Gabriele Buratti

Gabriele Buratti – Buga – nasce a Milano nel 1964, laureato al Politecnico in Architettura del Paesaggio, sviluppa negli anni interesse per i carattere fisici, antropici, storici e strutturali del territorio che influenzerà profondamente la sua opera di pittura, scultura e fotografia.

I suoi dipinti contengono anche un marchio, che marchio non è, perché è un vero e proprio codice a barre, lo stesso che troviamo sui prodotti, e che segnano la produzione del nostro tempo, caratterizzata da un forte consumismo. Ebbene, proprio questo marchio è diventato un’icona, un segno, un’immagine forte che ruota quasi sempre nei dipinti del nostro artista, dando di lui un’idea forte della sua arte che non e’ avulsa dalla storia degli ultimi anni, di quella storia economico-sociale che ha dato ai paesi occidentali e capitalismi processi accelerati.

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“Dal linguaggio rupestre a quello freddo e inumano dei codici a barre, la semiologia ha fatto un salto che allontana sempre più l’uomo dal mistero del sacro impadronendosi del nostro immaginario collettivo attraverso il mondo dell’economia.”

Apologia dell’Apofatismo

Apofatismo, chi era costui? Non pensate di essere ignoranti se non conoscete il significato di questa parola. È talmente in disuso che oramai credo che ben pochi la conoscano.

E allora ricorriamo a Santa Wikipedia, che ci dice che

L’apofatismo (dal greco ἀπό φημί che significa letteralmente “lontano dal dire”, “non dire”) è un metodo teologico secondo il quale la comprensione della natura di Dio non può essere espressa a parole.

In quest’ottica, l’approccio più adeguato a Dio è quello che prevede il silenzio, la contemplazione e l’adorazione del mistero, prescindendo cioè da qualsivoglia processo di speculazione o indagine discorsiva dell’essere divino.

Nelle forme più radicali l’apofatismo può implicare non solo che non vi siano argomenti per descrivere appropriatamente Dio, ma che Egli sia del tutto inconoscibile dalla ragione, perché trascende le capacità cognitive umane e la stessa realtà fisica.

Anch’io ignoravo questa corrente della cosiddetta Teologia negativa sino a che mi ci sono imbattuto nell’ambito della ricerca di materiale per il nuovo libro che ho scritto.

In questo nuovo scritto (che ha per titolo “Rivelazione – Discorso alle cellule malate”) cerco di spiegare all’uomo che è inutile che si affanni a tentare di risolvere tutti i problemi del mondo e a cercare una spiegazione per ogni questione: il suo cervello è limitato, oltre un certo limite non può andare e se tenta di farlo può solo combinare disastri, come puntualmente stiamo constatando.

Ma questo concetto non è del tutto analogo a quello degli asceti “apofatici”, che sostenevano la limitatezza della ragione umana e la sua incapacità a sondare l’origine dell’universo?

Essi chiamavano comunque Dio questa realtà irraggiungibile e, pur dichiarandola inconoscibile, poi affidavano alla fede il seguito del discorso.

Può sembrare un atteggiamento contraddittorio, ma dobbiamo considerare il contesto storico e sociale in cui questi uomini vivevano. In ogni caso il loro approccio alle verità ultime era ben diverso da quello dei rappresentanti del “catafatismo”, o teologia affermativa, che ritenevano conoscibile Dio attraverso l’uso dell’intelletto.

Questi ultimi, come noto, prevalsero e sdoganarono la ragione come strumento di indagine, prima teologica e poi scientifica, sino a quando essa si ribellò ai vincoli dei dogmi, si autodichiarò dea e salì all’onore degli altari rivoluzionari.

Ma, per tornare ai rappresentanti dell’apofatismo, mi immagino che essi si sedessero in muta contemplazione della natura, del cielo, del mare, del bosco e si sentissero tutt’uno con questa realtà. La conoscevano “visceralmente” e per essi era inconoscibile “razionalmente”.

Non l’avrebbero mai deturpata disboscando e cacciando più del minimo necessario alla loro sopravvivenza. A questi santi anacoreti, eremiti, padri del deserto ho dedicato un apposito capitolo del mio libro “Il cancro del pianeta consapevole” e a quelle pagine rimando per ogni approfondimento.

Ma in quel libro avevo anche esteso la ricerca di correnti di pensiero “apofatiche” alle realtà spirituali di altri continenti.

Una di queste, il Taoismo, mi pare la più esplicita al riguardo e, al fine di renderla ancor più esplicita, mi ero permesso di parafrasare il primo capitoletto del Tao Te Ching in modo da renderlo più comprensibile alla mentalità dell’uomo d’oggi. Credo di non aver tradito lo spirito del messaggio che l’antico ignoto estensore del testo aveva inteso indirizzare ai suoi contemporanei. Se così è, credo di aver realizzato una discreta sintesi dell’Apofatismo. Ma lascio ai lettori di giudicare:

Il capitolo introduttivo del Tao Te Ching, libro base del Taoismo, recita:

1.            Il Tao di cui noi possiamo parlare non è il Tao in se stesso.
2.            Anche attribuendogli qualsiasi nome non sarà l’eterno nome
3.            Non ha nome poiché è anteriore al Cielo e alla Terra:
4.            Ha un nome perché è chiamato “la Madre di ogni cosa”.
5.            Come non essere possiamo definirlo il nascosto Seme di tutto l’esistente:
6.            Come essere rappresenta l’ultimo Fine a cui tende questo stesso esistente.
7.            Sia il Seme che il Fine sono aspetti di uno stesso Principio.
8.            Il Principio è chiamato Mistero!
9.            Mistero di tutti i misteri!
10.         La soglia dell’inafferrabile!”

Così nella traduzione di Chin-Hsiung Wu e Rosanna Pilone in “Quaderni di Civiltà Cinese”, anno 1 numero 2, Milano, settembre 1955, p. 143. Altri hanno tradotto in modo un poco differente.

Ma, al di là dell’ermetismo del testo, il significato credo che possa essere il seguente:

  1. I segreti dell’Universo non possono essere da noi neppure immaginati e quindi, tantomeno, definiti.
  2. Qualunque descrizione noi si faccia di tali segreti con le parole, non potrà mai essere una descrizione che rispecchi la realtà.
  3. Le parole sono un’invenzione del cervello dell’uomo, ma questi non può attingere alle realtà supreme, che tanto lo precedono e lo sopravanzano.
  4. Eppure l’uomo ha voluto dare un nome ad ogni cosa, ed ha pensato di poter definire anche l’origine dell’Universo.
  5. E mentre prima poteva attingere alle realtà supreme senza far ricorso all’uso del cervello, ma semplicemente contemplando in silenzio l’Universo.
  6. Ora, schiavo dell’uso del cervello, non può che vedere cose particolari, così come egli le ha definite.
  7. L’Universo è sempre il medesimo.
  8. Ma per il cervello umano esso è Mistero.
  9. Il Mistero di tutti i misteri.
  10. Che il nostro cervello non può afferrare!

Può servire qualche riflessione a cambiare il corso degli eventi? Non lo so, ma quello che so per certo è che il corso degli eventi volge al peggio e ogni tentativo per cambiarlo è il benvenuto.

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Il vegetariano seminudo

Der Weltverbesserer” è un racconto lungo di Hermann Hesse pubblicato nel 1911 e tradotto in italiano da SugarCo con il titolo “Monte Verità”. In realtà l’unica attinenza con la nota comunità “naturista” che sorse nei pressi di Ascona all’alba del XX secolo consiste nel fatto che il protagonista del racconto, Berthold Reichardt, risiede in una località isolata del Tirolo ove ospita uno dopo l’altro vari personaggi anticonformisti.

Uno di questi, denominato “un vegetariano seminudo”, pronuncia frasi che offrono lo spunto per un approfondimento degno di interesse.

Quell’uomo […] non predicava né l’odio né l’inimicizia, ma nella sua orgogliosa umiltà era persuaso che, se la sua dottrina fosse attecchita, come per incanto sarebbe sbocciata una condizione umana molto simile a quella del paradiso terrestre […] Il suo primo comandamento suonava: “Non uccidere!”, ma egli non lo riferiva solo agli uomini e agli animali: lo intendeva come una sconfinata venerazione di ogni essere vivente. Ammazzare un animale gli sembrava un atto orribile e disgustoso e credeva fermamente che, una volta conclusosi l’attuale periodo di degenerazione e di cecità, il genere umano si sarebbe nuovamente astenuto da questo delitto. Era per lui un’empietà anche il solo strappare un fiore o il tagliare una pianta. Reichardt, evidentemente, obiettò che, senza abbattere gli alberi, noi non potremmo nemmeno costruirci una casa ed ecco il frugivoro annuire con calore.

“Giusto!”, disse. “Molto giusto! Non dobbiamo avere una casa e nemmeno vestiti. Le case e i vestiti ci allontanano dalla natura e fanno nascere in noi altri bisogni che, a loro volta, sono causa di assassinii, di guerre e di vizi”.

A quelle parole Reichardt tornò a obiettare: “Ma sarebbe difficile, senza casa e senza vestiti, sopravvivere a un inverno con il nostro clima!”.

E l’ospite sorrise di nuovo e, visibilmente allegro, riprese: “Bene! Bene! Vedo che lei non mi ha frainteso. Infatti, la fonte principale di tutte la miseria del mondo ha avuto inizio il giorno in cui l’uomo ha abbandonato la sua culla e la sua patria naturale nel grembo dell’Asia. Il fine dell’umanità è, appunto, ripercorrere questo cammino a ritroso e allora noi tutti torneremo a vivere nel giardino dell’Eden”. (H. Hesse, Monte Verità, SugarCo Edizioni, Milano 1988, pp. 71 – 73)

Con questa frase si conclude l’intervento del “vegetariano seminudo” e il racconto prosegue con altre vicende.

Nelle poche parole pronunciate dal “frugivoro”, a parte l’inesatta collocazione geografica della culla dell’umanità (Asia anziché Africa), è condensata la critica più radicale che si possa pronunciare nei confronti del mito del progresso e della superiorità del genere umano sulle altre specie.

Una tale visione del mondo mi affascinò in passato – ben prima della lettura del testo di Hesse – al punto che pensai di fondare su di essa un movimento culturale dal nome “regressismo” in opposizione al “progressismo” imperante.

Il mito rousseauiano del buon selvaggio mi apparve allora il faro su cui puntare il timone del mio “veliero ideologico”.

Ma anche di fronte alle posizioni più estreme, giustificate dalla gravità della situazione in cui il progressismo ci ha precipitati, mi resi conto che non si doveva abdicare al realismo e al buon senso.

Considerai le difficoltà pratiche che un siffatto cammino a ritroso avrebbe comportato, pur in presenza di una ipotetica (e del tutto improbabile) unanimità di consensi circa la sua intrapresa.

Per inciso anche il protagonista del racconto, Berthold Reichardt, mostra “[…] una certa insofferenza per l’evidente semplicismo di un pensiero fondamentalmente idillico […]”, pur se “[…] amava a suo modo questa filosofia […]”.

Anch’io l’amavo, ma anch’io mi rendevo conto della sua concreta impraticabilità.

Nacque così il “cancrismo”, teoria in cui si riconosce che “la fonte principale di tutte la miseria del mondo ha avuto inizio il giorno in cui l’uomo ha abbandonato la sua culla”, ma in cui si considera anche che tale abbandono non dipese da un atto della volontà, bensì da casuali alterazioni geniche intervenute ai danni del nostro encefalo e che, soprattutto, queste alterazioni hanno provocato una serie concatenata di danni oramai non più riparabili dal nostro intelletto, capace di distruggere ma non di ricostituire l’equilibrio della biosfera.

Il mio ultimo libro, “L’impero del cancro del pianeta”, è dedicato a questo argomento. Affrontando il tema dell’alimentazione di tutta l’umanità e di tutte le macchine costruite dall’uomo, ho cercato di argomentare come la strada dell’aggressione a ogni risorsa del pianeta sia a senso unico: non si può che andare avanti, pena il blocco dei rifornimenti di cibo e di energia a quelle vaste masse tumorali che sono le megalopoli ovunque diffuse.

Ma se la strada sin qui seguita dall’uomo non è percorribile a ritroso, dobbiamo rassegnarci ad andare verso il precipizio senza poter mettere in atto alcuna modifica di percorso?

Sicuramente è da incoraggiare ogni invito a ridurre i consumi e ad adottare stili di vita più rispettosi dell’ambiente che – se posto in atto – potrebbe, quantomeno, rallentare la nostra folle corsa alla devastazione del pianeta.

Ma poiché queste riduzioni e modifiche non sono gradite alla maggioranza della popolazione, la diffusione di una teoria “violenta” come il Cancrismo può forse costituire la cura d’urto necessaria a smuovere le coscienze.

Un ultimo appunto sul discorso del “vegetariano seminudo”.

