Per una nuova rivoluzione culturale

di Bruno Sebastiani

La visione del mondo secondo cui l’essere umano è superiore ad ogni altro essere vivente nasce decine di migliaia di anni or sono, nel momento in cui nella mente dell’uomo si sviluppa la coscienza.

La motivazione di questa superiorità risiede nella maggiore capacità “elaborativa” del cervello umano rispetto a quello di ogni altro animale, ma questa spiegazione si affermò solo poche migliaia di anni fa, con i primi filosofi.

Sino ad allora prevalse il convincimento che fosse stato il creatore dell’Universo in persona ad investire l’uomo della funzione di re del mondo, e questa idea continuò ad esercitare il suo fascino anche in seguito, fino ai giorni nostri.

La superiorità di cui ci vantiamo è multiforme, non riguarda solo le capacità intellettive. Spazia dalle emozioni ai sentimenti, dall’etica all’estetica, dalla politica all’arte e così via.

Una delle sue più efficaci sintesi è stata messa in rima da Dante nel XXVI canto dell’Inferno: “… fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, versi che rinviano anch’essi all’investitura divina.

Ma questa superiorità è talmente ampia, indiscussa ed indiscutibile che nel tempo si è estesa anche al regno di cui saremmo stati nominati signori, oltreché alla già citata nostra origine ai vertici della creazione.

Il regno (la Terra) fu dunque immaginato al centro dell’Universo e noi ci fantasticammo forgiati direttamente dalle mani di Dio.

Oggi sappiamo che le cose non sono andate così. Ma per abbattere questi falsi convincimenti sono state necessarie due gigantesche rivoluzioni culturali, che hanno letteralmente scosso dalle radici la visione del mondo secondo cui l’essere umano è superiore ad ogni altro essere vivente.

La prima di queste rivoluzioni prese avvio nel 1543 con la pubblicazione del trattato astronomico di Niccolò Copernico “Sulle rivoluzioni dei corpi celesti”.

Fino ad allora resisteva saldo nella coscienza dell’umanità il convincimento espresso nel 350 a.C. da Aristotele nell’opera “De caelo”: “… il centro della terra e quello del Tutto si trovano a coincidere … È chiaro dunque che la terra si trova necessariamente posta al centro, ed è immobile …”.

Questa teoria, il geocentrismo, era poi stata avvalorata ne “L’Almagesto” di Claudio Tolomeo intorno al 150 d.C., da cui il nome di Sistema Tolemaico dato alla dottrina secondo la quale la Terra è ferma e il Sole, la Luna e gli altri pianeti le girano attorno.

È evidente la funzionalità di una simile teoria all’antropocentrismo, che vede l’uomo signore e padrone dell’Universo.

Ma la ragione evolve, e, a dispetto anche della considerazione che essa ha di se stessa, a un certo punto della storia la verità emerge. Faticosamente.

Le intuizioni di Copernico non furono infatti sufficienti a ribaltare d’emblée la visione del mondo tradizionale.

Il rogo di Campo de’ Fiori in cui perì nel 1600 Giordano Bruno e il processo a Galileo Galilei con la sua conseguente abiura forzata del 1633 ci fanno capire quanto sia stato irto di difficoltà il cammino che consentì il diffondersi della semplice constatazione che la Terra è un pianeta come gli altri e che, come gli altri, gira intorno al Sole.

Nella Sentenza pronunciata dal Tribunale del Sant’Uffizio contro Galileo l’accusa di eresia si basa esplicitamente sul fatto “d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e Divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo”.

Ma infine, nonostante tutto, la dottrina copernicana si dimostrò veritiera ed iniziò ad aprire gli occhi dell’uomo sulle sue reali dimensioni: non siamo al centro dell’Universo, abitiamo solo uno dei tanti pianeti che girano intorno al Sole. E più avanti abbiamo capito che di astri come il Sole ne esistono a milioni!

Resisteva però il convincimento che Dio avesse generato direttamente tutta la realtà per asservirla all’essere umano. Egli, l’Onnipotente, aveva creato la luce, il cielo, la terra, l’acqua, le piante e gli animali e poi, separatamente, l’uomo, a “sua immagine”.

