotario di Segni (1161 – 1216) divenne Papa nel 1198 con il nome di Innocenzo III. Negli anni precedenti alla sua investitura scrisse una violenta invettiva contro la corruzione dei costumi, dall’eloquente titolo di “De contemptu mundi” (“Sul disprezzo del mondo”).

«O madre mia, a che generasti questo figlio dell’amarezza e del dolore? Perché non son morto nell’utero di mia madre, o almeno perché non spirai appena nato? A che fui accolto su le sue ginocchia, lattato dalle sue mammelle ed allevato, per divenir esca e cibo del fuoco?»

Sembra di leggere Cioran. Con la differenza che Lotario, essendo uomo di Chiesa, disprezza il mondo e la materia per maggiormente esaltare il Dio in cui ripone ogni speranza.

È un atteggiamento che accomuna gran parte della spiritualità medievale. Il disprezzo nell’opera di Lotario si estende a tutto il sapere, che non è –a suo avviso – se non il desiderio di studiare, catalogare, capire i meccanismi che regolano le cose materiali.

«Scrutino pure l’universo i sapienti, investighino le altezze del cielo, la superficie della terra, la profondità del mare, disputino e trattino d’ogni cosa, apprendano o insegnino, che cosa trarranno mai da tale occupazione, se non fatica e dolore ed afflizione dell’animo?»

Di tutt’altra sensibilità l’ultimo campione dell’anti-progressismo medievale che propongo alla vostra attenzione, San Francesco d’Assisi (1181 – 1226). Anch’egli rifiutò caparbiamente il mondo, al punto che «da molti era reputato stolto, e come pazzo era schernito, e scacciato con pietre …» (dalla biografia di Frate Leone). Ma la sua forza di volontà e le sue doti naturali di “capo spirituale” gli fecero superare ogni difficoltà e gli consentirono di fondare, contro il parere di tanti curiali, uno degli ordini religiosi più importanti della Chiesa cattolica.

In lui l’amore per la povertà si univa al sovrano disprezzo nei confronti del denaro.

«Il verace amico e seguitatore di Cristo Francesco, tutto che aveva di mondano altamente dispregiando, in special modo aveva a schifo il danaro, e a fuggirlo quanto il demonio i frati suoi stimolò coll’esempio e colle parole. Imperocchè tale ammaestramento aveva dato a’ suoi frati, di tenere in eguale misura di amore sì lo sterco che il danaro

In un altro capitolo del testo attribuito a Frate Leone, Francesco, descrivendo le qualità che avrebbero dovuto possedere il Ministro generale suo successore, dice: «Abbia in orrore il denaro, come prima cagione di corruzione di nostra professione e perfezione»

Il disprezzo che Francesco e tutti gli asceti hanno sempre avuto nei confronti del denaro sottintende il rifiuto di tutto ciò che la mente umana ha prodotto a maggior vantaggio della nostra specie, in una parola del progresso.

Questa verità è confermata dal sentimento di rigetto che ebbe Francesco nei riguardi del sapere e della scienza; «il beato Francesco non voleva che i suoi frati avessero sete di scienza e di libri».

«Grande rammarico sentiva il beato Francesco se con danno della virtù si seguitasse la scienza vana, in ispecie se qualcuno non perseverasse in quella vocazione a cui fin da principio fu chiamato. Diceva invero: “I frati miei che dalla curiosità della scienza son guidati, nel dì della tribolazione troveranno vuote le loro mani.”»

Ecco tre esempi di grandi uomini del Medio Evo che avversarono progresso e scienza, senza peraltro riuscire a modificare il corso della storia.

Se domani questo corso dovesse condurre l’umanità ad esiti disastrosi, forse qualcuno rimpiangerebbe che da quella Età di Mezzo non siano risultate vincenti le idee di Pier Damiani, Lotario di Segni e Francesco d’Assisi.

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Pubblicato su “Che vi do?” N. 90 Luglio 2018, organo della Società Pane Quotidiano

Il cammino 02

 

La de-differenziazione, ovvero l’omologazione globale delle cellule

Warren M. Hern nel suo articolo del 1989 “Why Are There So Many of Us” (da me tradotto e pubblicato in https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/08/31/perche-siamo-cosi-tanti/), enumera le quattro caratteristiche principali delle neoplasie maligne:

  1. Crescita rapida e incontrollata
  2. Invasione e distruzione dei tessuti sani adiacenti
  3. De-differenziazione
  4. Metastasi a diversi siti

Successivamente passa ad esaminare il comportamento del genere umano su questo pianeta e ritrova tutte e quattro le caratteristiche in modo sorprendentemente analogo.

Relativamente alle prime due l’analogia è palese: è sotto gli occhi di tutti come negli ultimi tempi l’uomo si sia moltiplicato in modo iperbolico ed abbia sottomesso o distrutto ogni bioma a lui circostante.

Anche la quarta caratteristica è facilmente ascrivibile al modo di procedere della nostra specie che costruisce strade e mezzi di comunicazione per raggiungere i punti più remoti della Terra ove portare la cosiddetta “civiltà”. Sulla mia pagina Facebook ho proposto sette post “tematici” dedicati alle grandi metastasi. Chi volesse consultarli li trova ora riepilogati nel blog https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/grandi_metastasi/.

