Un blog sulla nostra nocività per la biosfera

di Bruno Sebastiani

Nasce il blog de Il Cancro del Pianeta. Insieme ad altri sinceri amanti della Natura, tra cui Guido Dalla Casa, Fabio Balocco e Stefano Ceccarelli, ripropongo qui i miei e i loro articoli più significativi, in modo da racchiudere in un unico contenitore le argomentazioni da contrapporre a chi nega la nostra nocività per la biosfera.
Questi articoli sono a disposizione di tutti e possono essere pubblicati anche su altri blog. Lo scopo del blog è “aprire gli occhi del genere umano sulla sua nocività“, come recita il suo sottotitolo, per cui saremo ben felici di veder ripresi i nostri scritti nei più disparati raccoglitori di opinioni, grandi o piccoli che siano.

Un mio libro, “Il Cancro del Pianeta Consapevole“, nel risvolto di copertina, riporta questa frase: “Le cellule cancerogene sono consapevoli di essere maligne, cioè di essere apportatrici di una malattia mortale? Sicuramente no. Se lo fossero regredirebbero? Difficile a dirsi, ma laddove possibile il tentativo di renderle consapevoli andrebbe fatto.”
Ecco, con questo blog e con tutti gli scritti ovunque pubblicati, cercherò di rendere quanto più possibile consapevole l’uomo contemporaneo della sua reale natura di cellula tumorale maligna della biosfera.
Altro che re del mondo, figlio prediletto di dio, apice della creazione: la nostra superiorità intellettuale ci ha portati a devastare le cellule e i tessuti sani di tutto il pianeta. Questa triste realtà deve essere palesata affinché le persone in buona fede ne prendano atto e modifichino conseguentemente, per quanto possibile, i loro stili di vita.
Il sito esistente “Il Cancro del Pianeta” su wordpress rimarrà in piedi:  non ha forma di blog, ma è essenzialmente un archivio di scritti miei, di precursori del Cancrismo e di documenti scientifici relativi all'”abnorme sviluppo del nostro encefalo” (la carcinogenesi!).
Qui invece, in questo blog, sarà possibile instaurare un dialogo con tutti coloro che vorranno contribuire alla divulgazione della teoria.Come noto, su Facebook esiste la pagina de “Il Cancro del Pianeta” (oltre 8.000 like) e il Gruppo “Cancrismo” (oltre 1.200 membri). Chi ha dimostrato interessa al tema in quelle sedi potrà ora ora collaborare alla crescita di questo blog, e non solo intervenendo in sede di commento.
Sarò infatti ben lieto di ricevere articoli da chiunque e di pubblicarli, sempreché, ovviamente, siano meritevoli sotto il profilo formale e interessanti in ordine allo sviluppo della teoria cancrista (documentazione di devastazioni antropiche, revisione di letture storiche apologetiche dell’umanità e così via).
Potete inviarli via mail a bruno.c.a.sebastiani@gmail.com .
Iniziamo così e poi, strada facendo, vedremo come incrementare la nostra incisività nel  contesto culturale generale.
Secondo un noto modo di dire “sono le idee che muovono il mondo” e, secondo una frasi di Tolstoj, “tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono sempre idee semplici.”
La nostra idea è semplicissima: il genere Homo, anziché essere il vertice del creato. è il devastatore dell’ambiente e come tale si comporta alla stregua delle cellule cancerogene nel corpo dell’ammalato di cancro.

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https://ilcancrodelpianeta.blogspot.com/2021/02/il-cancro-del-pianeta-un-nuovo-blog.html

Articoli sul blog “Il Cancro del Pianeta”

Articoli originali di Bruno Sebastiani su https://ilcancrodelpianeta.blogspot.com/

09 – 02 giu 2021 – Jean Servier precursore del Cancrismo?

08 – 12 giu 2021 – Rivelazione – Discorso alle cellule malate

07 – 28 mag 2021 – Contro la città

06 – 10 mag 2021 – P.I. Punteggio Individuale

05 – 07 apr 2021 – Una via senza ritorno

04 – 27 mar 2021 – Omaggio a Sergio Orlando, poeta del sublime

03 – 02 mar 2021 – La bellezza salverà il mondo

02 – 06 mar 2021 – Un pittore “cancrista”: Mario Giammarinaro

01 – 16 feb 2021 – Un blog sulla nostra nocività per la biosfera

Contra philosophos, ovvero i filosofi e la superiorità della razza umana

Lo scopo finale dell’uomo è di sottomettere a sé tutto ciò che è privo di ragione e di padroneggiarlo liberamente secondo la propria legge.”

Questa frase, tanto lapidaria quanto terrificante, riassume perfettamente il senso della perversa evoluzione subìta dal nostro cervello. Sembra pronunciata da un sadico aguzzino in preda a una crisi di delirio di onnipotenza.

Il suo autore è invece lo stimato e apprezzato filosofo Johann Gottlieb Fichte, che l’ha inserita in uno dei suoi “capolavori”, “La missione del dotto” (Fabbri, Milano 2004, p. 17).

Questa affermazione è la più esplicita di una infinita serie di asserzioni che nel corso dei secoli i più celebri filosofi, scienziati ed ecclesiastici hanno profuso a piene mani nei propri scritti.