Per intaccare la saldezza di tale convincimento occorse una seconda grande rivoluzione culturale, e questa avvenne a metà Ottocento.

Fu Charles Darwin a darle avvio pubblicando nel 1859 “L’Origine delle Specie”, in cui delineò la teoria evoluzionistica, destinata ad affermarsi in tutto il mondo scientifico nel giro di qualche decennio.

In base a questa teoria l’uomo non sarebbe stato creato direttamente da Dio, a “sua immagine e somiglianza”, ma discenderebbe nientemeno che dalle scimmie. E così pure tutti gli altri esseri viventi si sarebbero evoluti con estrema lentezza e gradualità da qualche forma di vita primigenia, superando ogni nuova condizione esistenziale grazie a multiformi processi di selezione naturale.

Fortunatamente per il grande biologo e naturalista britannico il tribunale dell’inquisizione ai suoi tempi non aveva più il potere di due secoli prima e il clima storico culturale era completamente cambiato. Ciononostante non mancarono (e non mancano tuttora) i fieri avversari delle teorie darwiniste, nostalgici di un creazionismo che ai loro occhi sancisce in modo più convincente la superiorità dell’essere umano su ogni altra creatura.

Eppure l’evoluzionismo, pur avendo smantellato il creazionismo biblico, quello, tanto per intenderci, di Dio che plasma l’uomo con la polvere del suolo e la donna con una costola di Adamo, non esclude un “creazionismo remoto”, che, con le conoscenze da noi oggi acquisite, potrebbe situarsi prima del Big Bang.

Inoltre non contesta la superiorità dell’essere umano nei confronti di ogni altro essere vivente. Anzi, il termine stesso di evoluzione sottintende quello di sviluppo, di crescita, di incremento, tutti concetti che indirizzano il pensiero verso l’idea della preminenza di chi sta in cima alla scala, e non vi è alcun dubbio che quella posizione anche per Darwin spetti all’essere umano.

E allora come si spiega l’interminabile serie di disastri ambientali che dalla Rivoluzione Industriale in avanti hanno costellato il percorso della storia e che, soprattutto, fanno temere il peggio per gli anni a venire?

Certo, noi occidentali del XXI secolo viviamo all’apice della prosperità, e le porte del benessere sembrano schiudersi anche per molti figli del Celeste Impero. Ma il conto di questo banchetto deve ancora essere pagato, e non sappiamo fino a quando riusciremo a rinviare il redde rationem, avuto soprattutto presente che il numero degli abitanti del pianeta continua ad aumentare nelle aree più povere e depresse.

Da queste considerazioni nasce l’esigenza di una nuova grande rivoluzione culturale che abbatta definitivamente il mito della superiorità della razza umana su ogni altra specie vivente, al fine di demolire l’illusione di una impossibile crescita senza limiti.

E poiché la ragione evolutasi nel cervello dell’uomo si è dimostrata senza dubbio l’arma più potente nella battaglia per la vita di darwiniana memoria, ad essa è necessario far ricorso anche per questa terza grande rivoluzione culturale.

A tal fine molto umilmente ho tentato di imbastire una teoria che a mio avviso contiene alcuni spunti degni di riflessione.

In un saggio di recente pubblicazione (“Il Cancro del Pianeta”, Armando Editore) ho immaginato che la nostra intelligenza anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura sia un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente dalla natura, che ben presto la abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente.

In pratica l’intelligenza umana sarebbe il frutto di un’abnorme evoluzione patìta dal nostro cervello, evoluzione che ci ha consentito di piegare a nostro vantaggio le leggi della natura, di squilibrare, sempre a nostro vantaggio, il delicato ed ultra complesso sistema di congegni e meccanismi biologici formatisi spontaneamente in milioni e milioni di anni, e ci ha consentito di farlo in un battibaleno, in poche migliaia di anni, un’inezia di tempo cosmico; ma che non ci ha consentito, né mai ci consentirà, di creare un nuovo equilibrio altrettanto solido come quello che abbiamo distrutto.

