I vicoli ciechi dell’evoluzione

di Bruno Sebastiani

Una spiegazione alle tante storture che affliggono la società, ai disastri causati dall’uomo, al perché esiste il male, forse è che il nostro cervello si è sviluppato in tempi troppo rapidi e con modalità svantaggiose per l’armonia della natura.

In altre parole, l’evoluzione, accrescendo a dismisura il numero dei nostri neuroni e le loro interconnessioni, avrebbe imboccato un vicolo cieco e intrapreso un tentativo deleterio, avrebbe commesso un errore.

Il discorso è particolarmente difficile, perché ci muoviamo sempre e comunque secondo una logica umana e antropocentrica, l’unica di cui disponiamo.

E il concetto di errore è tipicamente umano, troppo umano. Se non riusciamo a centrare uno degli obiettivi che ci prefiggiamo invochiamo l’errore a nostra scusante.

Ma la natura non si prefigge obiettivi, non ha scopi, se non quelli che arbitrariamente l’uomo le attribuisce. Essa procede a caso e per tentativi, avendo a disposizione tempi infiniti durante i quali gli incontri e gli scontri tra infiniti elementi producono infinite variazioni, la gran parte delle quali viene abbandonata strada facendo.

ARTHUR KOESTLER E IL FANTASMA DENTRO LA MACCHINA

Arthur Koestler, scrittore e saggista ungherese naturalizzato britannico, ha scritto: «La strategia dell’evoluzione, come ogni altra strategia, è soggetta a tentativi e ad errori.» (The Ghost in the Machine, London, Hutchinson & Co Publishers, 1967, p. 267)

E inoltre: «L’evoluzione è stata paragonata a un labirinto di vicoli ciechi, e non c’è nulla di strano o improbabile nella tesi che la dotazione originale dell’uomo, ancorché superiore a quella di ogni altra specie vivente, contenga tuttavia qualche errore o carenza che lo predispongono all’auto-distruzione.» (p. XI della Prefazione)

Una traccia di questi errori è individuabile, sempre secondo Koestler, nel mito della cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre e nei tanti miti sulla Caduta che si sono sviluppati a tutte le latitudini del pianeta.

Una spiegazione più razionale potrebbe essere la seguente: la crescita del cervello umano è stata di una straordinaria velocità, fatto del tutto inconsueto nel panorama evolutivo.

Nel libro citato, Koestler riporta una frase del neurologo Judson Herrick: «…la corteccia umana è una sorta di crescita tumorale che è diventata così grande che le sue funzioni sono fuori dal normale controllo e corrono in modo irregolare come un motore a vapore che ha perso il suo conducente.» (p. 273)

PETER WESSEL ZAPFFE MENTORE DI THOMAS LIGOTTI

Nel 1933 il filosofo norvegese Peter Wessel Zapffe aveva scritto che lo svilupparsi della coscienza aveva creato « … una breccia nella profonda unità della vita, un paradosso biologico, un abominio, un’esagerazione di portata disastrosa. La vita aveva superato il suo obiettivo, staccandosi via dal resto.»

E inoltre: «Una specie troppo pesantemente armata di uno spirito possente, era divenuta una minaccia per la propria salvezza … Nonostante i suoi nuovi occhi, l’uomo era ancora radicato nella materia, la sua anima imbastita di essa e subordinata alle sue cieche leggi. Eppure egli poteva vedere la materia come estranea, comparare se stesso a tutti i fenomeni e sentire i propri processi vitali … Essa (la natura, n.d.a.) ha realizzato un miracolo con l’uomo ma non lo riconosce più. Egli ha perso diritto di residenza nell’universo, ha mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza ed è stato espulso dal Paradiso. Egli ha potere sul mondo ma lo maledice, avendolo preso in cambio dell’armonia della propria anima, della propria innocenza, dell’intima pace nelle braccia della vita.»

Queste affermazioni, che sembrano uscite più dalla penna di un poeta che non da quella di un filosofo, sono contenute in un breve saggio dal titolo “L’Ultimo Messia” ed hanno ispirato allo scrittore americano Thomas Ligotti il libro “Cospirazione contro la Razza Umana”.

Non so se Koestler avesse conosciuto il pensiero di Zapffe, assai poco noto prima che Ligotti lo sdoganasse (oltretutto l’opera principale del filosofo norvegese non è neppure tradotta in inglese). In ogni caso entrambi hanno individuato nel formarsi della coscienza umana un errore della natura e, pur senza attribuire a ciò una valenza corruttrice nei confronti della natura stessa, hanno ritenuto il medesimo fonte di gravi problemi psicologici per l’essere umano.

È POSSIBILE “AUTO-RIPARARE” UN ERRORE DELL’EVOLUZIONE?

Ma, per tornare ad Arthur Koestler, nella sua opera citata vi è un’affermazione che sembra aprire uno spiraglio alla speranza.

A p. 272 egli scrive che dobbiamo esaminare la possibilità che l’uomo «…possa portare un difetto di fabbricazione all’interno del suo cranio, un errore costruttivo che potenzialmente minaccia la sua estinzione, ma che potrebbe ancora essere corretto da uno sforzo supremo di autoriparazione».

Ecco la “pars construens” appena accennata dallo scrittore ungherese, in mancanza della quale dilagherebbe inevitabilmente la disperazione.

Ma si tratta di una strada percorribile? In cosa consisterebbe questo “sforzo supremo di autoriparazione”?

Ecco un buono spunto per le future discussioni da sviluppare in questa rubrica su “I limiti dell’intelligenza”.

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Perchè siamo così tanti ?

Descrizione e diagnosi di un processo ecopatologico planetario

di Warren M. Hern – University of Colorado

L’uomo è un’apparizione

Eliot Porter, April 5, 1989 Tesuque, New Mexico

ESPOSIZIONE DEL PROBLEMA

La caratteristica più sorprendente della popolazione umana nel ventesimo secolo è la sua crescita rapida e senza freni. Eppure questo fenomeno non è nuovo. Si sono verificati diversi scatti nella crescita della popolazione umana. Uno cominciò con la fine del Paleolitico e l’inizio della rivoluzione agricola; un altro avvenne all’inizio della rivoluzione industriale (Deevey, 1960; Hassan, 1981). A partire dal 1990, negli ultimi quarant’anni si sono aggiunti più uomini alla popolazione mondiale totale rispetto ai precedenti tre milioni di anni (Keyfitz, 1989). Tra il 7 e l’8% di tutti gli esseri umani mai nati sono vivi oggi (Weeks, 1989). Fino a poco tempo fa, il tasso di crescita della popolazione umana era in aumento, il che significa che superava addirittura la crescita esponenziale (Demeny, 1986; Bartlett, 1978). Mentre l’attuale tasso di crescita ha rallentato leggermente, rimane esponenziale a circa l’1,7% all’anno con un tempo di raddoppio della popolazione di circa 40 anni. Vi è un ampio disaccordo sulle prospettive di crescita futura della popolazione umana e se, quando e in quali circostanze smetterà di crescere.

Ad accompagnare questo rapido incremento della popolazione è stato il ritmo crescente della distruzione umana dell’ecosistema globale. Gli assalti umani su piccola scala all’ambiente hanno avuto un impatto minimo o nullo durante il primo Pleistocene, sebbene gli impatti locali e regionali iniziarono a vedersi nel tardo Pleistocene e nel Neolitico (Martin, 1980; Angel, 1975; Darby, 1956). A partire dall’età industriale, vaste porzioni di ecosistemi precedentemente intatti che avevano prima sperimentato poche o nessuna perturbazione umana sono state distrutte. Mentre il 20° secolo volge al termine, le attività umane stanno seriamente e forse irreversibilmente distruggendo le caratteristiche dell’ecosistema globale che sono necessarie per la conservazione delle specie umane e delle altre forme di vita. I livelli globali di anidride carbonica atmosferica, per esempio, sono aumentati del 25% nel corso dell’ultimo secolo (Mooney, 1988). Tre degli anni più caldi degli ultimi 100 anni si sono verificati negli anni ’80 (Schneider, 1989). Severe riduzioni stagionali degli strati di ozono sull’Antartide, e forse persino sull’Artico, sono questioni di grande interesse per gli scienziati dell’atmosfera (Graedel & Crutzen, 1989). Lo smog fotochimico è diventato un problema permanente nella maggior parte delle principali città del mondo e le “megalopoli” stanno iniziando a contenere la maggior parte degli abitanti della terra (Dogon e Kasarda, 1988). Ogni anno vengono bruciate aree enormi di foreste pluviali del mondo e questi incendi producono strati di fumo che coprono decine di migliaia di chilometri quadrati. Innumerevoli specie si sono estinte come risultato diretto dell’attività umana, e il tasso di estinzioni è in aumento (Ziswiler, 1967; Hoage, 1985; Wilson, 1988). Wilson (1990) stima che, al tasso attuale di distruzione dell’ecosistema, ben il 25% di tutte le specie viventi si estinguerà entro i prossimi cinquant’anni. Oggi un capitano di una petroliera può spazzare via un intero ecosistema; incidenti di questo tipo riempiono i titoli quotidiani. Allo stesso tempo, c’è una crescente consapevolezza del nostro ecosistema globale e della necessità di preservarlo (SCEP, 1970, Boulding, 1973, Ehrlich et al, 1977; Lovelock, 1979; Russell, 1983; Myers, 1984; Rambler et al, 1989: Sahtouris, 1989; Daly & Cobb, 1989).

La popolazione umana è stata spesso paragonata a una sorta di malattia planetaria (Gregg, 1955, Eisley, 1961, Russell, 1983; Odum, 1989). Il geologo Peter Flawn, parlando agli studenti della Northwestern University nel 1970, disse che la crosta terrestre ha una malattia della pelle, causata da microbi che infettano la sua crosta e che la malattia è un uomo (Flawn, 1970). Le viste schematiche degli insediamenti umani hanno una certa somiglianza con alcuni tipi di lesioni patologiche, inclusi vari tipi di dermatiti. Flawn e altri osservatori stimolano la ricerca di altri modelli patologici. Il libro di Lewis Mumford (1961), La città nella storia, è disseminato di riferimenti a grandi città come processi patologici. Geddes (1915), includeva uno schema di città che includeva “patholopolis”. Poiché la crescita e l’invasività spettacolari sono caratteristiche eccezionali della popolazione umana, la somiglianza della specie umana con un processo cancerogeno viene subito in mente, specialmente da un medico. Una visione schematica della crescita di Londra dal 1800 al 1955 non assomiglia ad altro che a un tumore in espansione, invasivo, metastatico e maligno (Johnson, 1972, Figura 1).

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FIGURA 1. La crescita di Londra, 1800-1955 (fonte: Johnson, 1972).

Un modello quasi identico è visto nella crescita di Baltimora dal 1800 al 1950 (Gist & Fava, 1964, Figura 2, Hoover, 1948).

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FIGURA 2. La crescita di Baltimora, 1800-1950 (fonte: Gist & Fava, 1964).

Caratteristiche delle popolazioni e delle comunità umane

Gli esseri umani possono essere studiati nello stesso modo in cui studiamo altre specie e organismi. Entro certi limiti, gli umani sembrano condividere le stesse caratteristiche ed essere soggetti alle stesse leggi fisiche e biologiche delle altre specie. Le curve di sopravvivenza degli umani, per esempio, possono essere paragonate a specie diverse come il cervo dalla coda nera (Taber & Dasman, 1957), i moscerini della frutta e le ostriche (Deevey, 1960). Le piramidi di popolazione possono riflettere le distribuzioni relative all’età di popolazioni umane o di altre popolazioni (Odum, 1971). Esistono, infatti, diversi tipi di distribuzione delle età tra le società umane. Una delle più comuni scoperte in tutto il mondo in questo momento è quella di una popolazione giovane e in rapido sviluppo con fino al 50% della popolazione in età riproduttiva (Hern, 1977; 1988). Le curve di crescita nelle popolazioni di varie specie tendono a livellarsi (Odum, 1971), ma alcune fasi della crescita della popolazione possono essere estremamente rapide. La specie umana ha mostrato quest’ultimo modello sin dalla sua origine con un tasso di crescita marcatamente aumentato negli ultimi secoli (Hassan, 1981, Figura 3).

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FIGURA 3. a) La crescita della popolazione umana negli ultimi due mil. di anni. (Hassan, 80) b) Modello di crescita della popolazione negli ultimi 9.000 anni. Si vede chiaramente la accelerazione del tasso di crescita della popolazione e il drammatico aumento della dimensione della popolazione mondiale negli ultimi secoli (Hassan, 78; Thomlinson 65)

Studi di biologia della popolazione mostrano ripetutamente che le specie i cui esemplari crescono rapidamente sono soggette a forti fluttuazioni delle dimensioni della popolazione e della vitalità, come ad esempio nel cervo del Kaibab Plateau (Rasmussen, 1941, Leopold, 1943; Figura 4), nel tripide adulto (Davidson & Andrewartha, 1948), e nella cardiaspina albitextura che si nutre di alberi di eucalipto (Clark, 1964). Gli incidenti demografici capitano sovente in popolazioni in rapida crescita che eccedono le capacità di carico dei loro ecosistemi o delle forniture alimentari locali. Margalef (1968) illustra questo principio con il suo diagramma di un circuito di feedback negativo (Figura 5).

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FIGURA 4. Crescita e calo della popolazione del cervo del Kaibab Plateau (Fonte: Boughey, 1973)

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FIGURA 5. Ciclo di feedback negativo. (Fonte: Margalef, 1968)

Alcuni crolli della popolazione potrebbero non comportare alcun recupero della popolazione originaria, oppure oscillare attorno a una media che sembra essere determinata dalla capacità di carico di un dato ecosistema (Boughey, 1973, Figura 6).

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FIGURA 6. Aumento della popolazione, overshoot, crash o ritorno al livello di capacità di carico con oscillazioni smorzate (Fonte: Boughey, 1973). a) Un esempio teorico di aumento della popolazione che ha superato la capacità di carico, con conseguente incidente. b) Un esempio teorico di aumento della popolazione con una curva di forma J che ha leggermente superato il limite e oscilla attorno al livello della capacità di carico.

Le relazioni predatore-preda possono produrre fluttuazioni della dimensione della popolazione in una serie di oscillazioni collegate, come nel caso classico delle popolazioni di razze di lepri e di lince (Figura 7; MacLulich, 1937). Una singola relazione predatore-preda porta a brusche oscillazioni nelle dimensioni della popolazione, ma relazioni di predatore-preda più complesse portano a oscillazioni smorzate che tendono ad essere uniformi su tempi medi (Figura 8, Wilson & Bossert, 1971).

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FIGURA 7. Rapporto predatore-predatore di lince e lepri con le ciaspole, che mostrano oscillazioni collegate dei livelli di popolazione (Fonte: Boughey, 1973).

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FIGURA 8. Modello di relazioni preda-predatore singolo e multiplo (Fonte: Boughey, 1973).

Un concetto importante nella biologia della popolazione è che le popolazioni tendono a mantenersi in una serie di oscillazioni smorzate. La digressione da questo modello si traduce in una grave instabilità e persino nell’estinzione.

Parte dell’instabilità e vulnerabilità all’estinzione sembra essere correlata a stress che si sviluppano in condizioni di elevata densità di popolazione e di grave affollamento, come dimostrato dai ben noti esperimenti di John Calhoun (1962) e John Christian (1980). L’affollamento conduce a patologie sociali e biologiche che si traducono in alta mortalità e ridotta sopravvivenza del gruppo (Cassel, 1971; Aaby et al, 1983).

Una caratteristica importante della popolazione umana storica è stata la capacità di aggirare questi stress attraverso la suddivisione in gruppi, l’emigrazione e la colonizzazione di nuovi territori non sfruttati. Di conseguenza, migliaia di anni di migrazione intercontinentale e intracontinentale hanno provocato la colonizzazione permanente di praticamente ogni parte dell’ecosistema terrestre globale da parte degli esseri umani e lo sviluppo di insediamenti antropici colossali e in rapida crescita che avvolgono e inghiottono gli ecosistemi adiacenti. Le colonie circostanti, o sobborghi, diventano parti indistinguibili della distesa urbana.

Mentre le strategie di migrazione e colonizzazione erano disponibili negli ultimi 10.000 anni di storia umana, divennero indisponibili quando la rapida crescita della popolazione iniziò a verificarsi. La migrazione e la concentrazione della popolazione sono in direzione delle grandi città dove lo stress di alta densità sviluppa nuove urgenze e intensità per gli individui.

Le popolazioni umane hanno risposto alle pressioni della sovrappopolazione con una varietà di strategie diverse dalla migrazione, compresa la predazione e l’intensificazione agricola (Abernethy, 1979; Sahlins, 1961; Cohen, 1977).

Comunità umane

Una caratteristica sorprendente delle comunità umane è che stanno diventando indistinguibili nell’aspetto. Le antiche comunità umane spesso esibivano modelli unici di architettura e residenza che erano caratteristici e specifici di una particolare cultura o area (Jordan & Rowntree, 1986). I confini delle città erano accuratamente delimitati dall’avere mura cittadine. Le città venivano a volte collocate per ragioni difensive in siti in cui la topografia fisica richiedeva questa pratica o forniva i mezzi con cui veniva realizzata, come nel caso delle città collinari italiane (Carver, 1979). In tempi più recenti, i confini delle comunità di tutto il mondo sono diventati indistinti mentre stanno diventando più estesi.

I pianificatori urbani e gli studenti delle comunità umane hanno fatto riferimento per molti anni ai loro soggetti in termini aggregati. La raffigurazione di Gruen (1973) dell'”organismo urbano” è mostrata nella Figura 9. Lewis Mumford (1961) scrisse che le antiche città potevano essere datate nella loro crescita quasi come gli anelli degli alberi dalla costante espansione del loro muro esterno. Ora, con il fenomeno della “conurbazione”, come fu chiamato da Patrick Geddes (1915), il nuovo «… tessuto urbano era meno differenziato del vecchio, presentava una vita istituzionale povera, mostrava meno segni di nucleazione sociale e tendeva ad aumentare di dimensioni, blocco per blocco, strada per strada, ‘sviluppo’ per ‘sviluppo’, senza alcuna individualità di forma e, cosa più notevole di tutte, senza limiti quantitativi» (Mumford, 1961).

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Nel discutere i cambiamenti dell’ecosistema, compresi i cambiamenti atmosferici e vegetazionali, portati dai grandi insediamenti urbani, Wolman (1965) parla del “metabolismo della città”. Il fenomeno dell'”isola di calore urbana” è ben noto e può contribuire in modo significativo al processo di riscaldamento globale (Jordan & Rowntree, 1986).

Le città hanno dappertutto esibito un processo di “de-differenziazione” a livello di comunità, diventando superorganismi senza forma, invadendo e distruggendo l’ambiente naturale circostante e espandendosi a un ritmo rapido. La Figura 10, dei Centri per l’ambiente urbano di Gruen (1973), offre un’illustrazione fantasmagorica di questa idea. Secondo McHarg (1969), la città moderna è un deserto ecologico, ostile alle forme umane e ad altre forme di vita, dove nulla cresce.