La terza caratteristica – la de-differenziazione – merita un discorso un po’ più approfondito, non essendo di per sé evidente come le altre.

Senza scendere in descrizioni eccessivamente particolareggiate, ricordiamo che le cellule dei corpi viventi non sono tra loro tutte uguali, ma, in base agli organi e ai tessuti di cui fanno parte, hanno una propria morfologia.

Non nascono differenziate. Come sappiamo, lo sviluppo degli esseri viventi più complessi procede dall’incontro di due sole cellule (i gameti) che sono all’origine dell’embrione. Ed è qui, nello stato embrionale, che prende avvio il processo di differenziazione cellulare, cioè la maturazione da una forma primitiva o indifferenziata a una forma matura o differenziata, con funzioni specializzate, processo che le cellule di un organismo pluricellulare multiforme subiscono per ripartirsi i compiti.

Se questo è lo stato naturale delle cose, sappiamo anche che la mutazione del materiale genetico di cellule normali è all’origine dei tumori.

Ebbene, le cellule che subiscono la mutazione carcinogenetica, oltre a replicarsi in modo incontrollato e ad invadere i tessuti sani, perdono gradualmente la loro particolarità morfologica, ovvero la differenziazione che madre natura aveva loro assegnato per svolgere i compiti propri degli organi di appartenenza.

Diventano de-differenziate, ovvero vanno rassomigliandosi tutte le une alle altre, perdono ogni loro caratteristica distintiva.

Ecco come il grande etologo Konrad Lorenz descrive questo processo:

«I cancerologi, per caratterizzare una delle proprietà fondamentali del tumore maligno, parlano di immaturità. Quando una cellula respinge tutte quelle proprietà che le permettevano di integrarsi in un determinato tessuto organico … essa ‘regredisce’ necessariamente a una fase filogeneticamente o ontogeneticamente più antica; essa si comporta cioè come un organismo unicellulare o come una cellula embrionale, e incomincia a riprodursi senza riguardo per la totalità dell’organismo. Più si accentua la regressione, più il tessuto di nuova formazione si distingue da quello normale, più maligno sarà il tumore. Un papilloma che conserva ancora molte proprietà dell’epidermide normale, pur invadendo come verruca la sua superficie, è un tumore benigno; un sarcoma, che è formato da cellule mesodermiche tutte uguali e completamente indifferenziate, è un tumore maligno.» (K. Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, Adelphi, Milano, 1974, p. 84)

Per determinare la gravità dei tumori è stata elaborata una apposita ‘scala’ o ‘grading’ che misura il grado di aggressività delle neoplasie in base al loro grado di differenziazione cellulare.

Il sistema di grading più utilizzato prevede 4 gradi possibili:

  • GX Grado non determinato
  • G1 Ben differenziato (grado basso): < 25% di cellule non differenziate
  • G2 Moderatamente differenziato (grado intermedio) < 50% di cellule non differenziate
  • G3 Scarsamente differenziato (grado alto) 50-75% di cellule non differenziate
  • G4 Indifferenziato (grado alto) cioè anaplastico: > 75% di cellule non differenziate

(fonte Wikipedia)

Questo per quanto riguarda i tumori.

E per quanto riguarda gli esseri umani?

Non stiamo andando verso la più completa indifferenziazione di tutte le caratteristiche che un tempo costituivano gli elementi distintivi di ogni raggruppamento antropico e, all’interno del medesimo, di ogni ceto o casta sociale?

Il discorso è delicato. Sappiamo che i fautori del “progresso senza fine” sbandierano questo livellamento come uno dei risultati più positivi dell’avanzata della ragione, della marcia trionfale della cosiddetta civiltà.

Per ottenerlo si sono combattute guerre e sono scoppiate sanguinose rivoluzioni. Poi, da un certo punto in avanti, il livellamento è iniziato e progredisce a ritmo crescente.

Ma vediamo separatamente quali erano gli elementi principali che connotavano la differenziazione degli esseri umani, quando non erano cellule malignamente aggressive come oggi.

  1. Innanzitutto la differenziazione dei tratti somatici (altezza, dimensione corporea, colore della pelle, taglio degli occhi ecc. ecc.), in una parola tutte quelle caratteristiche che un tempo venivano definite “razziali”.
  2. Oltre all’aspetto fisico, l’elemento che maggiormente distingueva e separava i vari gruppi umani era il linguaggio. All’interno di ogni popolazione, di ogni etnìa, di ogni tribù si comunicava con idiomi specifici, comprensibili solo dagli appartenenti al gruppo. Ciò innalzava delle vere e proprie barriere all’interscambio di informazioni e contribuiva a preservare la specificità dei singoli raggruppamenti.
  3. Infine le varie popolazioni si differenziavano in base alle tradizioni, agli usi, ai costumi, ai rituali, alle credenze religiose, alle superstizioni, al modo di abbigliarsi e di ornarsi, a tutto l’insieme di elementi che le culture locali avevano elaborato e tramandato in migliaia e migliaia di anni.