Il suo primo comandamento suonava: “Non uccidere!”, ma egli non lo riferiva solo agli uomini e agli animali: lo intendeva come una sconfinata venerazione di ogni essere vivente.

Questa è una nobilissima dichiarazione di intenti da un punto di vista etico. Ma l’etica è figlia della ragione umana, la stessa che sta distruggendo il pianeta. Non esiste una analoga legge in natura, laddove il primo comandamento suona “nutriti per vivere”, e il nutrimento deriva pressoché totalmente da sostanze organiche, animali o vegetali. Ho affrontato in parte questo argomento in un precedente articolo (“Carne o non carne? Siamo animali vegetariani o onnivori?”) e ad esso rimando per approfondire gli aspetti relativi alla dieta umana.

Altri hanno messo assai egregiamente in risalto come l’introduzione dell’agricoltura abbia alterato in modo irreparabile gli equilibri del mondo naturale. Si veda in proposito il saggio di Jared Diamond (“Il peggior errore nella storia della razza umana”) e quello di John Zerzan (“Agricoltura”).

Dunque, per concludere, un sentito ringraziamento al “vegetariano seminudo” per il suo intervento, anche se il filo della sua coerenza ideologica non è del tutto lineare. Ma ogni testimonianza di amore per la natura e di repulsione per gli imperanti miti progressisti è da apprezzare e da diffondere risolutamente, in vista dell’avvento di una nuova consapevolezza sulla reale natura della nostra specie.

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Istinto di conservazione e Volontà di potenza

Uno dei pilastri della teoria cancrista consiste nel ritenere che l’opera distruttiva dell’uomo ai danni della biosfera sia la risultante di due elementi sviluppatisi nel patrimonio genetico della nostra specie nel corso dell’evoluzione.

Il primo elemento, comune a tutti gli esseri viventi, è l’istinto di conservazione (o di sopravvivenza, individuale e della specie).

Il secondo elemento, specifico dell’uomo, è quell’abnorme evoluzione del nostro cervello di cui ho già avuto modo tante volte di parlare (vedi ad esempio il mio primo articolo per Effetto Cassandra, “Il cancro del pianeta: una teoria inquietante per scuoterci dal fatalismo progressista che ci attanaglia”).

Ora ritorno sull’argomento per aggiungere un nuovo tassello a questa teoria che si prefigge di aprire gli occhi a quante più persone possibile, per evitare che corrano verso il baratro come i topolini del pifferaio magico.

Questo tassello prende il nome di “volontà di potenza” ed è la sublimazione del primo elemento (l’istinto di conservazione) attuata per il tramite del secondo elemento (l’intelletto ipersviluppato del genere umano).

Il termine, come noto, fa parte del repertorio nietzschiano, ma, senza voler togliere nulla al profeta del superuomo, io ne propongo una nuova lettura, meno poetica, ma più aderente alla realtà di questi giorni.

In pratica, a mio avviso, ogni istinto racchiude in sé una volontà di potenza, una spinta espansiva insita nel corredo genetico ereditario di ciascun essere, pianta o animale. L’albero si innalza verso il cielo, il fiore sboccia, l’animale mangia, si accoppia, si riproduce.

Alla base del fenomeno “vita” vi è questa spinta che possiamo chiamare istinto, volontà, forza vitale. In ciascun essere essa è commisurata con le dimensioni e le necessità essenziali al mantenimento in vita dei singoli individui e delle singole specie.

Dall’incontro – scontro tra le specie nasce quell’equilibrio dinamico che ha sin qui consentito al fenomeno “vita” di perpetuarsi. Spesso i singoli individui soccombono, ma le specie nel loro complesso sopravvivono. Quasi tutte rivestono il doppio ruolo di predatrici e di prede, secondo il ben noto schema della catena alimentare.

Ma nel genere umano questa spinta ha subìto l’imprevista e improvvisa accelerazione derivante dalla alterazione genica che ci ha trasformati in cellule cancerogene del pianeta. Su come e perché si sia prodotta tale alterazione si vedano gli articoli di Viola Rita (“Il cervello dell’uomo è così grande a causa di un “errore” genetico”) e di Edoardo Boncinelli (“Quel gene che ha fatto la differenza tra noi e le scimmie”), oltre alla documentazione di natura scientifica riportata nel mio blog ( sezione “Documenti scientifici”).

Quello che era un istinto necessario alla sopravvivenza si è trasformato nella volontà di potenza, un’arma micidiale che ci ha posto in condizione di sottomettere il resto della natura. E, una volta in grado di farlo, lo abbiamo fatto, eccome se lo abbiamo fatto!

Tutto è stato assoggettato alle nostre necessità, o meglio ai nostri voleri, anche i più voluttuari e superflui.

Salvo incappare in un invisibile virus che da un momento all’altro si è dimostrato capace di mettere in ginocchio tutte le società umane ovunque diffuse.

Questo ostacolo sul cammino trionfale dell’umanità verso oscuri traguardi, dovrebbe indurci a riflettere sulle nostre reali capacità di tenere sotto controllo le infinite variabili esistenti nel mondo della natura, ma non sarà così.

Sconfiggeremo anche questo virus e proseguiremo la nostra folle corsa. Il fatto che per trovare un rimedio a questa pandemia ci sia voluto più di un anno sarà presto dimenticato, mentre dovrebbe indurci a riflettere seriamente sulle nostre reali capacità di sostituire l’equilibrio naturale con quello artificiale tipico dell’Antropocene.

Sui limiti del nostro intelletto mi sono soffermato in un recente articolo (“Sapere di non sapere o Sapere di non poter sapere?”). Se consideriamo l’effettività di questi limiti associata alla sconfinata volontà di potenza che ci contraddistingue, appare come inevitabile la serie di dissesti che stiamo producendo ai danni della biosfera a un ritmo sempre più serrato.

Cosa contrapporre a questo stato di cose?

L’istinto è qualcosa di innato e non è quindi contrastabile. Oltretutto è il frutto di una infinita serie di passaggi intervenuti nel corso del processo evolutivo e, se ha consentito la nostra sopravvivenza per milioni di anni, significa che ha sinora svolto egregiamente la sua funzione.

L’abnorme evoluzione del nostro intelletto è conseguita a un’alterazione sopraggiunta casualmente ai danni del nostro patrimonio genetico. Pur se si è prodotta per vie naturali non ci è dato di far sì che ciò che è accaduto non sia mai accaduto. Il paragone con la carcinogenesi mi pare il più azzeccato: anch’essa è frutto di una alterazione tanto casuale quanto infausta del patrimonio genetico, ma una volta intervenuta non è modificabile.

Ma, dinanzi alla prospettiva di una nuova estinzione di massa provocata dalle nostre limitate capacità di controllo degli squilibri causati all’ecosistema, non è neppure ipotizzabile un atteggiamento di indifferenza. I più sensibili alle tematiche ambientali hanno già iniziato a reagire, i meno sensibili saranno costretti a farlo dai colpi che il clima alterato e l’inquinamento crescente ci assesteranno sotto forma di uragani, tempeste, allagamenti e quant’altro.

In questo quadro, veramente degno di Cassandra, la rilettura in chiave negativa proposta dal Cancrismo di tutta la storia della cosiddetta civiltà, vorrebbe fornire ai meno sensibili l’occasione per rivedere le proprie posizioni, spingendoli soprattutto a fare tutto il possibile per rallentare la marcia verso l’ecocatastrofe.

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Agricoltura

di John Zerzan

L’agricoltura, fondamento indispensabile della civilizzazione, fa la sua comparsa originaria una volta emersi tempo, linguaggio, numero e arte. Alienazione che si materializza, l’agricoltura è il trionfo del distacco e della definitiva separazione tra cultura, natura ed esseri umani.

L’agricoltura è la nascita della produzione, nella sua caratteristica essenziale di deformazione della vita e della coscienza. La terra stessa diventa lo strumento di produzione e le specie viventi del pianeta i suoi oggetti. Selvatiche o addomesticate, erbacce o colture esprimono quella dualità che storpia l’anima del nostro essere, introducendo, relativamente in fretta, il dispotismo, la guerra e l’impoverimento della civiltà avanzata su quell’unione con la natura che caratterizzò l’era precedente. La marcia forzata della civilizzazione, che Adorno riconobbe nella “ipotesi di una catastrofe irrazionale all’inizio della storia”, che Freud considerò come “qualcosa di imposto a una maggioranza renitente”, in cui Stanley Diamond ritrovò soltanto “coscritti, non volontari”, fu dettata dall’agricoltura. Mircea Eliade valutò giustamente che il suo avvento “provocò sconvolgimenti e collassi spirituali” di cui la mentalità moderna non può neanche immaginare la portata.

“Livellare, standardizzare il paesaggio umano, cancellarne le irregolarità e bandire le sue sorprese”, queste parole di E.M. Cioran si applicano perfettamente alla logica dell’agricoltura, incarnazione e generatrice di un’esistenza divisa, termine della vita come attività principalmente sensuale. Fin dal suo inizio l’artificialità e il lavoro sono aumentati costantemente e li conosciamo come cultura: addomesticando piante e animali l’uomo necessariamente addomesticò sé stesso.

Il tempo storico, come l’agricoltura, non è insito nella realtà sociale ma è un’imposizione su di essa. La dimensione del tempo, o storia, è funzionale alla repressione, basata sulla produzione o agricoltura. Nella sua immediatezza e spontaneità, la vita dei cacciatori-raccoglitori era contraria al tempo, mentre quella dei coltivatori genera un senso del tempo con la rigidità dei suoi continui impegni e la sua ordinata routine. Non appena l’apertura e la varietà della vita del Paleolitico lasciarono il posto alla letterale chiusura dell’agricoltura, il tempo prese il potere e finì per assumere il carattere di uno spazio chiuso. I punti di riferimento formalizzati del tempo – le cerimonie con date prefissate, il dare un nome ai giorni, ecc. – sono cruciali per l’ordinamento del mondo della produzione: come una tabella produttiva, il calendario è complementare alla civilizzazione. Al contrario, non solo la società industriale sarebbe impossibile senza orari, ma la fine dell’agricoltura (base di tutta la produzione) significherebbe la fine del tempo storico.

La rappresentazione inizia con il linguaggio, strumento per imbrigliare il desiderio. Sostituendo le immagini autonome con simboli verbali, la vita viene ridotta e sottomessa a un rigido controllo; tutta l’esperienza diretta, non mediata, viene sussunta in quel modo supremo di espressione simbolica che è il linguaggio. Il linguaggio frammenta e organizza la realtà, come dice Benjamin Whorf, e questa segmentazione della natura, che è un aspetto della grammatica, prepara il terreno all’agricoltura. Julian Jaynes, infatti, arriva alla conclusione che la nuova mentalità linguistica ha portato direttamente all’agricoltura. Senza dubbio, la cristallizzazione del linguaggio nella scrittura, imposta soprattutto dalla necessità di tenere il conto delle transazioni agrarie, è il segnale che la civilizzazione è iniziata.

Nell’etica egualitaria e non mercificata dei cacciatori-raccoglitori, basata (com’è stato spesso rimarcato) sulla condivisione, non c’era l’esigenza del numero. Non c’era motivo di quantificare, né di dividere ciò che era intero. Questo concetto culturale non emerse pienamente finché non comparve l’addomesticamento di animali e piante. Due rappresentanti dello stato embrionale del numero testimoniano chiaramente la sua alleanza con la separazione e la proprietà: Pitagora, cardine di un culto del numero molto influente, ed Euclide, padre della scienza e della matematica, la cui geometria ebbe origine per la misurazione dei campi per motivi di proprietà, tassazione e lavoro degli schiavi. Una delle prime forme di civilizzazione, il riconoscimento del ruolo di capo, implica un ordine lineare di rango in cui ad ogni membro è assegnata un’esatta posizione numerica. Dopo la linearità contro natura della cultura dell’aratro, apparve ben presto l’inflessibile planimetria reticolata ad angolo retto di ogni città antica. La loro insistente regolarità costituisce di per sé un’ideologia repressiva. La cultura, ora numerizzata, diventa più rigorosamente limitata e priva di vita.

Anche l’arte, nella sua relazione con l’agricoltura, evidenzia entrambe le istituzioni. Inizia come strumento per interpretare e sottomettere la realtà, per razionalizzare la natura, e si conforma al grande punto di svolta rappresentato dall’agricoltura nei suoi tratti essenziali. Le pitture rupestri preneolitiche, ad esempio, sono vivaci e nette, un’esaltazione dinamica della grazia e della libertà animali. L’arte dei contadini e dei pastori del Neolitico, invece, si irrigidisce in forme stilizzate; Franz Borkenau descrisse le ceramiche di questo periodo come un ” raffazzonamento timido e limitato di materiali e forme.” Con l’agricoltura l’arte ha perso la sua varietà e si è uniformata in disegni geometrici tendenti a degenerare in motivi noiosi, ripetitivi, riflesso perfetto di una vita standardizzata, confinata, modellata dalle regole. E mentre nell’arte del Paleolitico non ci sono state raffigurazioni di uomini che uccidono altri uomini, nel periodo del Neolitico si fa strada l’ossessione di dipingere scontri tra persone, e le scene di battaglia iniziarono ad essere comuni.