Senza risalire al famoso invito rivolto da Dio ad Adamo ed Eva (“soggiogate la terra e dominate sopra ogni essere vivente”) e a tutti i conseguenti precetti di natura religiosa, possiamo osservare che analoghi princìpi germogliarono anche in Grecia, la “laica” patria della filosofia.

Il mito di Prometeo e di Epimeteo, rievocato da Socrate nel Protagora di Platone, narra che “l’uomo divenne partecipe di una sorte divina […] unico tra gli esseri viventi, cominciò a credere negli dèi […]”.

Pochi anni più tardi Aristotele scrisse: “Tutti gli uomini sono protesi per natura alla conoscenza […] Nella vita degli animali […] sono presenti soltanto immagini e ricordi, mentre l’esperienza vi ha solo una limitatissima parte; nella vita del genere umano, invece, sono presenti attività artistiche e razionali. […] l’esperienza è per gli uomini solo il punto di partenza da cui derivano scienza e arte […] (Metafisica, 980a – 981a)

Plotino nel III secolo puntualizzava che: “[…] l’uomo possiede la vita completa, allorché ha non solo quella sensibile, ma anche la facoltà di ragionare e l’Intelligenza vera […]” (Enneade I 4, 5)

Nel 1260 Tommaso d’Aquino, in pieno Medio Evo cristiano, sancì la superiorità degli esseri dotati di pensiero razionale su quelli che ne sono privi: “[…] mostreremo che per divina disposizione, nel determinare la perfezione delle cose create secondo il migliore dei modi, era giusto che venissero prodotte delle creature dotate di intelligenza, poste nel grado supremo degli esseri.” (Somma contro i gentili, Libro II, Cap. XLVI)

Tutta la storia della chiesa è costellata di documenti che, sulla scia di quanto affermato dall’aquinate, hanno periodicamente ribadito la superiorità dell’uomo su ogni altro vivente.

Nel 1870 Pio IX, nella Costituzione Dogmatica “Dei Filius” ribadì che “[…] Dio destinò l’uomo ad un fine soprannaturale, cioè alla partecipazione dei beni divini, che superano totalmente l’intelligenza della mente umana […] sebbene la fede sia superiore alla ragione, pure non vi può essere nessun vero dissenso fra la fede e la ragione, poiché il Dio che rivela i misteri della fede e la infonde in noi è lo stesso che ha infuso il lume della ragione nell’animo umano […]”.

Dunque anche per la chiesa di Roma è il “lume della ragione” a stabilire la nostra superiorità in questo mondo.

I precetti della religione peraltro sono sempre ammantati da una patina di “sovra naturalezza” che ne attenua il rigore.

Spetta ai filosofi laici il primato della brutalità, e non vi è dubbio che, prima di Fichte, il pensatore più malvagiamente esplicito in tema di superiorità umana sia stato Cartesio, per il quale gli animali sono equiparabili a dei congegni meccanici.

“[…] non esistono uomini così ebeti e stupidi e magari anche pazzi che non siano capaci di combinare insieme diverse parole e di comporre un discorso con il quale far capire i loro pensieri, mentre, al contrario, non vi è nessun animale tanto perfetto e tanto felicemente nato che faccia lo stesso. […] Questo fatto testimonia non soltanto che le bestie hanno meno ragione degli uomini ma che non ne hanno affatto; […] è la natura ad agire in loro secondo la disposizione dei loro organi, così come si vede che un orologio, composto unicamente di ruote e di molle, può contare le ore e misurare il tempo più esattamente di noi con tutta la nostra prudenza.” (Discorso sul metodo, parte quinta)

Un po’ meno brutale fu Leibniz, ma la sostanza del discorso è sempre la medesima: “[…] la conoscenza delle verità necessarie ed eterne è quella che ci distingue dagli animali bruti e ci fa avere la ragione e le scienze, elevandoci alla conoscenza di noi stessi e di Dio. Questo è ciò che in noi si chiama anima ragionevole o spirito.” (Monadologia, parte II, cap. VI

Credo che le citazioni sopra riportate forniscano un quadro sufficientemente chiaro di come i maggiori pensatori di tutti i tempi abbiano costantemente e concordemente incensato la superiorità della razza umana in contrapposizione all’inferiorità del mondo della natura.

Ad avvalorare questa affermazione aggiungo le citazioni di un filosofo che la vulgata comune definisce contiguo al romanticismo, al vitalismo e all’irrazionalismo, nonché connotato da una forte dose di pessimismo, Arthur Schopenhauer.

È opinione concorde di tutti i tempi e di tutti i popoli che tutte queste così svariate ed estese asserzioni hanno origine da un principio comune, da quel particolare potere dello spirito che rende l’uomo superiore all’animale e che è stato chiamato RAGIONE [in maiuscolo nel testo …]”

Il grande privilegio dell’uomo, la ragione, […] mediante una condotta regolata e ciò che ne consegue, gli allevia tanto la vita ed il suo peso […]

Quantunque nell’uomo, come idea (platonica), la volontà trovi la sua più chiara e perfetta oggettivazione, questa soltanto tuttavia non poteva esprimere la sua essenza. L’idea dell’uomo, per apparire nel suo debito significato non poteva manifestarsi sola e sconnessa, ma doveva essere accompagnata dal processo graduale discendente, attraverso tutte le forme animali, il regno vegetale, fino al mondo inorganico. Soltanto tutti questi si integrano in una completa oggettivazione della volontà; essi sono presupposti dall’idea dell’uomo, così come i fiori dell’albero presuppongono le foglie, i rami, il tronco e le radici: essi formano una piramide, il cui vertice è costituito dall’uomo.”

