Andrea Rayquaza Di Sanzo

Andrea SKualo Di Sanzo

AUTODISTRUZIONE

Quell’ attimo perfetto dello sbattito di ciglia,
Dello sbattito d’ali di una farfalla che s’ignroviglia,
Con il vento e il tempo in una dimensione che si assottiglia,
Tra fango e cemento si combatte nella poltiglia,
.
Sgorga, acqua pura dalla foce che scava la roccia,
Invade la natura e l’attraversa goccia a goccia,
Disseta i viventi nella sfida tra i pericoli,
Peggio esser bestia che viver tra brutti vicoli,
.
Siete ridicoli, vi elenco i vostri limiti,
Che non sareste qui a parlare senza una fotosintesi,
Senza una stella a giusta distanza, che scalda abbastanza,
Mi posso fermare o torno a raccontare ad oltranza?
.
Dai uno sguardo fuori dal pianeta e dopo assimila,
Che tu non sei nessuno e vivi solo su una briciola,
Persi nell’universo ci crediamo troppo grandi
Siamo, diventati tanti e uguaglianze troppo distanti!
.
Autodistruttivi pronti ad oscurare i cieli,
Pronti ad oscurare i mari, a contaminar terreni,
Pronti ad estrarre petrolio, pronti a sradicar foreste
Pronti ad organizzare guerre, pronti comandar tempeste (x 2)
.
Non è il mondo che vorreste forse è ora di cambiarlo,
Si scatenano ire funeste Gaia si sta ribellando,
Dall’ abisso più profondo fino al vulcano più alto,
La nuvola è più carica ed il vento non è calmo,
.
Per la produzione distruzione dell’ecosistema,
C’è una soluzione per il magnate non c’è problema,
Petroliere che buca la crosta, ci scava la fossa,
Siamo autodistruttivi e manco è colpa nostra,
.
Manco ce ne importa, meglio restare zitto,
Siamo schiavi che rinchiudono animali dentro a un circo,
.
Vivo in un mondo finto, fittizio e variopinto,
Dove se non segui l’istinto, puoi ritrovarti estinto,
Siamo il cancro del pianeta, di cui linfa si disseta,
Di cui sfrutta il potenziale, di cui ogni animale piega
.
Al suo volere, per accrescere il potere,
Conquistare i territori arraffare possedere,
La villa lussureggiante, l’auto, i soldi da far vedere,
Termina il concetto di essere si vuole solo avere!
.
Autodistruttivi pronti ad oscurare i cieli,
Pronti ad oscurare i mari, a contaminar terreni
Pronti ad estrarre petrolio, pronti a sradicar foreste,
Pronti ad organizzare guerre, pronti a comandar tempeste (x 2)

 

 

Massimo D’Arcangelo

Massimo D_Arcangelo

IL MESSAGGIO È VIETATO

Il messaggio è vietato.
Obietto e getto inchiostro
nero su rosso: sangue che
scorre ovunque persistente.

Carne nata prodotto
venduta prima di essere
concepita. Morte programmata.
Avidità promossa dall’Umanità.

Il messaggio è vietato
omesso ai minori
nascosto alle masse
ai consumatori.

150miliardi di cuori
trucidati dal proprio ego.
Morte calcolata: 5mila
vite sgozzate al secondo.

Il messaggio è vietato.
Delicato il contenuto.
La Chiesa sostiene
il sacrificio e ne fa un rito.

Il massacro consolidato
legalizzato dai Governi
approda sulle nostre tavole.
Atto ultimo. Supermercato.

Soldi spesi per far propri
pezzi di esseri dissenzienti
da congelare, mangiare.
Divoriamo letteralmente

il nostro futuro, il tempo
di chi verrà e di chi resta.
La terra è nuda e dura, il cielo
sempre più basso. Il cancro

è il riflesso delle nostre scelte.
Il cancro del Pianeta siamo noi
ma il messaggio è omesso
vietato, nascosto alle masse.

Il Sito di Massimo D’Arcangelo

libro ecopoesia

Un libro di Ecopoesia scritto da Massimo D’Arcangelo, Anne Elvey e Helen Moore, con prefazione di Serenella Iovino

Il Cancrismo nell’arte

L’arte è quella forma comunicativa che si rivolge direttamente ad ogni singolo essere umano eludendo il vaglio della ragione.

Per tale motivo il suo potere di coinvolgimento è tanto elevato.

Le disperate condizioni del Pianeta richiedono che chiunque sia dotato di capacità espressive artistiche le metta a disposizione di un comune sforzo diretto a rendere consapevole l’uomo della sua nocività per la biosfera.

Il Cancrismo lancia un appello a ogni artista sensibile al degrado ecologico!

In queste pagine raccoglieremo i contributi di pittori, poeti, musicisti che hanno illustrato i danni prodotti dall’uomo – cancro del Pianeta.

Giorgio Caproni, Versicoli quasi ecologici

Mario Giammarinaro, L’uomo cancro del pianeta terra

Massimo D’Arcangelo, Ecopoesia

Maicol MP, L’uomo come cancro del mondo

Andrea Rayquaza Di Sanzo, Autodistruzione

Marco Sclarandis, Mai ci parlerà l’aragosta

Mario Famularo, Favēte linguis

Cristina de Biasio, Nuovo mondo, dopo l’estinzione umana

Gabriele Buratti, Un codice a barre come critica alla società dei consumi

Cancrismo e pandemia

L’argomento Coronavirus ha ormai monopolizzato ogni discussione sul web e pertanto mi adeguo anch’io a questa “epidemia parolaia” tentando di dare un giudizio su quanto sta avvenendo alla luce della teoria cancrista, ovvero di quella visione del mondo secondo cui l’essere umano sta alla biosfera come le cellule tumorali stanno al corpo dell’ammalato di cancro.