Tempo, linguaggio, numero, arte e tutto il resto della cultura, che precedono e conducono all’agricoltura, si basano sulla simbolizzazione. Così come l’autonomia precedette addomesticamento e autoaddomesticamento, il razionale e il sociale precedono il simbolico.

La produzione di cibo, come si continua ad ammettere con gratitudine, “permise lo sviluppo delle potenzialità culturali della specie umana.” Ma cos’è questa tendenza verso il simbolico, verso l’elaborazione e l’imposizione di forme arbitrarie? È una crescente capacità di reificazione, mediante la quale il vivente diventa reificato, simile a una cosa. I simboli sono qualcosa di più delle unità di base della cultura: sono dispositivi di schermatura che ci distanziano dalle nostre esperienze. Classificano e riducono “per eliminare”, secondo una notevole affermazione di Leakey e Lewin, “il fardello altrimenti pressoché intollerabile di collegare un’esperienza all’altra.”

Pertanto la cultura è governata dall’imperativo di ri-formare e subordinare la natura. In quanto ambiente artificiale, l’agricoltura realizza questa mediazione cardinale, manipolando il simbolismo degli oggetti nella costruzione di rapporti di dominio. Giacché non è solo la natura esterna ad essere soggiogata: la vita preagricola vissuta faccia-a-faccia di per sé limitava severamente la dominazione, mentre la cultura la estende e la legittima.

È probabile che già durante l’era paleolitica certe forme o nomi furono attribuiti ad oggetti o idee, in modo simbolico ma in senso mutevole, transitorio e forse scherzoso. La volontà di sicurezza e identità riscontrata nell’agricoltura significa che i simboli divennero statici e costanti quanto la vita agricola. Regolarizzazione, definizione di norme, differenziazione tecnologica interagiscono sotto il segno della divisione del lavoro per motivare e far progredire la simbolizzazione. L’agricoltura completa l’avvicendamento simbolico, e il virus dell’alienazione sopraffà la vita libera e autentica. È la vittoria del controllo culturale; come sostiene l’antropologo Marshall Shalins, “Con l’evoluzione della cultura la quantità di lavoro pro-capite aumenta e quella di piacere pro-capite diminuisce.”

Oggi i pochi cacciatori-raccoglitori sopravvissuti occupano le zone del mondo meno “interessanti economicamente” in cui l’agricoltura non è ancora penetrata, come tra le nevi degli Inuit (“Eschimesi”) o nel deserto degli aborigeni australiani. Eppure, il rifiuto del faticoso lavoro agricolo, anche in circostanze avverse, ha i suoi vantaggi. Gli Hazda della Tanzania, i Tasaday delle Filippine, i !Kung del Botswana oppure i !Kung San (“Boscimani”) del deserto del Kalahari – che Richard Lee ha visto sopravvivere tranquillamente ad una grave siccità di diversi anni mentre i vicini coltivatori morivano di fame – testimoniano quanto riassunto da Hole e Flannery: “Nessun gruppo al mondo ha più tempo libero dei cacciatori-raccoglitori, che lo passano principalmente giocando, conversando e rilassandosi.” Service giustamente attribuisce questa condizione alla “semplicità stessa della tecnologia e alla mancanza di controllo sull’ambiente” da parte di questi gruppi. Tuttavia i metodi semplici usati nel paleolitico erano a modo loro “avanzati”. Consideriamo una tecnica basilare come il cucinare cibi a vapore con delle pietre roventi poste in una buca coperta; questa è immemorabilmente più antica di qualsiasi stoviglia, bollitore o cesta (in effetti orientandosi verso il non-surplus, il non-scambio, è contraria al concetto di contenitore), ed è la maniera di cucinare più sensata dal punto di vista nutritivo, molto più salutare rispetto a bollire i cibi nell’acqua, ad esempio. Oppure la creazione di utensili di pietra come i coltelli “a foglia di alloro”, lunghi ed eccezionalmente sottili, delicatamente scheggiati ma robusti , che le moderne tecniche industriali non possono riprodurre.

Lo stile di vita di caccia e raccolta rappresenta l’adattamento più duraturo e di maggior successo mai raggiunto dall’umanità. Certi fenomeni occasionali dei tempi preagricoli, quali la raccolta intensiva di cibo oppure l’uccisione sistematica di una singola specie, possono essere interpretati come segnali di un’imminente sconvolgimento di uno stile di vita piacevole, rimasto statico a lungo proprio perché piacevole. Nelle parole di Clark, la “penuria e la fatica quotidiana” propri dell’agricoltura rappresentano il veicolo della cultura, “razionale” solo nel suo perenne disequilibrio e nella logica progressione verso distruzioni sempre più grandi, come sarà sottolineato oltre.

Anche se il termine cacciatore-raccoglitore dovrebbe essere invertito (ed è stato fatto da non pochi odierni antropologi), dato che si è riconosciuto il fatto che la raccolta costituisce di gran lunga la principale fonte di sopravvivenza, la natura della caccia procura seri contrasti all’addomesticamento. La relazione tra il cacciatore e l’animale cacciato, il quale è sovrano, libero e persino considerato alla pari, ovviamente è diversa da quella tra il coltivatore o il mandriano e i suoi beni schiavizzati sui quali ha il dominio assoluto.

La dimostrazione della necessità di imporre l’ordine o di soggiogare si riscontra nei riti coercitivi e nei tabù sull’impurità dell’incipiente religione. L’eventuale sottomissione del mondo, che è l’agricoltura, poggia come minimo alcune delle sue basi laddove il comportamento ambiguo è inammissibile, e purezza e contaminazione sono definite e imposte.

Lévi-Strauss ha definito la religione come l’antropomorfismo della natura; la spiritualità più arcaica compartecipava con la natura senza imporre su di essa peculiarità o valori culturali. Il sacro significa che ciò che è separato, come il rituale o la formalizzazione, sempre più rimosso dalle attività correnti della vita quotidiana e posto sotto il controllo di specialisti quali preti e sciamani, è strettamente legato alla gerarchia e al potere istituzionalizzato. La religione emerge per motivare e legittimare la cultura, attraverso un ordine di realtà “più alto”; è particolarmente necessaria nella sua funzione di mantenimento della solidarietà sociale, a causa delle esigenze innaturali dell’agricoltura.

Nel villaggio neolitico di Catal Hüyük nell’Anatolia turca, una stanza ogni tre veniva usata per scopi rituali. Arare e seminare possono essere interpretati come rinunce rituali, secondo Burkert, una forma di repressione sistematica accompagnata da un elemento sacrificale. Quanto al sacrificio, che consiste nell’uccisione di animali addomesticati (o addirittura di esseri umani) per scopi rituali, esso pervade le società agricole e si trova solamente qui.

Alcune fra le principali religioni neolitiche hanno tentato spesso una guarigione simbolica della frattura tra agricoltura e natura tramite la mitologia della madre terra che, inutile ricordare, non fa nulla per restaurare l’antica unità. Centrali sono pure i miti sulla fertilità: l’egiziano Osiride, la greca Persefone, il cananeo Baal e il neotestamentario Gesù, divinità la cui morte e resurrezione testimonia della perseveranza del suolo, per non dire dell’anima umana. I primi templi hanno significato il sorgere di cosmologie basate su di un modello dell’universo inteso come arena di addomesticamento o come aia, che a turno servono per giustificare la soppressione dell’autonomia umana. Mentre la società precivilizzata, come dice Redfield, è “tenuta insieme da concezioni etiche prevalentemente non dichiarate ma continuamente realizzate,” la religione si è sviluppata come strumento per creare cittadini, ponendo l’ordine morale sotto l’amministrazione pubblica.

L’addomesticamento ha implicato l’inizio della produzione, un grande aumento della divisione del lavoro e il completamento delle fondamenta della stratificazione sociale. Ciò è equivalso a una mutazione epocale sia nel carattere dell’esistenza umana che nel suo sviluppo, oscurando quest’ultimo con sempre maggiore violenza e lavoro. A proposito, contrariamente al mito del cacciatore-raccoglitore violento e aggressivo, recenti prove mostrano che le popolazioni esistenti non agricole, quali i Mbuti (“pigmei”) studiati da Turnbull, probabilmente uccidono senza alcuno spirito aggressivo, perfino con una sorta di rammarico. D’altra parte, la guerra e la formazione di qualsiasi civiltà o Stato sono indissolubilmente collegati.

I primitivi non si battevano per le zone in cui gruppi separati sarebbero potuti convergere nelle loro attività di caccia e di raccolta. Perlomeno lotte “territoriali” non fanno parte della letteratura etnografica e sembrerebbe assai poco probabile che siano avvenute nella preistoria, quando le risorse erano più vaste e i contatti con la civiltà inesistenti.

Inoltre questi popoli non avevano alcun concetto di proprietà privata, e il giudizio simbolico di Rousseau, secondo cui la società divisa venne fondata dall’uomo che per primo seminò un pezzo di campo dicendo “Questa terra è mia”, e scoprì che gli altri gli credevano, è essenzialmente valida. “Mio e tuo, semi di ogni discordia, non hanno posto tra loro,” si legge nel resoconto di Pietro del 1511 a proposito dei nativi incontrati nel secondo viaggio di Colombo. Secoli dopo, i nativi americani sopravvissuti domandarono: “Vendere la terra? Perché non vendere l’aria, le nuvole, il grande mare?” L’agricoltura crea ed esalta i possedimenti; consideriamo la radice longing del termine belongingscome se essi non abbiano mai compensato la perdita.

Analogamente il lavoro, come categoria distinta di vita, non esisteva prima dell’agricoltura. La capacità umana di essere vincolati a mandrie e raccolti si è trasmessa piuttosto in fretta. La produzione di cibo ha sopraffatto la comune assenza o scarsità di rituale e gerarchia nella società, e ha introdotto attività civilizzate come il lavoro forzato per la costruzione di templi. Qui risiede la vera “divisione cartesiana” tra realtà interna ed esterna, la separazione con cui la natura diventa semplicemente qualcosa da “lavorare”. Su questa capacità di esistenza sedentaria e servile poggia l’intera sovrastruttura della civilizzazione con il suo carico crescente di repressione.

La violenza maschile sulle donne ha origine con l’agricoltura, che le trasforma in bestie da soma e generatrici di prole. Prima della coltivazione, l’egualitarismo della vita fatta di ricerca del cibo “si applicava pienamente tanto alle donne quanto agli uomini,” ritenne Eleanor Leacock, data l’autonomia dei compiti e il fatto che le decisioni venivano prese da chi le portava a termine. In assenza della produzione e dei duri lavori adatti ai bambini come la sarchiatura, le donne non erano confinate ai pesanti lavori domestici o alla fornitura costante di prole.

Insieme alla maledizione del lavoro perpetuo tramite l’agricoltura, espellendola dall’Eden Dio disse alla donna: “Io moltiplicherò i tuoi affanni e le tue gravidanze: con dolore partorirai i tuoi figlioli, sarai sotto la potestà del marito, ed egli ti dominerà.” In modo simile, le prime leggi codificate conosciute, quelle del re sumero Ur-Namu, prescrivevano la morte per tutte le donne che avessero soddisfatto i loro desideri al di fuori del matrimonio. Così Whyte ha parlato del terreno che le donne “persero rispetto agli uomini quando l’umanità abbandonò la vita semplice di caccia e di raccolta;” e Simone de Beauvoir ha visto nell’equazione culturale aratro/fallo un simbolo appropriato dell’oppressione delle donne.

Così come gli animali selvaggi sono trasformati in inerti macchine produttrici di carne, il concetto di diventare “colti” è una virtù imposta alle persone: significa lo sradicamento della libertà della propria natura in favore di addomesticamento e sfruttamento. Come indica Rice, nei Sumeri, la prima civiltà, le più antiche città possedevano fabbriche caratterizzate da un’elevata organizzazione e specializzazione. Da allora la civilizzazione esige il lavoro umano e la produzione di massa di cibo, costruzioni, guerre e autorità.

Per i greci il lavoro era nient’altro che una maledizione. Il suo nome – ponos – ha la stessa radice del latino poena, dolore. Nell’Antico Testamento la famosa condanna al lavoro agricolo in seguito alla cacciata dal paradiso (Genesi 3:17-18) ci ricorda le origini del lavoro. Come dice Mumford, “Conformità, ripetizione, pazienza erano le chiavi di questa cultura [del neolitico] … la paziente capacità di lavorare. ” Nella monotonia e passività dell’attesa e della custodia nascono, secondo Paul Shepard, il “profondo e latente rancore, crudo miscuglio di rettitudine e malinconia, e la mancanza di umorismo” del contadino. Si potrebbero aggiungere alle caratteristiche largamente attribuite alla vita addomesticata degli agricoltori una stoica insensibilità e la mancanza di immaginazione inseparabili da fede religiosa, astiosità e sospetto.