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FIGURA 10. “La città divora la campagna”. (Fonte: Gruen, 1973).

Modelli di processi patologici

Se percepiamo la specie umana come qualcosa che è distruttivo per gli altri e persino per gli ecosistemi in cui viviamo, e se iniziamo a cercare analogie o confronti con altri organismi o processi patologici per aiutarci a capire il processo a cui stiamo assistendo e di cui stiamo causando il verificarsi, dobbiamo trovare un’ipotesi che spieghi la realtà e preveda eventi. Questo è lo scopo di un’ipotesi. La nostra ipotesi deve essere quella che, entro limiti ragionevoli, ci consenta di spiegare una serie di eventi e osservazioni che finora sembravano non correlati o collegati in un modo che non è ancora chiaro per noi. In questo caso, deve essere un’ipotesi che include aspetti del comportamento umano e della biologia, nonché cambiamenti antropogenici nell’ecosistema (Cassel, 1964). Dobbiamo essere pronti a esplorare ogni possibilità.

I modelli matematici lineari hanno importanti limiti nella descrizione di sistemi di grandi dimensioni per i quali abbiamo informazioni parziali o inaffidabili e sono particolarmente carenti nel descrivere i sistemi biologici. Ad esempio, il General Circulation Model (GCM) (Schneider, 1989) è un modello matematico altamente sofisticato che descrive i cambiamenti climatici globali derivanti dall’accumulo di gas serra, ma tali modelli non spiegano l’ampia varietà di fenomeni biologici o di altri fenomeni geomorfologici che accompagnano o derivano da attività umane (Sagan, et al, 1981). Il GCM può essere esplicativo per alcuni fenomeni come i cambiamenti climatologici, ma non per la maggior parte dei cambiamenti globali, e non ci aiuta con l’inferenza causale a determinare perché il cambiamento ecologico globale sta accadendo tranne che in un senso molto limitato.

La difficoltà di usare i modelli per confrontare gli esseri umani con altre specie o processi è che gli esseri umani hanno una cultura, che consente la trasmissione della conoscenza da una generazione all’altra, a volte per migliaia di anni e migliaia di generazioni. La cultura umana ci dà la capacità di adattarci alle circostanze e agli ambienti inospitali in modi non disponibili per altre specie. Non siamo, infatti, soggetti ad alcuni degli stessi limiti e vincoli biologici che limitano le azioni e la crescita di altre specie.

Il confronto tra la specie umana e un processo patologico è pieno di rischi. Se facciamo il paragone della popolazione umana con un processo patologico come fece il professor Flawn, corriamo il rischio che non sia appropriato a causa delle differenze di scala e delle differenze di processo. Come si può confrontare la specie umana con la dermatite? La dermatite può essere causata da una varietà di fattori inclusi microbi (batteri o funghi), processi autoimmuni o allergici, sostanze tossiche o altri agenti fisici o da disturbi psicogeni. La dermatite non diventa spesso invasiva e di solito non minaccia il suo ospite. Le conseguenze delle attività umane non rientrano in categorie così pulite né sono così benevoli. Se le attività umane sembrano essere patologiche per l’ecosistema globale, dobbiamo trovare un modello più completo. Tra le possibilità vi sono le categorie patologiche di parassitismo, neoplasie o disturbi nella crescita, malattie infettive e processi infiammatori e disordini autoimmuni (Perez-Tamayo, 1961)

Nel rivedere queste alternative, il modello che include i “disturbi nella crescita” è immediatamente allettante poiché la crescita è la caratteristica più drammatica ed evidente della popolazione umana. La crescita della popolazione umana globale può essere caratterizzata in questo momento come non regolata e in rapida crescita. È più lento e moderatamente regolamentato in alcune località e persino in alcune regioni, ma è comunque inesorabile nella prospettiva globale. Nel primo Pleistocene, il tasso annuale di crescita della popolazione umana non superava probabilmente lo 0,001% comprese le fluttuazioni locali minori e temporanee (Hassan, 1981). La popolazione umana è raddoppiata ogni 100.000 anni circa. Nel Neolitico, la crescita della popolazione aumentò a un tasso dello 0,1% all’anno, raddoppiando ogni 700 anni (Saucier, 1972). Nell’anno 0 dell’era cristiana, la popolazione umana totale era di circa 250.000.000, ma è raddoppiata a 500 milioni entro il 1650. La peste nel 14° secolo ha rimosso un terzo della popolazione umana, provocando una temporanea riduzione del tasso di crescita, ma la popolazione poi raddoppiò nuovamente a 1,1 miliardi nel 1850, solo 200 anni dopo. La popolazione mondiale raggiunse i 2 miliardi di anni all’inizio degli anni ’30 e i 2,5 miliardi nel 1950. La popolazione umana ora raddoppia ogni 35-40 anni. Ogni anno aggiungiamo tra 90 e 100 milioni di persone alla popolazione mondiale. Raffigurare questa crescita estremamente rapida su una scala aritmetica che include il Pleistocene o anche le ultime migliaia di anni mostra una curva di crescita simile a quella osservata in altre popolazioni poco prima che crollino. Eppure gli umani hanno mostrato una straordinaria resistenza alle forze che causano il collasso di altre specie.

La crescita rapida e incontrollata è una caratteristica principale del tumore maligno. Le neoplasie maligne presentano quattro caratteristiche principali:

  • Crescita rapida e incontrollata
  • Invasione e distruzione di tessuti normali adiacenti
  • De-differenziazione
  • Metastasi a diversi siti (Anderson, 1961; Perez-Tamayo, 1961)

I tumori mostrano anche ciò che i biologi del cancro chiamano progressione, o un’evoluzione verso una maggiore malignità, con minore differenziazione delle cellule, crescita più rapida e cellule più metastaticamente aggressive (David Prescott, comunicazione personale, Ruddon, 1987).

CARATTERISTICHE MALIGNE DELLA SPECIE UMANA

Ora possiamo esaminare quelle caratteristiche della specie umana nel suo insieme che suggeriscono il confronto con un processo maligno. Il riconoscimento di una neoplasia dipende da un “gruppo di cambiamenti morfologici” e da comportamenti. Una neoplasia maligna è definita come “… una nuova crescita incontrollata di tessuto composto da componenti che hanno il potere di crescita e moltiplicazione relativamente liberi dalle solite restrizioni” (Anderson, 1961).

Crescita rapida e incontrollata

Non ci sono prove che la crescita complessiva della specie umana sia limitata in questo momento o lo sia stata per almeno 10.000 anni. Non vi è alcuna indicazione affidabile che la crescita della popolazione umana globale sarà limitata volontariamente nel prossimo futuro. Questo non vuol dire che gli umani non abbiano la capacità di regolare la crescita della popolazione. Al contrario, gli sforzi degli umani per controllare la loro fertilità sono diffusi, leggendari e pesantemente documentati (Devereux, 1955, Birdsell, 1957, 1968, Himes, 1970, Nag, 1962, Polgar, 1968, Dumond, 1975, Tinker et al., 1976; Hern, 1976). Gli uomini hanno regolato la loro fertilità nella preistoria e persino tra le popolazioni preindustriali contemporanee. Gran parte della nostra moderna crescita della popolazione non è il risultato di migliori cure mediche, ma delle interruzioni degli antichi controlli sulla fertilità e la natalità che hanno precedentemente mantenuto la crescita della popolazione a tassi più bassi. Ricerche recenti condotte su alcuni gruppi sudamericani indiani hanno dimostrato una fertilità estremamente elevata che può essere correlata alla rottura dei controlli tradizionali sulla fertilità e la natalità (Hern, 1988; Hem, 1990).

Nonostante gli sforzi per controllare la fertilità, la popolazione umana globale non è riuscita di recente come specie a farlo. Vi sono numerosi esempi di forze potenti che bloccano i tentativi di controllare la fertilità umana e persino di incoraggiare la fertilità. Questi vanno dai capi di stato e capi delle gerarchie religiose a gruppi di interesse privati. L’attuale presidente degli Stati Uniti, George Bush, ha giudicato che avrebbe potuto ottenere voti e migliorare le sue prospettive di essere eletto sostenendo l’imprigionamento di medici che praticano l’aborto (Boyd, 1988). Non ha ricevuto critiche efficaci e non ha pagato alcun prezzo politico per questa posizione. L’attuale Papa è famoso per andare in posti dove membri della popolazione locale in rapida crescita hanno spogliato la vegetazione originaria del paesaggio in uno sforzo disperato di nutrirsi e, al suo arrivo, li esorta a riprodursi il più possibile. Le forze pronataliste hanno, per la maggior parte, il controllo delle istituzioni umane. Una recente e drammatica inversione locale di questa tendenza fu il rovesciamento di Ceaucescu in Romania. Il primo atto del nuovo governo rivoluzionario fu quello di revocare il divieto di aborto e contraccezione da parte di Ceaucescu.

D’altra parte, il governo degli Stati Uniti, che ha una forte influenza sulle politiche e sui programmi della popolazione mondiale, ha annunciato alla Conferenza internazionale sulla popolazione di Città del Messico che la crescita della popolazione è “neutrale”, che le crisi di crescita demografica localizzate sono la prova di “troppo controllo e pianificazione governativa;” la crescita della popolazione dovrebbe essere rallentata da “meccanismi naturali” che deriveranno dallo “sviluppo” (Menken, 1986). L’attuale governo degli Stati Uniti ha ritirato il sostegno per il Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite.

Una delle principali caratteristiche di una crescita cancerosa è che resiste alla regolamentazione. Una cellula cancerosa è una cellula che si riproduce senza limiti (Prescott & Flexer, 1986). I meccanismi regolatori che determinano il tasso di moltiplicazione cellulare e l’aumento della massa totale sono ostacolati al punto che la crescita non è controllata. Possono essere presenti meccanismi regolatori, ma non sono presenti in quantità sufficienti per essere efficaci, e alla fine vengono distrutti dal tessuto non regolato (Anderson, 1961).

Il fatto che alcuni umani limitino la loro fertilità in modo efficace, non si riproducano o sostengano la diffusa disponibilità di metodi di limitazione delle nascite non cambia il corollario fatto che la specie umana nel suo complesso non opera in questo momento alcun vincolo efficace riguardo alla crescita dei suoi numeri.

Invasione e distruzione dei tessuti normali adiacenti

Dall’inizio della storia registrata abbiamo visto esempi di distruzione umana degli ecosistemi globali che iniziano con la deforestazione del Mediterraneo (Darby, 1956, Angel, 1975, Jordan & Rowntree, 1986). Le foreste dei cedri del Libano furono distrutte per sempre per costruire le navi dei Fenici e il Tempio di Salomone. Esempi di distruzione dell’ecosistema locale sono innumerevoli.

I tumori si diffondono in due modi: vasta invasione e metastasi o colonizzazione a distanza. Le comunità umane, una volta stabilite, tendono a invadere e distruggere tutti gli ecosistemi adiacenti senza limiti. A causa dei limiti dell’antica tecnologia e delle effettive dimensioni della popolazione, e a causa delle tradizioni culturali che rispettavano gli ecosistemi naturali, la situazione non fu sempre così, ma sembra che ora stia accadendo con regolarità. Non esiste un ecosistema sul pianeta che non sia già distrutto, invaso o immediatamente minacciato in qualche modo dalla specie umana. In effetti, l’ecosistema globale è esso stesso sottoposto a considerevole stress dalle attività umane e si prevede che questo processo acceleri (Gentry, 1980: Sagan, 1981; Fyfe, 1981; Gomez-Pampa, et al, 1973; Moriarty, 1988; SCEP, 1970; Goudie, 1982; Hafele, 1980; Mooney, 1988; Repetto, 1989).

De-differenziazione

Per il patologo o l’oncologo, il termine “de-differenziazione” ha una varietà di significati, ma si riferisce principalmente al tipo di singola cellula. Una cellula normale ha un aspetto caratteristico che identifica il tipo di tessuto e persino l’organo da cui deriva. Il tessuto cardiaco ha l’aspetto del tessuto muscolare e può essere identificato come proveniente dal cuore. Le cellule colonnari che rivestono l’intestino o la cervice hanno apparenze tipiche. Le cellule tumorali tendono a perdere questo aspetto differenziato. Il patologo potrebbe essere in grado di determinare che una determinata cellula cancerosa proviene da tessuto adenomatoso ma potrebbe non essere in grado di dire se era originaria della mammella, dell’intestino o della ghiandola parotide o che un carcinoma a cellule squamose è originato dal polmone o da qualche altra parte.

A volte le cellule tumorali sembrano proprio cellule tumorali, ma la loro origine generale non è evidente. Meno una cellula sembra provenire da uno specifico tipo di tessuto, più è probabile che sia maligna; più è non identificabile, più è probabile che faccia parte di un tumore altamente maligno e aggressivo.

Una massa di tessuto canceroso può anche apparire indifferenziata nel senso che nessuna struttura specifica è visibile. Non c’è modo di determinare l’origine della cellula o dall’aspetto di singole cellule o dall’aspetto grossolano della lesione. A volte, per essere sicuri, particolari neoplasie hanno aspetti caratteristici, ma anche questi hanno perso le relazioni originali tra le cellule e le strutture che gli conferiscono un aspetto e una funzione normali.

Su base individuale, gli esseri umani sono notevolmente simili in anatomia, fisiologia e aspetto in tutto il mondo. Esistono differenze intraspecifiche minori che includono il colore della pelle, la statura, la configurazione facciale e specifici adattamenti locali al caldo o al freddo, o anche adattamenti a specifici problemi di malattia come il tratto falciforme che protegge dalla malaria da Plasmodium falciparum, ma le differenze rispetto ad altre specie adattate ai diversi ecosistemi sono assenti. Gli adattamenti culturali, invece degli adattamenti fisici, colmano il divario tra il !Kung Bushman nel deserto del Kalahari e suo fratello Nunamiut, l’eschimese cacciatore di foche del mare artico. Sono la stessa specie anche se non riescono a capire la lingua, il comportamento, la dieta o il modo di scelta del coniuge. Gli esseri umani sono “anaplastici” nel senso che non sono fisicamente molto differenziati tra loro, e l’aumento dei contatti tra tutti i gruppi accelera la perdita di differenze sia fisiche che culturali tra i singoli membri della specie.

In un senso più ampio, tuttavia, il fattore critico nell’anaplasia umana si trova nella capacità della cultura di eliminare l’importanza delle differenze negli adattamenti fisici o anche in adattamenti subculturali specializzati che erano precedentemente necessari per la sopravvivenza negli ecosistemi locali (Frisancho, 1981). Ora l’eschimese può usare una motoslitta invece di una slitta trainata da cani o di un kayak per raggiungere un sito di caccia dall’altra parte della baia. Gli adattamenti tecnologici occidentali permettono ai non-eschimesi di vivere nella regione del North Slope dell’Alaska con un comfort ragionevole in un clima e un ambiente sopravvissuto solo in precedenza da quelli immersi in una cultura altamente specializzata altamente adattata a quell’ambiente tanto rigido. Vado a vivere con i miei amici indiani Shipibo nella parte superiore dell’Amazzonia peruviana senza dover sapere nulla della caccia agli Arapaima gigas con un arpione o un cacciatore di pecari dal collare con arco e frecce. I miei adattamenti culturali, che porto con me, e la mia capacità di usare le competenze linguistiche e mediche per scambiare tipi di assistenza con lo Shipibo, mi permettono di vivere con loro confortevolmente per lunghi periodi di tempo. Mettimi nella giungla da solo senza attrezzatura e probabilmente non durerò a lungo. Viceversa, i miei amici Shipibo non sarebbero durati a lungo nell’inverno del Colorado senza gli adattamenti culturali locali che potevo fornire o insegnare loro a usare. Scambi negoziati di specifici adattamenti culturali, che riducono le differenze negli adattamenti locali, minimizzano le difficoltà umane nel sopravvivere in ambienti estremamente diversi.

A causa della loro mobilità e capacità di adattamento culturale, gli esseri umani possono sfruttare e sopravvivere in ecosistemi sparsi e diversi (Moran, 1982). A tale riguardo, gli esseri umani sono diversi dalla maggior parte delle altre specie di vertebrati che sono altamente adattati a nicchie ecologiche ristrette e specifiche. L’antropologo Joseph Birdsell (1968) osservò che l’uomo ha “abbandonato la densità per la plasticità” (pagina 248). L’antropologo William S. Laughlin (1968) ha osservato che, dopo aver trovato un cavallo, un uomo può farlo correre in due o tre giorni, quindi “decidere se mangiarlo, cavalcarlo, fargli tirare un carico, indossarlo o adorarlo “(p 313). Gli esseri umani sono ecologicamente più versatili di qualsiasi altra specie di vertebrati.

De-differenziazione a livello di comunità

Mentre si può argomentare che i singoli esseri umani sono membri “de-differenziati” di una singola specie ovunque presente, l’espressione della de-differenziazione nelle popolazioni umane può essere illustrata ad un altro livello di analisi, cioè il livello comunitario. Un visitatore dallo spazio potrebbe vedere non singoli esseri umani, ma lesioni sul paesaggio terrestre, alcuni con collegamenti interconnessi. Le lesioni ora brillano nell’oscurità (vedi la copertina di Scientific American di settembre 1989). Un osservatore spaziale osservando il pianeta negli ultimi tremila anni vedrebbe, in primo luogo, un’ampia varietà di queste lesioni con confini, schemi e strutture permanenti con forme uniche. L’architettura delle strutture permanenti sarebbe specifica, in molti casi, in posizioni distinte sul globo. La casa della comunità ovale di Yanomama sarebbe distintamente diversa da Kayapo o Waorani Ionghouse e questi ancora diversi dai modelli di architettura e residenza dei Dogon nell’Africa occidentale e dai trulli conici dell’Italia meridionale (Carver, 1979). Ora il viaggiatore internazionale trova file di case o appartamenti in apparenza identici a Zagabria, San Paolo, Levittown e Houston. Gli skyline di Chicago, San Paolo, Denver e Tokyo sono tra loro più simili che non differenti. Le apparizioni delle comunità umane su grande scala, in particolare nei centri urbani, stanno rapidamente scomparendo. Di fatto, a parte le differenze scalari, la morfologia degli schemi di insediamento delle grandi comunità umane non solo non si distinguono l’una dall’altra e sono indifferenziate nell’aspetto, ma diventano indistinguibili dalla morfologia delle lesioni maligne che si trovano in natura.