Qualcuno potrebbe pensare che i sostenitori di una teoria così estrema vedano di buon occhio ogni azione atta a contrastare l’aggressività del genere umano nei confronti dell’ambiente.

Mi spiace deludere ogni catastrofista (“muoia Sansone con tutti i filistei”!), ma il Cancrismo non è una teoria “pratica”, non intende tradurre le sue idee in comportamenti concreti volti a contrastare l’azione del male.

I suoi sostenitori non sono una sorta di anticorpi votati al contrasto delle cellule maligne.

Perché tutto ciò? Per un semplice motivo: perché anch’essi sono esseri umani, e quindi, volenti o nolenti, pure loro sono cellule tumorali della biosfera.

Pensare che cambiare paradigmi mentali possa essere sufficiente a trasformare l’”uomo – agente distruttivo” in un essere in sintonia con l’ambiente significa non aver minimamente approfondito la teoria cancrista.

E allora cerchiamo di fare un po’ di luce su tutta la questione.

Il Cancrismo osserva in modo asettico, con gli occhi alieni di un ipotetico buon dottore planetario, ciò che accade sulla Terra da quando l’accidentale alterazione del patrimonio genetico di un primate ha determinato la crescita abnorme del di lui cervello e lo ha trasformato in Homo sapiens.

Riprendendo a guardare la realtà con i nostri occhi, gli unici che concretamente possediamo, non possiamo che ritrovarci coinvolti in questo processo di annientamento della biodiversità del pianeta.

Non è possibile nel breve spazio di un articolo riassumere ogni dettaglio di questo processo, il perché e il per come. Chi volesse approfondire la questione può consultare il sito https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/ o leggere i testi base della teoria.

In due parole si può dire che il Cancrismo tende a ribaltare di 180 gradi l’opinione che l’umanità ha di se stessa, della sua storia, del suo tanto decantato progresso.

Tutto ciò premesso, alla luce di questa teoria, che giudizio dare della pandemia nella quale siamo immersi?

Innanzitutto non fornirò valutazioni escatologiche o complottiste: ho una sincera idiosincrasia per le spiegazioni dietrologiche, che non sono quasi mai in grado di fornire le prove di ciò che affermano. Preferisco usare il buon senso, corroborato da una solida dose di realismo e di verifica sperimentale dei fatti.

Dirò pertanto che non ci troviamo dinanzi alla fine del mondo. La pandemia passerà, così come ne sono passate tante, anche ben più gravi, nei secoli passati. E poi, purtroppo, l’uomo rimetterà in moto la sua macchina sociale, quella che in questi giorni sta funzionando a scartamento ridotto.

Il collasso del nostro sistema di dominio della biosfera non avverrà a causa di questo virus, che presto o tardi sarà debellato. Lui è un incidente sulla via che l’umanità sta percorrendo verso il baratro. Il vero black-out si avrà quando le cause del disastro saranno strutturali, non accidentali, ovvero quando non vi sarà più sufficiente energia per alimentare l’intera macchina sociale, né cibo per sfamare miliardi e miliardi di cellule tumorali, quando l’atmosfera sarà tanto calda da sciogliere i ghiacciai e da soffocare la terra.

Non siamo ancora a questo punto, né faccio previsioni su quando ciò accadrà.

Qualche indicazione dalla situazione che stiamo vivendo può però essere ricavata.

I provvedimenti messi in atto per contrastare la diffusione della malattia stanno fornendo le prove che tutti gli atti di accusa nei confronti della società industriale erano più che fondati.

Poche settimane di riduzione della produzione e del traffico sono state sufficienti per far calare di molto lo smog e di un poco il global warming, ben più dei provvedimenti che gli stati nazionali stavano cercando di adottare per allinearsi alle previsioni del Trattato di Parigi.

Qualcuno si augura che questo sia di lezione per il futuro.

Ma a fronte di questi “vantaggi” vi è una enorme quantità di sacrifici richiesti alla popolazione, dal confinamento forzato entro le mura di casa alle separazioni familiari, dalla sospensione di ogni attività sociale al fermo delle attività sportive ecc.

Vi è soprattutto l’aspetto inquietante delle lunghe file con i carrelli fuori dai supermercati. Credevamo che tali scene si potessero vedere solo nei film di fantascienza, e invece oggi sono sotto le nostre finestre di casa.

Per tutti questi motivi, pur riconoscendo la positività dello stop alla produzione e al traffico ai fini del benessere ambientale, una volta terminata l’emergenza, tutto tornerà come prima.

L’uomo è troppo immerso nella sua sfera di benessere individuale per volersene disfare. Di più. Se anche volesse tornare a stili di vita pre-industrializzazione, non sarebbe in grado di farlo, né individualmente, né, soprattutto, collettivamente.

La pandemia non sarà dunque servita a nulla?

Vediamo di non essere troppo pessimisti. Auguriamoci che il periodo di inattività forzata sia utile per far riflettere ognuno di noi sul senso della vita.

In fondo la teoria cancrista ha anch’essa il medesimo scopo.