Ebbene, come nel tumore maligno i tratti caratteristici delle singole cellule vanno scomparendo per lasciare il posto ad un unico tipo di cellula indifferenziata, così nel tumore planetario di cui l’uomo è cellula cancerogena si verifica un analogo processo attraverso:

  1. L’omologazione dei tratti somatici
  2. L’abolizione delle barriere linguistiche
  3. L’abbattimento di ogni tradizione e cultura autoctona

Vediamo punto per punto come avviene il processo e perché è destinato a proseguire sino al suo tragico esito finale.

  1. L’omologazione dei tratti somatici

Nonostante il colore della pelle e le caratteristiche fisiche collettive siano tra gli elementi che contraddistinguono gli esseri umani in modo più evidente, la loro omologazione rappresenta per il cancro del pianeta un elemento di minore importanza rispetto ai restanti due di cui parleremo. Un uomo può essere bianco, nero o giallo, ma se parla inglese, veste in giacca e cravatta, guarda le serie TV, passa gran parte del suo tempo su Facebook e mangia hamburger e pop corn è pronto a contribuire in modo aggressivo (passivamente o attivamente) all’opera di distruzione della biosfera.

Ciò premesso vi è da dire che il rimescolamento dei popoli, iniziato già da qualche secolo ma in corso di intensificazione avanzata, condurrà inevitabilmente all’omologazione anche fisica degli appartenenti alla famiglia umana.

La tendenza ad uniformare l’aspetto corporeo riguarda oggi persino i rappresentanti dei due sessi, che in numero sempre maggiore tendono a nascondere le differenze che un tempo venivano messe in risalto e a ostentare i tratti comuni. Ma questo è un fenomeno più culturale che fisico, conseguente a quell’abbattimento delle tradizioni di cui parleremo più sotto.

  1. L’abolizione delle barriere linguistiche

Il grande tumore planetario, di cui siamo gli agenti inconsapevoli, trova un grave ostacolo al suo avanzamento nelle barriere linguistiche che da sempre hanno separato i vari popoli.

La malattia per progredire richiede un’organizzazione sociale la più coesa possibile. Il suo ideale sarebbe che l’orbe terracqueo fosse governato da un’Autorità unica mondiale tramite organi di comando gerarchicamente disciplinati e capillarmente diffusi.

Questa visione orwelliana si completerebbe con la diffusione di un unico linguaggio universale. Questo era l’obiettivo di chi ideò l’Esperanto, ma all’epoca (seconda metà dell’Ottocento) i tempi non erano maturi, e il tentativo fallì.

Oggi l’omologazione linguistica ha fatto passi da gigante. Secondo Ethnologue.com delle 7.000 lingue parlate nel mondo solo 359 sono veramente globali, parlate da milioni di persone. Le altre sono a rischio estinzione. Pare che scompaia una lingua ogni due settimane. E il 94% della popolazione mondiale parla il 6% delle lingue esistenti, mentre il restante 6% degli umani comunicano attraverso il 94% delle altre lingue.

All’interno dei circa 200 Stati nazionali esistenti al mondo, costituitisi durante l’800, dopo la fine della prima guerra mondiale e dopo la seconda con la decolonizzazione, le autorità statali hanno provveduto a far tabula rasa della enorme pluralità di dialetti e idiomi locali esistenti. Gli strumenti di eradicazione sono stati molteplici, dall’istruzione obbligatoria, al servizio militare, alla pubblica amministrazione, finchè poi è intervenuta la televisione che, parlando sempre e solo la lingua ufficiale dello Stato, ha definitivamente rimosso l’uso delle parlate locali nelle nuove generazioni.

Ora esistono ancora importanti barriere ma già l’inglese si profila all’orizzonte come lingua universale, in conseguenza della capillare diffusione dell’impero coloniale britannico.

Il World Wide Web gioca in tal senso un ruolo importante. Permane il problema del cinese e dell’arabo, ma il processo di omologazione linguistica è avviato e non potrà che progredire.

  1. L’abbattimento delle tradizioni e culture autoctone

Parallelamente all’uniformazione dei linguaggi si è susseguita quella di mode, costumi e tradizioni.

In questo caso gli strumenti più efficaci di livellamento sono stati i mezzi di comunicazione di massa, dapprima i giornali e le riviste illustrate, poi il cinema e la televisione.

Ma già l’istruzione obbligatoria e il trasferimento dei funzionari statali e non statali (compresi i preti) da regione a regione, da città a città, avevano fortemente contribuito ad estinguere gran parte delle tradizioni folcloristiche paesane.

Lo spopolamento delle campagne e l’emigrazione di massa hanno poi assestato alle culture locali gravi colpi, finchè anche in questo caso la rete globale dei computer ha inferto il colpo mortale.

Oramai quasi tutti ci vestiamo allo stesso modo, mangiamo cibi standardizzati, seguiamo gli stessi ritmi lavorativi e abitiamo in case pressochè identiche le une alle altre, sia che si viva in città sia che si viva in campagna o in montagna.