Sebbene la produzione di cibo per sua natura implichi una sollecitudine latente alla dominazione politica, e sebbene la cultura civilizzatrice fin dall’inizio sia stata la sua particolare macchina di propaganda, tale cambiamento radicale ha comportato una monumentale lotta. In proposito Against Leviathan! Against His-Story di Fredy Perlman non ha rivali e approfondisce ampiamente l’attenzione posta da Toynbee su “proletari esterni” e “interni” e sui malcontenti fuori e dentro la civiltà. Ciononostante, lungo l’asse che va dalle coltivazioni fatte scavando con i bastoni, all’uso dell’aratro, fino ai sistemi di irrigazione completamente differenziati, è stato necessariamente perpetrato un genocidio pressoché totale di raccoglitori e cacciatori.

La produzione e l’immagazzinamento delle eccedenze fanno parte della volontà addomesticatrice di controllare e rendere statico, che è un aspetto della tendenza a simbolizzare. Baluardo contro il flusso della natura, l’eccedenza assume le sembianze di mandrie di animali e di granai. Il grano immagazzinato è stato la prima misura di equivalenza, la più antica forma di capitale. Soltanto con la comparsa dell’opulenza sottoforma di cereali immagazzinabili si procede alla suddivisione in gradi del lavoro e delle classi sociali. Benché esistessero certamente cereali selvatici prima di tutto questo (a proposito, il grano selvatico conteneva il 24% di proteine rispetto al 12% di quello addomesticato) è la distorsione della cultura a fare la differenza. La civilizzazione e le sue città si basano molto più sui granai che sulla simbolizzazione.

Il mistero dell’origine dell’agricoltura sembra ancor più impenetrabile alla luce del recente capovolgimento delle nozioni di vecchia data secondo cui l’era precedente fu caratterizzata dall’ostilità verso la natura e dall’assenza di comodità. “Non si può più accettare,” scrive Arne, “il fatto che i primi uomini abbiano addomesticato piante e animali per sfuggire alla fatica e alla fame. Se mai è parso vero il contrario e l’avvento della coltivazione vide la fine dell’innocenza.” Per lungo tempo la domanda è stata: “Perché l’agricoltura non venne adottata molto prima nell’evoluzione umana?” Più di recente sappiamo che l’agricoltura, secondo le parole di Cohen, “non è più facile della caccia e della raccolta e non fornisce un miglioramento nella qualità, nel gusto e nella sicurezza di approvvigionamento degli alimenti.” Così oggi la domanda unanime è: “Perché venne adottata?”

Sono state avanzate molte teorie, nessuna convincente. Childe e altri sostengono che l’aumento della popolazione spinse le società umane a più stretto contatto con le altre specie, portando all’addomesticamento e alla necessità di produrre al fine di dare da mangiare a queste ulteriori persone. Ma è stato dimostrato in modo abbastanza definitivo che l’aumento di popolazione non ha preceduto l’agricoltura ma è stato provocato da essa. “Non vedo alcuna traccia nel mondo,” concluse Flannery, “che suggerisca che la pressione della popolazione fu responsabile dell’inizio dell’agricoltura.” Un’altra teoria vuole che furono i grandi cambiamenti climatici avvenuti alla fine del Pleistocene, circa 11.000 anni fa, a sconvolgere la vecchia vita/mondo del cacciatore e del raccoglitore e a portare direttamente alla coltivazione di alcuni alimenti base sopravvissuti. Metodi recenti di datazione hanno aiutato a demolire questo approccio; non si è verificato alcun cambiamento climatico tale da poter imporre questo nuovo modo di esistenza. Inoltre, ci sono parecchi esempi di agricoltura adottata – o rifiutata – in qualsiasi tipo di clima. Un’altra tra le ipotesi principali vuole che l’agricoltura sia stata introdotta grazie a una scoperta casuale o a un’invenzione, come se prima di un momento preciso non fosse mai capitato alle diverse specie, ad esempio, di veder crescere del cibo da un seme germogliato. Sembra certo che l’umanità del Paleolitico possedeva una conoscenza praticamente inesauribile della flora e della fauna per molte decine di migliaia di anni prima dell’inizio della coltivazione di piante, cosa che rende questa teoria particolarmente debole.

È sufficiente infatti essere d’accordo con il sunto di Carl Sauer, “L’agricoltura non ebbe origine da una crescente o cronica mancanza di cibo” per respingere di fatto tutte le teorie sulle origini che sono state avanzate. Una restante idea, presentata da Hahn, Isaac e altri, sostiene che la produzione di cibo iniziò essenzialmente come attività religiosa. Questa ipotesi sembra molto più plausibile.

Pecore e capre, i primi animali ad essere addomesticati, sono state largamente usate nelle cerimonie religiose, allevate in prati recintati per scopi sacrificali. Prima di essere addomesticate, inoltre, le pecore non avevano una lana adatta a scopi tessili. Secondo Darby, il principale uso che si faceva della gallina nel sud-est asiatico e nel mediterraneo orientale – i primi centri di civilizzazione – “sembra essere stato sacrificale e divinatorio piuttosto che alimentare.” Sauer aggiunge che nei polli domestici “il covare le uova e produrre carne gustosa sono le caratteristiche relativamente tardive del loro addomesticamento.” I bovini selvatici erano feroci e pericolosi; non si sarebbe potuto prevedere né la docilità dei buoi né la consistenza modificata della carne di questi castrati. Le mucche non sono state munte che secoli dopo la loro iniziale cattività, mentre le raffigurazioni indicano che vennero imbrigliate la prima volta per trainare il carro durante le processioni religiose.

Per quel che sappiamo le piante, prossime a essere controllate, mostrano un retroterra simile. Prendiamo l’esempio di zucca e zucchina nel Nuovo Mondo, originariamente adoperate come sonagli cerimoniali. Johannessen ha discusso le ragioni mistiche e religiose connesse all’addomesticamento del mais, la coltura più importante del Messico e perno della sua nativa religione neolitica. Similmente Anderson ha indagato sulla selezione e sullo sviluppo di diversi tipi di piante coltivate per il loro significato magico. Gli sciamani, dovrei aggiungere, erano in una posizione di potere favorevole per introdurre l’agricoltura tramite l’addomesticamento e la coltivazione comportati dal rituale e dalla religione, come detto a grandi linee in precedenza.

Sebbene la motivazione religiosa delle origini dell’agricoltura sia stata piuttosto trascurata, secondo la mia opinione essa ci porta soltanto alle soglie della spiegazione reale della nascita della produzione: quella forza di alienazione culturale e non razionale che si è diffusa, sottoforma di tempo, linguaggio, numero e arte, per colonizzare definitivamente la vita materiale e psichica nell’agricoltura. “Religione” è un concetto troppo limitato per spiegare questa infezione e la sua propagazione. La dominazione è troppo gravosa, troppo onnicomprensiva per essere stata portata solamente da quella patologia che è la religione.

Ma i valori culturali di controllo e uniformità che appartengono alla religione fanno certamente parte dell’agricoltura, fin dall’inizio. Rilevando che le varietà di cereali si impollinano tra loro molto facilmente, Anderson ha studiato i Naga, una tribù dell’Assam dedita a una forma molto primitiva di agricoltura, e una loro varietà di cereale che non presenta differenza da pianta a pianta. Fedeli alla cultura, dimostrando che essa si compie solo con l’inizio della produzione, i Naga hanno mantenuto le loro varietà così pure “solo grazie a una fede fanatica verso un tipo ideale.” Questo è un esempio del matrimonio tra cultura e produzione nell’addomesticamento, e della sua inevitabile progenie, repressione e lavoro.

La cura scrupolosa dedicata alle varietà di piante trova il suo parallelo nell’addomesticamento degli animali, che pure rifiuta di obbedire alla selezione naturale e ri-stabilisce il mondo organico controllabile ad un livello astratto, degradato. Come le piante, gli animali sono soltanto cose da manipolare; una mucca, ad esempio, è vista come un tipo di macchinario che trasforma i grassi in latte. Tramutati da una condizione di libertà a quella di parassiti inermi, questi animali diventano totalmente dipendenti dall’uomo per sopravvivere. Nei mammiferi domestici di norma la dimensione del cervello diventa progressivamente più piccola allorché vengono prodotti degli esemplari che dedicano più energia alla crescita e meno all’attività. Placidi, resi infantili e forse rappresentati al meglio dalle pecore, quelle più addomesticate tra gli animali che vivono in gruppo; la straordinaria intelligenza delle pecore selvatiche è completamente assente nelle loro controparti domestiche. Le relazioni sociali esistenti tra gli animali domestici sono ridotte alla più cruda essenzialità. Gli aspetti non riproduttivi del loro ciclo vitale sono ridotti al minimo, il corteggiamento è limitato e la capacità stessa degli animali di riconoscere la propria specie viene pregiudicata.

L’agricoltura ha creato anche le premesse per la rapida distruzione dell’ambiente, e il dominio sulla natura è cominciato ben presto a trasformare il verde manto che ricopriva i luoghi di nascita della civilizzazione in aree sterili e prive di vita. Zeuner stima che “fin dall’inizio del Neolitico vaste regioni hanno cambiato completamente il loro aspetto, sempre verso condizioni di semi aridità.” Oggi i deserti occupano la maggior parte delle zone dove sono fiorite le civiltà avanzate; esistono molte testimonianze storiche sul fatto che queste antiche formazioni inevitabilmente hanno rovinato i territori loro circostanti.

In tutto il bacino del Mediterraneo, nell’attiguo Vicino Oriente e in Asia l’agricoltura ha trasformato lande lussureggianti e ospitali in terreni svuotati, secchi e rocciosi. In Crizia Platone descrive l’Attica come “uno scheletro devastato dalla malattia,” riferendosi alla deforestazione della Grecia e in contrasto con la sua antica ricchezza. Il pascolo di capre e pecore, i primi ruminanti addomesticati, è stato uno dei fattori maggiormente responsabili del denudamento di Grecia, Libano e Nordafrica, e della desertificazione degli imperi Romano e Mesopotamico.

Un ulteriore e più immediato impatto dell’agricoltura, portato sempre più alla luce negli ultimi anni, riguarda il benessere fisico dei suoi soggetti. Le ricerche di Lee e Devore mostrano che “la dieta dei popoli raccoglitori era molto migliore di quella dei coltivatori, la fame rara, lo stato di salute generalmente superiore, e c’era una minor incidenza di malattie croniche.” Al contrario, Farb riassume: “La produzione garantisce una dieta inferiore basata su un numero limitato di alimenti, è molto meno affidabile a causa di malattie, parassiti e capricci del tempo, ed è molto più costosa in termini di lavoro umano speso.”

Il nuovo campo di studi della paleopatologia ha raggiunto conclusioni addirittura più enfatiche, sottolineando, come ha fatto Angel, il “netto declino di crescita e nutrizione” provocato dal passaggio dalla raccolta alla produzione di cibo. Anche le vecchie conclusioni circa la durata della vita sono state riviste. Sebbene i resoconti dei testimoni oculari spagnoli del sedicesimo secolo raccontino che gli anziani indiani della Florida prima di morire vedevano la loro quinta generazione, per lungo tempo si è creduto che i primitivi morivano tra i trenta e i cinquant’anni. Robson, Boyden e altri hanno dissipato la confusione tra longevità e aspettativa di vita e scoperto che gli odierni cacciatori-raccoglitori, salvo incidenti e gravi infezioni, spesso vivono più a lungo dei loro contemporanei civilizzati. Nel corso dell’era industriale la vita della specie si è allungata solo abbastanza di recente, e oggi è largamente risaputo che nel Paleolitico gli esseri umani erano gli animali più longevi, una volta superati alcuni rischi. È corretto il giudizio di DeVries secondo cui la durata della vita è diminuita bruscamente al contatto con la civilizzazione.

“La tubercolosi e la diarrea dovettero attendere il sorgere della coltivazione, morbillo e peste bubbonica la comparsa di grosse città,” ha scritto Jared Diamond. La malaria, probabilmente la più grande singola assassina dell’umanità, e quasi tutte le altre malattie infettive sono l’eredità dell’agricoltura. Le malattie nutrizionali e degenerative in genere sono comparse insieme al regno di cultura e addomesticamento. Cancro, trombosi coronarica, anemia, carie dentali e disordini mentali sono solo alcuni dei marchi dell’agricoltura; prima le donne partorivano senza difficoltà e con poco o nessun dolore.

Le persone avevano i loro sensi molto più vivi. I !Kung San, racconta Post, hanno udito un aeroplano a un motore alla distanza di 70 miglia, e molti di loro riescono a vedere quattro lune di Giove a occhio nudo. Il giudizio riassuntivo di Harris e Ross tende a minimizzare “il declino generale della qualità – e probabilmente della lunghezza – della vita presso gli agricoltori in paragone agli antichi gruppi di cacciatori-raccoglitori,” .