E per far meglio comprendere questa amara realtà a Homo sapiens, tanto orgoglioso della sua presunta superiorità, cosa di meglio che paragonare la sua azione distruttrice a quella delle cellule che danno origine alla malattia oggi più temuta, il cancro?

Le analogie sono molte, ad iniziare dalla indiscriminata proliferazione delle cellule tumorali, alla distruzione che esse operano ai danni dei tessuti sani dell’organismo e così via, fino a quando, nel tragico epilogo, le cellule malate e quelle sane periscono insieme.

Non ha grande importanza che la correlazione abbia basi scientifiche o meno. Ciò che conta è che faccia intendere all’essere umano come il progresso di cui va tanto orgoglioso altro non sia per la biosfera se non una malattia che tutto distrugge. Questo morbo minaccia di far sparire la vita in una nuova estinzione di massa, indotta questa volta non da eventi esogeni, ma dall’errore commesso dalla stessa natura, da quella via svantaggiosa imboccata casualmente e che presto sarà abbandonata, come ogni errore che si produce nel corso del processo evolutivo.

Ecco delineata per sommi capi la teoria che a mio modesto avviso potrebbe scuotere le coscienze degli intellettuali più avveduti, contribuendo forse a rallentare, se non a interrompere, la marcia che ci vede procedere diritti verso il precipizio, come i bambini che seguirono il pifferaio magico, l’incantatore che nel nostro caso indossa i panni del progresso infinito ed illimitato.

https://ugobardi.blogspot.com/2018/07/una-nuova-rivoluzione-culturale.html

Autodistruzione

Brano scritto e cantato da Andrea Skualo Di Sanzo

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Quell’ attimo perfetto dello sbattito di ciglia,

Dello sbattito d’ali di una farfalla che s’ingroviglia,

Con il vento e il tempo in una dimensione che si assottiglia,

Tra fango e cemento si combatte nella poltiglia,

Sgorga, acqua pura dalla foce che scava la roccia,

Invade la natura e l’attraversa goccia a goccia,

Disseta i viventi nella sfida tra i pericoli,

Peggio esser bestia che viver tra brutti vicoli,

Siete ridicoli, vi elenco i vostri limiti,

Che non sareste qui a parlare senza una fotosintesi,

Senza una stella a giusta distanza, che scalda abbastanza,

Mi posso fermare o torno a raccontare ad oltranza?

Dai uno sguardo fuori dal pianeta e dopo assimila,

Che tu non sei nessuno e vivi solo su una briciola,

Persi nell’universo ci crediamo troppo grandi

Siamo, diventati tanti e uguaglianze troppo distanti!

Autodistruttivi pronti ad oscurare i cieli,

Pronti ad oscurare i mari, a contaminar terreni,

Pronti ad estrarre petrolio, pronti a sradicar foreste

Pronti ad organizzare guerre, pronti a comandar tempeste

Non è il mondo che vorreste forse è ora di cambiarlo,

Si scatenano ire funeste Gaia si sta ribellando,

Dall’ abisso più profondo fino al vulcano più alto,

La nuvola è più carica ed il vento non è calmo,

Per la produzione distruzione dell’ecosistema,

C’è una soluzione per il magnate non c’è problema,

Petroliere che buca la crosta, ci scava la fossa,

Siamo autodistruttivi e manco è colpa nostra,

Manco ce ne importa, meglio restare zitto,

Siamo schiavi che rinchiudono animali dentro a un circo,

Vivo in un mondo finto, fittizio e variopinto,

Dove se non segui l’istinto, puoi ritrovarti estinto,

Siamo il cancro del pianeta, di cui linfa si disseta,

Di cui sfrutta il potenziale, di cui ogni animale piega

Al suo volere, per accrescere il potere,

Conquistare i territori arraffare possedere,

La villa lussureggiante, l’auto, i soldi da far vedere,

Termina il concetto di essere si vuole solo avere!