Due marchi tra tutti, McDonald e Ikea, insieme a mille altri, danno l’idea di come le nostre abitudini alimentari e abitative si stiano ormai omologando a livello mondiale.

Le grandi religioni, prima di divenire esse stesse obsolete, avevano già iniziato a spazzare i miti locali, a volte anche inglobandoli.

Ora il processo di omologazione ha quasi raggiunto il suo obiettivo, e cioè renderci il più possibile simili gli uni agli altri. In tal modo sarà più semplice nonché inevitabile giungere all’istituzione di un Governo Unico Mondiale.

La previsione è terrificante, ma ha una sua logica. Solo un’Autorità globale potrà gestire i problemi globali che ci aspettano e per farlo avrà bisogno di una platea di sudditi sufficientemente omogenea.

Questa impressionante ‘macchina da combattimento’ sarà in grado di completare l’opera di devastazione dell’intera ecosfera, esattamente come il tumore maligno riesce a distruggere tutti i tessuti sani dell’ammalato di cancro,

Le cellule de-differenziate sono le più maligne e aggressive di tutte, e noi uomini siamo decisamente incamminati su quella strada.

Dobbiamo prendere atto di questa realtà e divenire ‘cellule maligne consapevoli’, così come ho cercato di suggerire nella mia nuova opera “Il Cancro del Pianeta Consapevole”.

https://ugobardi.blogspot.com/2018/11/la-de-differenziazione-una-riflessione.html

Non possiamo più fare niente

Intervista rilasciata nel 2012 da Dennis Meadows a Rainer Himmelfreundpointer (rivista Format)

FORMAT: Signor Meadows, secondo il Club di Roma stiamo fronteggiando una crisi legata alla disoccupazione, una crisi da carenza di cibo, una crisi economica e finanziaria generale ed una crisi ecologica globale. Ognuno di queste è un segnale che qualcosa sta andando per il verso sbagliato. Cosa esattamente?

MEADOWS: Quello che sottolineavamo nel 1972 ne “I limiti dello sviluppo”- e che è tutt’ora valido- è il semplice fatto che non è possibile una crescita fisica infinita in un pianeta finito. Arrivati ad un certo punto la crescita si ferma. O la fermiamo noi, cambiando i nostri comportamenti, oppure sarà il pianeta a fermarla. Quaranta anni dopo, ci dispiace dirlo, non è stato ancora fatto niente.

FORMAT: Nei vostri tredici scenari la fine della crescita fisica – cioè dell’aumento della popolazione mondiale, della produzione di cibo e di qualsiasi altra cosa venga prodotta o consumata – inizia tra il 2010 ed il 2050. La crisi finanziaria è parte di tutto ciò?

MEADOWS: Non sono situazioni paragonabili. Supponiamo di avere il cancro e che questo cancro causi febbre, mal di testa ed altri dolori. Non sono questi il problema reale, è il cancro il problema! Comunque, proviamo a curarne i sintomi. Nessuno spera di sconfiggere il cancro con quelle cure. I fenomeni come il cambiamento climatico o le carestie sono semplicemente sintomi della malattia di questo pianeta, il che ci riporta inevitabilmente alla fine della crescita.

FORMAT: Il cancro come metafora della crescita incontrollata?

MEADOWS: Sì. Le cellule sane ad un certo punto smettono di crescere. Le cellule cancerose proliferano finché non uccidono l’organismo. La popolazione e la crescita economica si comportano nello stesso modo. Ci sono solo due modi di ridurre la crescita dell’umanità: ridurre il tasso delle nascite od aumentare quello delle morti. Quale preferisce?

FORMAT: Nessuno vorrebbe dover scegliere.

MEADOWS: Neanch’io. In ogni caso abbiamo perso l’opportunità di scegliere. Lo farà il pianeta.

FORMAT: Come?

MEADOWS: Consideriamo il cibo. Facciamo i conti, valutiamo la quantità di cibo pro capite a partire dagli anni ’90. La produzione cresce, ma la popolazione cresce più rapidamente. Dietro ad ogni caloria di cibo che arriva sul piatto, ci sono dieci calorie di combustibili fossili utilizzate per produrlo, trasportarlo, immagazzinarlo, prepararlo e servirlo. Più diminuiscono le scorte di combustibili, più cresce il prezzo del cibo.

FORMAT: Dunque non è solo un problema distributivo?

MEADOWS: Certamente no. Se condividessimo tutto equamente, nessuno soffrirebbe la fame. Ma resta il fatto che abbiamo bisogno di fonti fossili come petrolio, gas o carbone per produrre cibo. E queste fonti si stanno esaurendo. Nonostante vengano sfruttate nuove fonti come il gas o il petrolio da scisto, i picchi di petrolio e gas sono già superati. Questo pone una tremenda pressione sull’intero sistema.

FORMAT: Secondo i vostri modelli sulla popolazione, nel 2050 saremmo all’incirca 9,5 miliardi, nonostante una stagnazione della produzione di cibo per i prossimi 30-40 anni.