Come se a Schopenhauer non bastasse aver collocato l’uomo al vertice della piramide della natura, il desiderio di umiliare gli altri esseri viventi si esprime in lui nella constatazione che solo l’uomo cammina volgendo lo sguardo in alto, mentre tutti gli altri hanno il muso rivolto a terra!

Questa differenza fra uomo ed animale è espressa all’esterno mediante la diversità di rapporto della testa con il corpo. Negli animali inferiori, entrambi sono ancora del tutto attaccati; in tutti, la testa è inclinata verso terra […] Perfino negli animali superiori testa e tronco sono un tutt’uno, ancor più che nell’uomo, il cui capo appare collocato libero sul corpo, da questo solamente portato, non già al suo servizio. L’Apollo del Belvedere rappresenta a livello sublime questo vantaggio per l’uomo: la testa del dio delle muse, la quale volge ampiamente lo sguardo tutto intorno, poggia così libera sulle spalle, che si svincola completamente dal corpo e sembra non darsene più pensiero.” (Il mondo come volontà e rappresentazione, parr. 8, 16, 28 e 33)

Qui il cerchio si chiude e il moderno Schopenhauer si ricollega all’antico Aristotele, il quale si compiaceva di come l’uomo fosse “il solo degli animali ad avere posizione eretta […] con la sua parte superiore […] orientata verso la parte superiore dell’universo […]” (Parti degli animali, 656a)

Né a Schopenhauer né ad alcun altro illustre filosofo è mai venuto in mente che se lo sguardo dell’uomo, anziché verso lontani e irraggiungibili orizzonti, fosse stato rivolto verso la terra, le piante e gli esseri a noi più vicini, oggi non ci troveremmo a dover risolvere i terribili problemi che affliggono la biosfera e con essa anche le nostre stesse vite?

L’ora della fine del nostro mondo si avvicina velocemente e i grandi pensatori ne sono in buona parte responsabili.

Non vi è dubbio che il cervello dell’uomo sia più potente di quello degli altri animali, ma ben diverso è attribuire a questa peculiarità valore positivo, come hanno fatto sin qui tutti i filosofi, o valore negativo, come ho iniziato a ipotizzare ne “Il Cancro del Pianeta” sulla base degli esiti di ciò che la potenza del nostro organo di comando ha causato alla biosfera.

Se vogliamo cercare di rallentare l’ecocidio, iniziamo dunque a riflettere sul reale valore dell’abnorme sviluppo evolutivo subìto dal nostro encefalo, che ci ha consentito di stravolgere l’armonia della natura ma che non ci permette di ricrearne un’altra altrettanto stabile e duratura.

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Una, nessuna, centomila

Tranquilli. Pirandello non c’entra. La parafrasi del titolo del suo famoso romanzo serve solo a introdurre il tema dell’anima, questa evanescente illusione che ci siamo inventati per tentare di dare un senso all’inspiegabile.

Forse, a ben guardare, qualche attinenza con l’argomento del romanzo la si può trovare. Ma lascio volentieri ad altri questo esercizio.

Io preferisco concentrarmi su come e perché i nostri lontanissimi progenitori abbiano pensato che dietro a tutto ciò che nasce, si sviluppa e muore potesse sussistere una entità immateriale destinata ad affiancare il fenomeno vita e poi, presso talune fattispecie, a immortalarlo.

L’argomento è vastissimo e richiederebbe, per essere svolto in modo appropriato, lo spazio di un intero trattato e non quello di un semplice articolo.

Mi limiterò pertanto a enucleare i capitoli di questo tema e a svolgere qualche considerazione al riguardo.

Iniziamo col dire che all’insorgere dell’autocoscienza nel cervello di Homo sapiens, l’esistenza di qualcosa dietro ad ogni fenomeno naturale apparve la spiegazione più ovvia della realtà.

Nacque così l’animismo o religione della natura. L’etimologia stessa del termine “anima” ci rinvia a quel “soffio vitale” che “qualcuno” avrebbe insufflato nel corpo di ogni vivente, il quale, per l’appunto, in virtù di tale azione sarebbe divenuto “animato”.

In realtà inizialmente si ritenne che ogni realtà fosse dotata di tale spirito, fiumi, laghi e montagne compresi.

Poi, poco alla volta, il lume della ragione restrinse il campo. Solo ai viventi fu attribuita questa particolarità e l’animismo cedette il passo ai miti e alle religioni.

Ma il concetto di anima continuò a perpetuarsi (qualche sua sporadica espressione sopravvive ancora ai giorni nostri!) e fu rielaborato opportunamente da filosofi e uomini di chiesa.

La prima brutale operazione compiuta da costoro ai danni del mondo vegetale e di quello animale consistette proprio nel privare alberi e belve di questa sostanza immateriale, che da un certo punto in poi fu ritenuta appannaggio esclusivo della razza umana.

Ma come? Se la sua funzione primaria era di affiancare e sostenere ogni essere vivente, perché riservarla solo all’uomo?