I tumori maligni sono caratterizzati da confini altamente irregolari e invasivi che sono indistinti. I tumori benigni tendono ad avere confini distinti e perfino incapsulati e non sono invasivi. Quando le immagini di lesioni maligne vengono confrontate con immagini di comunità umane, in particolare conglomerati urbani moderni e differenze scalari / tonali sono minimizzate o eliminate, come nelle Figure 11-15, le lesioni maligne e le comunità umane sono molto simili, anche indistinguibili, nelle loro apparenze. Questi due fenomeni molto diversi hanno la stessa morfologia. In azione ciascuno invade aggressivamente lo spazio adiacente e sostituisce il tessuto o l’ecosistema precedente con il proprio. Poiché le neoplasie maligne stabiliscono metastasi locali, anche le città sviluppano comunità satellite che alla fine diventano parte di un processo più ampio. Immagini aeree, immagini satellitari o immagini astratte di comunità umane e altre attività umane aziendali nel tempo in qualsiasi parte del pianeta illustrano questo fenomeno (Figura 16). È uno studio che dovrebbe prestarsi all’uso dei frattali come strumento di ricerca (La Breque, 1986/7).

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FIGURE 11-15: Confronto delle somiglianze morfologiche tra lesioni metastatiche e communità umana.

a) adenocarcinoma polmonare; b) melanoma metastatico maligno; c) Baltimora; d) melanoma metastatico maligno; e) cluster a cinque città, North Carolina

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FIGURA 16. Un confronto tra il mappatore tematico Landsat 1,55-1,75 μm di dati del 1984 e 1988 aumenta la deforestazione tropicale nel bacino amazzonico, nel Mato Grosso, in Brasile. Le aree disboscate appaiono più chiare, mentre le aree indisturbate della foresta tropicale appaiono più scure. (Fonte: Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais)

Odum (1989) nota che le città sono ecosistemi altamente eterotrofi e parassiti poiché consumano molta più energia di quanta ne producano. Mentre le megalopoli della fine del XX e dell’inizio del XXI secolo si sviluppano, con numerosi centri urbani contenenti decine di milioni di abitanti, le grandi città del mondo si concentrano in sistemi eterotrofi che attingono energia da parti distanti del pianeta e creano un aumento quantico nell’entropia.

Metastasi

La metastasi, o la disseminazione in siti distanti, è una caratteristica primaria delle neoplasie maligne. In questo modo si formano neoplasie maligne in diversi sistemi di organi lontani dal tessuto o organo d’origine. È il processo attraverso il quale il cancro si diffonde più rapidamente e letalmente per uccidere l’organismo ospitante.

Il corollario delle metastasi nella popolazione umana è la creazione di nuove colonie umane in siti lontani dalle origini dei loro membri. Le capacità migratorie degli esseri umani sono sbalorditive. Ancora più sorprendente è la capacità degli esseri umani di trovare un nuovo ecosistema, identificare le componenti benefiche e dannose del sistema e adattare la loro cultura per soddisfare i bisogni di sopravvivenza nel nuovo sistema. La foresta pluviale amazzonica, ad esempio, è un ambiente estremamente complesso, ma gli amazzoni autoctoni hanno vissuto con successo lì per almeno 10.000 anni (Lathrap, 1970; Roosevelt, 1980; Posey, 1983). Stavano andando bene fino a quando non furono contattati dagli esploratori europei (Denevan, 1976; Myers, 1989; Hecht & Cockburn, 1989; Hern, 1990). Crosby (1988) ha documentato l’espansione della cultura europea attraverso le colonie e la distruzione che ha portato agli ecosistemi del Nuovo Mondo. Insieme a questi contatti arrivarono devastanti epidemie e perdite fino al 95% delle popolazioni indigene (Dobyns, 1983) seguite da una rapida espansione delle popolazioni coloniali. Anche Malthus (1798) ha commentato la rapida crescita delle popolazioni nelle colonie americane. Le conseguenze dell’espansione coloniale sono simili in molti modi al cancro metastatico altamente aggressivo.

Criteri per la diagnosi

Delle quattro caratteristiche dei tumori, i patologi generalmente richiedono che un tumore ne mostri due per essere classificato come maligno. Inoltre, il comportamento di un tumore è più importante della sua istogenesi (Perez-Tamayo, 1961).

La mia ipotesi è che la popolazione umana abbia tutte e quattro le caratteristiche di un processo maligno e che il suo comportamento in almeno tre categorie sia chiaramente maligno (Tabella 1).

tabella

Descrizione e diagnosi

La specie umana è una specie rapace, predatrice, omniecofagica, impegnata in un modello globale di conversione di tutta la materia disponibile vegetale, animale, organica e inorganica nella biomassa umana o in complementi funzionali alla biomassa umana. Questo è un processo epiecopatologico ecocida, sia nell’immediato che in futuro.

A tale riguardo, la specie umana è un esempio di ecotumore maligno, una proliferazione incontrollata di una singola specie che minaccia l’esistenza di altre specie nei loro habitat. Un gigantesco stormo di storni o merli può essere un esempio di un ecotumore benigno che è odioso per gli umani, ma è improbabile che lasci alcun danno duraturo. Un esempio di un altro ecotumore maligno, tuttavia, è la corona di specie di stelle marine spinose che sta distruggendo la Grande Barriera Corallina nel Pacifico meridionale (Yonge, 1963). Ancora un altro è l’anguilla lampreda, che ha ottenuto l’accesso ai Grandi Laghi attraverso il canale St. Lawrence e ha distrutto il pesce nativo dei Grandi Laghi (Benard, 1989). Entrambi sono il risultato di meccanismi di regolazione disturbati o di interruzioni antropogeniche all’interno dell’ecosistema (Moriarty, 1988). Nel caso della lampreda, gli umani hanno iniziato a invertire il danno ecologico mediante l’applicazione di una tecnologia sofisticata.

Discussione

Una forma altamente maligna di cancro resiste a tutti gli sforzi per una regolamentazione efficace fino alla morte dell’organismo ospitante. I tumori cancerosi continuano a crescere anche di fronte alla fame dell’ospite (Ruddon, 1987).

Nel caso della specie umana, questa ipotesi prevede che l’ecosistema globale, il substrato di supporto, debba essere distrutto prima che la neoplasia venga arrestata, se, in effetti, si arresta. Una proprietà peculiare della specie umana è che è geniale nei suoi adattamenti culturali a fronte di difficili problemi di sopravvivenza. Ora si sta persino spostando oltre l’atmosfera terrestre nello spazio, un ambiente che è ostile a tutte le forme di vita. Sotto questo aspetto, possiamo vedere il primo sbarco sulla luna come metastasi anticipatorie.

Gli esseri umani sono sopravvissuti e hanno prevalso non solo imparando a sfruttare tutti gli ecosistemi e le loro componenti viventi, ma imparando a sfruttare altre risorse organiche e inorganiche come petrolio, gas naturale e minerali. La specie umana è esperta nel trovare modi per convertire le sostanze più improbabili sia per la produzione di cibo sia per l’adattamento degli ambienti necessari alla vita dell’uomo. C’è da chiedersi se l’eliminazione dell’intero ambiente naturale impedirebbe la sopravvivenza della specie umana, tenuto conto della capacità della specie di adattarsi o di convertire le risorse al suo uso.

È possibile, naturalmente, che la specie umana riconosca ciò che sta facendo al pianeta in tempo per invertire la tendenza e ripristinare l’ecosistema naturale alle condizioni precedenti dell’intervento umano. È anche possibile che la specie umana riesca a continuare a crescere convertendo tutti i materiali del pianeta ad uso umano. Un problema importante, avuto presente che la specie umana si è evoluta in ecosistemi complessi. Siamo abbastanza intelligenti da gestire un ecosistema abbastanza complesso da sostenerci? “Cercare di rendere la natura stabile non ti porta da nessuna parte” (Schaffer, 1990). Per parlare della sola atmosfera, stiamo conducendo un esperimento incontrollato di quello che potrebbe rivelarsi il più grande garage chiuso dell’universo conosciuto.

Una delle principali tendenze della specie umana è quella di semplificare gli ecosistemi ovunque. Gli ecosistemi semplificati sono intrinsecamente instabili e tendono a collassare. Abbiamo notevolmente semplificato le nostre relazioni preda-predatore; questo aumenta la probabilità di sperimentare oscillazioni acute e incontrollabili sia nei nostri sistemi di supporto vitale che nei nostri livelli di popolazione. La cultura umana ha rimosso i vincoli che determinano oscillazioni smorzate caratteristiche della maggior parte delle specie. Non abbiamo ancora conosciuto o preso coscienza di alcun anello di feedback negativo che metta seriamente in pericolo la nostra sopravvivenza come specie anche se ci appare davanti. Il risultato è una crescita non regolata e un’instabilità potenzialmente letale della popolazione che degenera in caos figurativo, letterale e matematico.

La teoria del caos prevede che le oscillazioni non campionate procedano all’estinzione in funzione di crescenti tassi di crescita (maggio 1974, maggio 1976, maggio 1976, May & Oster, 1976, Southwood, 1976, Schaffer e Kot, 1985). Piccoli cambiamenti nelle condizioni iniziali, specialmente nei tassi di crescita, possono provocare oscillazioni ampie, deterministiche ma imprevedibili nei cicli di popolazione futuri. La nostra esperienza con altre specie biologiche e la nostra storia recente dovrebbe dirci che siamo pericolosamente vicini al caos irrecuperabile se non abbiamo già stabilito da molto tempo il modello che porterà a quel risultato. È possibile che l’aumento della crescita della popolazione umana dallo 0,001% all’anno allo 0,1% all’anno alla fine del Paleolitico ci ha portato ad entrare in un regime caotico deterministico che si estende per migliaia di anni e che non possiamo prevedere? È probabile che eviteremo completamente le restrizioni ecologiche sperimentate da altre specie (Woodwell, 1985)? È probabile che, per gli umani, non ci sia un limite alla “capacità di carico” dell’ecosistema terrestre? Se c’è un limite, quanto tempo ci vorrà per raggiungerlo (von Foerster et al, 1960)? Cosa accadrà quando lo faremo?

Lo scopo di ogni ipotesi è di spiegare la realtà e prevedere gli eventi. L’ipotesi che la specie umana sia una neoplasia maligna globale, un processo ecopatologico, fornisce una spiegazione unificante di un’ampia varietà di eventi e fenomeni tra cui una rapida crescita della popolazione umana, una diffusa distruzione umana di ambienti locali, regionali e continentali, nonché dell’ecosistema globale, rapida urbanizzazione, cambiamenti atmosferici globali, estese estinzioni di specie di natura antropogenica, resistenza alla regolazione della popolazione e numerose altre osservazioni. È un fenomeno potenzialmente reversibile e quindi un’ipotesi confutabile. La specie umana è in grado di regolare la sua fertilità e la crescita della popolazione, è in grado di ripristinare ambienti e di salvare altre specie dall’estinzione ed è in grado di vivere in armonia con il resto dell’ecosistema.

Questa ipotesi prevede che, mentre la specie umana è capace di tutte queste attività non cancerose e anche occasionalmente le visualizza, continuerà a comportarsi complessivamente come un cancro sul pianeta.

Forse il modello del caos è più esplicativo del modello di una neoplasia globale. Forse è una combinazione di questi, o, come affermano Brooks and Wiley (1986), la specie è una manifestazione della tendenza evolutiva nella direzione di una maggiore entropia. Polgar (1961) affermò che l’evoluzione ritarda l’entropia, mentre i sistemi umani epici aumentano la complessità delle strutture che modificano sempre più l’ambiente naturale: “… gran parte della superficie terrestre fa parte di un singolo sistema ecologico unificato dalla specie umana e gli organismi ad esso associati ” (p 105). Praticamente tutti gli esseri umani aumentano l’entropia (Polgar, 1961; Goldman, 1970). Le guerre, in particolare la guerra del Vietnam, hanno provocato grandi aumenti nell’entropia (Orians & Pfeiffer, 1970). L’inefficienza biologica e gli adattamenti culturali degli esseri umani fanno affondare la specie nell’entropia, con la comunità urbana come una sorta di punto di concentrazione nodale di entropia. Forse il pianeta ha, nella specie umana, un caso di entropia maligna, con il riscaldamento globale come una delle manifestazioni, un po’ come la malaria o il paziente colpito da un colpo di calore con un caso di “iperpiressia maligna” (Bruce-Chwatt, 1971).

La cultura umana è al tempo stesso una delle principali fonti globali di disturbo normativo dell’ecosistema e l’unica speranza, a meno dell’estinzione umana, per invertire il processo e ripristinare l’ecosistema.

Una nuova specie

Per descrivere il fenomeno di questa specie maligna, omniecofagica, propongo che il nuovo nome scientifico della specie umana sia l’homo ecophagus (homo = man (L.); oikos = casa, anche la radice tradizionale per “ecosistema” (Gr.); phagos = ghiottone (Gr.)) – “l’uomo che divora l’ecosistema”.

Propongo che il termine generale che dovrebbe essere usato per l’homo ecophagus sia “Protoneontos”. Potremmo aspirare a un nuovo stato di coscienza globale relativamente alla necessità di preservare il nostro ecosistema comune; sarebbe un allontanamento importante dal comportamento umano tradizionale, un “nuovo essere” – Neontos (neos = nuovo, fresco, anche strano, inaspettato (Liddell & Scott, 1958) (Gr.) e ontos = essere (Gr.). Protoneontos, il primo dei nuovi esseri e antecedente a Neontos, sta distruggendo l’ecosistema planetario. Il precursore di Protoneontos, Paleoneontos, conosciuto anche come homo sapiens, “uomo saggio”, non lo fece.

La diagnosi finale

La nuova specie umana, l’homo ecophagus, è una specie onnipresente, predatrice, omniecofagica, un processo epiecopatologico maligno impegnato nella conversione di tutto il materiale planetario in biomassa umana o nel suo sistema di supporto con squilibrio terminale dell’ecosistema globale.

Conclusione

L’idea che la popolazione umana sia un cancro planetario è una conclusione profondamente inquietante, ma le osservazioni della comunità scientifica degli ultimi 20 anni hanno fornito un sostegno massiccio a questa ipotesi e poco, se non altro, per confutarla. È estremamente raro che qualsiasi cancro si arresti volontariamente e spontaneamente. Se la specie umana può smettere di essere un cancro, sarà una di quelle eccezionali rarità, o la mia ipotesi è sbagliata. Accetterò volentieri entrambi i risultati.

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Articolo originale pubblicato su “Population and Environment: A Journal of Interdisciplinary Studies, volume 12, numero 1, autunno 1990

Why Are There So Many of Us

 

 

 

Umani come il cancro

di A. Kent MacDougall

Quando un punto sulla pelle di una persona cambia colore, diventa duro o ruvido e rialzato o ulcerato, sanguina, si squama, ha le croste e non riesce a guarire, è il momento di consultare un medico. Questi sono i primi segni di un cancro della pelle.

Come osservato dagli astronauti e fotografato dai satelliti nello spazio, milioni di edifici creati dall’uomo sulla superficie della Terra non assomigliano a null’altro che alle condizioni della pelle dei malati di cancro. La trasformazione dei contorni naturali della Terra nei modelli geometrici dei campi coltivati, il raddrizzamento dei fiumi sinuosi in vie d’acqua canaliformi e il disboscamento delle foreste in settori a scacchiera sono del tutto simili alla perdita dei segni normali della pelle nelle vittime di cancro. Le foreste verdi incastonate nella macchia marrone e le praterie ingraticciate acolorite nella landa bianca sono tra i cambiamenti nel colore della Terra. Autostrade, strade, parcheggi e altre superfici pavimentate hanno indurito la superficie terrestre, mentre le città l’hanno resa ruvida. Cumuli di scorie e discariche possono essere paragonati alle lesioni cutanee in rilievo. Miniere a cielo aperto, cave e crateri di bombe, compresi i 30 milioni lasciati dalle forze statunitensi in Indocina, assomigliano a ulcerazioni della pelle. Il sale filtra nei campi coltivati irrigati in modo improprio, facendoli somigliare a piaghe squamose e marcescenti. I segni di sanguinamento includono lo scarico di liquami umani, gli effluvi provenienti dalle fabbriche e il drenaggio dalle miniere di acido in corsi d’acqua adiacenti, e l’erosione del terreno superficiale dalle colline disboscate che fa divenire i fiumi, i laghi e le acque costiere gialle, marroni e rosse. L’anello rosso intorno a gran parte del Madagascar, visibile dallo spazio, colpisce alcuni osservatori come un sintomo che l’isola stia sanguinando a morte.

Se il cancro della pelle fosse tutta quella terra malata, il recupero finale del pianeta sarebbe meno dubbio. Ad eccezione del melanoma maligno, il cancro della pelle è solitamente curabile. Ma i paralleli tra il modo in cui il cancro progredisce nel corpo umano e l’impatto progressivamente maligno degli esseri umani sulla Terra sono più profondi della pelle. Consideriamo:

  • Le cellule tumorali proliferano rapidamente e incontrollabilmente nel corpo;gli umani continuano a proliferare rapidamente e incontrollabilmente nel mondo.
  • Le cellule tumorali affollate si induriscono nei tumori; gli umani si affollano nelle città.
  • Le cellule tumorali si infiltrano e distruggono i tessuti normali adiacenti;l’espansione urbana divora la terra aperta.
  • I tumori maligni liberano cellule che migrano verso parti distanti del corpo e creano tumori secondari; gli umani hanno colonizzato quasi ogni parte abitabile del globo.
  • Le cellule tumorali perdono il loro aspetto naturale e le loro funzioni distintive; gli esseri umani omogeneizzano diversi ecosistemi naturali in monoculture artificiali.
  • I tumori maligni espellono enzimi e altre sostanze chimiche che influenzano negativamente le parti remote del corpo;i veicoli a motore, le centrali elettriche, le fabbriche e le fattorie degli esseri umani emettono tossine che inquinano gli ambienti lontani dal punto di origine.

Un tumore maligno continua a crescere anche se la sua appropriazione di nutrienti e l’interruzione delle funzioni vitali distruggono il suo ospite. Allo stesso modo, le società umane minano la loro propria redditività a lungo termine esaurendo e contaminando l’ambiente. La civiltà è come il cancro, il successo iniziale genera un eccesso autodistruttivo.

È facile liquidare come assurda e repellente l’analogia tra il “cancro malattia degli esseri umani” e “gli esseri umani come malattia del pianeta”, o come semplice metafora, piuttosto che come un’ipotesi unica, richiesta dalla sua evidente somiglianza. Solo una manciata di periodici a circolazione limitata, compreso questo (vedi Forencich 1992/93), hanno concesso alla teoria un minimo di spazio.

Accettare il concetto di uomo-come-cancro diventa più facile se si accetta l’ipotesi di Gaia, cioè che il pianeta funzioni come un singolo organismo vivente. A dire il vero, la Terra è per la maggior parte inanimata. La sua superficie rocciosa e acquosa supporta solo uno strato relativamente sottile di piante, animali e altri organismi viventi. Ma anche un albero maturo è per lo più legno morto e corteccia, solo il suo strato di pelle sottile e le sue foglie, i suoi fiori e i semi sono effettivamente vivi. Eppure l’albero è un organismo vivente. La Terra si comporta come un organismo vivente nella misura in cui la composizione chimica della sua crosta rocciosa, degli oceani e dell’atmosfera hanno sostenuto e influenzato i processi biologici degli organismi viventi per diversi miliardi di anni. Questi processi auto-sostenentisi e autoregolantisi hanno mantenuto la temperatura superficiale della Terra, la concentrazione di sale negli oceani e di ossigeno nell’atmosfera e altre condizioni favorevoli alla vita.