MEADOWS: E questo significa che ci sarà una gran massa di persone povere. Certamente più di metà dell’umanità. Oggi non possiamo nutrire a sufficienza una larga parte della popolazione mondiale. Tutte le risorse che conosciamo stanno calando. Ci si può immaginare dove porterà questa situazione. Ci sono troppi “se” nel futuro: “se” la gente diventerà più intelligente, “se” non ci saranno guerre, “se” faremo progressi tecnologici. Siamo già al punto in cui non riusciamo a risolvere i problemi attuali, come potremo farcela tra 50 anni quando saranno più gravi?

FORMAT: E’ colpa del nostro modo di fare affari?

MEADOWS: Il nostro sistema economico e finanziario non è solo un mezzo per ottenere qualcosa. È uno strumento che abbiamo sviluppato e che riflette i nostri scopi e valori. La gente non si preoccupa del futuro, ma solo dei problemi contingenti. È per questo che abbiamo una crisi del debito così grave. Creare debito è l’opposto del preoccuparsi per il futuro. Chiunque contragga un debito dice: non mi preoccupo di quello che avverrà. Quando per troppa gente il futuro non conta, si crea un sistema economico e finanziario che distrugge il futuro. Puoi far pressione su questo sistema quanto vuoi ma finché non cambieranno i valori della gente, si andrà avanti nello stesso modo. Se dai un martello a qualcuno e questo lo utilizza per uccidere il suo vicino, non serve a niente cambiare il martello. Persino se gli riprendi il martello, quello rimane un potenziale assassino.

FORMAT: I sistemi che organizzano le modalità di coesistenza delle persone vanno e vengono.

MEADOWS: Ma l’uomo rimane lo stesso. Negli Stati Uniti, abbiamo un sistema nel quale è giusto che pochi siano immensamente ricchi e molti siano terribilmente poveri, fino alla fame. Se riteniamo che ciò sia accettabile, è difficile cambiare il sistema. I valori dominanti sono sempre gli stessi. Questi valori si riflettono enormemente nei cambiamenti climatici. A chi interessano?

FORMAT: All’Europa?

MEADOWS: Cina, Svezia, Germania, Russia e Stati Uniti hanno sistemi sociali differenti ma in ognuna di queste nazioni aumenta l’emissione di CO2, perché in realtà alla gente non importa. Il 2011 è stato l’anno record (l’intervista è del 2012): lo scorso anno è stata prodotta più anidride carbonica che nell’intera storia umana precedente, nonostante che si voglia che la produzione diminuisca.

FORMAT: Cos’è che va per il verso sbagliato?

MEADOWS: Scordatevi i dettagli. La formula base dell’inquinamento da CO2 è composta da quattro elementi. Primo: il numero di persone sulla Terra. Queste devono essere moltiplicate per i beni pro capite, ovvero quante automobili, case e mucche esistono a persona, ed abbiamo così lo “standard” di vita sulla Terra. Questo va poi moltiplicato per il fattore d’energia consumata per unità di capitale, per esempio quanta energia è necessaria per produrre automobili, costruire case e per rifornire e nutrire le mucche. Ed infine, il tutto va moltiplicato per l’ammontare d’energia derivata da fonti fossili.

FORMAT: Approssimativamente tra l’80 e il 90%.

MEADOWS: Approssimativamente. Se vuoi che il carico di CO2 cali, l’intero risultato di questa moltiplicazione deve calare. Ma noi cosa facciamo? Proviamo a ridurre la quantità d’energia fossile usando maggiormente fonti alternative come vento e sole. E lavoriamo per rendere più efficiente l’utilizzo d’energia, isolando meglio le case, rendendo i motori più efficienti e tutto il resto. Lavoriamo solo sugli aspetti tecnici ma trascuriamo del tutto il fattore relativo alla popolazione e crediamo che il nostro standard di vita migliorerà o almeno rimarrà invariato. Ignoriamo la popolazione e gli elementi sociali dell’equazione, e ci focalizziamo totalmente sulla soluzione degli aspetti tecnici del problema. Falliremo, perché la crescita della popolazione e gli standard di vita sono molto più rilevanti di tutto quanto possiamo risparmiare con una migliore efficienza o con le energie alternative. Pertanto, le emissioni di CO2 continueranno a salire. Non ci sarà soluzione al problema dei cambiamenti climatici se non affronteremo i fattori sociali che ne sono alla base.

FORMAT: Vul dire che la Terra risolverà la situazione di propria iniziativa?

MEADOWS: I disastri sono il metodo del pianeta per risolvere i problemi. A causa del cambiamento climatico, i livelli del mare cresceranno perché si stanno sciogliendo i ghiacci polari. Specie dannose si diffonderanno in aree dove non hanno nemici naturali a sufficienza. L’aumento della temperatura comporta l’aumento di venti forti e tempeste, che a loro volta influenzano le precipitazioni: avremo più alluvioni e più siccità.

FORMAT: Per esempio?