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https://ugobardi.blogspot.com/2020/03/cancrismo-e-pandemia-lannientamento-del.html

Il potere della parola

Sin dalla più remota antichità è ben noto il potere della parola parlata e ancor più di quella scritta.

“Verbo”, “Logos” sono due tra le definizioni che meglio descrivono questo concetto.

Il linguaggio verbale articolato è prerogativa unica della nostra specie. Ha potuto svilupparsi a seguito della abnorme evoluzione intervenuta nella scatola cranica del genere Homo.

Man mano che aumentava il numero dei neuroni, delle sinapsi e dei relativi collegamenti all’interno della neocorteccia, le nostre capacità verbali andavano affinandosi e articolandosi in parole, frasi, ragionamenti.

Da allora l’organizzazione sociale dell’umanità si è sviluppata come ben sappiamo. Ma quello che vorrei sottolineare con questo mio intervento è che la gran parte dei ragionamenti di Homo sapiens si è basata su alcune parole chiave dal significato comunemente e universalmente accettato.

Una di queste è proprio la parola “uomo” e tutte le sue derivazioni: umanità, umano e, ovviamente, anche il suo femminile, donna, e i suoi dintorni, famiglia, figli, nipoti, genitori, e le sue estensioni, umanesimo, persona ecc. A tutti questi vocaboli è convenzionalmente attribuito valore più che positivo, sacro. La supremazia del genere Homo è un diritto acquisito e conclamato. L’essere supremo stesso, dio (altra parola chiave), ci ha investiti di tale diritto, che nessuno può e deve contestare.

Questa idea, questa visione del mondo, ruota intorno alla parola “uomo”, che rappresenta il perno, l’asse portante di tutta la costruzione ideologica che abbiamo edificato per giustificare il nostro dominio nei confronti di ogni altro essere vivente.

Una serie di altri sostantivi (e relativi aggettivi) beneficiano di un valore altrettanto positivo in quanto intimamente connessi alla condizione umana: intelletto, ragione, coscienza e così via, (intelligente, raziocinante, cosciente ecc.).

In opposizione a queste “parole chiave” dall’intrinseco valore positivo, all’interno del vocabolario ne sono rintracciabili altre dall’intrinseco valore negativo.

“Bestia”, “animale”, “belva” sono le più generiche, “asino”, “maiale”, “serpe” ecc. le più specifiche.

Inutile dire che la valenza contraria trae origine dall’assenza di quelle qualità tipicamente “umane” che attribuiscono valore positivo a tutto ciò che ruota intorno al concetto di Homo.

E se agli esseri “bruti” viene talvolta riconosciuta qualche caratteristica positiva (fedeltà, perseveranza, acutezza) è solo perché le stesse appartengono anche al genere umano.

In presenza di questo stato di cose, che possibilità di diffusione può avere una teoria che attribuisca valore negativo a quel ben dell’intelletto che accrescendosi ci ha sospinti fuori dallo stato di natura? Pressoché nulla, perché alla parola Homo e a tutti i suoi derivati è collegato un’intrinseca e imprescindibile accezione positiva.

Questo è il grande potere della parola, contro il quale è impossibile battersi.

Proviamo allora ad aggirare l’ostacolo.

Sostituiamo la parola “uomo” con la parola “cellula”.

Quest’ultima è “l’unità morfologico-funzionale degli organismi viventi” (Wikipedia).

E noi uomini, mutatis mutandis, non siamo forse -insieme a tutti gli altri esseri viventi- le unità morfologico-funzionali di un organismo più ampio denominato biosfera?

Senza scomodare l’ipotesi Gaia di lovelockiana memoria, è ben intuitivo il fatto che ogni essere vivente non è isolato, non è fine a se stesso, ma si mantiene in vita solo in quanto appartiene a un sistema composto da miriadi di altri esseri tra loro interagenti. Potremmo forse vivere se non ci fossero le piante e gli animali ad alimentarci? Lo stesso discorso vale per ogni altro vivente, e dunque non solo è plausibile ma è anche ben accettabile l’idea di considerarci cellule tra le cellule, piccole unità morfologico-funzionali del fenomeno “vita”, tipico del pianeta Terra.

Quale vantaggio è ottenibile definendoci “cellule” anziché “uomini”? Che il sostantivo “cellula” non trascina con sé quel pesante fardello di significanze sacre e inviolabili indissolubilmente legate al secondo termine.

Potremo forse così compiere in modo indolore quell’atto di estraniazione indispensabile per far emergere la negatività di quanto accaduto nel nostro cervello a seguito della sua abnorme crescita.

Anche le cellule nascono, si alimentano, si riproducono e muoiono. Ma nessuno ha mai pensato di attribuire loro quell’aurea di sacralità connessa ad ogni essere umano.

Senza questi piccoli mattoncini non ci sarebbe alcun essere vivente, così come senza piante e animali non ci sarebbe vita sulla Terra.

Osservandoci come cellule anziché come uomini riusciremo forse a comprendere la limitatezza delle nostre dimensioni, tanto materiali quanto “spirituali”. Riusciremo anzi a comprendere come questo ultimo genere di dimensioni sia solo un frutto onirico partorito dalla nostra mente a seguito del suo abnorme sviluppo (sulla limitatezza delle nostre capacità intellettive vedasi l’articolo “La nostra intelligenza tra microcosmo e macrocosmo”).