L’unica spiegazione plausibile è che l’uomo, rispetto a ogni altro vegetale e animale, ha un cervello molto più fitto di neuroni e sinapsi, condizione questa che lo pone in grado di dominare tutti gli altri esseri dotati di vita e di decidere cosa compete a costoro, anche in termini di presunta vita ultraterrena.

Perché di questo si tratta. Avere l’anima è la condizione indispensabile, secondo miti e religioni, per poter “sopravvivere alla morte” e accedere all’“al di là”, sia che si chiami “ade” o “campi elisi” o “paradiso” (con la variante punitiva dell’“inferno”).

Il fitto intrico di neuroni e sinapsi ha infatti svelato all’uomo che a ogni nascita conseguono l’invecchiamento e la morte, destino tanto inesorabile quanto oscuro e angosciante.

Per tale motivo sorse l’esigenza di aggrapparsi a un “salvagente ideologico”, ed ecco l’utilità di quel concetto di anima che sopravvive alla morte.

Il fatto di non attribuirla agli animali ha una sua logica. Essi conoscono l’angoscia della morte solo nel momento del pericolo. Non ne sono afflitti costantemente nel corso della vita e non hanno quindi necessità di particolari supporti “psicologici” durante la loro esistenza.

Osservazione a margine. Ma questa condizione “animalesca” non è preferibile a quella umana? E, se sì, non ne consegue che il maggior intrico di neuroni e sinapsi formatosi nel cervello dell’uomo sia da ritenere un attributo infausto anziché super-favorevole?

Ma torniamo a occuparci della fantomatica anima e vediamo quali forme abbia assunto la sua presunta esistenza nel corso dei secoli.

Anche in questo caso, come in molti altri, il più eminente organizzatore dell’idea “anima” nell’antichità è stato Aristotele.

A questo argomento ha dedicato uno specifico trattato (per l’appunto il De Anima), in cui stabilisce (bontà sua) che all’anima competano varie facoltà, le quali “si trovano in alcuni viventi tutte […] in altri alcune, in taluni, infine, una sola.” (II, 3, 414a) Sia detto per inciso, le povere creature con una sola facoltà (quella nutritiva) sarebbero le piante, mentre gli animali sarebbero in possesso di anime con più facoltà, seppure in forma ben ridotta rispetto all’uomo.

Quest’ultimo, il dominatore dell’Universo, è l’unico fornito di intelletto (seppure passivo, essendo quello attivo di competenza della divinità). Questa attribuzione gli dà comunque diritto a un’anima di tipo superiore, provvista di ogni facoltà, compresa quella di ricevere la luce riflessa dell’intelletto attivo e quindi di proseguire la sua vita oltre la morte.

L’indagine di Aristotele non ha peraltro scopi religiosi e non sconfina nella vita ultraterrena. Per lui l’anima è il principio che sostiene ogni essere vivente e il suo studio si incentra eminentemente sul funzionamento del fenomeno “vita”, relativamente al quale l’anima è l’artificio che consente di dare una spiegazione a ciò che il sapere scientifico dell’epoca non era in grado di giustificare.

Platone nel Timeo espone la sua cosmogonia, secondo la quale “questo mondo è veramente un animale animato e intelligente generato dalla provvidenza di dio.” (VI, 30b) Ebbene questo “animale” vive sul pianeta Terra e dispone di un’anima unica e multiforme. Ecco come si sarebbe formata: “[…] il dio […] fece un corpo liscio e uniforme ed eguale dal centro in ogni direzione […] E messa l’anima nel mezzo di esso, la distese per tutte le sue parti, e con questa stessa l’involse tutt’intorno di fuori […]” (VIII, 34b)

È un approccio un po’ più poetico e meno filosofico di quello di Aristotele, ma entrambi lasciano aperta la possibilità che, in aggiunta alle singole anime individuali, ve ne sia una “planetaria”, o piuttosto che le prime derivino da quest’ultima, preesistente.

In particolare, una interpretazione degli scritti di Aristotele operata da Averroè ipotizzò l’esistenza di due tipi di anime, una personale e mortale e un’altra immortale ma impersonale, cioè unica per tutto il genere umano.

Come si può ben capire, se questa fosse stata l’ipotesi prevalente sarebbe venuto meno tutto il potere persuasivo e dissuasivo nelle mani della chiesa: nell’aldilà non vi sarebbero premi per i buoni e castigo per i cattivi. E allora perché operare il bene disinteressato anziché ricercare il vantaggio egoistico?

Per stroncare questa teoria e altre eterodosse che si stavano diffondendo, papa Leone X nel 1513 emanò la Bolla Apostolici Regiminis in cui veniva proclamata solennemente l’immortalità di ogni singola anima umana, che così da “una” diveniva “centomila”.

E quando l’anima svanì, divenne “nessuna”?

Si deve arrivare al 1789, al trionfo rivoluzionario della Dea Ragione, e poi al XIX secolo, con l’avvento dello scientismo. Come credere ancora all’esistenza di una entità incorporea, che nessuno hai mai visto e toccato, destinata a vivificare i corpi degli uomini nel corso della loro vita e a sopravvivere dopo la morte?