Una delle idee più persistenti e universali è che un tempo ci fu un’innocente Età dell’Oro prima dell’inizio della storia. Ad esempio, Esiodo parlò della “terra conservatrice della vita, che porta i suoi frutti copiosi non corrotta dalla fatica.” L’Eden era chiaramente la dimora dei cacciatori-raccoglitori e l’ardente desiderio espresso dalle immagini storiche del paradiso dev’essere stato quello dei disillusi coltivatori della terra per la perdita di una vita di libertà e di relativo agio. La storia della civilizzazione mostra una crescente rimozione della natura dall’esperienza umana, caratterizzata in parte da una diminuzione dell’assortimento alimentare. Secondo Rooney, i popoli preistorici trovavano sostentamento in più di 1500 specie di piante selvatiche, laddove, come ci ricorda Wenke, “Tutte le civiltà si sono basate sulla coltivazione di una o più specie di queste sei piante: grano, orzo, miglio, riso, mais e patata.”

È una verità impressionante che nel corso dei secoli “il numero dei diversi cibi commestibili che attualmente vengono mangiati è costantemente diminuito,” come fa notare Pyke. La sussistenza della popolazione mondiale dipende oggi in gran parte da appena venti generi di piante mentre le loro varietà naturali sono sostituite da ibridi artificiali e il corredo genetico di queste piante diventa sempre meno vario.

La diversità alimentare tende a scomparire o ad appiattirsi coll’aumentare della proporzione di cibi confezionati. Oggi gli stessi prodotti alimentari sono distribuiti in tutto il mondo cosicché un Inuit eskimese e un nativo africano potranno presto mangiare latte in polvere fabbricato nel Wisconsin o bastoncini di pesce congelato provenienti dalla stessa fabbrica svedese. Poche grosse multinazionali quali l’Unilever, la principale industria alimentare del mondo, esercitano il comando su di un sistema di servizi altamente integrato il cui scopo non è quello di nutrire o anche solo sfamare, bensì di imporre al mondo intero un consumo sempre maggiore di prodotti fabbricati, trasformati e conservati.

Quando Cartesio ha enunciato il principio secondo cui il solo dovere dell’uomo è il più completo sfruttamento della materia per qualsiasi uso, la nostra separazione dalla natura era in pratica compiuta e la scena era pronta per la Rivoluzione Industriale. Trecentocinquant’anni dopo questo spirito sopravvive nella persona di Jean Vorst, amministratore del Museo di Storia Naturale francese, il quale sostiene che la nostra specie, “a causa dell’intelletto,” non può più ri-attraversare una certa linea di civilizzazione e diventare nuovamente parte dell’ambiente naturale. Inoltre dichiara, esprimendo perfettamente l’originario e perdurante imperialismo dell’agricoltura, “Poiché il mondo nel suo stato primitivo non viene adottato per la nostra espansione, l’uomo deve incatenarlo per compiere il suo destino.”

Le prime fabbriche hanno letteralmente imitato il modello agricolo, dimostrando nuovamente che alla base di tutta la produzione di massa c’è la coltivazione. Il mondo naturale sta per essere spezzato e costretto a lavorare. Pensiamo alle praterie del centro degli Stati Uniti dove i coloni dovettero mettere il giogo a sei buoi per scassare il terreno la prima volta. Oppure a una scena di The Octopus di Frank Norris, ambientato negli anni ’70 dell’ottocento, in cui mandrie di bestie aggiogate venivano condotte come “una grande colonna di artiglieria da campo” attraverso la valle di San Joaquin, incidendo 175 solchi alla volta.

Oggi l’organico, ciò che è rimasto di lui, è completamente meccanizzato sotto l’egida di alcune compagnie petrolchimiche. I loro fertilizzanti, erbicidi e pesticidi artificiali e il quasi monopolio mondiale dell’assortimento di semi determinano un ambiente totale che integra la produzione di cibo dalla semina al consumo. Sebbene Lévi-Strauss sostenga giustamente che “La civilizzazione produce monoculture quale la barbabietola da zucchero,” un orientamento completamente sintetico ha iniziato a dominare soltanto dalla Seconda Guerra Mondiale.

L’agricoltura prende dal terreno più materia organica di quanta ne restituisca, e l’erosione del suolo è alla base delle monocolture a ciclo annuale. A proposito di queste ultime, molte vengono promosse con effetti devastanti per la terra; insieme a cotone e soia i cereali, la cui esistenza nell’attuale condizione addomesticata dipende completamente dall’agricoltura, sono particolarmente dannosi. J. Russel Smith li chiama “gli assassini dei continenti … e tra i peggiori nemici del futuro dell’umanità.” Il costo in termini di erosione di un bushel (circa 350 m2) di grano dello Iowa è di due bushel di strato superficiale del suolo, evidenziando la generale distruzione industriale su vasta scala dei terreni agricoli. La continua coltivazione di immense monocolture, con l’uso massiccio di prodotti chimici e senza adoperare letame o humus, ovviamente causa il deterioramento del suolo e la perdita di terreno a livelli estremamente elevati.

Secondo il metodo agricolo dominante il terreno necessita di massicci spargimenti di prodotti chimici, sotto la supervisione di tecnici il cui scopo assoluto è di massimizzare la produzione. In questa prospettiva i fertilizzanti artificiali e tutto il resto eliminano l’esigenza di una vita complessa del suolo e di fatto lo trasformano in un mero strumento di produzione. La promessa della tecnologia è il controllo totale, un ambiente completamente artefatto che semplicemente soppianta il naturale equilibrio della biosfera.

Ma, incuranti della contaminazione con sostanze tossiche del terreno, delle falde idriche e del cibo, si spende ancora più energia per ottenere grosse rese dalle monocolture che cominciano a mostrare segni di declino. Il Ministero dell’Agricoltura statunitense ammette che l’erosione dei terreni coltivati in questo paese ammonta a due miliardi di tonnellate di suolo all’anno. L’Accademia Nazionale di Scienze stima che più di un terzo dello strato superficiale del suolo è ormai perduto per sempre. Lo squilibrio ecologico causato dalle monocolture e dai fertilizzanti sintetici provoca un’enorme aumento dei parassiti e delle malattie delle piante; dalla Seconda Guerra Mondiale le perdite di raccolti provocate dagli insetti sono effettivamente raddoppiate. La tecnologia risponde, ovviamente, con un aumento vertiginoso dell’applicazione di ulteriori fertilizzanti sintetici, di prodotti che uccidono erbacce e parassiti, accelerando il crimine perpetrato contro la natura.

Un altro fenomeno post-bellico è stata la Rivoluzione Verde, preannunciata come la salvezza del Terzo Mondo impoverito dal capitale e dalla tecnologia statunitensi. Ma invece di cibare gli affamati, la Rivoluzione Verde ha spinto milioni di poveri ad abbandonare le campagne in Asia, America Latina e Africa, vittime del programma che favorisce le grosse imprese agricole. Ciò ha equivalso a un’enorme colonizzazione tecnologica che ha creato una dipendenza dall’agrobussiness ad alta intensità di capitale, ha distrutto l’antico comunalismo agrario, ha imposto un consumo massiccio di combustibile fossile e ha preso d’assalto la natura a livelli mai vista prima.

La desertificazione, o perdita di terreni causata dall’agricoltura, è in continuo aumento. Ogni anno nel mondo un’area totale equivalente al doppio della superficie del Belgio viene trasformata in deserto. La sorte delle foreste tropicali del pianeta è un fattore nell’accelerazione di questa disseccazione: la metà di esse è stata cancellata negli ultimi trent’anni. In Botswana, l’ultima regione selvatica dell’Africa è scomparsa, così come la maggior parte della giungla amazzonica e più della metà delle foreste pluviali dell’America Centrale, principalmente per allevare bestiame per i mercati di hamburger di Stati Uniti ed Europa. Le poche zone salvatesi dalla deforestazione sono quelle in cui l’agricoltura non vuole andare; la distruzione della terra sta procedendo negli Stati Uniti sopra un’area più grande di quella che comprendeva le tredici colonie originarie, così come avviene nel cuore delle dure carestie africane degli anni ’80 e nell’estinzione di specie di animali e piante selvatiche una dopo l’altra.

Tornando agli animali, ricordiamoci delle parole della Genesi in cui Dio dice a Noè, “(…) e il timore e lo spavento di voi invada tutti gli animali della terra, tutti gli uccelli dell’aria. E tutto ciò che si muove sulla terra e tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere.” Quando territori appena scoperti sono stati visitati dall’avanguardia della produzione, come racconta un’ampia letteratura descrittiva, gli uccelli e gli animali selvatici non hanno mostrato alcuna paura verso gli esploratori. La mentalità divenuta agricola, tuttavia, così appropriatamente prevista nel passaggio biblico, nutre una convinzione esagerata nella ferocia della creature selvatiche, che deriva da una progressiva estraniazione e perdita di contatto con il mondo animale sommata al bisogno di mantenere il dominio su di esso.

Il destino degli animali addomesticati è determinato dal fatto che i tecnici agricoli guardano continuamente alle fabbriche come modelli per migliorare i loro sistemi di produzione. La natura è bandita da questi sistemi, allorché gli animali delle fattorie vengono sempre più tenuti in uno stato di semi immobilità durante la loro intera vita deformata, costretti a vivere in ambienti sovraffollati e completamente artificiali. Miliardi di polli, maiali e vitelli, ad esempio, non hanno quasi mai visto la luce del giorno né tantomeno pascolato nei campi, campi che diventano sempre più silenziosi dal momento che sempre più pascoli vengono arati per far crescere mangimi per questi esseri orrendamente segregati.

I polli ad alta tecnologia, a cui sono state tagliate le punte del becco per ridurre le morti in seguito a combattimenti provocati dallo stress, spesso vivono in quattro o cinque in gabbie di MISURA e vengono periodicamente privati di acqua e cibo fino a un periodo massimo di dieci giorni per regolare i loro cicli di posa delle uova. I maiali vivono sopra superfici di cemento senza lettiere; putrefazione agli arti, morsi alla coda e cannibalismo sono endemici a causa dello stress e delle condizioni fisiche. Le scrofe allattano i maialini separati da grate metalliche che sbarrano il contatto naturale tra madri e figli. I vitelli vengono spesso fatti crescere nell’oscurità, incatenati in stalle così strette da impedire loro di rigirarsi e di assumere posizioni normali. Questi animali sono generalmente sotto il regime di costanti cure mediche dovute alle torture in questione e alla loro accresciuta predisposizione alle malattie: la produzione automatizzata di animali si affida a ormoni e antibiotici. Questa crudeltà sistematica, per non parlare del tipo di cibo che ne risulta, ci riporta alla mente il fatto che la cattività stessa e ogni forma di asservimento hanno come progenitrice o modello l’agricoltura.

Il cibo ha rappresentato uno dei nostri contatti più diretti con l’ambiente naturale, tuttavia stiamo diventando sempre più dipendenti da un sistema di produzione tecnologico in cui alla fine anche i nostri sensi sono diventati superflui; il gusto, un tempo elemento vitale nel giudicare il valore e la sicurezza di un alimento, non viene più percepito quanto piuttosto certificato da un’etichetta. In generale, diminuisce la salubrità di ciò che consumiamo, mentre terre un tempo coltivate a scopo alimentare ora producono caffè, tabacco, cereali per gli alcoolici, marijuana e altre droghe, creando le premesse per la carestia. Anche cibi non trasformati quali frutta e verdura vengono oggi coltivati per essere uniformi e privi di sapore, poiché si tengono in considerazione più le esigenze di maneggevolezza, trasporto e immagazzinamento che non quelle nutritive o legate al piacere.

Una guerra totale ha preso in prestito dall’agricoltura i mezzi per defoliare milioni di acri nel Vietnam, ma la depredazione della biosfera avanza in maniera ancora più letale nelle sue forme globali, quotidiane. Il cibo come funzione della produzione ha inoltre miseramente fallito al livello anche più manifesto: la metà del mondo, come tutti sanno, soffre di una malnutrizione che oscilla verso la morte per inedia.

Nel frattempo, le “malattie della civiltà,” discusse da Eaton e Konner nel New England Journal of Medicine del 31 gennaio 1985 e paragonate alle diete salutari preagricole, sottolineano il triste e sofferente mondo di disadattamento cronico in cui abitiamo, preda dei fabbricanti di medicine, di cosmetici e di cibi confezionati. L’addomesticamento raggiunge nuovi culmini di patologia nell’ingegneria genetica dei cibi, in vista di nuovi tipi di animali così come di microrganismi e piante innaturali. Logicamente, anche l’umanità stessa diventerà addomesticata da quest’ordine dato che il mondo della produzione ci trasforma tanto quanto degrada e deforma ogni altro sistema naturale.