MEADOWS: La terra dove ora è coltivato il 60% del frumento cinese, sarà troppo secca per l’agricoltura. Nello stesso momento, pioverà, ma in Siberia, e la terra sarà più fertile lì. Dunque ci sarà una grande migrazione dalla Cina alla Siberia. Quante volte l’ho già detto alla gente nelle mie conferenze in Russia! I più anziani sono interessati ma la élite giovane ha semplicemente detto “Che m’importa? Voglio soltanto esser ricco.”

FORMAT: Cosa fare?

MEADOWS: Se solo lo sapessi… Entriamo in un periodo che richiede enormi cambiamenti praticamente in tutto. Sfortunatamente, cambiare le nostre società o i sistemi di governo non è un processo rapido. Il sistema attuale non funziona comunque. Non ferma i cambiamenti climatici né previene le crisi finanziarie. I governi provano a risolvere i loro problemi stampando moneta, il che quasi certamente porterà entro qualche anno ad un elevato tasso d’inflazione. È una fase molto pericolosa. So soltanto che la gente, soprattutto in periodi di incertezza, se deve scegliere tra libertà ed ordine, sceglie l’ordine. L’ordine non significa necessariamente giustizia o rispetto della legge, ma vita ragionevolmente sicura e treni in orario.

FORMAT: Hai paura della fine della democrazia?

MEADOWS: Vedo due trend. Da una parte, lo smembramento degli stati in unità più piccole, ad esempio in regioni come la Catalogna. Da un’altra parte la creazione di un superpotere forte e centralizzato. Non uno stato ma una combinazione dittatoriale di industria, polizia ed esercito. Forse in futuro avremo persino le due soluzioni in contemporanea. La democrazia è in effetti un esperimento socio-politico molto giovane. Ed attualmente non esiste. Produce soltanto crisi che non è in grado di risolvere. La democrazia non contribuisce attualmente alla nostra sopravvivenza. Il sistema collasserà dall’interno, non a causa di un nemico esterno.

FORMAT: Stai parlando del “Dramma dei beni comuni”

MEADOWS: È il problema fondamentale. Se in un villaggio chiunque può pascolare il suo gregge su un prato rigoglioso aperto a tutti – chiamato in inglese arcaico “Commons” – entro poco tempo ne beneficeranno soprattutto quelli che scelgono di avere più bestiame. Ma se si va avanti in quel modo troppo a lungo, l’erba finisce e con quella tutto il bestiame.

FORMAT: Dunque si deve arrivare ad un accordo, per utilizzare al meglio il prato. Questo potrebbe rappresentare il lato migliore della democrazia.

MEADOWS: Forse. Se il sistema democratico non riesce a risolvere il problema su scala globale, probabilmente potrebbe provarci una dittatura. Dopotutto, si tratta di questioni come il controllo della popolazione globale. Siamo da 300.000 anni sul pianeta e ci siamo organizzati in molti modi differenti. Quelli di maggior successo e più efficaci sono stati i sistemi tribali o di clan, non le dittature o le democrazie.

FORMAT: Un importante passo avanti tecnologico potrebbe salvare la Terra?

MEADOWS: Sì. Ma le tecnologie hanno bisogno di leggi, vendite, addestramento, persone che ci lavorano – vale quello che ho già detto poco fa. Soprattutto, la tecnologia è solo un attrezzo come un martello o come il sistema finanziario neoliberista. Se i nostri valori sono sempre gli stessi, continueremo a sviluppare tecnologie che li soddisfano.

FORMAT: Tutto il mondo attualmente vede una possibile salvezza in una tecnologia verde e sostenibile.

MEADOWS: È una fantasia. Anche se ci impegnassimo per aumentare l’efficienza nell’utilizzo dell’energia in modo enorme, ancor più nell’uso di fonti rinnovabili e facessimo grandi sacrifici per limitare i nostri consumi, non avremmo virtualmente possibilità di allungare la vita al nostro sistema attuale. La produzione di petrolio si ridurrà di circa la metà nei prossimi 20 anni, nonostante lo sfruttamento dell’olio da scisti o da sabbie bituminose. Tutto accade troppo rapidamente. Al di là del fatto si può guadagnare anche di più grazie alle energie alternative. Le turbine eoliche possono funzionare, senza aeroplani. Il direttore della Banca Mondiale (più recentemente responsabile dell’industria aerea complessiva) mi ha spiegato che il problema del picco del petrolio non è discusso in quell’istituzione, è semplicemente tabù. Chiunque ci provi in qualche modo o viene licenziato o trasferito. Dopotutto, il picco del petrolio distrugge la fiducia nella crescita. Dovresti cambiare tutto.

FORMAT: Specialmente nelle compagnie aeree dove la quota di combustibili fossili è molto alta.

MEADOWS: Esattamente. È per questo che l’era del trasporto aereo di massa a basso costo finirà presto. Se lo potranno permettere solo in grandi stati o imperi. Con molti soldi si potrà comprare energia – e causare mancanze di cibo, ma non si può sfuggire al cambiamento climatico, che colpisce i ricchi ed i poveri.

FORMAT: Hai qualche soluzione per queste terribili miserie?