E poi, guardandoci intorno, riusciremo forse a compiere l’ulteriore passo verso la comprensione del fatto che da cellule “sane” ci siamo tristemente trasformati in cellule “malate”, anzi in cellule “maligne”.

La devastazione del pianeta, la nostra espansione territoriale ai danni di ogni altro genere di cellule “sane” sulla Terra (tanto vegetali quanto animali) potrà forse essere più agevolmente compresa nella sua drammatica realtà.

Cellule, non uomini, e per di più cellule malate, non sane.

Il potere della parola “uomo” e dei suoi derivati va disinnescato, pena la impossibilità di comprendere la realtà.

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https://ugobardi.blogspot.com/2020/02/il-potere-della-parola.html

Il cane, il gatto e io

Mentre io sto qua seduto alla mia scrivania a spremermi le meningi per produrre articoli e libri, i miei animali di casa, Nina il cane e Mochi il gatto, se ne stanno a dormicchiare nelle loro cucce o vagano nella campagna adiacente.

Mentre io al mattino, quando mi sveglio, mi lavo i denti e mi faccio la doccia e la barba, loro continuano a sonnecchiare pigramente, e sono sempre puliti, con il pelo lucido e splendente.

Mentre io, dopo essermi lavato, cerco una camicia e un paio di pantaloni puliti da indossare, loro rimangono beatamente nudi giorno e notte.

Mentre io e mia moglie quotidianamente ci prepariamo la colazione e cerchiamo qualcosa da mettere sotto i denti, loro attendono più o meno impazientemente che le loro ciotole vengano riempite.

E quando finiamo di mangiare, a noi tocca lavare piatti e ciotole. Operazione da ripetersi tre volte al giorno.

Mentre noi per poter mangiare dobbiamo fare la spesa o coltivare l’orto, loro raccolgono ciò che noi e la natura offriamo loro.

Mentre io vado in posta, in banca, all’assicurazione, in comune, ascolto il geometra, consulto l’avvocato, mi reco dal notaio e dal commercialista ecc. ecc., loro restano a casa a giocare o a riposare.

Mentre io consulto freneticamente il mio smartphone per vedere i messaggi e le mail che mi sono arrivate o per leggere i post sui vari blog, loro continuano a riposare o tutt’al più gironzolano fuori casa annusando ogni angolo e brucando un po’ di erba.

Mentre io ogni quattro o cinque anni vado a votare per stabilire chi debba essere il mio capo (di zona, comune, provincia, regione o nazione), loro non hanno capi e vivono liberi e sereni.

Mentre io leggo per imparare o guardo la televisione per informarmi, loro restano silenti e paiono sapere tutto.

Mentre io e mia moglie ci relazioniamo con amici e conoscenti usando un linguaggio misurato e facendo attenzione a non urtare l’altrui suscettibilità, loro abbaiano e miagolano al mondo senza remore o complessi.

Mentre io percepisco l’avanzamento della vecchiaia e ad esso abbino l’inevitabile pensiero della fine, loro invecchiano senza pensare al futuro, vivono in un eterno presente.

Chi è dunque superiore tra me e loro? Chi vive in modo più consono a quanto Madre Natura aveva stabilito per le nostre specie?

Sento risuonare in me le parole di Nietzsche nell’aforisma 224 de “La Gaia Scienza”:

«Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice

Ma non posso concludere queste brevi note inneggianti alla perfezione del mondo naturale e deprecanti la stolta condizione umana senza considerare anche gli aspetti negativi della vita di Nina e di Mochi.

Essi non vivono a fianco di loro simili. Essi non possono riprodursi. Essi non mangiano ciò che offrirebbe loro la natura, ma si accontentano del triste contenuto di buste e scatolette. Essi non sono temprati ai rigori dell’inverno, ma il loro fisico è indebolito dal caldo di una temperatura sempre costante.

Ebbene, tutti questi gravi aspetti negativi della loro vita di animali domestici da chi e da cosa dipendono?

Non siamo forse noi che li isoliamo dai loro simili, che li leghiamo al guinzaglio, che li facciamo sterilizzare per non avere il fastidio di convivere con le loro avventure amorose e con i frutti dei loro accoppiamenti, che li cibiamo con alimenti artificiali, che li rinchiudiamo tra quattro mura se dobbiamo lasciarli soli, che li costringiamo a convivere con tante altre abitudini per loro ben innaturali?

Certo, li amiamo. Pensate cosa faremmo se li odiassimo!

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Aurelio Peccei precursore del Cancrismo?

Nel dibattito a più voci raccontato da Ugo Bardi in un recente post (registrazione reperibile su Youtube), il biologo Enzo Pennetta attacca le tesi di Bardi e del Club di Roma di cui è esponente rammentando, con tono accusatorio, come tale Club sia stato fondato da Aurelio Peccei “il quale definiva l’umanità un cancro del pianeta” (parole testuali).

Avendo io dedicato al Cancrismo tre miei libri e decine di articoli, ho rizzato subito le antenne e sono andato alla ricerca dei riscontri di tale affermazione.

Dapprima ho trovato in rete (nel sito “bastabugie.it”!) un articolo di Antonio Gaspari dal titolo: “Club di Roma, ieri la bomba demografica, oggi i cambiamenti climatici, ma il nemico è sempre lo stesso: l’umanità”, sottotitolo “Un Club poco raccomandabile”.