Il progetto di sottomissione della natura, iniziato e portato avanti dall’agricoltura, ha assunto proporzioni gigantesche. Il “successo” del progresso della civiltà, un successo che l’antica umanità non ha mai voluto, ha sempre più il gusto della cenere. James Serpell lo riassume così: “In breve, abbiamo raggiunto il limite. Non ci possiamo espandere; sembriamo incapaci di intensificare la produzione senza compiere ulteriori devastazioni, e il pianeta sta diventando velocemente una terra desolata.” Lee e Devore hanno notato con quale rapidità si sia verificato tutto questo e come, a “un archeologo interplanetario del futuro,” apparirebbe il destino probabile della civilizzazione: “…un periodo molto lungo e stabile di caccia e raccolta su piccola scala fu seguito da una fioritura apparentemente istantanea della tecnologia…che ha portato rapidamente all’estinzione. ‘Stratigraficamente’ l’origine dell’agricoltura e la distruzione termonucleare sembreranno essenzialmente simultanei.”

Il fisiologo Jared Diamond definisce l’inizio dell’agricoltura “una catastrofe da cui non ci siamo ancora ripresi.” L’agricoltura è stata e rimane a tutti i livelli una “catastrofe”, quella che sta alla base dell’intera cultura spirituale dell’alienazione che ci sta oggi distruggendo. La liberazione è impossibile senza la sua dissoluzione.

AGGIUNTA (Luglio 2000)

Da quando questo saggio è stato scritto a metà degli anni ’80, la logica dell’addomesticamento ha continuato a manifestarsi. Insieme a una sempre maggiore divisione del lavoro e alla rapida tecnicizzazione della vita a ogni livello, la dominazione sembra trovare nuovi terreni di applicazione.

Le forme di vita geneticamente alterate, piante e animali, nel nuovo millennio rappresentano l’ultima frontiera del Mondo Nuovo che sta avverandosi. L’intera esistenza non è nient’altro che materia da progettare, programmare, clonare da parte di scienze che non sono mai state così interamente asservite al paradigma dominante.

Questo infetta il modo stesso con cui percepiamo la realtà. Una società di consulenza New Age pubblicizza le sue virtù proclamando, “L’amore non è un mistero; è una tecnologia.” È tutta acqua per il mulino del pensiero strumentale, niente si salva dall’impostazione meccanica, dall’analogia della macchina.

La clonazione umana è imminente, cosa la può impedire? Il vivente diviene sempre più sterile: riprogrammazione con antidepressivi, revisione genetica e pianificazione del futuro tramite analisi. La natura è ciò che tecnologia e capitale hanno deciso che sarà, vale a dire la fine di qualsiasi ambito non addomesticato. Le foreste naturali diventano vivai; le nostre emozioni, che languono su terreni aridi, necessitano di regolari manipolazioni chimiche. Il nemico non sono soltanto le multinazionali. È l’addomesticamento stesso. Giorno dopo giorno e ad ogni nuovo livello di penetrazione e controllo, il disastro chiamato agricoltura diventa sempre più facile da percepire. La salute e la libertà ne esigono la fine.


“Sapere di non sapere” o “Sapere di non poter sapere”?

Il titolo di questo articolo può sembrare un gioco di parole o uno scioglilingua. L’antinomia che sottintende ha invece l’ambizione di far emergere una verità fondamentale per la nostra storia passata e futura.

Vediamo dunque di esaminare partitamente le due frasi e cosa si cela dietro ad ognuna di esse.

Il “sapere di non sapere”, come noto, è l’insegnamento base del metodo socratico. Il filosofo ateniese, secondo la testimonianza che ci ha lasciato Platone, dichiarò davanti ai suoi accusatori:

“[…] di cotest’uomo [un tale che aveva fama di sapiente, NdA] ero più sapiente io: in questo senso, che l’uno e l’altro di noi due poteva pur darsi non sapesse niente né di buono né di bello; ma costui credeva sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo sapere; e mi parve insomma che almeno per una piccola cosa io fossi più sapiente di lui, per questa che io, quel che non so, neanche credo saperlo.” (Apologia, 21c, in Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari 1967)

Questa consapevolezza di sapere di non sapere è stata storicamente all’origine della sete di sapere, che Socrate seppe coltivare tanto abilmente mediante la “maieutica”, il metodo che conduceva i suoi interlocutori ad accorgersi della propria ignoranza e a riconoscere la verità, di contro alle proprie precedenti false presunzioni.

A buon diritto si può ritenere che questo metodo sia stato il primo pilastro del sapere scientifico. Se uno sa di non sapere cerca di accrescere le sue conoscenze cautamente, dando credito solo a prove provate. Da qui trasse origine l’abiura dei miti fantasiosi ai quali tutti i popoli primitivi si erano sempre affidati per dare un significato alle realtà che il loro intelletto non era in grado di spiegare.

Il nuovo modo “razionale” di osservare i fenomeni della natura diede concretamente avvio allo sviluppo di scienza e tecnica, il cui percorso di crescita era stato fino ad allora di tipo prevalentemente empirico.

Il “sapere di non sapere” accelerò dunque in modo decisivo il cammino dell’uomo verso quel progresso materiale di cui oggi stiamo vivendo lo stadio terminale, pre-agonico per il mondo della natura.

In questo momento, tanto tragico quanto decisivo per la prosecuzione della nostra avventura sulla Terra (e per quella di tanti altri esseri viventi da noi assurdamente compromessi), è quanto mai opportuno a mio avviso ripensare a quella locuzione e vedere come avrebbe dovuto essere formulata per limitare i danni che il nostro intelletto ha causato alla biosfera (e per ridurne i futuri).

Il “non sapere” cui si fa cenno è infatti privo di condizioni. Possiamo non sapere come si costruisce una casa, come si progetta una centrale nucleare, come si assembla una bomba atomica. Ma il non saperlo implica che possiamo anche impararlo, e quindi poi saperlo fare, come di fatto si è verificato. E se abbiamo imparato a costruire case, centrali nucleari e bombe atomiche, perché non dovremmo essere in grado di impiantare microchip nel cervello, colonizzare Marte o divenire immortali?

Sennonchè c’è anche il risvolto della medaglia, e cioè l’insieme dei problemi che la nostra dissennata opera di devastazione del pianeta pone oggi sotto gli occhi di tutti.

Sapevamo di non sapere, abbiamo immaginato che il sapere ci avrebbe resi onnipotenti, l’abbiamo in parte raggiunto e messo in pratica senza tener conto dei limiti delle nostre capacità cognitive.

Il nostro cervello ha subìto una evoluzione tanto abnorme quanto eccezionale rispetto a ogni altro essere vivente, ma le sue capacità elaborative sono rimaste infime rispetto alla complessità del mondo della natura.

Vi è anche un elemento dimensionale da prendere in considerazione: siamo minuscoli organismi abbarbicati su una briciola di materia che vaga nell’immensità dello spazio. Anche senza far ricorso a elaborati concetti filosofici, come possiamo immaginare che nella nostra scatola cranica risieda un sistema informatico in grado di padroneggiare l’intero universo?

La riprova dell’impossibilità di un siffatto padroneggiamento ci deriva proprio dai danni irreparabili che abbiamo causato all’ambiente e che ci stanno conducendo all’ecocatastrofe. Ogni avanzamento della nostra condizione materiale ha sempre generato squilibri nel mondo della natura, dapprima minimi, poi via via sempre maggiori fino ai livelli di guardia ora raggiunti. Tutto ciò a causa delle limitate capacità del nostro intelletto, non in grado di intervenire positivamente sugli ingranaggi ultra sofisticati della biosfera.

Quale avrebbe dovuto essere quindi la corretta locuzione che, in alternativa al “sapere di non sapere”, avrebbe potuto limitare i danni che stiamo procurando al pianeta?

Avremmo dovuto essere consapevoli della limitatezza delle nostre possibilità intellettive e avremmo dovuto coltivare il “sapere di non poter sapere”.

Ciò ci avrebbe indotto a minimizzare i nostri interventi nel corpo vivo della natura consigliandoci di accontentarci di quel poco (in realtà molto!) che la natura dispensa equamente a tutti i suoi figli.

Non avremmo dovuto desiderare di accaparrarci la fetta più grossa delle risorse della Terra, schiavizzando o portando all’estinzione le altre specie viventi, non fosse altro per non innescare quel processo distruttivo che alla lunga condurrà anche alla nostra autodistruzione.

Tutto questo ragionamento prescinde dall’altro elemento che ci ha sospinti su questa strada, e cioè quella “volontà di potenza” di nietzschiana memoria, che a mio avviso altro non è che la sublimazione dell’istinto di conservazione prodotta dall’abnorme evoluzione del cervello verificatasi nell’uomo.

Ma di questo elemento avremo occasione di parlare in altra sede.

Avendo citato Nietzsche mi sembra invece opportuno riportare il pensiero introduttivo di “Su Verità e Menzogna in senso extramorale” che il filosofo tedesco scrisse nel 1873, a soli 29 anni:

In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della “storia del mondo”: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire.”

Un’ultima notazione di tipo personale.

Dal 2018 all’inizio del 2020 ho tenuto su Neuroscienze.net una rubrica dal titolo “I limiti dell’intelligenza”, il cui obiettivo era di argomentare come il nostro cervello, per quanto abnormemente evoluto e superiore in potenza elaborativa a quello di ogni altro essere vivente, non potesse oltrepassare una determinata soglia cognitiva, relativamente elevata ma in assoluto infima.

Terminata la collaborazione con quel sito, ho provveduto a inserire i quattordici articoli pubblicati nel mio blog personale, in modo da renderli liberamente disponibili a chiunque.

Questo l’indirizzo dove reperirli: https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2019/10/06/i-limiti-dellintelligenza/.

Con il presente scritto ho tentato di riassumere il senso di ciò che ho inteso dire nei vari articoli di quella rubrica, tanto breve quanto a durata, ma tanto densa quanto a significato.

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https://ugobardi.blogspot.com/2020/10/sapere-di-non-sapere-o-sapere-di-non.html

Cosa è “contro natura”?

Questa volta cercherò di toccare il cuore della Questione (quella con la Q maiuscola).

Tante volte abbiamo sentito condannare i comportamenti “contro natura” dai più disparati pulpiti.

Per lo più a usare questa espressione sono esponenti ecclesiastici. Ma non solo.

Cosa intende dire chi utilizza questa locuzione? Intende dire che in natura per ogni specie, per ogni fenomeno, per ogni evento, esiste un determinato ventaglio di possibilità di accadimenti, e i comportamenti che rientrano all’interno di questo ventaglio sarebbero “secondo natura”, gli altri “contro natura”.

Ma, se tutto è natura, come è possibile che esistano comportamenti non solo al di fuori della natura, ma addirittura contro la natura stessa?

Qui, come si vede, il discorso si ingarbuglia. Ma è un discorso estremamente importante, per cui è opportuno approfondirlo e cercare di sgarbugliarlo.

Iniziamo col dire che effettivamente tutto ciò che conosciamo è natura. Abbiamo un determinato numero di sensi e attraverso loro ci giungono le immagini, i suoni, gli odori, i sapori e le sensazioni che il mondo esterno ci trasmette.

Poi tutti questi “input” vengono elaborati dal nostro organo di comando, il quale è in grado di abbinarli anche in modo da immaginare cose, oggetti ed esseri non esistenti in natura.

Il primo esempio che mi viene in mente per illustrare questo concetto è il centauro, metà uomo e metà cavallo, ma la mitologia ci tramanda molte altre creature inventate di sana pianta, dalla chimera al minotauro, dall’unicorno alla sfinge e così via.

Ecco dunque che troviamo un primo elemento interessante sul percorso che ci dovrebbe condurre a stabilire se esiste qualcosa “contro natura” e, in caso affermativo, in cosa consisterebbe: il cervello umano è in grado di concepire, partendo da elementi della natura, cose che in natura non esistono.

Possono farlo anche i cervelli di altre specie animali? Probabilmente sì, ma solo a livello di rappresentazione onirica. Tutti gli animali dormono e, per analogia con quanto accade a noi, non abbiamo motivo di dubitare che anche essi sognino. In questa fase le cose o gli esseri visti, sentiti, percepiti da svegli probabilmente possono trasformarsi in cose o esseri non esistenti realmente ovvero in rappresentazioni mentali storpiate dal meccanismo del sonno. Ma sono illusioni che terminano al momento del risveglio.

Solo encefali con un grandissimo numero di neuroni possono far credere a chi li possiede che in natura esistano cose o esseri partoriti unicamente dalla fantasia di chi li ha concepiti.

Con questo giro di parole ci imbattiamo nel cosiddetto “pensiero astratto”, ovvero in quella facoltà tipica del cervello umano di dedurre da alcune caratteristiche reali altre caratteristiche non più reali (ovvero non esistenti in natura) ma in grado di raggruppare idealmente un insieme di soggetti all’interno di determinate categorie.