Autodistruttivi pronti ad oscurare i cieli,

Pronti ad oscurare i mari, a contaminar terreni

Pronti ad estrarre petrolio, pronti a sradicar foreste,

Pronti ad organizzare guerre, pronti a comandar tempeste

Il cammino del progresso e i suoi oppositori – 4 – Dopo il Secolo dei Lumi in Europa irrompe il Romanticismo

di Bruno Sebastiani

Il Romanticismo fu quell’immenso, straordinario movimento artistico e culturale che scosse gli animi degli europei “colti” nel tempo in cui la Rivoluzione Francese e le sue conseguenze socio – politiche scuotevano le masse e i popoli, ma su ben altre basi, geografiche, storiche e di pensiero:

  • geografiche, perché il Romanticismo ebbe la sua origine e il suo massimo sviluppo in Germania, pur se poi si diffuse in tutta Europa, Francia compresa.
  • storiche, perché la Rivoluzione Francese fu figlia dell’Illuminismo, mentre il Romanticismo nacque e si sviluppò in sua contrapposizione.
  • di pensiero, perché la Rivoluzione Francese impresse alla società una potente spinta progressista (giunse a divinizzare la Ragione), mentre il Romanticismo fece appello alle facoltà irrazionali dell’uomo.

Il suo nascere e diffondersi fu preceduto tra il 1765 e il 1785 dal movimento denominato “Sturm und Drang” (“Tempesta e Impeto”) per il quale la natura era un luogo utopico, perfetto, in cui l’uomo solitario ritrova se stesso in armonia col creato, visione riconducibile al concetto di stato di natura idealizzato da Rousseau.

Ma soprattutto tra il 1749 e il 1832 visse e operò in Germania Johann Wolfgang Goethe il quale nella sua opera principale, il Faust, contestò ampiamente quel formidabile motore del progresso che è l’intelligenza umana.

«Il piccolo dio del mondo (l’uomo, n.d.a.) resta sempre lo stesso, bizzarro come il primo giorno. Egli vivrebbe un po’ meglio se tu (Dio, n.d.a.) non gli avessi dato il riflesso della luce celeste, ch’egli chiama ragione e usa soltanto per essere più bestia di ogni bestia.» (J.W. Goethe, Faust, Prima parte, Prologo in cielo)

Anche la scienza e il sapere furono bersagli della arguta penna del poeta.

«Faust: Filosofia giurisprudenza medicina, e, ahimè!, anche teologia ho studiato a fondo con fervido impegno. Ed eccomi ora, povero illuso, a saperne quanto prima. Ho il titolo di Maestro, anzi di Dottore, e saran dieci anni che, con giri e rigiri, sto menando per il naso i miei scolari, e vedo che non ci è dato saper nulla.» (ibidem, Notte)

L’uomo non può assurgere a ciò che vorrebbe. Crede che l’evoluzione del suo cervello lo abbia “deificato”, ma la sua “potenza elaborativa” è minima, infima, come quella di un insetto in paragone alla nostra, anzi, ben minore.

«Io non somiglio agli dèi! No, troppo bene lo sento, io somiglio al verme che si muove nella polvere, e mentre in essa vive e si nutre, vien schiacciato e sepolto dal passo del viandante.» (ibidem)

Se l’uomo avesse ben chiara la consapevolezza di questi suoi limiti, non si affannerebbe a cercar di modificare la realtà che lo circonda, saprebbe di non essere in grado di gestire tutte le mutazioni che intende introdurre e si accontenterebbe di lasciare ogni cosa al suo posto.

Ecco dove Goethe individuò la causa di tutti i mali: «Che cosa mi dici sogghignando, tu, vuoto teschio? Che il tuo cervello, al pari del mio, un tempo cercò confuso il lieve giorno e, aspirando alla verità, errò misero e greve nel buio.» (ibidem)

La visione di Goethe, così come è illuminante nei confronti della condizione umana, è altrettanto avvincente nei confronti del mondo della natura che tanto attrasse tutto il movimento romantico.