James Lovelock, che proponeva l’ipotesi di Gaia nel 1979, inizialmente respinse gli impatti simili al cancro degli umani come un corollario, dichiarando categoricamente: «Le persone non sono in alcun modo come un tumore» (Lovelock 1988, p. 177). Ma in poco tempo modificò questa visione osservando: «Gli esseri umani sulla Terra si comportano in qualche modo come un microrganismo patogeno, o come le cellule di un tumore o di una neoplasia» (Lovelock 1991, 153).

Altri hanno sostenuto il collegamento più insistentemente. «Se immagini la Terra e i suoi abitanti come un singolo organismo autosufficiente, sulla falsariga del popolare concetto di Gaia, allora noi umani potremmo essere considerati agenti patogeni», Jerold M. Lowenstein, professore di medicina all’Università della California, San Francisco, ha scritto. «Stiamo infettando il pianeta, crescendo incautamente come fanno le cellule cancerogene, distruggendo le altre cellule specializzate di Gaia (cioè estinguendo altre specie) e avvelenando la nostra riserva d’aria …. Da una prospettiva Gaian … la principale malattia da eliminare siamo noi» (Lowenstein 1992).

Il dott. Lowenstein non è il primo medico a esaminare il pianeta come un paziente e a trovarlo affetto da cancro umanoide. Alan Gregg ha aperto la strada alla diagnosi. Come funzionario di lunga data della Rockefeller Foundation, responsabile della elargizione di sovvenzioni finanziarie per migliorare la salute pubblica e l’educazione medica, il dott. Gregg ha viaggiato molto negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e ha osservato il boom della popolazione a livello planetario. Nel 1954 ne aveva viste abbastanza. In un breve documento consegnato a un simposio e successivamente pubblicato su Science, Gregg (1955) paragonò il mondo a un organismo vivente e l’esplosione del numero umano a una proliferazione di cellule cancerose. Ha delineato altri parallelismi tra il cancro negli umani e l’impatto del cancro sul mondo. E ha espresso la speranza – non realizzata fino ad oggi – che «questo commento un po’ bizzarro sul problema della popolazione possa promuovere un nuovo concetto di autocontrollo umano».

È capitato a un medico, che è anche un epidemiologo, di arricchire e completare l’analisi abbozzata da Gregg. Warren M. Hern ha scritto la sua tesi di dottorato di ricerca dissertando su come l’intrusione della civiltà occidentale abbia aumentato i tassi di natalità tra gli indiani peruviani dell’Amazzonia. Fa la sua parte per mantenere basso il tasso di natalità negli Stati Uniti gestendo una clinica per aborti a Boulder, in Colorado. Hern (1990) ha pubblicato un importante articolo, ricco di particolari e prove antropologiche, ecologiche e storiche, sul perchè la specie umana costituisce un “eco-tumore maligno”. Ha proposto di rinominarci Esofago omo (per “l’uomo che divora l’ecosistema”). Le illustrazioni che accompagnano l’articolo includevano fotografie aeree delle città degli Stati Uniti sovrapposte a foto somiglianti di tumori cerebrali e polmonari.

Il dott. Hern ha consegnato articoli sull’ipotesi ai simposi organizzati dalla Population Association of America, dall’American Association for the Advancement of Science e dall’American Public Health Association. Due articoli sono stati successivamente pubblicati (Hern 1993a, 1993b). Ma in generale la comunità scientifica non ha preso sul serio la sua ipotesi, preferendo vederla come una semplice metafora o analogia. In effetti ha suscitato ostilità in alcuni ambienti. Quando Hern presentò l’ipotesi alla Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo al Cairo nel 1994, gli ascoltatori reagirono con rabbia e con una minaccia: “Sei pronto a morire?” Un conduttore di talk show radiofonico di Denver ha chiamato Dr. Hern un “ecoquack” e un “compagno in regola della scuola Sky-Is-Falling”.

Tale disprezzo può essere visto come un’altra similitudine tra il cancro e il flagello umano e dell’uomo come piaga cancerogena del mondo. Così come Warren Hern ha incontrato l’indifferenza, il negazionismo e addirittura l’ostilità nei confronti dei suoi punti di vista, fino a poco tempo fa i medici americani tenevano abitualmente al buio i loro malati di cancro sulla natura della loro malattia. L’obiettivo era di risparmiare ai pazienti lo shock, la paura, la rabbia e la depressione che le cattive notizie comunemente evocano. Le famiglie erano riluttanti ad ammettere che un parente era morto di cancro, e i necrologi dei giornali si riferivano eufemisticamente alla causa di una morte per cancro come “una lunga malattia”. In Giappone il cancro rimane un argomento tabù. I sondaggi della pubblica opinione indicano che le persone preferirebbero non sapere se hanno il cancro e i medici preferirebbero non dirglielo. Quando l’imperatore Hirohito morì di cancro al duodeno, i suoi dottori mentirono, dicendo a lui e al pubblico che aveva “pancreatite cronica” (Sanger 1989).

Negli Stati Uniti, anche alcuni analisti ecologicamente illuminati rimangono negativi quando si tratta di discutere dell’ipotesi dell’uomo come cancro planetario. Christopher D. Stone, professore di giurisprudenza all’Università della California del Sud e figlio dell’ultimo giornalista di sinistra I.F. Stone, ha scritto un influente saggio sulla legge ambientale, Gli alberi dovrebbero stare in piedi? Verso i diritti legali per gli oggetti naturali. Ma nel suo ultimo libro Stone (1993, p.4) mette in dubbio la proposizione che “la terra ha il cancro e che il cancro è l’uomo“. «L’interdipendenza delle parti della terra non equivale all’interdipendenza degli organi all’interno di un vero organismo», osserva. «La terra nel suo complesso, compresa la sua rete web, non è così fragile … le relazioni di Gaian non sono così finemente, così precariamente sintonizzate».

Persino gli ecologisti “profondi” riconoscono che la Terra è qualitativamente diversa da un vero organismo, che il suo legittimo status di superecosistema non riesce a qualificarlo come un superorganismo. Frank Forencich, che ha sostenuto in “Homo Carcinomicus: A Look at Planetary Oncology” (Forencich 1992/93) che «i paralleli tra crescita neoplastica e popolazione umana sono stupefacenti», ammette che anche un inverno nucleare non distruggerebbe completamente la biosfera vivente, tanto meno la litosfera, l’idrosfera e l’atmosfera inanimate. «Non possiamo uccidere l’organismo che ci ospita», dice. «La civiltà si disgregherà prima che la biosfera scompaia». (Forencich 1993).

Un’altra obiezione è che qualsiasi generalizzazione sul cancro è sospetta perché il cancro non è una singola malattia, ma piuttosto un gruppo di oltre 100 malattie diverse per causa e caratteristiche. Alcuni tumori – per esempio il cancro al seno – crescono tipicamente rapidamente e si diffondono in modo aggressivo. Altri, come il cancro dell’intestino tenue, di solito crescono lentamente. Il cancro alla prostata cresce spesso così lentamente da non causare problemi. «È completamente possibile che un organismo abbia cellule tumorali per tutta la vita e non subisca alcun effetto negativo» (Garrett 1988, p.43).

La mancanza di una corrispondenza perfetta tra il cancro (malattia negli esseri umani) e gli effetti cancerogeni degli umani sulla Terra invalida per alcuni osservatori il concetto di uomo-come-cancro. Ma Warren Hern insiste sul fatto che l’uomo-come-cancro è un’ipotesi perché è soggetto a verifica o confutazione e perché è utile come base per ulteriori indagini. Frank Forencich, al contrario, è contento di considerare il concetto una metafora. «Che gli umani siano come il cancro è indiscutibile», dice. «Ma gli umani non sono il cancro stesso

Sia come metafora che come ipotesi, la proposizione che gli umani agiscono come cellule tumorali maligne merita di essere presa sul serio. La proposizione offre un’interpretazione unificante di fenomeni apparentemente non connessi come la distruzione degli ecosistemi, il decadimento delle città interne e la globalizzazione della cultura e delle merci occidentali. Fornisce una preziosa prospettiva macrocosmica sugli impatti umani, oltre a una prospettiva storica rivelatrice nel tracciare le tendenze cancerogene degli esseri umani nei tempi più antichi.

I progenitori degli esseri umani moderni esibivano una delle caratteristiche più significative delle cellule cancerogene, la perdita di adesione, da uno a due milioni di anni fa. Poiché le cellule tumorali sono attaccate più liberamente tra loro rispetto a quelle normali, si separano facilmente, si muovono in modo casuale e invadono i tessuti adiacenti a quelli da cui provengono. I nostri diretti antenati Homo erectus, ha dimostrato questa caratteristica nel migrare dall’Africa. Vivendo in piccoli gruppi mobili, questi cacciatori / raccoglitori si sono diffusi in tutta l’Asia e in Europa. La successiva specie ominide nella linea evolutiva, Homo sapiens, estese la dispersione in foreste e tundra settentrionali precedentemente inabitabili. I successori, anatomicamente moderni, ‘Homo sapiens sapiens, si è diffuso in tutti i continenti e nelle principali isole senza ghiaccio. Con l’aiuto di vestiti, riparo, tecnologia e forniture importate, ora occupa foreste, zone umide, deserti, tundra e altre aree precedentemente considerate troppo umide, troppo asciutte, troppo fredde o troppo remote per l’abitazione umana. Gli umani ora occupano, o hanno alterato e sfruttato, da due terzi a nove decimi (le stime variano) della superficie terrestre del pianeta. Sembra solo una questione di tempo prima che prendano il sopravvento su tutti gli spazi “vuoti” rimanenti.

L’espropriazione continua del pianeta da parte degli umani è proceduta rapidamente con l’incremento esplosivo del numero degli abitanti del pianeta; e questo ha caratteristiche in comune con la proliferazione delle cellule tumorali. In un corpo sano, i controlli genetici consentono a un gran numero di singole cellule di vivere insieme armoniosamente come un singolo organismo. Gli interruttori genetici segnalano alle cellule normali quando è il momento di dividersi e moltiplicarsi e quando è il momento di separarsi e di essere assorbiti dalle cellule vicine. Quando gli interruttori genetici sono danneggiati, come da sostanze chimiche, radiazioni o virus, possono essere bloccati nella posizione “on”. Ciò trasforma le cellule normali in cellule maligne che si dividono e si moltiplicano ignorando la salute dell’intero organismo.

Quando gli umani vivevano in bande semi-nomadi in armonia con l’ambiente che non dominavano, limitavano il loro numero in modo da non superare l’offerta di cibo di cui potevano disporre raccogliendo e cacciando. Né producevano più figli di quanti potessero trasportare stagionalmente nei campi. Le loro misure contraccettive includevano il coito interrotto (astinenza), i diaframmi e l’allattamento al seno prolungato per deprimere gli ormoni che attivano l’ovulazione. Quando questi metodi fallivano, ricorrevano all’aborto e all’infanticidio. Come normali cellule in un corpo sano, i cacciatori-raccoglitori sembravano sapere quando smettere di crescere.

Ma i contagi tecnologici e culturali sconvolsero questo delicato equilibrio naturale, permettendo agli esseri umani di moltiplicarsi oltre il numero compatibile con la salute armoniosa dell’ecosistema globale. Il primo e ancora il principale contaminante fu il fuoco. Da 400.000 anni fa – forse anche prima – i cacciatori-raccoglitori avevano imparato a controllare e ad usare il fuoco. Era così iniziata la trasformazione dell’essere umano da grande mammifero in competizione con altri feroci predatori a signore indiscusso di tutte le specie, piante e animali. Da allora la dipendenza dalla combustione ha segnato l’esistenza umana e si è trasformata nell’orgia attuale di consumo di combustibili fossili con il potenziale surriscaldamento di Gaia e il pericolo per l’esistenza di tutti i suoi abitanti.

Il fuoco era generalmente benevolo quando veniva usato dai cacciatori-raccoglitori per trasformare fitte foreste in paesaggi più aperti e simili a parchi in cui viveva più selvaggina. Ma l’aumento dell’offerta di cibo conseguente alla caccia più efficace e alla cottura della carne dura e delle piante fibrose hanno fatto crescere di numero le popolazioni di cacciatori-raccoglitori. Man mano che gli umani proliferavano e si espandevano, la caccia diventava eccessivamente sovraffollata, e così la selvaggina grossa e gli alimenti selvatici commestibili iniziarono a scarseggiare. Questo rese la caccia e la raccolta meno fruttuosi, rendendo l’agricoltura, che in precedenza non valeva la pena di uno sforzo extra, come l’unica alternativa praticabile.

La trasformazione delle foreste in fattorie iniziò circa 10.000 anni fa in Asia Minore. Circa 2000 anni dopo, gli agricoltori si mossero e iniziarono a tagliare e bruciare verso nord-ovest attraverso l’Europa. Sconfissero e allontanarono i meno numerosi cacciatori-raccoglitori prima di cedere il passo a quegli agricoltori che, coltivando con gli aratri i campi permanenti, permisero una produzione alimentare più cospicua e popolazioni più numerose.

L’agricoltura costringeva i contadini a una vita breve e dura di lavoro monotono, a una dieta inadeguata, alla costante minaccia della perdita dei raccolti, alla fame e all’esposizione a malattie contagiose virulente. Favoriva la stratificazione sociale e l’ineguaglianza tra i sessi, il trattamento crudele degli animali, il dispotismo e la guerra. E incoraggiava un’ulteriore invasione di tipo cancerogeno delle terre selvagge per nutrire un numero crescente di popolazioni e per sostituire campi e pascoli erosi e impoveriti nella fertilità del suolo a causa della sovrapposizione e del sovrasfruttamento. Le élite che finirono per dominare le società agrarie sedentarie ripulirono un maggior numero di boschi e bonificarono le paludi per massimizzare la produzione che potevano confiscare per il proprio uso. Questo surplus economico, a sua volta, ha contribuito a produrre una crescente concentrazione di persone nelle valli fluviali, lungo le coste e nelle città.

L’ammassamento di esseri umani in città è fin troppo simile al modo in cui le cellule tumorali affollate si induriscono nei tumori. Mentre le cellule normali in una coltura tissutale smettono di riprodursi quando vengono a contatto con altre cellule, le cellule tumorali continuano a dividersi e ad accumularsi l’una sull’altra, formando grumi. Le cellule normali mostrano l’inibizione del contatto, crescendo solo fino ai limiti del loro spazio definito e poi fermandosi. Le cellule tumorali non sanno mai quando smettere.

Allo stesso modo, le popolazioni umane crescono anche in condizioni estremamente affollate. L’essenza stessa della civiltà è la concentrazione delle persone nelle città. Allorquando i villaggi agricoli sparsi si sono evoluti in città, e alcune città sono diventate centri commerciali, manifatturieri, cerimoniali e amministrativi, allora è nata la città. Alimentati dai cereali coltivati nelle province e serviti dagli schiavi ivi catturati, i centri amministrativi degli imperi si ingrandirono; Roma potrebbe aver raggiunto un milione di abitanti al suo apice nel 100 dopo Cristo. Eppure si dovette arrivare all’industrializzazione e all’ampio sfruttamento delle risorse dopo il 1800 perché le città cominciassero a sfuggire di mano. Nel 1900 solo una persona su dieci viveva in città, nel 2000 saranno cinque su dieci, con 20 aree metropolitane che avranno 10 milioni o più di abitanti ciascuna.

La propensione delle città moderne ad ingrandirsi ai danni delle campagne (e ad assorbire villaggi, distruggere campi coltivati, riempire terreni aperti e creare vasti nuovi agglomerati) fu notata agli inizi di questo secolo dal pianificatore scozzese della città giardino Patrick Geddes (1915), che individuò una mezza dozzina di tali “agglomerati urbani” in Inghilterra, e prevedeva l’avvicinarsi di una megalopoli di 500 miglia lungo la costa settentrionale dell’Atlantico negli Stati Uniti. Geddes paragonò l’espandersi delle città a un’ameba, ma è toccato al suo allievo americano Lewis Mumford paragonare l’espansione urbana disordinata, informe e non coordinata a un tumore maligno, osservando che «la città continua a crescere inorganicamente, anzi cancerosamente, da una continua demolizione di vecchi tessuti e una crescita eccessiva di nuovo tessuto senza forma» (Mumford 1961, 543).

Un tumore maligno sviluppa i suoi stessi vasi sanguigni man mano che cresce. Allo stesso modo, le città si vascolarizzano con acquedotti, linee elettriche, autostrade, ferrovie, canali e altri condotti. Un tumore usa la sua rete di circolazione per appropriarsi dei nutrienti dal corpo. Allo stesso modo, le città toccano parassiticamente la campagna e non solo per portare cibo, carburante, acqua e altri beni. Tuttavia, proprio come un tumore alla fine supera il suo afflusso di sangue, causando una parte di esso, spesso al centro, a morire, i quartieri della città interna e anche i sobborghi più vecchi spesso si atrofizzano. Alan Gregg (1955) ha notato questo parallelo 40 anni fa, osservando «come i bassifondi delle nostre grandi città assomiglino quasi alla necrosi dei tumori».

Gli umani sono sempre più concentrati lungo le coste. Il sessanta per cento della popolazione mondiale vive attualmente a 100 chilometri da una costa. In Australia, una delle nazioni più altamente urbanizzate del mondo, nove persone su dieci vivono lungo la costa. Il boom del commercio internazionale, da cui le aree costiere ricevono una quota sproporzionata dei benefici, aiuta a spiegare questa tendenza mondiale; ma il modello risale a migliaia di anni e parallelizza ancora un altro processo cancerogeno: le metastasi.

Nelle metastasi, un tumore elimina cellule cancerose che migrano poi in siti distanti del corpo e creano neoplasie secondarie. Il mezzo per la migrazione delle cellule è il sangue e i sistemi linfatici. Nel mondo antico del Mediterraneo, un altro fluido – l’acqua – ha facilitato la migrazione di persone e merci. Fenici, Greci, Cartaginesi e Romani hanno approfittato della relativa facilità di viaggio e trasporto via acqua per stabilire colonie in tutto il Mediterraneo. All’apice dell’impero romano, non meno di 500 insediamenti fiorirono lungo la costa africana dal Marocco all’Egitto.