Dal mondo delle idee di platonica memoria in avanti, una infinita schiera di pensatori si è avventurata in questo tipo di esercizio mentale.

L’intera disciplina che si è autodefinita “amante del sapere” (la filosofia), nasce e si basa sulle fantasticherie del pensiero astratto.

Senonché questo tipo di pensiero, che partorisce costruzioni mentali non esistenti nel mondo reale, è in grado poi di trasformare queste creazioni intellettuali in oggetti concreti frutto dell’assemblaggio di “pezzi” di natura (pietre, legni, ossa …) realizzato “ad arte”.

Con questo nuovo giro di parole passiamo dal “pensiero astratto” al “mondo artificiale”, il primo in contrapposizione al “pensiero concreto” e il secondo al “mondo naturale”.

Se questi ultimi due esistono da milioni e milioni di anni, i primi due sono molto recenti (datano poche decine di secoli), e in questo breve volgere di tempo hanno stravolto un equilibrio che era andato consolidandosi con estrema gradualità.

Dalla clava e dall’arco si è passati alla polvere da sparo e alla bomba atomica. Dal cibarsi raccogliendo frutti e andando a caccia si è passati alle monocolture agricole e agli allevamenti intensivi. Con tutte le conseguenze nocive e destabilizzanti che ormai ben conosciamo.

Ma lasciamo per un attimo da parte i concetti fin qui acquisiti e divaghiamo verso un altro tipo di ragionamento, all’interno del quale troveremo elementi utili allo scopo che ci siamo prefissi.

Il fenomeno che ci interessa più da vicino, la vita, ha un andamento lineare? Ovvero: sappiamo che tutto evolve e che la continuità della vita è garantita dalla capacità di riproduzione delle singole specie. Ma questo “meccanismo” non incontra mai intoppi?

La domanda è di tipo retorico, perché in realtà sappiamo che in natura non vi è nulla di lineare, bensì la vita nasce dal caos, dallo scontro infinito e casuale degli elementi.

Non uso il termine di lotta, perché questo implica concetti partoriti dal pensiero astratto, (bene e male, giusto e ingiusto ecc.). Anche l’idea di linea retta e di andamento lineare, nascono da questo tipo di pensiero. In natura esiste un numero infinito di linee e di forme, bidimensionali e tridimensionali. Tra queste vi sono anche la linea retta, il quadrato e il cubo, ma mischiati a infinite altre linee e forme. Solo il pensiero astratto isola le categorie “perfette”, quelle che rispondono a determinati criteri da esso stabiliti.

Nello scontro infinito e casuale degli elementi si verificano situazioni “costruttive” e altre “distruttive”. Con le prime intendo il verificarsi di aggregazioni accrescitive di determinate realtà, con le seconde il verificarsi di fenomeni disgregativi delle medesime.

Se prevalgono le prime la vita prospera, se prendono il sopravvento le seconde la vita soffre e arretra.

L’esempio della malattia ci aiuta a comprendere meglio questo concetto. I virus che ci fanno ammalare o le cellule che da sane si trasformano in tumorali, fanno entrambi parte della natura, ma non per questo favoriscono la diffusione della vita, né la sua conservazione. Anzi la ostacolano in quel continuo accavallarsi di elementi da cui poi fuoriesce l’evolversi di tutti i fenomeni naturali.

Ma allora cosa è “contro natura”, se anche questi elementi ostili alla vita fanno parte della natura?

Praticamente nulla, visto che tutto è natura.

Ma se proprio vogliamo trovare un elemento che contrasta più degli altri con l’ordinato svolgimento della vita sul pianeta, dobbiamo tornare a quel concetto di pensiero astratto cui facevo cenno più sopra.

È lui, solo lui, in grado di contravvenire alle cosiddette leggi di natura. Non a tutte, ovviamente. La legge di gravità, ad esempio, è ineludibile. Ma anche in questo caso, che pare uno dei più inoppugnabili, l’uomo, tramite il pensiero astratto, è riuscito a realizzare dispositivi con cui volare e solcare i cieli.

In un altro articolo recentemente apparso su Effetto Cassandra ho menzionato come anche le consuetudini sessuali e le stagioni degli amori siano stati modificati dall’uomo a seguito delle sue accresciute capacità cerebrali (vedi “La ripugnanza del sesso, perché ci vergogniamo di certe cose”).

Molti altri esempi di questa capacità di plasmare i nostri comportamenti in modo diverso da quanto previsto dall’evoluzione naturale della vita sono rintracciabili negli ultimi millenni e, fatto ancor più rilevante, questi comportamenti “artificiali” sono andati crescendo con un ritmo sempre più accelerato di secolo in secolo, sino all’andamento parossistico dei nostri giorni.

L’avanzamento di questo modus vivendi artificiale si è verificato ai danni di un’infinità di altre specie animali e vegetali, la cui sparizione è andata crescendo in parallelo alla crescita del primo.

Ecco dunque che abbiamo individuato qualcosa che osteggia lo statu quo esistente in natura e il suo lento, pigro modificarsi millennio dopo millennio!

Questo qualcosa, che agisce “contro natura” pur se originato all’interno del mondo della natura, è il cervello dell’uomo dopo il superamento di una imprecisata soglia di crescita.

Il limite è determinato dal formarsi della neocorteccia? Dal numero di neuroni superiore a una determinata quantità? Dalla ragnatela dei collegamenti inter-sinaptici sempre più fitta?

Non è dato saperlo e non è neppure particolarmente importante conoscerlo.

Ciò che conta è che l’intelligenza è cresciuta e ha iniziato a modificare il mondo circostante con criteri diversi da quelli sino a quel momento utilizzati dal caso, il vero motore dell’evoluzione.

Non è stata una colpa (concetto figlio del pensiero astratto), ma un caso (si veda in proposito il mio articolo “Il caso e la colpa” scritto in risposta a un articolo di Igor Giussani dedicato al Cancrismo).

Se dunque esistono atti definibili come “contro natura” (nel senso che contrastano con quanto sarebbe accaduto nel mondo della natura in assenza di interventi determinati dal pensiero astratto) questi sono tutti riconducibili a quell’unico grande evento cui ho fatto cenno più volte, e cioè a quella abnorme evoluzione patìta dal nostro encefalo che ci ha resi più intelligenti di ogni altro essere vivente e proprio per tale motivo ci ha trasformati in cellule tumorali della biosfera.

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https://ugobardi.blogspot.com/2020/10/cosa-e-contro-natura-di-chimere-e.html

Perchè no all’estinzionismo

Uno dei “cancristi della prima ora”, il mio amico Antonio Zaffaroni, mi scrive: “Ciao Bruno, a corollario della tua eccezionale opera pongo l’estinzione della specie umana come unica e moralmente doverosa cura al cancro che ha quasi ucciso la biosfera. A questa conseguente e a mio avviso logica conclusione vi arrivai prima che ci conoscessimo. C’è un motivo particolare per il quale non tratti mai di estinzionismo? Con molta stima, Antonio”

Non potendo riassumere la risposta a questo importante quesito in un breve messaggio di “whatsapp”, ho promesso ad Antonio che avrei dedicato alla questione uno specifico intervento, ed è ciò che mi accingo a fare.

Iniziamo col dire che non è proprio vero che non ho mai trattato l’argomento.

Nel mio ultimo libro, “L’impero del cancro del pianeta”, nella appendice dedicata ai precursori del Cancrismo, vi è un paragrafo intitolato “Natalismo e antinatalismo”, dove, in estrema sintesi, definisco l’antinatalismo un “atto contro natura”, come effettivamente è.

Nel primo libro (“Il cancro del pianeta”) vi è il capitolo “Le improponibili soluzioni al problema della sovrappopolazione” con una curiosa tabella in cui si mostra come in meno di mille anni ci si estinguerebbe se solo ogni coppia generasse un solo figlio.

In un caso e nell’altro definisco le soluzioni difficilmente praticabili e del tutto innaturali, implicanti cioè situazioni lesive delle condizioni di vita a cui saremmo stati destinati se fossimo rimasti cellule sane del pianeta.

La politica del figlio unico condurrebbe a una società di vecchi, decadente per definizione. Inoltre verrebbe realizzata non già per restituire alle altre specie ciò che è stato loro tolto, bensì per consentire all’essere umano di continuare a sfruttare le risorse scemanti.

Ma non è questo il punto che interessa ad Antonio. Egli è più drastico, parla di estinzionismo tout court. Sa bene che finché rimarrà anche un solo uomo con il suo cervello ipersviluppato sulla terra, costui cercherà di continuare a sfruttare le altre specie.

Come non ricordare a questo proposito i bei versi di Giorgio Caproni, che terminano così: “Come / potrebbe tornare a essere bella, / scomparso l’uomo, la terra.” (in “Versicoli quasi ecologici”).

Sulla stessa lunghezza d’onda si trova il “Movimento per l’estinzione umana volontaria” (in inglese VHEMT).

Il ragionamento sottinteso da tutti coloro che predicano l’estinzionismo (in verità assai pochi) si può riassumere nei seguenti punti:

  • sul pianeta Terra, per una serie di combinazioni del tutto fortuita, è nata la vita
  • pur nel continuo cambiamento, la natura ha sempre provveduto a mantenere l’equilibrio tra le varie specie viventi
  • a causa di un’alterazione, anch’essa fortuita, nel DNA di un determinato primate, è nato il mondo artificiale, che ha eroso spazi al mondo naturale in quantità via via crescente
  • l’unico modo per restituire al mondo naturale la sua integrità è eliminare la causa del mondo artificiale, e cioè l’uomo.

Non si può negare che il filo di questo ragionamento si dipani in modo inappuntabile.

Tuttavia c’è da tener conto di un particolare non del tutto trascurabile, e cioè che i soggetti della auspicata estinzione siamo noi, io, tu, i miei figli, i tuoi figli e così via!

Come pensare di trovare consenso intorno a una teoria che auspica l’annientamento tuo, dei tuoi figli e dei tuoi nipoti?

E senza consenso come potrebbe avvenire l’autoestinzione della specie?

Gli “estinzionisti” sono rigorosi all’estremo, ma proprio a causa di questo loro estremismo non potranno mai contare sul consenso della maggioranza della popolazione, anzi sono inesorabilmente destinati a rimanere infima minoranza.

Il Cancrismo invece si propone di fornire una ideologia coerente alla gran massa di giovani che si è mobilitata di recente in tutto il mondo a difesa dell’ambiente.

Questi ragazzi non vogliono estinguersi, vogliono che la loro generazione possa vivere su questo pianeta e che possibilmente lo possano fare anche altre generazioni. Perché ciò accada occorre modificare stili di vita e di consumi, rinunciare agli sprechi e a tante altre cose inutili che ci hanno condotto sull’orlo del baratro.

In una parola dobbiamo “decrescere”. Sotto questo profilo il Cancrismo è allineato con i movimenti di Serge Latouche e di Maurizio Pallante.

Stiamo parlando delle cure palliative da somministrare all’ammalato terminale di cancro? Con ogni probabilità sì, ma comunque ben vengano.

La cosa importante è che ci sia la spinta a decrescere, e perché ciò accada la motivazione deve essere forte, molto forte, più forte dell’egoismo di specie che ci contraddistingue.

Occorre, in breve, ribaltare l’intera considerazione che Homo sapiens ha della sua intelligenza, dimostrandogli che anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura essa è stata un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente da madre natura.

Così iniziava il mio primo articolo di presentazione della teoria (“Il cancro del pianeta: una teoria inquietante per scuoterci dal fatalismo progressista che ci attanaglia”) e questa è ancora la via da seguire: dimostrare, dati alla mano, che la situazione è sempre più tragica (e questo lo fanno in molti, compresi il Papa, tanti Capi di Stato e tanti scienziati), che ha potuto verificarsi in conseguenza delle accresciute capacità elaborative del cervello umano (e questo lo fanno in pochi) e che quindi questo accrescimento è da considerare negativamente (e questo non lo fa nessuno).

Se molti, moltissimi, capissero questa triste realtà, sarebbe relativamente semplice tirare un po’ i freni di questa macchina che sta andando a folle velocità verso il dirupo.

Tirare i freni significa prendere tempo. Anche se la macchina non può fare inversione di marcia, andare più lentamente può dare alla biosfera un po’ di respiro e può consentire a tutti gli esseri viventi di prolungare un poco la loro permanenza su questo pianeta.

In breve dovremmo fare nostro il motto di Alexander Langer: “Lentius, profundius, suavius” (“più lento, più profondo, più dolce”), in contrapposizione a quello olimpico “Citius, altius, fortius” (“più veloce, più alto, più forte”) che ben rappresenta lo spirito tipico del progressismo economico e materiale del cancro del pianeta.

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https://ugobardi.blogspot.com/2020/07/perche-no-allestinzionismo.html

Il Cancrismo e l’amore per la vita

Accusare l’uomo di essere il cancro del pianeta secondo alcuni può sottintendere una forma smisurata di misantropia se non addirittura di odio verso la vita in generale.