Nel mio libro “Il Cancro del Pianeta” (Armando Editore, Roma 2017, pp. 180-181) mi ero già imbattuto nel Gaspari, cattolico intransigente e antiambientalista a tutto campo, il quale ebbe l’infelice idea di scrivere un libro su “Le bugie degli ambientalisti” prima dell’emanazione dell’enciclica “Laudato sì”, nella quale papa Francesco confermava tutte le preoccupazioni degli ambientalisti sullo stato di salute del pianeta.

Ma, tralasciando questo “incidente di percorso” del Gaspari, nell’articolo sopra citato egli accusa Peccei in base a due sue affermazioni:

Fu lui a coniare il termine ‘uomo cancro del pianeta’ e per questo venne spesso indicato come ‘profeta di sventure’. Nel suo libro ‘Cento pagine per l’avvenire’ Peccei ha scritto dell’umanità che ‘Si tratta di una proliferazione esponenziale che non si può definire che cancerosa….’ e in un intervista a la Repubblica del 31 dicembre 1980, il fondatore del Club di Roma sentenzia ‘Gli uomini continuano a vivere sul pianeta come i vermi sulla carogna: divorandola. Sanno che alla fine moriranno, ma continuano a divorarla’”.

Poi l’ira del Gaspari si estende a tutto il Club di Roma.

Senza pudore, nel report ‘The First Global Revolution’ del 1991 il club di Roma racconta: ‘Cercando un nuovo nemico contro cui unirci, pensammo che l’inquinamento, la minaccia dell’effetto serra, della scarsità d’acqua, delle carestie potessero bastare… Ma nel definirli i nostri nemici cademmo nella trappola di scambiare i sintomi per il male. Sono tutti pericoli causati dall’intervento umano… Il vero nemico, allora, è l’umanità stessa’

Per quanto riguarda la primogenitura del termine “uomo cancro del pianeta” credo che la questione sia aperta e attendo contributi da parte dei lettori. Per parte mia so che nel 1954 Alan Gregg ne parlò al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS) e Emile Cioran nel suo libro “L’inconveniente di essere nati” del 1973 scrisse: “Alberi massacrati. Sorgono case. Facce, facce dappertutto. L’uomo si estende. L’uomo è il cancro della terra.”

Il testo di Peccei è del 1981; ignoro se avesse ipotizzato la metafora incriminata in scritti o discorsi precedenti. Ma il problema non è la primogenitura della medesima, bensì in che contesto, con quali accezioni e in che termini Peccei ne abbia parlato.

Per approfondire la questione sono andato alla fonte, leggendo il libro citato (“Cento pagine per l’avvenire”, del 1981, ristampato nel 2018 da Giunti Editore) e uno precedente, “La qualità umana”, del 1976, ristampato nel 2014 da Lit Edizioni.

Non sono riuscito a rintracciare l’intervista del 31 dicembre 1980 su Repubblica, in quanto l’archivio digitale di questo giornale decorre dal 1984.

Dirò subito che debbo ringraziare Enzo Pennetta e Antonio Gaspari per avermi fatto scoprire la grande anima inquieta di Aurelio Peccei.

Essi certamente non hanno letto i suoi scritti, ché altrimenti si sarebbero resi conto dello spessore umano e culturale degli stessi e non li avrebbero liquidati spregiativamente come hanno fatto.

Ma iniziamo la disamina da quella che è stata l’accusa che mi ha indotto ad approfondire la questione, e cioè l’aver descritto l’uomo come cellula tumorale maligna della biosfera.

Effettivamente a pag. 66 della nuova edizione di “Cento Pagine per l’Avvenire” vi è un paragrafo dal titolo “Metastasi cancerosa della popolazione”. Al di là di questa definizione, che si riferisce al fenomeno della sovrappopolazione, a mio avviso vi sono altri punti in cui Peccei è stato maggiormente tentato da quella folgorazione intellettuale secondo cui la nostra specie, lungi dal costituire il punto più elevato del processo evolutivo, rappresenta un errore del medesimo.

È dunque in uno slancio di creatività eccezionale o in un momento di smarrimento che la Natura produce la sua ultima grande specie, quella cui abbiamo dato il nome di homo sapiens? È questi il suo capolavoro, o invece non è che un refuso sfuggito al controllo della selezione immediata, oppure ammesso con la condizionale nel grande flusso della vita?” (ivi, p. 56)

Come non ricordare su questo tema quanto ebbero a scrivere Goethe, Dostoevskij e Nietzsche?

Il piccolo dio del mondo (l’uomo, n.d.a.) […] vivrebbe un po’ meglio se tu (Dio, n.d.a.) non gli avessi dato il riflesso della luce celeste, ch’egli chiama ragione e usa soltanto per essere più bestia di ogni bestia.” (J.W. Goethe, Faust, Prima parte, Prologo in cielo)

“[…] aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia. Per i bisogni dell’uomo sarebbe d’avanzo una comune coscienza umana, ossia la metà, la quarta parte di quella che tocca a un uomo evoluto del nostro infelice diciannovesimo secolo […] sono fermamente convinto che non soltanto una coscienza eccessiva, ma la coscienza stessa è una malattia.” (F. Dostoevskij, Ricordi dal sottosuolo, Milano, Rizzoli, 1975, p. 25)

Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice.” (F. Nietzsche, La gaia Scienza, aforisma 224)

Pennetta e Gaspari intendono sbarazzarsi in modo sbrigativo e superficiale anche di questi tre colossi del pensiero? O di fronte alle loro affermazioni sono disposti a riconsiderare i propri giudizi? Ma non è questo l’argomento che intendo trattare.