Proprio come i tumori secondari nel corpo umano distruggono i tessuti e gli organi che invadono, i colonizzatori dell’antico Mediterraneo hanno devastato i fertili ma fragili ecosistemi delle regioni costiere che hanno colonizzato. Hanno sfruttato le foreste costiere per il legname delle navi e i materiali da costruzione, per fornire carbone a mattoni, terraglie, essenze minerali e per creare campi coltivati e pascoli. Il sovrasfruttamento, gli incendi, il pascolo di pecore e capre hanno impedito la rigenerazione. Intense piogge invernali dilavavano il terreno sottile e facilmente eroso lungo i pendii delle colline nelle pianure costiere per ricoprire i campi agricoli, soffocare le foci dei fiumi, creare paludi malariche, seppellire città portuali e trasformare molte di esse in arenili a miglia dal mare. I pendii, resi sterili, non si sono ancora ripresi.

La voracità dei tumori secondari che invadono e consumano i tessuti e gli organi ha la sua controparte nelle orge di distruzione che gli stati e in particolare gli imperi hanno impegnato per 5000 anni. In molti casi, la distruzione ha superato ciò che era nell’interesse personale del distruttore stesso. Molti invasori cancellarono sistematicamente le città che conquistarono, massacrarono i loro abitanti e distrussero i loro campi e greggi invece di razziarli. Il bombardamento a tappeto delle città e il massacro di massa delle popolazioni civili non combattenti durante la seconda guerra mondiale ne costituiscono l’equivalente moderno. Gli antichi romani riempirono il loro impero di orsi, leoni, leopardi, elefanti, rinoceronti, ippopotami e altri animali vivi da tormentare e uccidere in arene pubbliche fino a quando non ce ne furono più da trovare. Gli invasori europei del Nord America e della Siberia facevano il commercio di pellicce da cui traevano enormi benefici dall’abbattimento autolesionistico di animali da pelliccia.

La distruzione umana degli ecosistemi è aumentata incessantemente dall’industrializzazione. L’annientamento di 60 milioni di bisonti sulle Grandi Pianure del Nord America fu reso possibile dall’introduzione delle ferrovie e dall’invenzione del fucile a ripetizione. Lo sfrenato sfruttamento delle balene fu velocizzato dall’invenzione dell’arpione esplosivo, dell’argano da cannone e della nave a motore. Le enormi reti trascinate dai moderni pescherecci da traino svuotano gli oceani di pesce e di qualsiasi altra creatura abbastanza sfortunata da restare irretita in queste cortine di morte. Trattori e altre macchine agricole moderne alternativamente compattano e polverizzano il terriccio, aumentando la sua vulnerabilità agli agenti atmosferici erosivi. Le motoseghe e i bulldozer spianano le foreste più velocemente delle asce e delle seghe a mano. Gli escavatori con dinamite e le “dragline” consentono di sfruttare i giacimenti su una scala finora inimmaginabile, decapitando le montagne, trasformando i paesaggi in crateri lunari e rendendo quasi inabitabili isole ricche di fosfato come Nauru nel Pacifico meridionale. I fori nella terra per raggiungere i minerali, ovviamente, assomigliano al modo in cui il cancro fora i muscoli e le ossa. Come ha osservato Peter Russell (1983, p.33), “la civiltà tecnologica sembra davvero una rampante crescita maligna che divora ciecamente il proprio ospite ancestrale in un atto egoistico di consumo”.

Proprio come un tumore a crescita rapida ruba nutrienti dalle parti del corpo in buona salute per soddisfare le sue elevate esigenze energetiche, la civiltà industriale usurpa le risorse di ecosistemi sani da cui piante e animali selvaggi dipendono per la sopravvivenza. Nel 1850, gli uomini e il loro bestiame rappresentavano il 5% del peso totale di tutta la vita animale terrestre. Oggi quella parte supera il 20% e entro il 2030 potrebbe raggiungere il 40% (Westing 1990, pp. 110-111).

“Mai prima nella storia della Terra una singola specie è stata così ampiamente distribuita e una così grande frazione delle risorse energetiche monopolizzata, e il rimanente sempre in diminuzione di queste risorse limitate viene ora diviso tra milioni di altre specie. Le conseguenze sono prevedibili: contrazione degli spazi geografici, riduzione delle dimensioni della popolazione e aumento della probabilità di estinzione per la maggior parte delle specie selvatiche, espansione delle gamme e aumento della popolazione delle poche specie che traggono beneficio dall’attività umana e perdita della diversità biologica a tutte le scale da locale a globale ” (Brown e Maurer 1989).

Il declino nella diversità è comune sia al cancro che alla civiltà. In entrambi i casi, l’eterogeneità lascia il posto all’omogeneità, la complessità alla semplificazione. Le cellule maligne non si sviluppano in cellule specializzate dei tessuti da cui derivano. Invece, “le cellule indifferenziate e altamente maligne tendono ad assomigliarsi reciprocamente e i tessuti fetali più delle loro normali cellule omologhe adulte” (Ruddon 1987, p.230).

La de-differenziazione nelle società umane è vecchia almeno quanto l’agricoltura e la zootecnia. Gli agricoltori hanno sostituito diverse specie di piante autoctone con piantagioni di colture domestiche per migliaia di anni. Invece delle migliaia di tipi di piante che i popoli pre-agricoli raccoglievano per il cibo, solo sette prodotti – grano, riso, mais, patate, orzo, patate dolci e manioca – ora forniscono tre quarti del contenuto calorico di tutte le colture alimentari mondiali. L’incredibile abbondanza e varietà di animali selvatici del mondo sta scemando rapidamente, con molte specie che presto si vedranno solo nei giardini zoologici e nei parchi di caccia, e i loro posti saranno occupati da bovini, pecore, capre, maiali e altri animali domestici.

Nonostante il loro valore nel fornire habitat naturale, contenimento delle alluvioni e filtraggio degli agenti inquinanti, più della metà delle paludi, torbiere, pianure alluvionali stagionali e altre zone umide sono state drenate, dragate, riempite, costruite o altrimenti distrutte. Le foreste temperate dominate da alberi di molte specie e di tutte le età stanno cedendo il passo a singole specie, le stesse piantagioni di conifere che sostengono molti meno uccelli e altri animali selvatici. E le foreste tropicali che ospitano più della metà di tutte le specie sulla Terra vengono falcidiate più velocemente della loro sconcertante biodiversità, portando alcuni esperti ad avvertire che stiamo causando la più grande estinzione di massa dalla scomparsa dei dinosauri 65 milioni di anni fa.

La tendenza delle civiltà ad omogeneizzare e impoverire gli ecosistemi non è mai stata più chiara che nelle aree urbane. Le grandi città stanno diventando indistinguibili l’una dall’altra nell’aspetto e indifferenziate nella funzione. I quartieri degli affari centrali si assomigliano così tanto che i viaggiatori possono essere perdonati per aver dimenticato se sono a Boston, Bruxelles o Bombay. Le baraccopoli nei paesi poveri si assomigliano, così come le periferie dei paesi ricchi.

Come ha sottolineato Lewis Mumford più di 30 anni fa, l’archetipo rifugio suburbano negli Stati Uniti è costituito da «una moltitudine di case uniformi e non identificabili, rigidamente allineate, a distanze uniformi, su strade uniformi, in una discarica urbana senza alberi, abitate da persone della stessa classe, con lo stesso reddito, della stessa fascia d’età, che guardano le stesse trasmissioni televisive, mangiano gli stessi cibi precotti e insipidi conservati negli stessi congelatori, che si conformano in ogni aspetto esterno e interno a un modello comune, realizzato nel centro della città. Quindi l’effetto finale della fuga suburbana nel nostro tempo è, ironia della sorte, un ambiente uniforme di bassa qualità da cui la fuga è impossibile» (Mumford 1961, p.486).

La globalizzazione dell’economia sta rinchiudendo il mondo intero in un mercato unico per prodotti fatti a macchina che sono sempre più standardizzati indipendentemente dal loro paese di origine. I valori materiali occidentali e la cultura capitalista delle merci, guidata dalla televisione americana, film, musica, moda di strada e fast food, sono dominanti a livello internazionale. L’individualità locale e regionale, insieme alle culture indigene, alle lingue e alle visioni del mondo, stanno sbiadendo velocemente.

Il declino della diversità naturale e culturale è tanto minaccioso per il pianeta quanto le cellule indifferenziate sono per il malato di cancro. Mentre un carcinoma prostatico ben differenziato tende a crescere lentamente, rimane localizzato e non causa sintomi, uno scarsamente differenziato spesso si diffonde in modo aggressivo. Allo stesso modo, gli agricoltori tradizionali che controllano le erbacce, i parassiti e le malattie delle piante ruotando le colture, concimando naturalmente e prendendosi cura del terreno non minacciano la salute della Terra come le piantagioni monocolturali basate su pesticidi, fertilizzanti sintetici e macchinari pesanti. Sfortunatamente, l’agricoltura monoculturale sta diventando la norma in ogni continente.

L’emorragia è ancora un altro sintomo del processo cancerogeno. Il primo segno del cancro è spesso il sanguinamento spontaneo da un orifizio del corpo, la secrezione da un capezzolo o la trasudazione dolorosa. Il vomito può avvertire di un tumore al cervello o di leucemia. Segni che anche la Terra ha il cancro. Le città vomitano rifiuti dalle abitazioni e dalle industrie in corsi d’acqua adiacenti. Le miniere emettono scorie di mercurio, arsenico, cianuro e acido solforico. I pozzi zampillano, le condutture perdono e le petroliere sversano petrolio. I campi agricoli scaricano nel terreno fertilizzanti, pesticidi e sali per limo e avvelenano fiumi ed estuari. I mangimi per bovini aggiungono letame. Più grave di tutto, disboscate, erose, le colline riversano fiumi di fango.

La febbre è un altro sintomo del cancro sia negli uomini che nel pianeta. Ai malati di cancro viene la febbre a causa dell’aumentata suscettibilità alle infezioni causata da un sistema immunitario depresso. La chemioterapia e l’irradiazione possono anche causare la febbre, così come le sostanze che elevano la temperatura rilasciate da un tumore maligno. Il riscaldamento globale è la controparte planetaria. I prodotti di scarto rilasciati dall’industria e dai veicoli a motore, la deforestazione e le altre attività umane febbrili pompano quantità eccessive di anidride carbonica, protossido di azoto, metano, clorofluorocarburi e altri gas serra nell’atmosfera dove intrappolano il calore e aumentano le temperature.

Il deperimento, o cachessia, è ancora un altro segno di cancro avanzato. Un malato di cancro diventa affaticato e debole, perdendo sia l’appetito che il peso mentre il tumore rilascia ormoni tossici e fa richieste metaboliche al corpo. “Molti malati di cancro non muoiono di cancro in sé, ma di malnutrizione progressiva” (Rosenbaum 1988, p.264). La controparte planetaria include la perdita di foreste, pesca, biodiversità, suolo, acque sotterranee e biomassa.

Non è nell’interesse personale di un tumore rubare sostanze nutritive al punto in cui l’ospite muore di fame, poiché uccide anche il tumore stesso. Eppure i tumori continuano a crescere fino a quando la vittima non si consuma. Un tumore maligno di solito non viene rilevato fino a quando il numero di cellule in esso contenuto è raddoppiato almeno 30 volte da una singola cellula. Il numero di umani sulla Terra è già raddoppiato 32 volte, raggiungendo tale soglia nel 1978 quando la popolazione mondiale ha superato i 4,3 miliardi. Da trentasette a quaranta raddoppi, a quel punto un tumore pesa circa un chilogrammo, sono solitamente fatali (Tannock 1992, pp. 157, 175).

Come un fumatore che ingigantisce il dolore dell’astinenza e persiste perché le conseguenze cancerogene della sua cattiva abitudine non si manifesteranano per 20 o 30 anni, i governi generalmente evitano i dolorosi aggiustamenti necessari per prevenire i disastri sociali, economici e ambientali. “I governi con un mandato limitato, nei paesi in via di sviluppo e nei paesi sviluppati, generalmente rispondono a priorità politiche immediate, tendono a rinviare l’esame delle questioni a lungo termine, preferendo invece fornire sussidi, avviare studi o apportare modifiche frammentarie alla politica” (Hillel 1991, pagina 273). Quindi di solito ci vuole una crisi, spesso una catastrofe, prima che venga intrapresa l’azione più ragionevole – e quindi spesso è troppo tardi per evitare danni ecologici irreversibili.

La prognosi per il pianeta è triste come lo è per un paziente con tumore avanzato? O l’Homo sapiens, infinitamente intelligente ma raramente saggio, modificherà i comportamenti geocidi in tempo utile per evitare la rovina globale? Persino i più pessimisti futurologi ammettono che gli umani hanno la capacità di arrestare la condizione di deterioramento di Gaia. Le cellule tumorali non possono pensare, ma gli esseri umani possono. Le cellule tumorali non possono conoscere l’intera estensione del danno che stanno facendo all’organismo di cui fanno parte, mentre gli umani hanno la capacità di consapevolezza planetaria. Le cellule tumorali non possono modificare consapevolmente il loro comportamento per risparmiare la vita del loro ospite e prolungare il proprio, mentre gli umani possono regolarsi, adattarsi, innovare, ritirarsi, invertire la rotta.

Il futuro di Gaia e degli esseri umani con essa dipende dal fatto che lo facciano.

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A. Kent MacDougall (911 Oxford St., Berkeley CA 94707) è professore emerito di giornalismo all’Università della California, a Berkeley. Ha completato la sua carriera giornalistica di 25 anni nel 1987 con una serie di articoli di 24.000 parole per il Los Angeles Times sulla deforestazione in tutto il mondo e attraverso i secoli. La serie ha vinto il John M. Collier Award for Forest History Journalism della Forest History Society.

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Pubblicato nell’autunno 1996 su Wild Earth, organo della Cenozoic Society Humans as Cancer

Homo sapiens: cancro o parassita?

di Daniel Pauly

Centro di pesca, Università della British Columbia, Vancouver, BC, Canada

ABSTRACT: Due idee contrastanti, secondo cui gli umani sono “parte dell’ecosistema” (cioè un elemento costitutivo degli ecosistemi che sfruttano) e che gli umani sono “un cancro sulla Terra”, sono esaminati in la luce dell’attuale spogliazione della biosfera. Si conclude che nessuno dei due può descrivere il nostro ruolo ecologico a lungo termine sulla Terra, che, nel migliore dei casi, dovrà assomigliare a quello di un parassita co-evoluto dei sistemi terrestri.

INTRODUZIONE

Come scienziato della pesca, ci si potrebbe aspettare da me una riflessione sulla distruzione della vita nell’oceano che va di pari passo all’industrializzazione della cattura di pesci. In verità ho già fatto simili riflessioni in numerose pubblicazioni (Pauly et al. 2002, Pauly 2009a, b, 2012). Questo saggio, invece, non è su ciò che i detrattori chiamano “la solita litania”. Piuttosto, è un tentativo di connettere due fondamentali concetti che meritano entrambi più attenzione di quanta ne abbiano finora ricevuta, e precisamente:

(1) la nozione che noi umani siamo “parte dell’ecosistema”, frequentemente affermato da coloro che cercano di conciliare sfruttamento umano e mantenimento degli ecosistemi in cui si verifica lo sfruttamento (Rapport 2000, Pavlikakis & Tsihrintzis 2003) e

(2) la nozione che noi umani siamo “un cancro della terra”, proposto da autori ben meno ottimisti di (Hern 1993, MacDougall 1996).

La prima di queste nozioni, che siamo “parte dell’ecosistema” è trattato come una verità ovvia nella letteratura sulla pesca e sulla conservazione marina (cfr. Charles 1995, Berkes 2004) e viene evocato di riflesso per respingere schemi che propongono l’istituzione di riserve naturali da cui tutte le attività estrattive umane siano escluse (vedi, ad esempio, Jones 2008). Questa idea ricolma di speranza è ovviamente piena di buone intenzioni, così come noi vorremmo riconciliare la natura con il benessere dell’uomo ovunque possibile, così come vorremmo avere la nostra torta e anche mangiarla. Ma questa idea, se presa seriamente, ci impedisce di pensare agli ecosistemi senza l’uomo. Ad esempio, dovremmo essere in grado di almeno concepire un parco naturale in cui non si può estrarre, pescare, cacciare o guidare motoslitte. Concetti utili dovrebbero aiutarci a pensare ai potenziali scenari, non a precluderli aprioristicamente.

Ovviamente, c’è stato un tempo in cui abbiamo veramente fatto parte degli ecosistemi. Quindi, i nostri vari antenati nella savana africana, mentre inseguivano delle antilopi armati solo di bastoni appuntiti, potevano cadere facilmente vittime di altri predatori, come ad esempio di un leone. In effetti, a quei tempi, la demografia umana era in gran parte controllata dalle dinamiche dei nostri predatori, d’accordo ovviamente con la dinamica del loro rifornimento di cibo. In effetti, la nostra popolazione è stata quindi controllata sia dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto, e questo ha comportato l’autoregolarsi della popolazione dei nostri antenati che per un lungo priodo non sono stati in grado di crescere oltre la capacità di sostentamento della Savana africana (Wells 2004, Tattersall 2009, Stringer 2011).

Ad un certo punto però furono acquisiti tramite selezione naturale e / o evoluzione culturale uno o più caratteristiche che ci permisero di sfuggire al predominio dei predatori di grandi dimensioni, probabilmente attraverso un insieme di gioco di squadra e / o di intesa linguistica (Tattersall 2009), che consentì una difesa (e offesa) collettiva. Questo consentì di eliminare i nostri concorrenti carnivori e di accrescere la popolazione umana al punto da superare la capacità di mantenimento dell’ambiente per una specie di cacciatori-raccoglitori (Mellars 2006). Delle due conseguenze emerse da questa situazione, una fu la comparsa delle guerre per le risorse, qualcosa che ci accompagna da allora, anche se forse con minore intensità (Pinker 2011). L’altra fu l’espansione fuori dall’Africa, nel resto del mondo (Wells 2004, Mellars 2006, Stringer 2011).

Questa espansione riguardò ovunque popolazioni di cacciatori-raccoglitori, fatta eccezione per la più recente espansione in Oceania, che ha visto gli agricoltori colonizzare un’isola dopo l’altra (Oppenheimer & Richards 2001).

Sia che fosse effettuata da cacciatori-raccoglitori o da agricoltori che erano anche cacciatori, l’espansione ebbe sempre gli stessi risultati: l’eliminazione di ogni potenziale predatore (perlopiù grandi carnivori), di grandi prede, ad es. moas in Nuova Zelanda (Holdaway & Jacomb 2000), mammut, mastodonti, bradipi giganti e cavalli nel nord America (Alroy 2001). Un altro risultato comune fu il degrado del manto vegetale, dovuto all’assenza di erbivori di grandi dimensioni che brucassero e concimassero i terreni (Zimov 2005), agli incendi (Flannery 2002), e all’erosione indotta dall’agricoltura (Montgomery 2012).