MEADOWS: Dovrebbe cambiare la natura dell’uomo. Siamo tuttora programmati come 10.000 anni fa. Visto che uno dei nostri antenati poteva essere attaccato da una tigre, non si poteva preoccupare del futuro ma solo della propria sopravvivenza. La mia preoccupazione è che, per motivi genetici, non siamo adatti a fare i conti con problemi di lungo termine come i cambiamenti climatici. Fino a che non impareremo a farlo, non ci sarà modo di risolvere problemi simili. Non c’è niente che possiamo fare. La gente dice sempre: “Dobbiamo salvare il pianeta”. No, non dobbiamo. Il pianeta si salverà in ogni modo da solo. L’ha già fatto. Talvolta gli ci vogliono milioni di anni, ma comunque ce la fa. Non dobbiamo preoccuparci del pianeta ma della razza umana.

https://ugobardi.blogspot.com/2016/01/non-possiamo-piu-fare-niente.html

 

L’uomo è il cancro del pianeta?

di Luigi Iannone, 2 maggio 2017

L’idea di un triste ma inesorabile declino del nostro mondo, è tesi antica e affascinante. Scrittori, filosofi, teologi, si sono confrontati con una simile argomentazione che oscilla sempre tra il profetico e il razionale, il logico e il vacuo. Anche ogni forma di arte ha cercato di tratteggiare cause e sviluppi più o meno infausti della nostra specie prendendo a prestito simboli e metafore dall’antica mitologia. La versione di Bruno Sebastiani, studioso di sociologia, muove soprattutto da numeri e statistiche, pur non sopprimendo osservazioni tratte dai maestri del pensiero filosofico. Il sentimento di malessere misto a sgomento che si intreccia in maniera epidermica alle attività umane e ai risvolti meramente negativi che essi hanno sul pianeta rappresenta la trama del suo libro, Il cancro del pianeta (Armando editore, p. 222). Una Terra – appunto – ammalata, con cellule tumorali impazzite le quali non fanno altro che alimentarsi in un fluire incessante con l’unico scopo di moltiplicarsi e propagarsi ma che plasticamente Sebastiani scorge nella forma degli uomini e delle donne di tutti i tempi.

Gli effetti del progresso sono descritti in questo volume in una maniera minuziosa, con accortezza nei dati e nei viluppi storici che l’hanno assecondato, ma anche con tanta agitazione pessimistica. Perché lungo i capitoli Sebastiani declina le perversioni dell’urbanesimo, della catena industriale e postindustriale, fino ai vorticosi effetti della tecnologia moderna partendo da una premessa che pone un marchio pesante e catastrofico su tutto il nostro futuro: l’evoluzione umana sarebbe, in realtà, una involuzione mascherata. Dallo stato di natura in poi, l’uomo non avrebbe fatto altro che progredire ma, allo stesso tempo, lasciare dietro di sé macerie di qualunque tipo, essenzialmente legate a ciò che definiamo “gli antichi valori”’. Ed ecco perché Sebastiani arriva all’idea di cancro. La presenza costante del concetto di progresso sarebbe essa stessa cellula tumorale presente immanentemente nella nostra Storia e che proprio in quanto connaturata al nostro essere sarebbe ineliminabile se non con la scomparsa stessa dell’uomo. E il fatto che l’umano sia paragonato ad una cellula che porta morte, e per ciò stesso privo di qualunque possibile resurrezione, cioè di una nuova rinascita, pone le prospettive analitiche di questo volume in un imbuto angosciante a cui però l’autore non sfugge.

Egli, infatti, non solo cita risultati deficitari per quanto concerne le applicazioni del progresso come magari quelli recenti legati alla deforestazione, all’effetto serra, alla contaminazione dei suoli, all’inquinamento ma soprattutto quelli che rientrano nelle responsabilità tipiche dell’uomo moderno ma considerati sommamente positivi. Vale a dire non come concause di mali nel momento in cui tentando di dare risposte alle necessità e ai bisogni della propria esistenza, l’uomo mette da parte la salvaguardia di basilari equilibri legati all’ecologia o alle risorse del pianeta, ed applica in un esercizio forzato e dissennato la sua totalizzante presenza, ma spingendo l’acceleratore in direzione di meccanismi utili al profitto e ad una malsana idea del concetto di ‘utilità’.

L’uomo, in ogni sua attività, avrebbe sempre interagito con l’ambiente. Lo avrebbe modificato per secoli in maniera marginale e poi via via sfruttando le risorse ambientali senza tener conto del fatto che la devastazione potesse ad un certo punto assumere proporzioni globali e allarmanti. Ma ora – per l’autore del libro – saremmo vicini ad un punto di non ritorno e dunque come si potrebbe uscire da questo alone di pessimismo cosmico, così come lo definisce egli stesso in un bel capitolo? La risposta è apocalittica. Non se ne esce. Ci resta solo la possibilità della resistenza passiva. Per Sebastiani il tumore del nostro pianeta è l’uomo. Solo la sua scomparsa può salvare la Terra.

http://www.nazionefutura.it/idee/luomo-cancro-del-pianeta/

Di troppa intelligenza … si muore

Ho sempre considerato l’intelligenza come la caratteristica più importante di una persona.