Nulla di più sbagliato per quanto riguarda il Cancrismo, la teoria che da anni mi sforzo di sostenere e di divulgare, che esprime invece la posizione opposta: l’odio per la forma deviata di vita che l’evoluzione abnorme del cervello ha indotto nella nostra specie nasce dall’amore più profondo e sviscerato per la vita, così come sul nostro pianeta si è sviluppata in milioni e milioni di anni.

Il secondo capitolo del mio libro “L’impero del cancro del pianeta” si intitola “La sinfonia della vita” e cerca di stabilire un parallelismo tra l’armonia regnante in natura e la maestosità delle composizioni dei più grandi musicisti. L’alterazione genica che ha provocato la nostra disgraziata crescita cerebrale è assimilata alle stonature che possono intervenire a seguito di errori interpretativi.

“[…] pensiamo cosa accadrebbe ad una sinfonia di Beethoven se qualche presuntuoso orchestrale decidesse da un certo punto in poi di sostituire ogni “la” con un “sol”, o ogni “do” con un “si”, o di effettuare modifiche ancor più cervellotiche.

L’armonia si spezzerebbe e il risultato sarebbe disastroso.

Ebbene è ciò che noi abbiamo fatto con la natura della biosfera. E la sinfonia della vita rischia ora di trasformarsi in un tragico concerto per la fine del mondo.”

Perché l’amore per la vita?

Essenzialmente per tre ordini di motivi.

Il primo motivo è di natura estetica. La contemplazione della natura, animata e inanimata, è fonte di godimento per la vista e per ogni altro senso che ne sia coinvolto. Non potrebbe essere diversamente, poiché anche noi siamo natura e i nostri canali “percettivi” si sono co-evoluti insieme a ogni altra componente del mondo naturale: sentiamo di farne parte e ne siamo attratti. Restiamo immobili e sbalorditi di fronte alla maestosità della foresta, al fascino del bosco, all’imponenza delle catene montuose, del mare e dinanzi a ogni altro fenomeno che accade al di fuori delle distese di cemento che ormai purtroppo ci circondano. La riprova di questo godimento estetico si ha proprio in relazione alla triste visione delle periferie urbane. Ma, attenzione! Anche da questo impietoso contrasto si può trarre qualche elemento a sostegno della tesi sin qui sostenuta. Taluni ammirano le forme ardite di alcuni edifici ultra-moderni e molti sono affascinati da antiche costruzioni (pensiamo alle cattedrali gotiche): ebbene, queste realizzazioni dell’ingegno umano appaiono tanto più godibili alla vista quanto più richiamano forme, spazi e armonie proprie del mondo della natura. Non profili squadrati e linee rette, ma curve sinuose e un’infinità di decorazioni che riportano alla mente la vegetazione rigogliosa della selva primordiale. Emblematiche al riguardo le opere di Gaudì e, ancor più vicino a noi, i palazzi del cosiddetto “bosco verticale” recentemente edificati a Milano. Qui la superiorità estetica del mondo della natura rispetto a quella del nostro mondo artificiale è addirittura sancita dal tentativo di inserire la prima nella seconda.

Il secondo motivo è di natura intellettiva. Ogni fenomeno della natura è per noi fonte di immenso stupore. Abbiamo le capacità cerebrali più elevate tra gli esseri viventi e osserviamo l’accadimento di fatti che non saremmo mai stati in grado di progettare e men che meno di realizzare. La più intima riprova di questa affermazione sta proprio nella nostra stessa esistenza. Siamo venuti al mondo inconsapevolmente e poi, quando è stato il nostro turno di dare la vita ad altri esseri, lo abbiamo fatto altrettanto inconsapevolmente. Siamo l’anello di una catena, il tramite per la concretizzazione di organismi ultra-complessi che accudiamo amorevolmente ma della cui realizzazione non siamo minimamente responsabili. E così pure osserviamo ogni altra manifestazione della natura, dallo sbocciare di un fiore all’opera delle api sino ai più complessi rituali amorosi delle varie specie viventi, il tutto finalizzato unicamente alla perpetuazione di quella stupefacente realtà che chiamiamo vita. Ciò per noi è fonte di incredula ammirazione e di affascinata contemplazione che non può fare a meno di tradursi in amore per tale realtà.

Il terzo motivo è di natura psicologica. Oltre ad essere soggetti “osservanti” noi siamo anche e soprattutto soggetti “senzienti”. Il che significa che riceviamo sensazioni di ogni tipo dal mondo esterno, le immagazziniamo nel nostro cervello e le traduciamo in emozioni, sentimenti, stati d’animo e così via, come accade per ogni specie animale. La gioia, il dolore, il piacere sono solo alcune tra le infinite manifestazioni che si possono produrre in noi dall’incontro – scontro tra il mondo della natura e la nostra psiche. Alcune di queste manifestazioni inducono dolore e sofferenza, ma si tratta di una parte minoritaria. Non possiedo dati statistici al riguardo e credo che nessuno ne abbia, ma facendo affidamento sul semplice buon senso ritengo che l’esistenza della maggior parte degli esseri umani (e assai di più di quelli non umani!) sia prevalentemente contraddistinta da condizioni di buona salute e quindi di benessere esistenziale. È una delle leggi dell’evoluzione: ciò che apporta vantaggi procede, ciò che apporta svantaggi retrocede. Una sensazione che rende bene l’idea di come la nostra vita (e quindi anche quella degli altri viventi) sia da amare è l’euforia che ci pervade a primavera, al risveglio di tutte le componenti del mondo della natura. Quello è il momento in cui la vita rinasce dopo il letargo invernale e mostra con maggior vigore la potenza che la pervade. Siamo trascinati da tale spettacolo, ne restiamo affascinati e queste sensazioni si traducono nel profondo amore che proviamo nei confronti della vita.

Questi motivi sussistono a prescindere dalla disgraziata opera di devastazione della natura che stiamo compiendo. Per un evento tanto fortuito quanto sfortunato la crescita abnorme del nostro encefalo ci ha trasformati in cellule tumorali della biosfera. Ma questa triste realtà non deve indurci a odiare ciò che stiamo distruggendo, come pare facciano gli adoratori della modernità. Città non è meglio di campagna. Cemento non è meglio di terra. Rumore non è meglio di silenzio. Solo un profondo amore per la vita e per la natura è alla base della teoria cancrista: se si sostiene il diritto dell’uomo a dominare e devastare la natura si è dalla parte del cancro; se si nega questo diritto si è dalla parte della vita.

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https://ugobardi.blogspot.com/2020/09/il-cancrismo-e-lamore-per-la-vita.html

La ripugnanza del sesso (perché ci vergogniamo di certe cose)

Una delle caratteristiche che differenzia la nostra specie da ogni altra (animale e vegetale) è il sentimento di repulsione verso l’esibizione dell’atto sessuale e di tutto ciò che gli ruota attorno.

Non è certo la caratteristica principale, che rimane la superiorità intellettuale, ma approfondirne le motivazioni e i singoli aspetti ci può aiutare in quell’opera di conoscenza autentica di noi stessi che a mio avviso è ancora ben lontana dall’essere realizzata.

Secondo il racconto biblico ci saremmo vergognati della nostra nudità dopo il peccato originale, nel momento in cui il creatore ci rimproverò l’atto di disobbedienza compiuto.

Ma, pur dando credito a tale racconto, quale sarebbe la logica sottostante al medesimo? Va bene il faticare per coltivare la terra, va bene il soffrire per mettere al mondo i figli, ma perché vergognarsi della propria nudità?

O forse ci coprimmo per ripararci dal freddo e l’occultamento degli attributi sessuali fu solo una conseguenza di tale pratica?

Improbabile, dal momento che anche nei climi caldi l’essere umano è solito nascondere pene e vagina, e questo comportamento sembra essere correlato più al livello di “civiltà” raggiunto che non alle condizioni climatiche di un determinato luogo.

A ognuno di voi sarà capitato di vedere qualche documentario su popolazioni primitive che ostentano con noncuranza la propria nudità.

Poi, con l’arrivo della cosiddetta “civiltà”, insorge il pudore, il senso di vergogna della propria nudità, o, meglio, della nudità dei propri apparati genitali.

Altra osservazione di un certo rilievo. Gli organi sessuali sono intimamente congiunti a quelli preposti all’evacuazione dei residui organici ingeriti per alimentarci. Guarda caso, anche le funzioni di svuotamento della vescica e dell’intestino suscitano repulsione, sono da eseguire di nascosto, chiusi a chiave in un apposito locale. Persino il nome di tale locale e delle sue pertinenze provoca disgusto (cesso, latrina, cloaca, fogna, e così via).

Che ci sia qualche connessione tra i due tipi di ritegno (quello dell’esibizione dell’atto sessuale e quello del mostrarsi durante la defecazione)? Da dove nasce realmente questa negazione nei confronti di alcune parti del nostro corpo e delle loro funzioni?

Prendo tempo e aggiungo altra carne al fuoco.

Un aspetto del comportamento sociale di Homo sapiens che mi ha sempre lasciato perplesso è che l’operazione inversa di quella di cui tanto ci vergogniamo è invece lodata e glorificata.

Parlo dell’atto del cibarsi, della convivialità, del mangiare e bere in compagnia. Le belle tavolate numerose e rumorose sono sempre ben viste e danno un senso di allegria.

Ma l’ingurgitare cibo e tracannare liquidi non sono atti altrettanto funzionali alle nostre attività organiche quanto quelli di evacuarne i residui o di accoppiarsi?

Altra osservazione. Ognuna di queste attività ha subìto da parte dell’essere umano ampie modificazioni rispetto alle originali modalità di esecuzione.

Mangiamo seduti, tocchiamo il cibo con forchetta e coltello ed è buona educazione non poggiare i gomiti sulla tavola.

Evacuiamo pure seduti, su apposita “tazza”, non più accovacciati sulla nuda terra.

Ma soprattutto facciamo l’amore tutto l’anno e non più solo in determinate stagioni. Nascondiamo le nudità ma siamo sempre in calore. Curiamo il nostro aspetto come non mai, facciamo intravedere le nostre forme nascoste al fine di eccitare i potenziali partners. E poiché queste pratiche inducono piacere e preludono al piacere, abbiamo pensato bene di estendere le pratiche di corteggiamento / seduzione a tutti i mesi dell’anno. È anche questa una delle cause della sovrappopolazione del pianeta?

Come si vede le modifiche “culturali” da noi apportate alle funzioni espletate dal nostro organismo sono varie e tra loro contraddittorie. Intere scienze sono nate per spiegarne le motivazioni, prima tra tutte la psicanalisi, e io non intendo aggiungere nuove interpretazioni alle tante già formulate per spiegare queste modifiche artificiose.

Mi limiterò a una considerazione assai più semplice, basata unicamente sul buon senso e per tale motivo forse più attendibile di altre.

Faccio infatti sommessamente presente che tutte queste modifiche comportamentali sono gradualmente intervenute via via che l’essere umano ha accresciuto le dimensioni del suo encefalo (numero di neuroni, sinapsi, interconnessioni ecc.), da quando cioè è stato in grado di contravvenire ai comportamenti istintuali per lui previsti ed elaborati da madre natura.

Questo a livello di specie.

Stessa considerazione vale a livello di individuo. Nessuna vergogna nel bambino nei primi mesi / anni di vita a mostrarsi nudo o a farsi vedere mentre fa pipì o pupù. L’avversione a esibire certe funzioni insorge più avanti nell’età, quando il cervello si sviluppa e acquisisce il raziocinio.

Dunque ancora una volta dobbiamo prendere atto che tutti questi comportamenti “contro natura” sono intimamente connessi alla crescita abnorme subìta dal nostro cervello, la quale ci ha consentito di contravvenire agli istinti e di tenere atteggiamenti non previsti dall’iter evolutivo della vita.

Sicuramente la biosfera non subirà danni a causa del nostro andar vestiti o del fatto che ci accoppiamo di nascosto in camera da letto o che espletiamo i bisogni corporali in gabinetto. Il vero danno deriva dalle industrie che confezionano i nostri vestiti e da quelle che edificano le nostre case.

Ma anche il “comune senso del pudore” testimonia che siamo “animali anomali”. E poiché questo essere anomali si sta traducendo in essere devastatori del pianeta, ogni tassello della nostra anomalia va attentamente studiato.

Probabilmente si tratta di particolari privi di spiegazione logica, ma l’insieme di tante trasgressioni (in poche migliaia di anni) a regole maturate nel corso di un’evoluzione dipanatasi nel corso di centinaia di milioni di anni, non può lasciare indifferenti.

Dobbiamo prendere consapevolezza della nostra reale natura, che non è certo quella propostaci dagli spot pubblicitari o dai programmi televisivi che ammorbano le nostre case.

Sarebbe stato più auspicabile vivere nudi in sintonia con la natura o è meglio vivere vestiti in quello che diventerà un deserto senza alberi, tutto pietre e cemento?

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