Oltretutto Charles Darwin dimostrò verso la fine dell’800 la nostra discendenza da una famiglia di primati, i quali per Aristotele avevano una forma di anima “ridotta” e per la chiesa nessuna. L’anima nell’uomo si sarebbe dunque formata a un certo punto del suo percorso evolutivo. Ma quando? L’ipotesi più plausibile è che ciò sia accaduto in concomitanza con l’insorgere dell’autocoscienza. Dunque l’anima sarebbe un riflesso della ragione. Ma poi la ragione “cresce”, si sviluppa e ci mette in grado di conoscere il reale funzionamento dei corpi, dove non troviamo traccia di alcuna entità immateriale nonostante l’uso degli strumenti più sofisticati.

L’anima è svanita, è diventata “nessuna”. Il rischio di questa sparizione è che con essa sia sparito ogni freno all’egoismo umano. Se non vi sono premi o castighi ultraterreni, perché non cercare di ottenere i massimi vantaggi nel corso di questa vita terrena?

È ciò che stiamo facendo, depredando brutalmente tutte le risorse del pianeta! Dunque la sparizione dell’anima segna il raggiungimento di un nuovo stadio della malattia che rappresentiamo per la biosfera? Pare proprio di sì, con l’aggravante che l’anima scacciata non potrà mai tornare in auge, a conferma che il cammino sin qui fatto della razza umana non può essere percorso a ritroso.

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https://ugobardi.blogspot.com/2021/01/una-nessuna-o-centomila-levanescente.html

Giordano Bruno

da La cena delle ceneri,
in Opere italiane, Utet, Torino 2013, vol. I, p.452

“Gli Tifi [i novelli Argonauti, ovvero i Conquistadores, n.d.r.] han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui, violar i patrii genii de le reggioni, di confonder quel che la provida natura distinse, per il commerzio radoppiar i diffetti e gionger vizii a vizii de l’una e l’altra generazione, con violenza propagar nove follie e piantar l’inaudite pazzie ove non sono, conchiudendosi al fin più saggio quel che è più forte; mostrar novi studi, instrumenti, et arte de tirannizar e sassinar l’un l’altro; per mercè de quai gesti, tempo verrà ch’avendono quelli a sue male spese imparato, per forza de la vicissitudine de le cose, sapranno e potranno renderci simili e peggiori frutti de sì perniciose invenzioni […]”

da De la causa, principio et uno,
in Opere italiane, Utet, Torino 2013, vol. I, p.696 – 697

“Questo atto absolutissimo, che è medesimo che l’absolutissima potenza [Dio, n.d.r.], non può esser compreso da l’intelletto, se non per modo di negazione: non può, dico, esser capito né in quanto può esser tutto, né in quanto è tutto; perché l’intelletto quando vuole intendere, gli fia mestiero di formar la specie intelligibile, di assomigliarsi, commesurarsi et ugualarsi a quella: ma questo è impossibile, perchè l’intelletto mai è tanto che non possa essere maggiore; e quello per essere immenso da tutti i lati e modi, non può esser più grande. Non è dumque occhio ch’approssimar si possa o ch’abbia accesso a tanto altissima luce e sì profondissimo abisso.”

Friedrich Nietzsche

da Verità e menzogna in senso extramorale,
in Opere di Friedrich Nietzsche, Adelphi, Milano 1973, vol. III tomo II, p. 355

“In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della “storia del mondo”: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire.”

da La Gaia Scienza,
in Opere di Friedrich Nietzsche, Adelphi, Milano 1965, vol. V tomo II, p. 152

“224. Critica degli animali. Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice.”

Spunti per una nuova rivoluzione culturale

Non mi era nota fino a qualche tempo fa (e me ne rammarico) l’instancabile ed encomiabile attività di Maurizio Di Gregorio, sia come articolista sia come libraio on line.

Il 15 giugno di quest’anno ha pubblicato nel suo sito Fiorigialli.it un articolo dal titolo “Auspicio e urgenza di una internazionale ecologista”.

L’articolo è lungo e complesso. Gli elementi di maggior interesse, a mio avviso, sono contenuti negli ultimi tre paragrafi (“Auspicio di una Internazionale Ecologista”, “Un Movimento Planetario di Liberazione” e “Trasformazione interiore e Cambiamento esteriore”), dove viene prefigurata l’unificazione di tutti gli sforzi dei vari movimenti ecologisti in un grande movimento culturale per la salvezza della biosfera.

L’altra attività di Di Gregorio, quella libraria, è complementare a quella “ideologica”. Si sa che i libri sono i veicoli su cui viaggiano le idee e il sito Il Libraio delle Stelle offre uno dei cataloghi più ricchi “sulla cultura del naturale, le arti del benessere, l’impegno sociale e la ricerca spirituale”, come recita la didascalia del sito.

Molti altri siti e movimenti sono impegnati in modo altrettanto encomiabile nel promuovere idee e comportamenti virtuosi contro il nostro dilagante egoismo di specie. Basti citare i movimenti per la decrescita, per la difesa dei diritti degli animali, contro l’inquinamento e il riscaldamento globale ecc.

Nonostante tutte queste lodevoli iniziative, la vera Rivoluzione culturale è di là da venire. Elettoralmente i vari movimenti ecologisti hanno un peso irrilevante e sotto il profilo ideologico non riescono ancora ad imporsi all’attenzione della pubblica opinione. O meglio. Moltissimi hanno compreso che stiamo distruggendo l’ecosfera, ma ben pochi modificano concretamente i propri comportamenti.