Vorrei invece far notare che le frasi di Peccei sopra riportate terminano con un punto di domanda e sono seguite da una frase che, se non rappresenta una assoluzione con formula piena per il genere umano, ne è quantomeno una assoluzione con formula dubitativa:

Io propongo tuttavia di dare provvisoriamente un giudizio a favore dell’uomo, tenendo conto che un milione di anni è probabilmente un periodo troppo corto, in confronto ai cicli dell’evoluzione, per trarre conclusioni definitive.” (A. Peccei, Cento pagine per l’avvenire, cit. p. 56)

Più avanti Peccei torna a parlare della possibile nocività di Homo sapiens, ma sempre all’interno di frasi rette da verbi al condizionale e costruite in forma dubitativa.

Già ci siamo chiesti se l’Homo sapiens, rispetto al maestoso fluire dell’evoluzione, non rappresenti, tutto considerato, un fenomeno deviante; se non sia un capriccio della Natura, o un tentativo ambizioso andato male, un errore di fabbricazione che gli aggiustamenti che assicurano il rinnovarsi della vita si incaricheranno a tempo debito di eliminare o di rettificare in qualche modo.” (ivi, p. 66)

Le nostre capacità tecniche ci hanno forse posti su un piedistallo troppo alto? Siamo per caso una specie di geni […] O al contrario […] non ci siamo forse trasformati in mostri […] che finiranno per restare vittime del loro stesso malsano operare? Visto il caos formidabile che abbiamo creato, è difficile difendere la tesi del genio. La tesi opposta […] non si può invece escludere così facilmente. […] Questo carattere farebbe parte del suo codice genetico [che] lo condannerebbe quindi a continuare la sua epopea imperiale e sanguinosa […] l’uomo non avrebbe alcuna possibilità di sfuggire al giogo della sua intelligenza unica, che gli dei o il caso hanno tuttavia voluto cieca.” (ivi, pp. 80-81)

Frasi pesanti come macigni, frammiste a tante altre che denotano l’eccezionale irrequietudine intellettuale di Aurelio Peccei.

Ma sempre seguite da una nota di speranza.

Pur riconoscendo che questa tesi ha dei punti validi, io sono portato a dare una risposta meno pessimista a questi interrogativi cruciali sulla natura e sul destino dell’uomo. La condizione umana è grave, ma può essere migliorata – a certe condizioni.” (ivi, p. 81

È un apprendistato difficile quello che ci aspetta […] reso ancor più arduo dal fatto che il tempo gioca inesorabilmente contro di noi. Ma da qui a dire che l’essere umano è modellato geneticamente in modo tale da non poter cambiare e che di conseguenza si condanna da solo, il passo è grande. L’uomo può salvarsi; sta a noi trovare il modo.” (ivi, p. 82)

E anche seguite dalla consapevolezza delle difficoltà che ci aspettano:

“[…] l’umanità dovrà compiere uno sforzo supremo, eroico, lottare psicologicamente contro se stessa.” (ivi, p. 177)

Di questi sforzi supremi, eroici, tutta la vita di Aurelio Peccei è costellata. Già mentre ricopriva importanti incarichi in primarie aziende (dalla Fiat alla Olivetti, di cui fu amministratore delegato) contribuì alla nascita di associazioni, fondazioni, organizzazioni tutte rivolte ad accrescere nell’umanità la consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale di direzione. Leggendo i libri citati ci si può rendere conto di quanto vasta e multiforme sia stata l’opera di Peccei in tal senso. “La Qualità Umana”, in particolare, è una sorta di autobiografia.

Al termine della sua attività lavorativa “ufficiale” poté dedicarsi a tempo pieno a questa missione, il cui esito principale fu la nascita del Club di Roma, con la pubblicazione del primo storico rapporto su “I Limiti dello Sviluppo” e di quelli editi negli anni successivi.

In questa enorme mole di attività si può peraltro intravvedere il dilemma che per tutta la vita deve aver assillato l’animo di questo grande uomo.

Egli fu dirigente industriale, apprezzò la serietà e l’efficienza delle più qualificate imprese private, soprattutto se poste a confronto con l’inefficienza di tanta amministrazione pubblica. Deprecò il fatto che il governo del mondo fosse frantumato in un numero eccessivo di nazioni ed auspicò un nuovo ordine mondiale basato su autorità sovranazionali in grado di aiutare il genere umano a superare le difficoltà economiche e produttive sempre più diffuse.

Avrebbe voluto che amministratori dotati di un’efficienza di tipo “privatistico” governassero il pianeta in modo da sanare tutte le storture esistenti. A pag. 187 di “Cento Pagine per l’Avvenire” fornisce una serie di esempi: la conservazione dell’ambiente; la sradicazione della fame e della malnutrizione, la realizzazione di valide politiche multinazionali dell’energia e di pianificazioni planetarie intersettoriali.

Ma certamente non gli sfuggiva il fatto che questi interventi migliorativi della condizione umana avrebbero comportato, se realizzati, un aumento dei consumi e una ulteriore erosione delle risorse già abbondantemente saccheggiate.

Per tale motivo pose vigorosamente l’accento sulla necessità di ridurre drasticamente la pressione demografica, tema ampiamente ripreso nel Rapporto su “I Limiti dello Sviluppo”.