«Misteriosa in pieno giorno, la Natura non si fa rapire il suo velo; e ciò ch’essa non vuol rivelare al tuo spirito non glielo estorcerai a forza di leve e di viti.» (ibidem)

Questo accenno alle leve e alle viti fa pensare a tutto ciò che accadde solo pochi decenni dopo la stesura del Faust, allorquando stuoli di scienziati e di tecnici cercarono (e tuttora cercano), invano, di comprendere i misteri che ci circondano facendo ricorso all’utilizzo di macchine, microscopi e altri marchingegni.

«Faust: Felice chi può ancora sperare di emergere da questo mare di errore! Ciò che non sappiamo è proprio quello che ci servirebbe; e ciò che sappiamo ci è inutile.» (ibidem, Fuori porta)

Infine, per concludere questa breve rassegna degli spunti che si possono trarre da “Faust” per comprendere i capisaldi del Romanticismo, ecco il più esplicativo di tutti, quello che centra in pieno il bersaglio.

Margherita, la fanciulla innamorata di Faust, chiede al suo uomo:

«Credi in Dio?»

E Faust risponde: «Mia cara chi può dire: credo in Dio? Interroga preti o filosofi, e la loro risposta sembrerà soltanto irridere chi li interroga

Margherita: «Allora tu non credi?»

Faust: «Non fraintendermi fanciulla soave! Chi può nominarlo? E chi confessare: credo in Lui? Chi avere un sentimento, e osar dire: non credo in Lui? Colui che tutto comprende e tutto regge, non comprende forse e regge te, me, se stesso? Non s’inarca il cielo lassù? Non sta quaggiù salda la terra? E non salgono forse in cielo le stelle eterne, splendendo vaghe? Non ti guardo io forse negli occhi, e tutto non fa ressa verso la tua testa e il tuo cuore, operando in un mistero eterno, invisibile e visibile, accanto a te? Rièmpitene il cuore quanto è grande e poi, inebriata da questo sentimento, chiamalo come vuoi, chiamalo Felicità Cuore Amore Dio! Io non so che nome dargli. Il sentimento è tutto; il nome è rumore e fumo che offusca lo splendore del cielo.» (ibidem, Il giardino di Marta)

Chi ha mai composto una descrizione dell’euforia vitale tanto intensa ed irrazionalmente esplicativa? In queste poche frasi c’è tutto: il rifiuto della ragione, la gioia di vivere, la natura come un “unicum” onnicomprensivo e l’impossibilità, anzi l’inutilità, la dannosità, di volerla definire.

Affiora spontaneo il paragone con i primi versi del “Tao Te King”:

«Il Tao di cui noi possiamo parlare non è il Tao in se stesso. / Anche attribuendogli qualsiasi nome non sarà l’eterno nome. / … / Come non essere possiamo definirlo il nascosto Seme di tutto l’esistente: / Come essere rappresenta l’ultimo Fine a cui tende questo stesso esistente. / Sia il Seme che il Fine sono aspetti di uno stesso Principio. / Il Principio è chiamato Mistero! / Mistero di tutti i misteri! / La soglia dell’inafferrabile!»

La parola, il linguaggio, sono gli strumenti che l’evoluzione del nostro cervello ci ha messo a disposizione per definire la realtà. Ma una volta definitala, lungi dall’averne una autentica comprensione, ne ricaviamo un vuoto suono che «offusca lo splendore del cielo», perché la realtà è il «mistero di tutti i misteri, la soglia dell’inafferrabile».

Nondimeno restiamo abbagliati dinanzi alla bellezza della natura e sperimentiamo un moto interno quando ci relazioniamo con i suoi elementi. Ecco questo noi chiamiamo Sentimento e diciamo «Il sentimento è tutto»

«La prima soluzione delle antinomie, (spirito e natura, malinconia e felicità ecc., n.d.a.) la prima evasione dal limite è cercata dai romantici nel mondo del “sentimento”, che è qualche cosa di illimitato, indipendente dalla realtà, vita pura del nostro spirito.» (M. Puppo, Il Romanticismo, Roma, Edizioni Studium, 1984, p. 35)

Indubbiamente il richiamo dei romantici al “sentimento” anziché alla “ragione” ci autorizza a considerare questi artisti oppositori del progresso: nessuno ha mai trasformato il mondo della natura e men che meno lo ha deturpato con l’uso del sentimento. Solo la ragione è responsabile dei danni inferti dal progresso all’ecosfera.