Si tratta di un problema comune a livello mondiale. Alcuni popoli / nazioni devastano più di altri, ma tutti contribuiscono, chi più chi meno, all’opera di distruzione della natura.

Nel mio ultimo libro, “L’Impero del Cancro del Pianeta”, ho cercato di illustrare come questa opera nefasta sia conseguenza di un tipo di crescita tecnico – scientifico – industriale necessaria al mantenimento di quasi otto miliardi di esseri umani e di innumerevoli apparecchiature costruite per rendere più comoda la loro vita.

Questo è un punto molto importante per la comprensione della reale situazione in cui ci troviamo. Il livello raggiunto di deterioramento della biosfera non è addebitabile all’egoismo o alla cattiva volontà di una determinata categoria di persone (politici, industriali, finanzieri o altri rappresentanti delle élite dominanti). Su questo argomento si veda il mio articolo “Il vero responsabile”, nel quale ho cercato di chiarire come tutti noi, esponenti della specie umana, generazione dopo generazione, abbiamo contribuito con ritmi crescenti a determinare quello squilibrio ambientale che mette oggi a rischio la vita sul pianeta.

Credo che da qui si debba partire per cercare di costruire una ideologia credibile e largamente condivisa. Ogni altra ipotesi non può che scivolare inevitabilmente nel tanto deprecabile “complottismo”.

La barriera che si è frapposta tra la grande maggioranza della popolazione e un ridotto numero di “antagonisti ideologici” deriva dal fatto che questi ultimi non accettano la realtà per quella che è, ma si ostinano a vedere nemici da combattere ad ogni angolo di strada.

Così non si va da nessuna parte, si rimane imprigionati in un recinto ideologico ben delimitato, una sorta di riserva indiana dove un minuscolo manipolo di contestatori non disturba più di tanto i visi pallidi che costruiscono ferrovie e scavano miniere.

Vediamo dunque su quali basi si dovrebbe invece fondare il movimento unitario preconizzato da Di Gregorio, quella Internazionale Ecologista in grado di incidere realmente sui destini dell’umanità.

Per una nuova grande rivoluzione culturale” è il titolo della Conclusione del mio già citato libro, che riprende concetti espressi in un articolo pubblicato nel 2018 su Effetto Cassandra.

Qui la rivoluzione da attuare è vista come terza dopo altre due che hanno scosso dalle fondamenta i convincimenti su cui poggiavano le società del passato.

L’individuazione di queste due rivoluzioni è di per sé assai significativa rispetto a come si debba prospettare la terza in fase di gestazione.

Perché le prime due non sono né il pensiero socratico, né l’avvento dei monoteismi, né il Rinascimento o l’Umanesimo, e neppure le grandi rivoluzioni del XVIII secolo (quella industriale e quella francese). Men che meno il formarsi degli stati nazionali o le ideologie che hanno agitato il XX secolo. Tutti questi sommovimenti hanno semplicemente costituito altrettante tappe del cammino umano verso il baratro.

La prima vera grande rivoluzione culturale si avverò nel 1543, quando Niccolò Copernico pubblicò il suo trattato “Sulle rivoluzioni delle sfere celesti”.

D’un tratto la centralità cosmica della Terra, conseguente alla superiorità universale dell’essere umano, fu spazzata via a favore della corretta visione planetaria, secondo la quale il nostro corpo celeste è uno degli infiniti esistenti, e certamente non tra i maggiori.

La seconda grande rivoluzione culturale si produsse nel 1859 e fu anch’essa conseguenza della pubblicazione di un libro, “L’origine delle specie” di Charles Darwin.

Il mito dell’essere umano creato direttamente da Dio (e forgiato a sua immagine e somiglianza) crollò di colpo lasciando il posto alla più realistica e verificabile teoria evoluzionista.

Da notare che entrambi questi due ribaltamenti epocali avvennero silenziosamente, senza il clamore delle folle che di norma accompagna le pseudo-rivoluzioni che ribaltano le classi al potere senza modificare il corso della storia.

Questa constatazione deve farci capire come i veri cambiamenti non avvengano a furor di popolo e in vista di nuovi assetti politici, bensì siano conseguenza di idee destinate ad aprire gli occhi della gente (a iniziare dalle élite culturali) sulla nostra reale dimensione di piccoli abitanti di un piccolo pianeta.

Ma da questo punto di vista la seconda rivoluzione, quella darwiniana, è da considerarsi incompleta. Ha desacralizzato l’essere umano, svelando la sua discendenza da una famiglia di primati anziché da Dio onnipotente, ma lo ha mantenuto al vertice del regno animale in virtù della sua superiorità intellettuale.

Compito della nuova rivoluzione culturale deve quindi essere quello di rivelare all’uomo la nocività di questa sua indiscussa superiorità intellettuale al fine del mantenimento dell’equilibrio globale della biosfera.

Personalmente affido il Cancrismo all’attenzione di tutti coloro che intendono promuovere questo “terremoto” culturale e chiedo ai miei lettori di immaginare come si trasformerebbe la nostra società se tutti, classi dirigenti e non, si convincessero di essere cellule tumorali maligne di quell’ “[…] animale animato e intelligente […]” che, secondo Platone (Timeo, 30b), è il nostro mondo (e questo ben 2.500 anni prima dell’ipotesi Gaia di James Lovelock!).