L’invenzione dell’agricoltura ci rese meno dipendenti dalla aleatorietà delle provviste e dai tempi delle migrazioni degli animali da preda e dalla conoscenza delle loro abitudini (Liebenberg 2013). Inoltre, abbiamo modificato le piante che abbiamo trovato nei vari habitat e le abbiamo adattate alle nostre esigenze (Purugganan e Fuller 2009). Anche in questo caso la questione può essere interpretata come nostra maggiore integrazione nell’ecosistema dal momento che le piante da noi allevate erano originariamente selvagge; in realtà significava che stavamo uscendo ancora di più dai cicli della natura, creando sistemi alternativi. Significava alimentarci, e solo noi. L’industrializzazione, con il suo uso di energia fossile per produrre fertilizzanti, e la scoperta dell’origine virale di molte malattie (con i conseguenti sistemi di igiene pubblica, miglioramento dell’igiene personale e successiva invenzione degli antibiotici) furono ulteriori passi che ci condussero fuori dall’ecosistema, in cicli pensati solo per noi. Questi cicli, che alla fine sono stati chiamati ‘The Economy’, operano all’interno della natura, ma non fanno parte di ecosistemi naturali, con i quali, tuttavia, interagiscono in modi molteplici e perniciosi (Davidson et al. 2014), lasciando una frazione incredibilmente piccola della Natura non gravemente devastata dall’impresa umana.

SIAMO UN CANCRO?

Questo progresso umano come indiscutibile intervento nei confronti della Natura che noi distruggiamo con la nostra economia (Ehrlich 2014, sezione tematica) può essere visto come analogo al terrificante progresso dei tumori maligni nel corpo di un ammalato, dove la natura è il “corpo” (Gaia? Grimm 2003) e le singole specie le sue cellule, con più tipi di controlli che possedevano per garantire l’omeostasi. (Le cose cambiano anche nel tempo geologico, ma mai così velocemente come noi stiamo imponendo alla terra, tranne che per gli impatti astronomici, simili al nostro intervento distruttivo, ma di cui non ci occupiamo in questa sede.)

Un “tipo di cellula”, Homo sapiens, si riprogrammò attraverso cambiamenti cruciali, come ad es. l’invenzione del linguaggio (Tattersall 2009) o la caccia collettiva (Liebenberg 2013) o la disponibilità di un maggior numero di armi a punta, per sfuggire a ogni tipo di controllo e proliferare, usando le altre ‘cellule’ come sostrati. La letteratura sull’”uomo – cancro della terra” fornisce analogie molto dettagliate (o sono omologie?) tra la crescita della civiltà e dell’economia globale e la crescita dei tumori maligni. In effetti, la stretta corrispondenza tra questi due fenomeni è terrificante, come lo è il rendersene conto da un finestrino di un aereo che sorvoli qualsiasi paesaggio e osservando come le opere dell’uomo continuino a crescere – fino a quando?

La maggior parte delle cellule tumorali sono stupide in quanto, dopo aver perso i geni che ne limitano la moltiplicazione e le costringono a funzionare come parte di tessuti ordinati, uccidono l’organismo che le ospita. Uno delle poche eccezioni sono i tumori trasmissibili come quello che sta attualmente decimando i Diavoli della Tasmania (Murchison et al. 2010). I parassiti sono evolutivamente più intelligenti. All’inizio possono essere assai contagiosi, ma di solito poi se ne seleziona uno che può coesistere con l’organismo ospitante e può di fatto trasformarsi in un simbionte (Haldane 1949), tale come i batteri benigni che ci proteggono dai batteri potenzialmente dannosi (vedi Hanski 2014, Sezione tematica).

LA NOSTRA ECONOMIA

Le cellule tumorali, contrariamente ai parassiti, diventano sempre più virulente con il progredire della malattia. La nostra economia è diventata ancor più virulenta. Per secoli è stata alimentata da rendimenti “normali” sul capitale, da circa il 5% (Piketty 2014) al 10% all’anno (Morowitz 1992). L’economia guidata dal normale profitto consisteva in processi “reali”, ad es. produzione di beni o trasporto dai siti di produzione ai mercati. Però, un segmento crescente di questa economia è diventato formalmente non distinguibile da un insieme di “schemi Ponzi” interagenti (Basu 2014), caratterizzato da enormi tassi di sconto (Sumaila & Walters 2005) e profitti a breve termine, situazione che contrasta l’idea stessa di sostenibilità. Questa ‘Ponzification’, nota anche come ‘Wall-Street-ization’ dell’economia, implica che un’azienda in grado di generare un profitto dal 5 al 10% a lungo termine sarà probabilmente divorata da un’istituzione finanziaria alla ricerca di superprofitti a più breve termine del 20% o più all’anno. Processi naturali generatori di ricchezza, come la (ri) crescita delle foreste o la crescita delle popolazioni selvagge o addomesticate di animali non sono all’altezza di queste aspettative (Clark 1973), che possono essere soddisfatte quindi (e solo per un po’) liquidando attività, o attraverso “schemi Ponzi” come quello perpetrato da B. Madoff (Anon. 2014); da qui l’abbattimento di foreste in tutto il mondo (Ramankutty et al., 2006), la decimazione delle popolazioni ittiche (Pauly 2009a) e il fallimento (con successiva vendita separata) di imprese private e pubbliche precedentemente redditizie e non più in grado di generare i super-profitti ricercati dalle banche d’affari e dai gestori di hedge fund. Inutile dire che questo lascia poche risorse pubbliche per affrontare i problemi strutturali, sia all’interno dei Paesi (salute, istruzione, infrastrutture, ecc.) e tra i Paesi (problemi dello sviluppo, del riscaldamento globale). Le guerre potranno quindi continuare ad affliggerci, comprese quelle in cui verranno utilizzate le armi nucleari (Toon et al., 2007), e una di queste potrebbe essere terminale.

CONCLUSIONE

La domanda è, quindi, se potremo trasformare noi umani in benigni parassiti sulla superficie della Terra, in modo che i vari ecosistemi evoluti mantengano la loro capacità di funzionare, o piuttosto, se continueremo a far parte dell’ecosistema Terra così come il tumore maligno fa parte, non per molto tempo, del corpo dell’ammalato: si accettano scommesse.

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Articolo del 2014 pubblicato online il 27 ottobre 2017 da Ethics in Science and Environmental Politics Homo sapiens – cancer or parassite

La Terra? Muore di cancro

di Rutilio Sermonti

La Terra è ammalata di cancro, e in una fase tragicamente avanzata della tremenda malattia di cui non si conoscono le cause nè i rimedi. E la forma di carcinoma che l’affligge ha addirittura un nome latino: si chiama Homo sapiens.

Non è questa una figura retorica, bensì una precisa diagnosi, fondata su una sindrome che non lascia spazio ad equivoci. I carcinomi, o tumori maligni, possono infatti assumere svariate forme e collocazioni, ma sono tutti caratterizzati dal fatto che un gruppo di cellule di un organismo vivente prende ad assumere uno sviluppo abnorme e teratologico, al di fuori della collaborazione e dell’armonia esistente tra tutte le altre, sino a provocare la necrosi di esse e la morte dell’organismo, comprese le cellule neoplastiche “colpevoli”.

Ora, se guardiamo a tutta la Terra e alla vita che la popola come a un tutto organico in perfetto equilibrio, e alle singole specie come componenti di quell’equilibrio, non può non colpirci con assoluta evidenza come la nostra specie abbia felicemente e orgogliosamente assunto in esso il ruolo di fenomeno canceroso.

È l’unica specie che sia riuscita a inventarsi una pletora di false esigenze, tale da costringerla ad esercitare sulle altre specie e sullo stesso mondo inanimato una predazione smodatamente superiore alle risorse del medesimo.

È l’unica specie i cui modi di vita provocano gran copia di rifiuti inutilizzabili, o addirittura tossici e mortiferi, che rendono invivibile il pianeta per loro e per le altre specie.

È l’unica specie convinta di avere tutti i “diritti” a carico delle altre, senza nulla dover dare in cambio.

È l’unica specie il cui scopo e vanto consista non nell’affrontare le difficoltà e i pericoli che fanno parte della “lotta per la vita” di ciascuna, bensì mentendo e ingannandosi a vicenda sui medesimi, al punto da darsi una gerarchia fondata sui mentitori più abili.

È l’unica specie il cui sforzo non sia quello di impiegare al meglio le qualità e attitudini naturali di dotazione, bensì di vivere disprezzandole e sostituendole con espedienti più “comodi” e meno “faticosi”, con l’inevitabile effetto di atrofizzarle.

È, di conseguenza, l’unica specie composta per la quasi totalità di malati.

Come “sapiens”, non c’è male, ci sembra!

Se poi, dalle modalità dell’azione umana passiamo ai suoi effetti sulla totalità dell’armonico ordine ecologico, l’analogia con il suo valore cancerogeno ci colpisce in modo ancor più clamoroso. Entrare nei dettagli sarebbe troppo lungo, e peraltro inutile, dato che, dal lontano “Silent spring” della Carson, non è mancato un crescendo di denunzie dell’autentica strage che l’umanità civilizzata ha perpetrato intorno a sè.

Gli sventurati che vengono colpiti individualmente dal cancro, in misura sempre crescente, conoscono bene il significato tremendo della parola metastasi. Dopo qualche tempo dalla comparsa del focolaio iniziale, qualche frammento, anche microscopico, del tessuto infestato, si distacca da esso e, seguendo i vasi sanguigni o linfatici che lo toccano, migra verso altre zone dell’organismo, e si fissa in genere a proliferare a sua volta con la consueta rapidità in altro punto delicato per la sopravvivenza. E’ la compiuta invasione del male, è la sconfitta della vita, è l’affanno dei palliativi per ritardare la fine. Unico rimedio efficace è la precoce diagnosi di tumore iniziale e il pronto intervento chirurgico per asportare tutto il focolaio prima che i paventati distacchi abbiano luogo.

Ma non intendiamo qui occuparci delle forme individuali, se non come similitudini o paradigmi dell’orrenda realtà del cancro della Terra, determinato dall’Uomo. Dobbiamo quindi chiederci se il fenomeno delle metastasi sia riscontrabile anche sul piano terracqueo. Ebbene: non solo è riscontrabile, ma appare oltremodo più grave. Non solo gli agenti cancerogeni della biosfera hanno le loro reti di distribuzione dai luoghi d’origine, nei corsi d’acqua, sul terreno e persino nell’aria e nei venti (fumi, gas. aerosol, particelle radioattive, ecc), ma ad essi si aggiunge un altro, che è il più impalpabile ma anche il più negativamente efficace. Si tratta della trasmissione mentale. L’Uomo-cancro ha saputo mettere al servizio della causa dell’annientamento della Terra che lo ospita anche quella che si dice sua unica prerogativa: la mente. Manipolando massivamente le menti più deboli e impreparate, le forze operanti del cancro sono riuscite a far cessare quasi del tutto quella naturale resistenza detta istinto di conservazione, e a generare addirittura favore ed entusiasmo (progressismo) a favore della diffusione dell’orrenda malattia. Si è giunti così ben presto, non più di cent’anni, a superare il momento in cui si potesse pensare al radicale intervento chirurgico che anticipasse le metastasi. E siamo qui, a contarci le ore.

Consultando la storia, per renderci almeno ragione della caduta che ha fatto dell’umanità la nemica della Terra, non ci sembra punto utilizzabile il mito biblico-sumero del peccato originale e dell’espulsione dall’Eden. Rispetto alla durata dell’esistenza dell’Uomo al mondo, il tradimento risulta infatti chiaramente non essere stato “all’origine”, bensì molto recente. Ed esistono tuttora piccoli popoli (cosiddetti selvaggi) che non vi hanno avuto alcuna parte nè colpa. L’epoca può essere indicata con buona approssimazione come il XVIII secolo dell’era volgare, contemporanea cioè all’avvento dell’illuminismo e all’invenzione delle “ideologie”. Prima, invero, può essersi commesso qualche errore (il peggiore, anch’esso paleontologicamente recente, l’adozione del denaro), ma nulla di paragonabile all’impegno frenetico, continuo, spasmodico a sovvertire le eterne leggi della vita, adibito senza scrupoli e con puerile cocciutaggine, al canto di inni trionfali, nel breve attimo di tre secoli circa. Si giunge anche a correggere l’affermazione apodittica da noi fatta all’inizio, che attribuisce il tradimento alla “Umanità”. L’iniziativa fu invero della Razza Bianca, abitante l’Europa e successivamente insediatasi oltre Atlantico. Il coinvolgimento delle altre razze fu successivo, ed ebbe già il carattere che abbiamo definito metastatico. Nè si deve porre il piede nella tagliola della grande frode nota come democrazia. Essa è nè più nè meno che l’escogitazione di astuti criminali per poter compiere impunemente le peggiori infamie, attribuendone la paternità al popolo. Rettifichiamo quindi anche l’accusa che abbiamo levato contro i popoli bianchi. Gli “untori” del cancro che uccide il nostro pianeta, non furono i popoli, ma i loro padroni, palesi ed occulti: gli specialisti dell’inganno. Anzi, più che gli untori, furono loro stessi il cancro che condanna a morte tutto ciò che ancora sopravvive. I popoli come tali, altre colpe non ebbero che la loro stoltezza e la loro viltà, che li rese e tuttora li rende succubi dei propri assassini. Non si finisce mai di riflettere: non è vero neppure che un estremo tentativo di tempestivo intervento chirurgico non vi sia stato, anche per il geo-cancro. Un tentativo eroico che diede un fremito di speranza dall’Italia alla Germania, dalla Spagna all’Argentina, dalla Romania al mondo Arabo, dalla Finlandia al Giappone, e persino ai figli migliori dei popoli asserviti nelle gerarchie ufficiali alla turpe congiura. Anch’essi erano uomini, erano popoli, erano capi, assai migliori e più degni dei loro cinici avversari, ma anche in mezzo a loro, inavvertite, le metastasi erano già operanti, e di lì a poco scoppiarono come fuochi pirotecnici, ed ereditarono la Terra.

Nessuna delle rettifiche che, per scrupolo, abbiamo voluto esporre, vale però in alcun modo a confutare la convinzione che è alla base del presente scritto: il Mondo ha il cancro, e ne sta morendo.

C’è ancora una possibilità di salvezza? Probabilmente no: comunque non siamo in grado di dirlo, nè di suggerire una strategia. Unica ipotesi che escludiamo in modo assoluto è quella di arrendersi, o di suggerire la resa ai più giovani che hanno fede in noi.

Sarebbe tradirli, e tradire noi stessi, e nessuna forma di tradimento fa parte del nostro repertorio.

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Dal Blog Ipharra, anno 2012

Homo Carcinomicus: uno sguardo all’oncologia planetaria

di Frank Forencich (The Trumpeter, Journal of Ecosophy, Vol 9, No 4 (1992)

Quando pensiamo al cancro, normalmente pensiamo alle malattie del corpo umano: cancro dei polmoni, del seno, del fegato e della prostata. Pensiamo a virus, DNA, amianto, sigarette e beta carotene. Pensiamo alla chirurgia, alle radiazioni e alla chemioterapia.

Ma l’immagine può essere più grande e il cancro può essere molto più grande di quanto pensiamo. Un cambiamento di paradigma è in corso: invece di guardare la neoplasia come una malattia del corpo umano, molti di noi stanno iniziando a vederlo come una disfunzione che può colpire qualsiasi organismo vivente o ecosistema, persino la Terra stessa.

Nel 1979 James Lovelock introdusse l’ipotesi di Gaia, che sostiene che il pianeta sia un organismo autoregolante o vivente. Ma se la Terra è un corpo vivente, quale ruolo fisiologico giocano gli umani? Che tipo di cellule siamo? Dato lo stato del pianeta e la proliferazione umana esponenziale, la risposta è inevitabile: il cancro.

Numerosi osservatori hanno sottolineato la natura cancerosa degli esseri umani. In Science il 13 maggio 1955, Alan Gregg suggerì “che ci sono alcune interessanti analogie tra la crescita della popolazione umana nel mondo e l’aumento di cellule osservabili nelle neoplasie.” Nel 1990 il Dr. Warren Hem diagnosticò il problema nel suo storico articolo “Perché siamo così tanti?” Tuttavia, “gli umani come il cancro” non è ancora diventato un argomento di discussione diffuso. Nonostante la popolare accettazione dell’ipotesi di Gaia e l’aumento della coscienza ambientale, la metafora degli “umani come il cancro” è ampiamente evitata.

FISIOLOGIA

In effetti, i paralleli tra crescita neoplastica e popolazione umana sono sorprendenti.

  • Entrambi sono disturbi proliferativi caratterizzati da crescita incontrollata.
  • Entrambi tendono a diffondersi in tutto il “corpo” dell’organismo.
  • Entrambi esercitano pressione sul “tessuto” adiacente.
  • Entrambi continuano a crescere anche in condizioni estremamente affollate.
  • Entrambi producono sostanze chimiche che hanno effetti negativi sulle regioni remote dell’organismo.
  • Entrambi generano nuovi mezzi di trasporto per sostenere la loro crescita.
  • Entrambi non riescono a “differenziare” nella forma e nella funzione.

Il cancro è fondamentalmente un disturbo proliferativo, un fallimento nel rispondere ai normali controlli di crescita. Questo è anche il problema dell’umanità. Diecimila anni fa probabilmente non c’erano più di cinque milioni di persone sul pianeta. Oggi ci sono quasi sei miliardi. L’aumento della popolazione negli ultimi 40 anni ha eguagliato l’aumento totale dagli albori della specie umana fino al 1950. La popolazione mondiale ora cresce di 10.000 persone all’ora.

Il problema del cancro non consiste solo nella funzione riproduttiva delle singole cellule, ma anche nella loro straordinaria longevità. Le celle normali hanno una durata programmata preimpostata. Si sviluppano, servono al loro scopo e poi muoiono. Le cellule tumorali, invece, non muoiono nei tempi previsti e non hanno limiti al numero di volte che possono dividersi. Sono, in un certo senso, immortali. Poiché non muoiono, le popolazioni di cellule tumorali continuano ad aumentare a meno che non siano controllate da qualche altra forza. Allo stesso modo, l’aumento della popolazione umana è accompagnato da un tragico allungamento dell’aspettativa di vita umana. Stiamo cercando di aumentarlo a livelli sempre più alti, aspirando, sembra, a raggiungere la longevità della cellula neoplastica.

In un corpo sano, le cellule normali adattano la loro crescita in relazione alle cellule vicine. Quando la densità di popolazione raggiunge un certo limite, un meccanismo di feedback noto come “inibizione del contatto” causa la cessazione della divisione cellulare. Quando si comprime una cellula normale, smette di riprodursi. Le cellule tumorali, d’altra parte, continuano a proliferare nonostante l’affollamento e crescono a densità molto più grandi. Le “cellule” umane presentano la stessa caratteristica. La densità della popolazione ha avuto scarso effetto sui tassi di riproduzione; gli esperti stimano che entro il 2000 ci saranno 20 città con oltre 10 milioni di persone ciascuna. L’umanità moderna sembra aver perso il suo senso di inibizione del contatto, come il cancro.