Il sentimento non ha un andamento logico, è irregolare nel suo modo di procedere, proprio come lo è il profilo di un paesaggio montano, di un bosco, di una foresta. Agli occhi della ragione non ha senso che esistano colline, montagne e che l’andamento dei fiumi sia tortuoso. Se essa dovesse disegnare un paesaggio naturale lo rappresenterebbe tutto piatto, privo di asperità, e i corsi d’acqua sarebbero diritti. Anche gli alberi non avrebbero tanti rami che si protendono disordinatamente verso il cielo. I pochi, indispensabili, sarebbero tutti diritti e piegati verso terra, per offrire all’uomo più agevolmente i propri frutti.

Da quanto sin qui detto è facile anche arguire come il mondo dell’arte sia alimentato in massima parte dai sentimenti e in minima parte dalla ragione. Non per nulla il Romanticismo fu un movimento eminentemente artistico, pur con sconfinamenti in ogni altro campo dello scibile umano.

E tra tutte le arti ve ne è una che più delle altre sfugge al dominio della ragione, la musica, che tra fine ‘700 e inizio ‘800, fiorì in modo sorprendente.

«La musica appare ai romantici come la regina delle arti, perché essa non limita lo spirito dell’ascoltatore con immagini o sentimenti definiti, ma lo immerge in una specie di flusso senza fine e senza contorni, che dà l’impressione dell’infinito. La musica soltanto può esprimere senza limitarla e falsarla la vita più profonda e misteriosa dello spirito.» (ibidem, p. 92)

Gli spunti che il Romanticismo offre per estrapolare comportamenti virtuosi e irrazionali da contrapporre all’incipiente dominio di scienza e tecnica (partorite dalla ragione umana) sono innumerevoli e per esaminarli esaurientemente occorrerebbe un’opera di mole gigantesca.

Accontentiamoci per ora di aver segnalato, come per gli autori, pensatori e movimenti ascetici e culturali esaminati nei precedenti articoli, alcuni punti cardine ai quali un’umanità ravveduta potrebbe appigliarsi per ridare un senso naturale alla propria vita.

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Pubblicato su “Che vi do?” N. 93 Luglio 2019, organo della Società Pane Quotidiano

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Il cammino del progresso e i suoi oppositori – 3 – La scoperta del Nuovo Mondo e il mito del buon selvaggio

di Bruno Sebastiani

Il 15° secolo si concluse con la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.

Normalmente con tale data si ritiene terminata l’”età di mezzo” ed in fase di avvio quella “moderna”.

Come considerare l’incontro / scontro tra gli europei “civilizzati” e gli aborigeni del Nuovo Continente?

I primi indubbiamente rappresentavano, nell’ottica dello studio che stiamo portando avanti, quel progresso di arti, scienza e tecnica che ancora oggi domina a livello planetario.

I secondi non appartenevano ad un’unica etnìa, ma ad una pluralità di popoli contraddistinti da livelli culturali assai differenti da area ad area. Molti di loro (Maya, Incas, Aztechi) avevano raggiunto importanti conoscenze in determinati settori, come l’astronomia e la matematica). Ma nel complesso il loro sapere era ben inferiore rispetto a quello dell’uomo europeo e, soprattutto, la loro tecnica non aveva raggiunto i livelli di quella sviluppata nel Vecchio Continente.

La riprova della fondatezza di queste osservazioni si ebbe nel tragico esito dello scontro tra “conquistadores” e “cow-boys” da una parte e nativi americani dall’altra: i primi vinsero su tutta la linea, i secondi furono sterminati e le loro civiltà spazzate via.

Il cammino del progresso in questo caso non fu certamente indolore e gli sconfitti possiamo immaginarli come i suoi oppositori.

Indipendentemente dalle vicende belliche, vi è da dire che i nativi americani avevano ovunque dato vita a società di tipo sacrali, mentre l’uomo europeo era già sulla via della desacralizzazione e stava sviluppando modelli sociali sempre più basati sulla ragione e sulla fede nel progresso tecnico-scientifico.