Si tratta di semplici spunti per un progetto da approfondire collegialmente da parte di tutti coloro che hanno a cuore la sopravvivenza della vita sul pianeta. La rivelazione di realtà occulte ha consentito in passato di sfatare convincimenti erronei forieri di tanti danni alla biosfera (i nefasti miti sulla superiorità della razza umana). Una nuova decisiva rivelazione sulla limitatezza e nocività di tale superiorità potrà forse convincere una platea ancor più vasta di uditori a modificare i propri atteggiamenti predatori nei confronti della natura.

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Jean Jacques Rousseau

da Discorsi (1750 – 1754)
BUR Classici, Milano 2015

“[…] le nostre anime si sono corrotte a misura che le nostre scienze e le nostre arti sono progredite verso la perfezione. Si dirà che è una disgrazia particolare al nostro tempo? No, signori: i mali cagionati dalla nostra vana curiosità sono vecchi come il mondo.” (p. 42)

“Popoli, sappiate dunque una buona volta che la natura ha voluto preservarvi dalla scienza, come una madre strappa un’arma pericolosa dalle mani del figlio; che tutti i segreti che ella vi nasconde son tanti mali dai quali vi preserva, e che la pena, che trovate ad istruirvi, non è certo il minore dei suoi benefici. Gli uomini sono perversi; sarebbero peggiori ancora, se avessero avuto la disgrazia di nascer sapienti.” (pp. 49 – 50)

“Se le nostre scienze son vane nell’oggetto che si propongono, sono ancor più pericolose per gli effetti che producono.” (p. 52)

“[…] la maggior parte dei nostri mali sono opera nostra, e noi li avremmo evitati quasi tutti, conservando la maniera di vivere semplice, uniforme e solitaria, che ci era prescritta dalla natura.
Se essa ci ha destinati a essere sani, oserei quasi assicurare che lo stato di riflessione è uno stato contro natura, e che l’uomo che medita è un animale depravato.” (p. 102)

“[…] la conoscenza della morte e dei suoi terrori è uno dei primi acquisti che l’uomo ha fatto, allontanandosi dalla condizione animale.” (pp. 108 – 109)

“[…] che diremo dell’agricoltura, arte che esige tanto lavoro e previdenza; che si collega a tante altre arti, che evidentissimamente non può esser praticata che in una società almeno iniziata, e ci serve non tanto a trarre dalla terra alimenti, che essa fornirebbe pur senza ciò, quanto a costringerla alle preferenze che son più di nostro gusto?” (p. 110)

“Per quanto potesse appartenere a Socrate ed agli spiriti della sua tempra l’acquistar la virtù per via di ragione, il genere umano non esisterebbe più da un gran tempo, se la sua conservazione non avesse dipeso che dai ragionamenti dei suoi componenti.” (p. 125)

“[…] errando nella foresta, senza industria, senza parola, senza domicilio, senza guerra e senz’associazione, senz’alcun bisogno dei suoi simili come senza desiderio di nuocer loro, forse anche senza mai riconoscerne alcuno individualmente, l’uomo selvaggio, soggetto a poche passioni, e bastando a se stesso, non aveva che i sentimenti e le conoscenza adatte a tale stato; non sentiva che i suoi veri bisogni, non considerava che ciò che credeva di aver interesse a vedere, e la sua intelligenza non faceva più progressi che la sua vanità.” (p. 128)

“Le nuove capacità intellettuali, che risultarono da tale sviluppo, aumentarono la sua superiorità sugli altri animali, rendendogliela nota. Si esercitò a tendere loro trappole, li ingannò in mille modi; e per quanto parecchi lo superassero in forza nel combattimento, in rapidità nella corsa, di quelli che potevano servirgli o nuocergli, egli divenne col tempo il padrone dei primi e il flagello dei secondi.” (p. 134)

“In questo nuovo stato, con una vita semplice e solitaria, con bisogni limitatissimi, e con gli strumenti inventati per provvedervi, gli uomini, godendo di grande agio, l’usarono a procurarsi varie specie di comodità sconosciute ai loro padri; e fu questo il primo giogo che s’imposero senza pensarci, e la prima fonte dei mali che prepararono ai loro discendenti; perché, oltre al fatto che continuarono a rammollirsi il corpo e lo spirito, avendo queste comodità perduto per via d’abitudine quasi del tutto la loro piacevolezza ed essendo al contempo degenerate in veri bisogni, ne divenne ben più crudele la privazione che dolce il possesso; e s’era infelici nel perderle, senz’esser felici nell’averle.” (p. 137)

“[…] sono il ferro e il grano gli autori della civilizzazione degli uomini e della perdizione del genere umano.” (p. 141)

da Emilio o dell’educazione (1762)
Edizioni Laterza, Bari 2016

«Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo. Egli (l’uomo, n.d.r.) sforza un terreno a nutrire i prodotti di un altro, un albero a portare i frutti di un altro; mescola e confonde i climi, gli elementi, le stagioni; mutila il suo cane, il suo cavallo, il suo schiavo; sconvolge tutto, sfigura tutto, ama la deformità, i mostri; non vuol nulla come l’ha fatto la natura, nemmeno l’uomo …» (p. 51)

Johann Wolfgang von Goethe

da Faust [Prima Parte]
in Opere, Sansoni Editore, Firenze 1970, p. 6, 7, 42

Prologo in cielo – Mefistofele, rivolto al Signore:

“Il piccolo dio del mondo resta sempre lo stesso, bizzarro come il primo giorno. Egli vivrebbe un po’ meglio se tu non gli avessi dato il riflesso della luce celeste, ch’egli chiama ragione e usa soltanto per essere più bestia di ogni bestia.”