Il cancro è noto per la sua tendenza a diffondersi oltre il punto di origine in altre regioni del corpo. Il processo inizia quando le cellule tumorali si staccano dalla massa originale, viaggiano attraverso il flusso sanguigno o il sistema linfatico, si attaccano a nuovi siti e iniziano a crescere. In breve, “colonizzano” il nuovo tessuto. La metastasi umana funziona in modo simile. Da quando gli ominidi hanno preso forma in Africa centrale circa 2 o 4 milioni di anni fa, ci siamo diffusi in tutti i continenti del pianeta. Ora abitiamo i deserti del mondo, le foreste pluviali, le praterie e le alte montagne. Abbiamo invaso e colpito praticamente tutto il tessuto planetario e stiamo persino facendo piani per estendere la nostra crescita nel sistema solare e nella galassia locale.

La somiglianza tra uomo e cancro si estende anche ai dettagli del processo metastatico. Nel corpo, le cellule tumorali si infiltrano nel tessuto circostante attraverso un processo chiamato angiogenesi. Un tumore neoplastico secerne enzimi che distruggono le membrane cellulari vicine, permettendo ai capiIIari di penetrare e fornire nutrimento. A questo punto, il tumore diventa vascolarizzato e inizia a crescere estremamente rapidamente. Sulla scala macro, gli esseri umani perseguono una strategia simile. I capillari sono le autostrade, ferrovie e canali che portano cibo e materie prime alle città e ai quartieri. Quando gli esseri umani colonizzano una nuova regione o distretto, una delle prime priorità è quella di liberare la terra e costruire questi mezzi di trasporto per facilitare il commercio con il “corpo” del mondo esterno. Una volta che le strade sono state costruite, la comunità è “vascolarizzata” e inizia a crescere rapidamente.

Il cancro e la popolazione umana sono simili anche nel loro metabolismo, nel consumo di risorse e nella produzione di rifiuti. Nei primi anni ’30 Otto Warburg scoprì che le cellule cancerose usano più glucosio e secernono quantità maggiori di acido lattico rispetto ai tessuti normali. Questo è analogo alle popolazioni umane che consumano alti livelli di risorse naturali generando enormi quantità di materiali di scarto.

Un’altra curiosa somiglianza sta nel processo di differenziazione. Quando il tessuto normale cresce, segue una via di sviluppo, una sequenza programmata geneticamente di cambiamenti nella struttura che portano a cellule specializzate o tipo di tessuto come tessuto osseo, epatico, connettivo o neurale. Quando le cellule maturano iniziano a svolgere le normali funzioni di quel tessuto. Significativamente, smettono anche di riprodursi. Le cellule tumorali, tuttavia, sono difettose nella differenziazione. Rimangono bloccate nel percorso di sviluppo e non riescono a sviluppare le forme uniche e le caratteristiche funzionali delle cellule normali. In questo senso, il cancro è un problema di sviluppo.

Vediamo un processo simile al lavoro sulla scala macro. Come le cellule, anche gli esseri umani si differenziano. Come individui, sviluppiamo ruoli sociali specializzati: una persona diventa agricoltore, un’altra diventa programmatore di computer, un’altra poeta. Ognuno di noi segue un percorso evolutivo ed educativo, che porta a forme e funzioni professionali uniche. La mancata realizzazione di un ruolo sociale funzionante può essere descritta come una mancata differenziazione. Quando la qualità educativa e le opportunità economiche si deteriorano, anche noi viviamo un problema di sviluppo. Anche gli esseri umani si differenziano culturalmente. Una tribù o gruppo etnico sviluppa i propri rituali, le pratiche e la visione del mondo; è una forma specializzata che fornisce un contributo unico al panorama culturale umano. Una varietà di forme culturali differenziate consente all’organismo sociale di adattarsi alle mutevoli condizioni. La perdita di diversità culturale, come la perdita di biodiversità, minaccia la sopravvivenza dell’organismo più grande.

PROGNOSI

Quando intraprendiamo un esame completo della biosfera, troviamo impossibile sfuggire alla conclusione che il paziente planetario è gravemente ammalato, forse morente. I sintomi sono il grave impoverimento dell’ozono, il riscaldamento globale, la deforestazione, la perdita di biodiversità, l’erosione del suolo superficiale, tutto risultato di una popolazione umana scatenata e eccessivamente consumista. I nostri principali “organi” sociali stanno perdendo la loro efficacia a causa dell’eccessivo affollamento; i sistemi governativi, giudiziari, sanitari e di trasporto sono tutti saturi e quasi in stallo. Il paziente chiaramente soffre.

Se un oncologo dovesse fare una diagnosi sul paziente Terra, probabilmente lo dichiarerebbe in condizione di stato IV: “Il tumore non è più incapsulato: le metastasi sono diffuse in tutto il corpo, poche possibilità di guarigione, sebbene ci siano alcune eccezioni degne di nota”. Poiché la crescita è altamente metastatizzata, probabilmente è maligna, stiamo vivendo una “emergenza oncologica”. Dobbiamo agire ora.

TERAPIA

Quando si tratta di un corpo umano affetto da cancro, l’oncologo ha in genere tre opzioni di trattamento disponibili: “tagliare, bruciare o avvelenare” (trattamento chirurgico, radioterapico o chemioterapico). Incredibilmente, questo è esattamente ciò che stiamo facendo alla biosfera: stiamo tagliando, bruciando e avvelenando i principali “organi” planetari. Ovviamente, stiamo attaccando il bersaglio sbagliato; ci stiamo comportando come se la stessa Gaia fosse la malattia. Questo è come una disfunzione del sistema immunitario in cui il corpo attacca il suo stesso tessuto.

Certo dobbiamo puntare a limitare la crescita dell’umanità, ma per l’oncologo planetario tagliare, bruciare o avvelenare la neoplasia umana non è un’opzione praticabile. Il genocidio sarebbe, nel migliore dei casi, una soluzione a breve termine che non risolverebbe il problema della proliferazione. Anche se si potesse in qualche modo far sparire 2 miliardi di esseri umani dalla biosfera, la crescita aumenterebbe per riempire il vuoto; dopo 50 anni, il paziente avrebbe una ricaduta. Inoltre, l’innalzamento brusco del tasso di mortalità avrebbe tutta una serie di effetti collaterali e ripercussioni che metterebbero in pericolo il paziente con la stessa sicurezza dell’attuale crisi.

Invece, abbiamo bisogno di un trattamento che sia sistemico e riabilitativo. Il problema della popolazione è più di un semplice numero. I tassi di crescita esplosivi dipendono da numerosi fattori sociali, culturali e biologici: povertà, mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e negazione dei diritti delle donne per citarne alcuni. Ridurre semplicemente i tassi di natalità non sarebbe sufficiente; il “trattamento” deve agire su più livelli. Proprio come un buon oncologo applica una varietà di trattamenti tra loro coordinati, anche noi dobbiamo applicare diversi trattamenti contemporaneamente. Oltre all’ovvia necessità di mettere in atto vigorosi programmi di controllo delle nascite, dobbiamo:

  • rivedere completamente la nostra filosofia economica e culturale allontanandoci dall’obiettivo della crescita e andando verso quello della sostenibilità;
  • ridurre il consumo di risorse;
  • ridistribuire la ricchezza tra Nord e Sud;
  • migliorare i diritti delle donne;
  • dedicare maggiore attenzione alla salute e al benessere dei bambini;
  • promuovere la “terapia di differenziazione”, maggiori opportunità educative ed economiche per individui e culture;
  • proteggere il “tessuto” sano, in particolare le aree selvagge;
  • rallentare la metastasi quando possibile con controlli di crescita a tutti i livelli;
  • moderare i nostri sforzi per il controllo della morte: rendere la pratica medica più affermativa della vita e meno sfidante della morte;
  • iniziare a comportarsi più come partecipanti fisiologici al funzionamento dell’organismo e meno come agenti patogeni invasori.

Il trattamento per questa emergenza oncologica deve iniziare con l’educazione e la consapevolezza. Gli oncologi concordano che lo strumento più prezioso nella lotta contro il cancro è l’istruzione pubblica; più persone conoscono i fattori di rischio e prevenzione, più facile è il trattamento. Ciò che è vero per il livello micro è anche vero per il livello macro; di tutti i trattamenti che potremmo usare contro il cancro globale, di gran lunga il più promettente è l’educazione e la coscienza ecologica. La cura per il cancro è la consapevolezza della nostra relazione con il nostro “organismo ospitante”.

La differenza fondamentale tra una cellula cancerosa e l’essere umano è la capacità di “consapevolezza dell’ospite”. La cellula cancerosa maligna conosce solo il suo ambiente cellulare locale; gli impulsi chimici e neurali che si ottengono sulla membrana cellulare. Una cellula del cancro del polmone, per esempio, non può viaggiare al di fuori del suo organismo ospitante e scoprire la totalità della sua situazione; può solo “pensare localmente”.

Un essere umano, al contrario, ha la capacità di diventare pienamente consapevole dell’organismo globale che lo ospita. Attraverso il viaggio, lo studio e la comunicazione, una persona può scoprire l’organismo più grande di cui fa parte. Può vedere gli effetti del suo comportamento e le implicazioni per la sua stessa sopravvivenza. Più importante, quella persona può cambiare il suo comportamento per essere coerente con la salute dell’organismo ospitante.

La consapevolezza dell’entità che ci ospita è vitale per il processo terapeutico. Più il nostro stato mentale è ristretto, locale o egoico, più neoplastico sarà il nostro comportamento. Più la nostra coscienza è espansa, globale ed ecologica, più sana sarà la nostra relazione con il corpo planetario. La morte per cancro non è inevitabile se prestiamo attenzione al benessere del grande organismo che ci ospita. A differenza di una cellula cancerosa, possiamo esercitare scelte personali e politiche. Possiamo capire come funziona la biosfera. Possiamo agire per salvare Gaia e quindi noi stessi.

Il più grande ostacolo a un trattamento efficace è la negazione. Nessuno vuole parlare del cancro planetario; l’argomento è strettamente tabù in quasi tutti i campi del discorso. Ma il trattamento richiede che superiamo gli ostacoli sociali e psicologici alla crescita del cancro e della popolazione umana: paura, procrastinazione nella ricerca di cure, riluttanza all’autostima e negazione dell’esistenza effettiva della condizione. L’oncologo planetario deve agire per portare la questione nel forum pubblico. Dobbiamo portare la questione della popolazione umana sotto i riflettori e tenerla lì.

Come in tutti i casi di cancro, il tempo è prezioso. Se procrastiniamo nel trattare la nostra condizione, saremo costretti ad affrontare due alternative estremamente spiacevoli. Da un lato, dovremo sopportare il livello estremamente alto di “danno collaterale” che deriva dal trattamento aggressivo. Più a lungo riusciamo a controllare la nostra crescita e a ridurre i nostri consumi, più radicale sarà il trattamento. Misure drastiche come i limiti imposti dal governo sulle dimensioni della famiglia, il controllo forzato delle nascite e il razionamento severo causeranno danni collaterali sotto forma di repressione, legge marziale, tirannia e conflitto sociale diffuso.

Se, d’altra parte, non riusciamo ad agire, le conseguenze saranno davvero spiacevoli. La capacità di carico della biosfera è finita; abbiamo raggiunto il limite massimo degli esseri umani che possono vivere sul corpo planetario. Se non cambiamo il nostro comportamento, Gaia risolverà il problema per noi. I nostri tassi di mortalità aumenteranno in modo esponenziale a causa di carestie, malattie e violenze scatenate dalla densità. La popolazione umana calerà, in un modo o nell’altro.

L’estensione e la gravità del cancro globale richiede un trattamento immediato e decisivo; trattamenti palliativi o pannicelli caldi non saranno efficaci. Sfortunatamente, la maggior parte dell’attuale azione ambientale è rivolta ai sintomi, non alle cause sottostanti. L’azione contro l’inquinamento atmosferico, la deforestazione e il riciclaggio è certamente necessaria, ma principalmente serve ad alleviare la sofferenza a breve termine del paziente, non a curare. Senza un vigoroso controllo delle nascite e della crescita, i nostri sforzi ambientali saranno poco più che “cure per gli hospice planetari” – aiuto e conforto ai morenti.

Accettare la definizione di “umani come cancro” può essere terrificante e deprimente. Nessuno vuole pensare a se stesso come a una cellula maligna. Nessuno vuole pensare alla sua comunità come a un tumore. Le implicazioni sono terrificanti; lo spettro del cancro planetario richiede di rivalutare le nostre credenze di base su argomenti come la maternità, la famiglia, la crescita, la salute, il controllo delle nascite, la responsabilità sociale e il comportamento criminale. Questo processo curativo sarà osteggiato da molte persone, culture e organizzazioni.

Tuttavia la ricompensa di questa indagine potrebbe essere enorme. “Gli umani come un cancro” ci descrive come un agente patogeno. ma ci mette anche in una relazione intima con il mondo naturale, il nostro organismo ospitante. In questa prospettiva, non siamo separati; noi siamo della Terra. Potremmo essere difettosi nel controllo della crescita, ma siamo comunque cellule in un organismo più grande. Anche come tessuto neoplastico, l’umanità appartiene alla Terra.

Quando ci poniamo la domanda “siamo un cancro?” ci poniamo in un nuovo universo di relazioni e possibilità: accettando semplicemente la possibilità di “esseri umani come cancro”, ci dichiariamo disponibili a rivedere le nostre ipotesi più vicine su chi siamo, qual è il nostro ruolo e cosa costituisce un comportamento intelligente e morale Questa accettazione può essere esattamente la prescrizione che siamo andati ricercando.

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Frank Forencich (8467 Sands Rd., Bainbridge Island, WA 98110) è uno scrittore free-lance e insegnante di arti marziali a Bainbridge Island, Washington. Il suo background include la biologia umana (Stanford, 1979), l’arrampicata su roccia e i viaggi nella natura selvaggia.

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Pubblicato nell’autunno 1992 su The Trumpeter – Journal of Ecosophy e nell’inverno 1992 – 1993 su Wild Earth organo della Cenozoic Society Homo carcinomicus – A Look at Planetary Oncology

 

Un aspetto medico del problema della popolazione

di Alan Gregg, Big Sur, California Il seguente articolo di Alan Gregg si basa sul testo della relazione fornita dall’autore nel convegno su “I problemi della popolazione” tenutosi a Berkeley, in California, il 28 dicembre 1954, che comprendeva la seconda parte del simposio generale su Scienza e Società. Le altre due parti del simposio generale … Continua a leggere Un aspetto medico del problema della popolazione

di Alan Gregg, Big Sur, California

Il seguente articolo di Alan Gregg si basa sul testo della relazione fornita dall’autore nel convegno su “I problemi della popolazione” tenutosi a Berkeley, in California, il 28 dicembre 1954, che comprendeva la seconda parte del simposio generale su Scienza e Società. Le altre due parti del simposio generale erano dedicate a “Risorse naturali: potere, metalli, cibo” e “Scienza nel pensiero e nell’azione umana”. Si trattava del 123° meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS).

Condensare gli aspetti medici di quello che è chiamato il problema della popolazione in un breve documento è una vera sfida. Persino i relativamente pochi fattori di cui sappiamo qualcosa sono troppo numerosi e troppo interconnessi tra loro e con elementi esogeni per potersi prestare ad una esposizione sommaria. Per questo motivo propongo di offrire solo un’idea riguardo al problema della popolazione. Non merita di essere definito un aspetto medico: è piuttosto la visione di chi ha avuto una formazione medica, una sola idea attorno alla quale si presentano riflessioni subordinate di tipo piuttosto generale.

Nell’esporre questa idea ricordo l’usanza spartana di esporre i bambini al rigore del tempo, nella convinzione che una tale pratica eliminasse i più deboli. Esporre una giovane idea ai rigori di un’atmosfera scientifica prima di aver dotato la povera piccola del supporto di prove sperimentali o del potere di un valore predittivo dimostrato può sembrare un trattamento simile a quello spartano. Ma se l’idea muore a causa dell’esposizione, la sua dipartita sarà almeno più dignitosa di ogni altra e sempre sotto gli auspici dell’American Association for the Advancement of Science. Potrei invitare o inventare. Dovrei quindi assistere alla sua morte con una parvenza molto chiara della forza dei genitori spartani.

Il modo in cui i medici stimano, mediante una procedura di campionamento, il numero di globuli bianchi nel sangue di un paziente è generalmente noto. In sostanza, si tratta di diluire una quantità accuratamente misurata di acqua, contando il numero di cellule presenti in un dato volume cubico del sangue così diluito, e quindi calcolando il numero di cellule per millimetro cubo di sangue. Un metodo simile è applicato al conteggio dei globuli rossi del sangue. Sebbene il conteggio delle cellule differisca in qualche misura tra gli individui e in ogni individuo a seconda delle sue condizioni di attività, qualsiasi variazione dell’ordine del 400 percento o più giustificherebbe solitamente il sospetto di essere patologica. Se, ad esempio, il conteggio dei globuli bianchi di un paziente aumentasse in un mese da 5.000 a 23.000, un medico penserebbe alla possibilità di trovarsi dinanzi a uno stadio iniziale di leucemia, a una crescita incontrollata del numero di globuli bianchi.

Ora nuove crescite maligne di qualsiasi tipo (popolarmente chiamate cancro) implicano un aumento del numero di un certo tipo di cellula e, quindi, un corrispondente aumento delle dimensioni dell’organo o del tessuto coinvolto. Tuttavia, non tutti gli aumenti delle dimensioni degli organi sono il risultato di nuove crescite maligne: il cuore diviene ipertrofico – cioè più grande – a causa di valvole che perdono e diminuisce la sua efficienza come pompa; l’utero cresce in volume notevolmente durante la gravidanza; anche gli organi e i tessuti del bambino in crescita presentano evidenti aumenti nel numero delle cellule. Ma in questi aumenti sembra esserci un limite superato il quale un’ulteriore crescita cellulare si arresta o è in qualche modo inibita. In effetti, si ha l’impressione misteriosa che ci sia un processo implicito che assomiglia all’autocontrollo o all’autolimitazione. Non si può, naturalmente, attribuire alle cellule una capacità di autocontrollo, anche se non possiamo dare una risposta migliore dell’ignoranza alla domanda sul perché gli organi mostrano una relativa uniformità di dimensioni e forma nello stato normale. Ma il fatto è che, in tutti i casi tranne uno, organi e tessuti nella loro crescita sembrano “sapere” quando fermarsi.

L’eccezione, naturalmente, è l’intera categoria di nuove crescite, o neoplasie (chiamate popolarmente cancro), di cui esistono due tipi principali: il benigno e il maligno. I fibromi dell’utero forniscono un buon esempio di tumori benigni; il cancro dello stomaco, del maligno. Ritornerò su alcune delle più importanti caratteristiche delle nuove crescite, ma ora vorrei, a questo punto, introdurre un’altra serie di considerazioni più apparentemente correlate al problema della popolazione.