Questa era la realtà così come noi possiamo percepirla oggi. All’epoca, dai primi viaggi di Amerigo Vespucci in avanti, gli esploratori del Nuovo Mondo e gli intellettuali giudicarono invece gli aborigeni come “uomini di natura”, privi di Dio e di fede nel soprannaturale. Il fraintendimento, per dirimere il quale fu necessaria nei secoli successivi l’opera di esimi antropologi, condusse, come è ben noto, alla conquista forzata delle terre dei nativi e al tentativo anche di conquistarne le anime, attività quest’ultima demandata ai missionari d’ogni congregazione, dai gesuiti ai francescani.

Il cammino del progresso richiede che dai pantheon delle tante divinità si passi al monoteismo, e poi che il solo Dio rimasto al centro di ogni culto venga sostituito da una “causa prima”, da un “motore immobile”, da un “grande architetto”, fin quando anche queste entità scompaiono per lasciare la supremazia alla sola ragione umana.

Per inciso, una delle poche voci che si elevarono contro l’opera di conquista e sottomissione delle popolazioni del Nuovo Mondo fu quella di Giordano Bruno, che nel 1584 scrisse:

«Gli Tifi (i novelli argonauti, n.d.a.) han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui, violar i patrii genii de le reggioni, di confondere quel che la provida natura distinse, per il commerzio radoppiar i diffetti e gionger vizii a vizii de l’una e l’altra generazione, con violenza propagar nove follie e piantar l’inaudite pazzie ove non sono, conchiudendosi al fin più saggio quel che è più forte …» (G. Bruno, La Cena delle Ceneri, in Opere Italiane, Novara, De Agostini Libri, 2013, p. 452)

Significativo è il fatto che questa rara voce dissonante sia poi stata tacitata nel rogo di Campo de’ Fiori.

Fino a metà del ‘700 ben poche altre voci si levarono a difesa degli aborigeni, sprezzantemente definiti selvaggi, barbari, incivili.

Poi il ginevrino Jean Jacques Rousseau osò condannare il progresso e l’avvento della ragione in nome del cosiddetto “mito del buon selvaggio”. In realtà egli prese in considerazione tutta l’evoluzione dell’uomo, dall’uscita dallo “stato di natura” alle sue successive sembianze e capacità intellettuali. E descrisse ogni passaggio per quello che fu, e cioè un continuo peggioramento man mano che dall’”uomo naturale” ci si incamminò verso l’”uomo artificiale”.

Queste considerazioni furono espresse in due celebri Discorsi, il primo del 1749, il secondo del 1754, scritti in risposta ad altrettanti quesiti posti dall’Accademia di Digione.

Nel secondo, in particolare, la critica all’avvento della ragione e ai danni da essa causati è condotta in modo assai puntuale, sino ad affermare che:

«… la maggior parte dei nostri mali sono opera nostra, e … li avremmo evitati quasi tutti conservando la maniera di vivere semplice, uniforme e solitaria che ci era prescritta dalla natura

«Se essa ci ha destinati a essere sani, oserei quasi assicurare che lo stato di riflessione è uno stato contro natura, e che l’uomo che medita è un animale depravato.» (J.J: Rousseau, Discorsi, Milano, BUR, terza edizione, luglio 2015, p. 102).

Anche in altre opere Rousseau ribadisce il suo biasimo nei confronti della ragione umana. L’”Emilio o dell’educazione”, del 1762, si apre con questa frase:

«Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo. Egli (l’uomo, n.d.a.) sforza un terreno a nutrire i prodotti di un altro, un albero a portare i frutti di un altro; mescola e confonde i climi, gli elementi, le stagioni; mutila il suo cane, il suo cavallo, il suo schiavo; sconvolge tutto, sfigura tutto, ama la deformità, i mostri; non vuol nulla come l’ha fatto la natura, nemmeno l’uomo …» (J.J. Rousseau, Emilio, Bari, Editori Laterza, 2016, p. 51)

Dunque il nome di Rousseau può essere inserito nella schiera di coloro che si opposero al cammino del progresso?