Notte – Faust, inquieto:

“Filosofia giurisprudenza medicina, e, ahimè!, anche teologia ho studiato a fondo con fervido impegno. Ed eccomi ora, povero illuso, a saperne quanto prima. Ho il titolo di Maestro, anzi di Dottore, e saran dieci anni che, con giri e rigiri, sto menando per il naso i miei scolari e vedo che non ci è dato saper nulla.”

Il giardino di Marta – Faust a Margherita (che gli aveva chiesto se credesse in Dio):

“Non fraintendermi fanciulla soave! Chi può nominarlo? E chi confessare: credo in Lui? Chi avere un sentimento, e osar dire: non credo in Lui? Colui che tutto comprende e tutto regge, non comprende forse e regge te, me, se stesso? Non s’inarca il cielo lassù? Non sta quaggiù salda la terra? E non salgono forse in cielo le stelle eterne, splendendo vaghe? Non ti guardo io forse negli occhi, e tutto non fa ressa verso la tua testa e il tuo cuore, operando in un mistero eterno, invisibile e visibile, accanto a te? Rièmpitene il cuore quanto è grande e poi, inebriata da questo sentimento, chiamalo come vuoi, chiamalo Felicità Cuore Amore Dio! Io non so che nome dargli. Il sentimento è tutto; il nome è rumore e fumo che offusca lo splendore del cielo.”

Fedor M. Dostoevskij

da Ricordi dal Sottosuolo (1864)
Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1975, pp. 25, 48, 49, 54, 55, 56, 158

“Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia. […] sono fermamente convinto che non soltanto una coscienza eccessiva, ma la coscienza stessa è una malattia.”
“[…] non dobbiamo stancarci di ripetere a noi stessi che la natura non ci consulta in nessun momento e in nessuna circostanza; che bisogna prenderla com’è, e non secondo le nostre fantasie […]”
“Vedete: la ragione, signori, è una bella cosa, non se ne discute, ma la ragione è soltanto ragione e soddisfa soltanto la facoltà raziocinativa dell’uomo, laddove il volere è manifestazione di tutta la vita […] è per esempio del tutto naturale che io voglia vivere soddisfacendo a tutte le mie facoltà vitali e non alla sola facoltà raziocinativa, ossia alla ventesima forse parte delle me facoltà vitali. Che cosa sa la ragione? La ragione sa soltanto quello che le è riuscito di conoscere (e magari certe cose non le conoscerà mai; questo non è forse edificante, ma perché nasconderselo?) […]”
“Dal formicaio le rispettabili formiche hanno cominciato, e col formicaio certamente finiranno, il che torna a grande onore della loro perseveranza e della loro posatezza.”
“[…] la meta da raggiungere […] non può esser altro che il due più due quattro, ossia una formula, ma questo due più due quattro non è più la vita, signori, bensì il principio della morte. […] Son magari d’accordo che due più due quattro sia una bellissima cosa; ma […] anche due più due cinque è talvolta una cosuccia graziosissima.”
“[…] secondo me la coscienza è per l’uomo la più grande disgrazia, so però che l’uomo l’ha cara e non la scambierebbe colle maggiori soddisfazioni.”
“A noi ci pesa persino d’essere uomini, uomini dotati d’un vero, d’un proprio corpo e d’un proprio sangue; ci vergogniamo di questo, lo riteniamo un’ignominia e aspettiamo di diventare non so che inauditi esseri astratti. […] Presto inventeremo la maniera di nascere dall’idea.”

da L’Idiota (1868-69)
Newton Compton, Roma 2017, parte III, cap. VII, p. 351

“Durante una giornata limpida e piena di sole andò verso i monti, tormentato da un pensiero vago e inafferrabile. In alto il puro azzurro del cielo, in basso un lago, tutt’intorno la curva sterminata dell’orizzonte. Il principe [il protagonista del romanzo, N.d.R.] guardava. Guardava e si rodeva. Distendeva le braccia verso l’azzurro lontano del cielo e piangeva. Piangeva perché si sentiva estraneo alla festa a cui stava partecipando tutto il creato. Un autentico banchetto, una gioia senza fine che lo attirava, che lo aveva sempre attirato ma a cui lui non poteva prendere parte. Il sole, limpido e splendente, sorgeva tutte le mattine; tutte le mattine, l’arcobaleno rifletteva la sua curva sulla cascata; tutte le sere, la più alta vetta di quel monte, ai confini del cielo, bruciava al calore purpureo del sole al tramonto; ogni moscerino che gli ronzava intorno prendeva parte a quel coro di letizia: conosceva il suo posto, lo amava e ne era felice; ogni filo d’erba che lo circondava cresceva e dava senso alla propria vita! Ogni cosa, ogni essere ha una strada da seguire e la percorre, cantando: solo lui non sapeva nulla e non capiva niente, né la parola degli uomini, né le voci degli animali; solo a lui, estraneo a tutto, la natura era matrigna.”

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