Auspicò una riconciliazione dell’essere umano con l’ambiente: “A mio giudizio il vero fine dell’avventura umana è di arrivare a creare un mondo in cui le migliori qualità umane possano svilupparsi appieno, in un clima di comprensione reciproca e di simbiosi con la Natura.” (ivi, p. 210, da notare l’uso costante della N maiuscola per il sostantivo natura).

Accanto a questo encomiabile auspicio considerò sempre centrale il ruolo dell’uomo nella biosfera, e quindi rimase saldamente antropocentrico.

L’uomo deve cambiare per poter rimanere al centro della ribalta: “Un modo di pensare fondamentalmente nuovo è indispensabile. Per salvare l’uomo, esso deve trasformarlo, metterlo in condizione di far fronte agli imperativi del nostro tempo […] solo un nuovo umanesimo può compiere il quasi miracolo della rinascita spirituale dell’uomo.” (ivi, pp. 218-219)

Se l’uomo può trasformarsi -pur con difficoltà- in senso positivo, non può essere assimilato a una cellula maligna della biosfera, e Peccei non può essere ascritto alla schiera dei precursori del Cancrismo.

Cionondimeno egli prese attentamente in considerazione l’idea del nostro intelletto come causa dello squilibrio del mondo naturale. I brani qui riportati sono del 1981, e gli anni ’80 dello scorso secolo sono indicati in più di un passaggio come decisivi ai fini del cambiamento di rotta.

Sarebbe interessante sapere se Peccei a quarant’anni di distanza avrebbe mutato la sua opinione sulle possibilità di trasformazione dell’essere umano, tenuto conto che in tale lasso di tempo nessuna modifica migliorativa è intervenuta, ma anzi la distruzione della Natura è ampiamente proseguita.

Ciò ovviamente non si potrà mai sapere, essendo il nostro autore morto nel 1984.

Ma un interessante parallelo può essere fatto con quanto dichiarato nel 2012 alla rivista Format da Dennis Meadows, il coordinatore del Gruppo di Lavoro del MIT che redasse nel 1972 -su incarico del Club di Roma- il rapporto su “I Limiti dello Sviluppo”.

Ecco alcuni passi di quella intervista dal titolo significativo: “Non possiamo più fare niente”:

MEADOWS: Supponiamo di avere il cancro e che questo cancro causi febbre, mal di testa ed altri dolori. Non sono questi il problema reale, è il cancro il problema! Comunque, proviamo a curarne i sintomi. Nessuno spera di sconfiggere il cancro con quelle cure. I fenomeni come il cambiamento climatico o le carestie sono semplicemente sintomi della malattia di questo pianeta, il che ci riporta inevitabilmente alla fine della crescita.

FORMAT: Il cancro come metafora della crescita incontrollata?

MEADOWS: Sì. Le cellule sane ad un certo punto smettono di crescere. Le cellule cancerose proliferano finché non uccidono l’organismo. La popolazione e la crescita economica si comportano nello stesso modo.”

Anche Peccei si sarebbe convertito ad una siffatta teoria? La sua vicinanza con Meadows è fuori discussione e in questi ultimi quarant’anni non si è realizzata alcuna delle aspettative “salvifiche” ipotizzate dal Club di Roma. L’Impero dell’uomo (termine più volte usato da Peccei) sta sprofondando sempre più in basso (a questo tema è dedicato il mio libro di prossima pubblicazione “L’Impero del Cancro del Pianeta”).

L’avventura umana di Peccei mi ricorda quella di un altro grande visionario, il già citato Alan Gregg (1890 – 1957). Costui operò nella Fondazione Rockefeller con incarichi di grande responsabilità, fino a ricoprirne la carica di vice-presidente. Nel corso della sua vita portò aiuti a tutte le popolazioni bisognose, salvo poi, in tarda età, ipotizzare che l’essere umano devasti la biosfera come le cellule tumorali distruggono i tessuti sani dell’ammalato di cancro. E, in occasione del convegno su “I problemi della popolazione” tenutosi a Berkeley, in California, il 28 dicembre 1954, ebbe anche a dire: “Le crescite cancerose richiedono nutrimento; ma, per quanto ne so, non sono mai state curate dandoglielo”, smentendo così il senso di tutta l’attività da lui svolta nel corso della sua vita. (Il testo completo della relazione è consultabile nel blog de Il Cancro del Pianeta).

Peccei non fece mai una simile ritrattazione e continuò sempre a coltivare la speranza del cambiamento. Rimane il dubbio di come avrebbe potuto evolvere il suo pensiero alla luce di quanto accaduto (o meglio di quanto non accaduto) nei decenni successivi alla sua morte.