Nel selezionare partner e amicizie ho sempre anteposto la ricerca dell’intelligenza a quella di ogni altra caratteristica, quali bellezza, bontà, sensibilità ecc.

Ma, a un certo punto della mia vita, ho avuto la curiosità di provare ad osservare la realtà non con i miei occhi ma con quelli del pianeta che ci ospita.

Credo che questo sia un esercizio di intelligenza assai impegnativo che ognuno dovrebbe tentare di compiere, perché essere intelligenti significa anche essere capaci di uscire dalla propria realtà per immedesimarsi in un’altra.

Normalmente le altre realtà con le quali ci si confronta sono quelle delle persone che ci circondano. E questo è già un esercizio molto difficile che pochi amano fare.

Come l’esperienza insegna, anche nelle conversazioni tra amici ognuno cerca costantemente di prevaricare il pensiero altrui riportando sempre i discorsi alla propria realtà, talvolta in modo veramente fastidioso.

Riuscire ad interloquire con gli altri ponendosi nei panni di chi ci sta di fronte è già quindi un’autentica dimostrazione di intelligenza superiore alla media.

Ma al di sopra di chi ci sta di fronte esiste una realtà molto più vasta, quella della natura di cui facciamo parte, del pianeta che ci ospita.

E cosa si può intravvedere osservando questa realtà con la nostra intelligenza, come se fosse quella del pianeta medesimo?

LA REALTA’ VISTA CON GLI OCCHI DEL PIANETA

La vita, fenomeno raro e meraviglioso, è andata diffondendosi su questo pianeta dopo miliardi di anni trascorsi in un susseguirsi di eventi cosmici e in un ribollire di elementi naturali.

Non sappiamo su quali e quanti altri corpi celesti essa si sia sviluppata. Forse in molti, forse in nessuno. Ma questa constatazione esula dalle nostre capacità esplorative e quindi la tralasciamo.

Ciò che tocchiamo, sperimentiamo quotidianamente è la vita che ci circonda, quella in cui siamo immersi, la nostra e quella di tutti gli altri esseri animati.

Questo “complesso di elementi organici” aveva raggiunto un suo equilibrio armonico, seppure in costante, lenta, lentissima evoluzione, finché alcune migliaia di anni fa un certo organo di un certo animale si sviluppò sino a consentire a quell’animale di sopraffare ogni altro essere vivente, contravvenendo le leggi di natura preposte al mantenimento dell’equilibrio.

Quell’organo era il cervello e quell’animale era l’uomo che, a seguito di quell’abnorme sviluppo, divenne intelligente e potè sottomettere la natura che lo circondava.

Per farlo dovette moltiplicarsi ben al di là di quanto fosse previsto dalle leggi di natura e dovette moltiplicare piante e animali necessari al suo sostentamento, lasciando al proprio destino (nel migliore dei casi) o annientando (nel peggiore) ogni altra realtà dotata di vita.

I dati e le cifre al riguardo sono abbondanti e facilmente reperibili, per cui ometto di citarli e invito il lettore a cercarli in rete o su uno dei tanti libri disponibili sull’argomento.

Invito soprattutto il lettore a riflettere su quale giudizio dell’opera dell’uomo darebbe madre natura se fosse dotata di un’intelligenza simile alla nostra.

LA CAPACITA’ DI ROMPERE L’EQUILIBRIO, L’INCAPACITA’ DI RICOMPORLO

Madre natura non è dotata di un’intelligenza individuale, così come noi la intendiamo, ma è dotata di capacità autoregolative infinitamente più complesse, affinatesi in miliardi e miliardi di anni.

Di fronte a tali capacità l’intelletto umano, di cui andiamo tanto fieri, è solo quella povera cosa che ci ha consentito di spezzare momentaneamente a nostro vantaggio l’equilibrio della biosfera, ma che non ci consente, data la sua limitatezza, di ricomporlo nuovamente in modo altrettanto valido.

In tante parti del mondo noi oggi stiamo ancora godendo dei privilegi che la rottura dell’equilibrio cosmico ci ha procurato.

Ma l’esercizio intellettuale che propongo, e cioè osservare la realtà come se la nostra intelligenza fosse quella del pianeta, intende dimostrare senza ombra di dubbio come la situazione creatasi non sia a lungo sostenibile e come la natura prima o poi ricostituirà un suo nuovo equilibrio, nel quale una specie come la nostra non troverà posto.

Per indurre i miei lettori ad effettuare una seria riflessione su questo argomento mi sono cimentato in una provocazione intellettuale: ho paragonato l’umanità al cancro del pianeta, in modo da scuotere violentemente la coscienza di ognuno, invitandola ad osservare la realtà in ottica geocentrica anziché antropocentrica.

Per sviluppare il tema nasce oggi questa rubrica, alla quale abbiamo dato un titolo emblematico: “I limiti dell’intelligenza”, perché l’intelligenza è un bene, ma quando diventa troppa … uccide!

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