Se consideriamo le diverse forme di vita vegetale e animale del mondo quali esseri strettamente correlati e dipendenti l’un l’altro da assomigliare a diversi tipi di cellule in un unico organismo, allora, a mo’ di un’ipotesi, possiamo considerare il mondo vivente come un organismo. Non vorrei semplicemente ammettere che questa è un’ipotesi – insisterò che è solo un’ipotesi. Forse con maggiore cautela si potrebbe dire che una tale ipotesi non è altro che un’impalcatura. Perché un’impalcatura può servire, ma non entra, nella struttura finale del prodotto finito.

Proviamo ad osservare, quindi, le diverse forme di vita di questo pianeta come un medico osserverebbe l’insieme o la comunità di organi e tessuti interdipendenti che costituiscono il corpo del suo paziente. Cosa penseremmo se diventasse evidente che in un brevissimo periodo della storia del mondo un certo tipo di forma di vita si è accresciuto notevolmente e ovviamente a spese degli altri tipi di vita? In breve, suggerisco, come modo di considerare il problema della popolazione, che ci sono alcune interessanti analogie tra la crescita della popolazione umana nel mondo e l’aumento delle cellule osservabili nelle neoplasie. Dire che il mondo ha il cancro e che la cellula cancerosa è l’uomo non ha né prove sperimentali né la convalida dell’accuratezza predittiva; ma non vedo alcuna ragione che impedisca di scartare a priori una tale ipotesi. Se un tale concetto ha un qualche valore all’inizio, dovremmo naturalmente spingerci ad andare oltre, confrontando le altre caratteristiche di nuove crescite con i fenomeni osservabili relativi allo straordinario aumento ora rilevato nella popolazione mondiale. Si stima che i 500 milioni nel 1500 siano aumentati, in 450 anni, fino all’attuale popolazione stimata di 2 miliardi. E la fine non è in vista, specialmente nell’emisfero occidentale.

Quali sono alcune caratteristiche delle nuove crescite? Una delle più semplici è che esse esercitano generalmente una pressione sulle strutture adiacenti e, quindi, le spostano. Nuove crescite all’interno di cavità chiuse, come il cranio, esercitano una pressione che uccide, perché qualsiasi spostamento considerevole è impossibile. La pressione si sviluppa, di solito distruggendo prima la funzione e poi la sostanza delle cellule normali così pressate. Per un confronto con una cavità chiusa, si pensi a un’isola dove trovi riparo una sola forma di vita animale che viene cacciata fino all’estinzione dall’uomo. Lo spazio limitato dell’isola assomiglia alla cavità cranica i cui contenuti normali non possono sfuggire all’invasore omicida. La guerra di confine, le migrazioni di massa e quelle guerre che sono descritte come il risultato di pressioni demografiche assomigliano alle pressioni esercitate dalle nuove crescite. Prendiamo in prestito non solo la parola pressione ma anche la parola invasione per descrivere il modo in cui le nuove crescite prelevano lo spazio occupato da altre cellule o tipi di vita per estensione diretta. La distruzione delle foreste, l’annientamento o la quasi estinzione di vari animali e l’erosione del suolo conseguente al sovrapascolo illustrano l’effetto cancerogeno di quanto l’uomo – in numeri crescenti e arroganza incurante – abbia nei confronti delle altre forme di vita su quello che chiamiamo il “nostro” pianeta.

Metastasi è la parola utilizzata per descrivere il fenomeno di crescita maligna in cui alcune cellule cancerogene si staccano e vengono trasportate dai vasi linfatici o da quelli sanguigni e si depositano ad una certa distanza dal tumore primario o dal punto di origine e procedono a moltiplicarsi senza contatto diretto con il tessuto o l’organo dal quale provengono. In realtà è difficile evitare di usare la parola “colonia” nel descrivere il fenomeno che i medici chiamano metastasi. E dunque, non si può pensare alla colonizzazione dell’emisfero occidentale come a una metastasi della razza bianca?

Le crescite cancerose richiedono nutrimento; ma, per quanto ne so, non sono mai state curate dandoglielo. Inoltre, anche se l’afflusso di sangue è comunemente così disordinato che il sanguinamento persistente da qualsiasi orifizio del corpo fa pensare a una nuova crescita tumorale, l’organismo nel suo insieme spesso subisce un calo di peso e di forza, indizi di avvelenamento o di una domanda di nutrimento eccessiva da parte di cellule neoplastiche – forse di entrambi. Le analogie possono essere trovate nel “nostro pianeta saccheggiato” – nelle conseguenze dell’attività umana sulle altre forme di vita. Queste non hanno quasi bisogno di approfondimenti – anche se gli ecologisti potrebbero fornire molti esempi di incursioni dell’uomo sulle altre forme di vita. I nostri fiumi corrono nel fango – al punto che potremmo pensare a loro come allo spargimento del sangue rivelatore del cancro.

Al centro di una nuova crescita, e apparentemente in parte a causa della sua inadeguata circolazione, spesso insorge la necrosi – la morte e la liquidazione delle cellule che si sono, per così dire, ribellate all’ordine e all’auto-controllo nel loro impulso a riprodursi sproporzionatamente rispetto al loro numero abituale nell’organismo. Così come i bassifondi delle nostre grandi città assomigliano alla necrosi dei tumori, così sorge spontanea una domanda stravagante: cosa sono più offensivi per la decenza e la bellezza, le baraccopoli o i fetidi detriti di un tumore in crescita?

Un’ulteriore analogia merita attenzione. Le singole cellule di nuove crescite tumorali mostrano spesso marcate variazioni di dimensioni, forma e comportamento chimico. Questo può essere paragonato alle marcate disuguaglianze di salute, ricchezza e funzione così evidenti tra gli esseri umani nei paesi sovrappopolati. Forse l’invenzione dell’uomo di caste e stratificazioni sociali può essere vista in parte come un modo per razionalizzare e controllare queste stesse angoscianti discrepanze di salute, ricchezza e status che aumentano con l’aumento della popolazione.

Ormai i montanti principali e le assi della mia impalcatura devono essere evidenti. Nella storia della scienza ci sono state ipotesi che, sebbene non vere, hanno condotto alla verità. Vorrei sperare che questo commento un po’ bizzarro sul problema della popolazione potesse suggerire una nuova forma di autocontrollo all’essere umano. Oltre a nobilitare la vita dell’uomo, potrebbe, credo, essere applaudito dalla maggior parte delle forme di vita – se avessero le mani per applaudire. O siamo sordi a tali applausi?

E infine ritengo che se alcune delle cellule più riflessive, per esempio, di un tumore allo stomaco in rapida crescita, potessero conversare tra loro, si riserverebbero, molto probabilmente, un pomeriggio per tenere quello che chiamerebbero “una discussione sul problema della popolazione”.

Se Copernico si è impegnato nell’astronomia sfidando l’interpretazione geocentrica dell’universo, la biologia non potrebbe dare una mano nello sfidare l’interpretazione antropocentrica della natura?

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Articolo originale pubblicato su Science il 13 maggio 1955 – A Medical Aspect of the Population Problem – Alan Gregg

Interviste e recensioni

22 novembre 2021

https://epistemeinfo.com/2021/11/22/intervista-bruno-cesare-antonio-sebastiani/

2017 – 2018 – 2019

recensione dei lettori sui siti di vendita on-line

11 ottobre 2018

https://www.librierecensioni.com/recensioni/il-cancro-del-pianeta-bruno-sebastiani.html

4 ottobre 2018

http://www.europadellaliberta.it/2018/10/04/ambiente-e-societa-sebastiani-siamo-noi-il-cancro-del-pianeta/

30 giugno 2018

http://ilfenotipoconsapevole.blogspot.com/2018/06/il-pianeta-malato.html

24 febbraio 2018

http://freeanimals-freeanimals.blogspot.com/2018/02/il-nostro-encefalo-origine-di-tutti-i.html

4 settembre 2017

http://www.ftnews.it/articolo.asp?cod=1222&titolo=L%27uomo%2C+il+Cancro+del+Pianeta&autore=Francesca++Bianchi

1 agosto 2017

2017 – L’insostenibile pesantezza dell’uomo: è lui il cancro del pianeta?, di Fabio Balocco

23 giugno 2017

https://rivistagradozero.wordpress.com/2017/06/23/il-cancro-del-pianeta-di-bruno-sebastiani/

15 giugno 2017

http://www.culture-nature-magazine.info/wordpress/la-crisi-ecologica-del-pianeta-tra-speranze-e-pessimismo/

7 maggio 2017

2017 – Intervista a Bruno Sebastiani per Profumo di Mare

2 maggio 2017

2017 – L’uomo è il cancro del pianeta?, di Luigi Iannone

23 aprile 2017

http://www.corrieredisannicola.it/arte-cultura-e-spettacoli/notizie/arte-cultura-e-spettacoli/e-se-noi-fossimo-il-cancro-del-pianeta

18 aprile 2017

2017 – Intervista a Bruno Sebastiani per Greenreport

Intervista per Profumo di Mare

E SE NOI FOSSIMO IL CANCRO DEL PIANETA?

7 maggio 2017

È uscito da poche settimane “Il Cancro del Pianeta”, Armando Editore. Chiedo all’autore, Bruno Sebastiani, sociologo e filosofo amante della natura, di espormi in poche parole il contenuto di questo libro dal titolo così inquietante.

«Si tratta di un saggio a metà tra l’antropologia e la filosofia, che si prefigge, nientemeno, di demolire tutte le certezze su cui si fonda la nostra civiltà. Secondo me, infatti, l’elemento sul quale l’uomo ha da sempre basato il convincimento della sua presunta superiorità, l’intelletto, è in realtà l’origine di tutti i mali. L’evoluzione ha commesso un errore, ha imboccato una via senza uscita nel momento in cui -nella notte dei tempi- ha consentito al cervello dell’uomo di crescere a dismisura, mettendolo in grado di contravvenire alle stesse leggi di natura. Partendo da questo assunto ho analizzato, capitolo dopo capitolo, come la nostra specie si sia allontanata sempre più dallo stato di natura, distruggendo e devastando in misura crescente tutto ciò che ha incontrato sul suo cammino. Questa opera nefasta, che richiama alla mente l’azione delle cellule tumorali ai danni delle cellule sane nel corpo degli ammalati di cancro, è ormai giunta in prossimità dell’epilogo. La curva della crescita della popolazione mondiale, l’aumento dei consumi individuali e la limitatezza delle risorse del pianeta non lasciano scampo ad alcuna illusione. Le dimensioni del male sono tali da avvolgere l’intero pianeta (la famosa globalizzazione!). Che fare allora? Abbandonarsi al più cupo pessimismo? In uno degli ultimi capitoli del libro in realtà io lascio aperta una porta alla speranza. Al “pessimismo cosmico” suggerisco di affiancare un “ottimismo individuale”. È possibile cambiare vita, abbandonare i ritmi frenetici della città e del consumismo e ritirarsi a vivere in una dimensione più a misura d’uomo. Io stesso ne sono l’esempio: ho lasciato Milano e mi sono ritirato a vivere in una casetta ai margini di un bosco a Calice Ligure, dove gestisco, insieme a mia moglie, un B&B a cui ho dato nientemeno che il nome di “Joie de Vivre”!»

https://profumodimare.forumfree.it/?t=73977099

 

Intervista per Greenreport.it

«Non le sembra un po’ esagerato definire la specie umana cancro del Pianeta?»

«Indubbiamente l’affermazione è un po’ forte. In un passo del libro, a pag. 25, scrivo: “Il paragone è assolutamente forzato per tutta una serie di elementi che non mi metto neppure ad elencare, tanto sono di per sé evidenti. Ma ciononostante, come vedremo, anche le analogie sono veramente tante, al punto da meritare una seria riflessione su ciò che stiamo facendo e su dove stiamo andando.” Ecco, la definizione che dà il titolo al libro va presa proprio in questi termini: forse noi, io, lei e tutta l’umanità, non siamo cellule tumorali stricto sensu, ma l’analogia, fondata su tutta una serie di similitudini analiticamente descritte nel testo, giustifica la denominazione, la quale, oltretutto, ha il pregio di avere un forte impatto mediatico e di attirare l’attenzione del lettore. Questo è proprio l’obiettivo che mi ero prefisso nello scrivere il saggio: attirare l’attenzione dell’uomo comune sugli squilibri che la nostra specie ha provocato in un tempo brevissimo ai danni di un ecosistema planetario stabile da centinaia di milioni di anni. E, rispetto al pensiero di tanti altri che hanno denunciato l’opera nefasta dell’uomo, io ho tentato anche di individuare l’origine della “malattia”, la cosiddetta “carcinogenesi”: per me essa risiede nell’abnorme evoluzione subìta dal nostro cervello nella notte dei tempi. Poco alla volta, senza che nessuno lo volesse, il nostro “organo di comando” ha preso a crescere, sia dimensionalmente sia quanto a “potenza elaborativa”, sino a quando è stato in grado di contravvenire alle leggi di natura, di farci assumere comportamenti “artificiali”. Abbiamo addomesticato il fuoco, abbiamo cominciato a mangiare cibi cotti, a lavorare le pietre e così via, sino a partorire le invenzioni che hanno reso possibili la rivoluzione industriale e la nascita dell’informatica, dei computer, di internet e così via. Il tutto ai danni degli altri esseri viventi, piante e animali, che abbiamo sottomesso brutalmente proprio come fanno le cellule tumorali nei confronti delle cellule sane nel corpo dell’ammalato. E non è un’attività tumorale questa?»

«Se il genere umano è simile a una cellula tumorale, come la si può curare? E non è solo la stessa umanità che può curare sé medesima?»

«Non ogni strada imboccata dall’evoluzione è favorevole al mantenimento della vita. E quando la natura innesca – per motivi a noi ignoti, forse unicamente dipendenti dal caso – un processo “destabilizzante”, prima o poi tende a neutralizzarlo. In pratica attiva meccanismi simili a quelli degli anticorpi che entrano in azione negli organismi viventi per bloccare le aggressioni di virus e agenti patogeni esterni. Ma in questo caso la lotta insorge tra organismi contrapposti. Ciò che è accaduto alla nostra specie è diverso. Ci siamo lentamente evoluti in modo tale da assumere comportamenti in contrasto con quelli suggeriti dalla natura e, ciò che è peggio, della nostra superiorità intellettuale abbiamo fatto un vanto, il maggior vanto della nostra specie. Abbiamo persino scomodato presunti esseri superiori per accreditare la legittimità del nostro predominio sull’intero orbe terracqueo. Ora lei mi chiede: posto che noi si sia cellule tumorali, chi può curarci se non noi stessi? Potrei risponderle affermativamente, ma è la premessa il punto debole della domanda. Io sono convinto che l’uomo sia il cancro del pianeta, parecchi altri lo sono, ma la gran parte dell’umanità non lo è. Come si può immaginare che l’uomo modifichi i propri atteggiamenti distruttivi nei confronti dell’ambiente se in gran maggioranza approva tali comportamenti e gode dei vantaggi che gli procurano? Ecco dunque che il primo passo da compiere è quello di rendere l’essere umano consapevole della sua opera nefasta nei confronti della Natura. A tal fine ho già scritto un secondo saggio, ancora inedito, dal titolo provvisorio de “Il Cancro del Pianeta Consapevole”. E se per un improbabile evento miracoloso l’intera umanità si rendesse conto che il tanto decantato progresso l’ha sospinta in un vicolo cieco, allora sarebbe possibile porre in atto opportuni rimedi? Qui il discorso si fa complesso. L’uomo dovrebbe ammettere che la sua superiorità intellettuale gli ha consentito di scardinare i delicati equilibri della natura, ma non è tale da consentirgli di ricrearli. Nel frattempo egli ha fatto tabula rasa del vecchio stato di cose ed ha costruito un Impero basato sul dominio della tecnica, che presto diverrà insostenibile per le risorse del pianeta. Anche di fronte ad una consapevolezza globale della gravità della situazione (del tutto ipotetica) sarebbe assai difficile trovare la cura efficace. A tale argomento mi sto dedicando in questi mesi nel terzo saggio che ho iniziato a scrivere (titolo provvisorio: “L’Impero del Cancro del Pianeta”).

«Il suo libro vuole essere uno choc, un pugno nello stomaco per la grande maggioranza inerte e consumista della popolazione, ma l’uomo può essere solo un cancro o può riuscire a salvare da sé stesso il nostro pianeta?»

«Credo di aver già risposto in parte a questa domanda. La situazione è estremamente aggrovigliata. Noi, uomini occidentali del ventunesimo secolo, viviamo oggi all’apice della storia. Godiamo di immensi privilegi. Ma cominciano le avvisaglie che la festa sta per finire. Sulle nostre coste sbarca un esercito di diseredati che reclama anche per sé quel benessere che ostentiamo spudoratamente dai teleschermi. Per secoli abbiamo soggiogato non solo la natura, ma, con lo schiavismo e il colonialismo, anche i nostri consimili, che ora vorrebbero por termine a questo stato di cose. Dall’altra parte del mondo una nazione immensa e sovrappopolata, la Cina, si è incamminata anch’essa a passi rapidi sulla via dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali e del consumismo. Come si può pensare che il nostro pianeta possa sopportare ancora a lungo un depauperamento così intensivo della natura, livelli di inquinamento sempre crescenti, cambiamenti climatici e surriscaldamento indotti in modo forsennato dalle attività antropiche? È possibile modificare questo stato di cose? L’intelligenza umana, che ci ha condotto all’apice della storia ma anche sull’orlo del baratro, potrà salvare la vita sul pianeta? I fautori del progresso a tutti costi, che negano l’emergenzialità della situazione (i cosiddetti “negazionisti”), vogliono far credere che nuove scoperte, nuove invenzioni, ci consentiranno di mantenere e di migliorare il nostro tenore di vita (e poco importa se ciò avverrà ai danni della natura e degli altri esseri viventi del pianeta, in gran parte già estinti a causa nostra). La mia visione è opposta. L’uomo gode delle distruzioni effettuate esattamente come le cellule cancerogene di un tumore maligno possono godere del male arrecato alle parti sane dell’organismo in cui vivono, sino a che l’organismo defunge e con esso anche le cellule malate. Ecco, alla fine di tutto il pianeta resterà senza forme di vita superiori, poi lentamente si riprenderà. Se le condizioni ambientali poco alla volta, milione di anni dopo milione di anni, torneranno ad essere favorevoli allo sviluppo della vita, questa lentamente rinascerà, non sappiamo quando e in che forma. Non sarà il nostro mondo, che avremo rovinato per sempre. Ma non dobbiamo ritenerci tanto importanti e potenti da essere in grado di impedire alla natura di riprendere il suo corso, e chissà che la prossima volta si guardi bene da innescare quel processo maligno che ha fatto del nostro cervello l’origine di tutti i mali.»

http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/lumanita-cancro-della-terra/