In realtà la vasta opera del pensatore ginevrino non è univoca a questo proposito.

Rousseau, infatti, dopo aver affrontato nei suoi primi scritti l’argomento di maggior peso (l’infausto allontanamento dell’uomo primitivo dallo stato di natura), ha poi concentrato la sua attenzione su argomenti meno rilevanti, quali un romanzo epistolare di intonazione amorosa (“Giulia o la nuova Eloisa”), un saggio sulle norme che devono regolare la società (“Il Contratto Sociale”) e un altro sull’educazione (“Emilio, o dell’educazione”, per citare le opere più famose).

In nessuna di esse egli proseguì e approfondì la trattazione dell’argomento da cui prese avvio la sua attività speculativa, e cioè la constatazione che l’essere umano allontanandosi dallo stato di natura andò via via peggiorando la propria condizione.

Qua e là in ognuna di queste opere troviamo accenni a tale constatazione (ho già ricordato la frase con cui si apre l’“Emilio”), ma quasi come accenni marginali rispetto ai nuovi contenuti che sviluppa, nei quali accade anche di trovare concetti che contraddicono la ferrea critica condotta nei “Discorsi”.

Sempre in “Emilio” ad esempio troviamo frasi come queste:

«Il capolavoro di una buona educazione è di fare un uomo ragionevole…» (J.J: Rousseau, Emilio, cit. p. 100)

«Nobiltà del lavoro produttivo» (ibidem, p. 162, titolo del paragrafo 9 del capitolo terzo)

«… l’agricoltura è il primo mestiere dell’uomo: è il più onesto, il più utile, e di conseguenza il più nobile che egli possa esercitare.» (ibidem, p. 165)

«L’uomo è il re della terra che abita … ciò suscita un sentimento di riconoscenza e di benedizione per l’autore della mia specie …» (ibidem, p. 198)

Ma come? Non è stato il conseguimento dello stato di essere ragionevole a corrompere la nostra condizione primigenia di felice innocenza?

Non è stata l’agricoltura a indurre l’essere umano a fare violenza alla natura?

L’autore delle specie non aveva realizzato un mondo in cui tutti gli esseri viventi coabitassero in armonia, sin quando ci siamo arrogati arbitrariamente il titolo di re della terra?

È vero che, giunti al punto in cui il progresso ci ha condotti, dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco, ma sinceramente i toni usati da Rousseau appaiono qui più di condivisione che di rassegnata accettazione dei danni provocati dal progresso medesimo.

Più sopra ho scritto che l’opera speculativa di Rousseau prese avvio dalla constatazione che l’essere umano allontanandosi dallo stato di natura andò peggiorando la propria condizione.

Ecco, nonostante gli egregi e puntuali approfondimenti contenuti nel secondo “Discorso” su tale argomento, il vizio originario del pensiero di Rousseau è stato di riferire sempre e comunque l’utile e il danno (il bene e il male, il positivo e il negativo) alla condizione umana, non a quella della natura tutta.

Egli cioè non ha osservato la realtà da un punto di vista geocentrico: è sempre rimasto un inguaribile antropocentrico, e lo ha dimostrato dedicando la sua opera più tarda a dimensioni e attività squisitamente umane, accantonando colpevolmente i problemi maggiori affrontati nelle prime opere.

Se io appuro che il mio intelletto anziché essere orientato al bene di tutti gli esseri viventi (compresi quelli della mia specie) è volto alla loro perdizione, come posso poi dedicare la mia attenzione ad altre questioni, di importanza incommensurabilmente minore?

Ma al di là di queste incongruenze rimane a Rousseau il grande merito di aver attirato l’attenzione dei suoi contemporanei e dei posteri sulla condizione dell’“uomo di natura”, il quale, ancora immune dalla malattia del progresso, viveva in armonia con la biosfera in cui era immerso.

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Pubblicato su “Che vi do?” N. 91 Dicembre 2018, organo della Società Pane Quotidiano

Il cammino 03