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https://ugobardi.blogspot.com/2020/02/aurelio-peccei-precursore-del-cancrismo.html

Una definizione di “Cancrismo”

Il Cancrismo è la teoria secondo cui la mutazione genetica responsabile della crescita spropositata dell’encefalo degli appartenenti al genere Homo ha trasformato questi ultimi in agenti distruttori della biosfera, analogamente a quanto accade alle cellule animali quando da sane si trasformano in tumorali.
È stata enunciata da vari autori in diverse forme e con un ampio ventaglio di sfumature.
Dal 2015 ha iniziato ad essere esposta con sistematicità nei saggi di Bruno Sebastiani.
Indice
1 La nocività della ragione nei classici della letteratura
1.1 Johann Wolfgang Goethe
1.2 Fëdor Dostoevskij
1.3 Friedrich Nietzsche
2 Contributi alla nascita del Cancrismo in autori contemporanei
2.1 Peter Wessel Zapffe
2.2 Alan Gregg
2.3 Arthur Koestler
2.4 Emil Cioran
2.5 Warren Hern
2.6 Frank Forencich
2.7 Kent MacDougall
2.8 Daniel Wilson
2.9 Rutilio Sermonti
2.10 Daniel Pauly
3 La teoria di Bruno Sebastiani
3.1 Il Cancro del Pianeta
3.2 Il Cancro del Pianeta Consapevole
3.3 L’Impero del Cancro del Pianeta
3.4 Articoli vari

1 La nocività della ragione nei classici della letteratura

Johann Wolfgang Goethe. Nella Prima parte di “Faust” (Prologo in cielo) Mefistofele si rivolge a Dio con queste parole: “Il piccolo dio del mondo (l’uomo) […] vivrebbe un po’ meglio se tu non gli avessi dato il riflesso della luce celeste, ch’egli chiama ragione e usa soltanto per essere più bestia di ogni bestia.”[1]

Fëdor Dostoevskij. Nei “Ricordi dal sottosuolo” il protagonista afferma: “[…] aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia […] sono fermamente convinto che non soltanto una coscienza eccessiva, ma la coscienza stessa è una malattia.”[2]

Friedrich Nietzsche. Ne “La gaia Scienza” vi è l’aforisma “Critica degli animali”: “Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice.[3]

2 Contributi alla nascita del Cancrismo in autori contemporanei

Peter Wessel Zapffe, filosofo norvegese, nel suo saggio “L’Ultimo Messia” scrive: “Una notte di un tempo remotissimo, un uomo si svegliò e vide se stesso. Vide che era nudo nell’immensità, senza patria nel suo stesso corpo. Tutte le cose si dissolvevano nel suo pensiero: meraviglia dopo meraviglia, orrore dopo orrore, tutto si svelava alla sua mente. […] Cos’era successo? Una breccia nella profonda unità della vita, un paradosso biologico, un abominio, un’esagerazione di portata disastrosa. La vita aveva superato il suo obiettivo, staccandosi via dal resto. Una specie troppo pesantemente armata di uno spirito possente, era divenuta una minaccia per la propria salvezza.”[4]

Alan Gregg, Vice Presidente della Fondazione Rockefeller, nel 1954 presenta al meeting dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS) una relazione dal titolo “A Medical Aspect of the Population Problem” in cui paragona l’incremento della popolazione umana sulla Terra alla crescita esponenziale delle cellule malate nei tumori maligni. Il testo è pubblicato su Science (13 maggio 1955).[5]

Arthur Koestler ne “Il Fantasma dentro la Macchina” (1967) scrive: “L’evoluzione è stata paragonata a un labirinto di vicoli ciechi, e non c’è nulla di strano o improbabile nella tesi che la dotazione originale dell’uomo, ancorché superiore a quella di ogni altra specie vivente, contenga tuttavia qualche errore o carenza che lo predispongono all’auto-distruzione.[6]

Emil Cioran ne “L’inconveniente di essere nati” (1973) definisce l’uomo un tumore maligno del pianeta nel famoso aforisma: “Alberi massacrati. Sorgono case. Facce, facce dappertutto. L’uomo si estende. L’uomo è il cancro della terra.”[7]

Warren Hern, medico americano fondatore e direttore di una clinica per aborti e membro fondatore della “National Abortion Federation”, è autore di vari saggi sulla cancerogenità dell’essere umano per la biosfera[8], argomento che tratta anche in numerosi convegni.

Nel 1992 lo scrittore americano free-lance Frank Forencich pubblica un articolo dal titolo “Homo Carcinomicus – a look at planetary oncology”.[9]

Nel 1996 l’americano Allan Kent MacDougall, ex-giornalista del Los Angeles Time e del Wall Street Journal, scrive l’articolo “Humans as Cancer”.[10]

Nel 1999 il dottor Daniel R. Wilson, dell’Università di Cincinnati, Ohio, scrive una lettera alla rivista “Antropology Today”, in cui delinea la storia dell’umanità come il manifestarsi di un cancro del globo terrestre.[11] Questo intervento diviene famoso in quanto suscita l’interesse di Claude Lévi-Strauss, che ne parla in un articolo apparso in Italia sul quotidiano “Repubblica” il 9 marzo 2000.[12]

Nel 2012 appare in rete un articolo dello storico, politico e zoologo italiano Rutilio Sermonti dal titolo “La Terra? Muore di cancro”.[13]

Nel 2014 Daniel Pauly, professore di Biologia marina dell’University of British Columbia di Vancouver, offre un nuovo contributo alla teoria con l’articolo “Homo sapiens – cancer or parassite”.[14]

3 La teoria di Bruno Sebastiani

Bruno Sebastiani dal 2015 inizia a pubblicare una serie di saggi in cui viene esposta in modo sistematico la teoria secondo cui l’essere umano, a seguito della abnorme evoluzione patìta dal suo cervello, si è trasformato in cellula tumorale del pianeta Terra.

Il primo libro è “Il Cancro del Pianeta” (edito nel 2015 in self-publishing e ripubblicato poi nel 2017 dall’editore Armando di Roma).

Il secondo libro è “Il Cancro del Pianeta Consapevole” (Armando Editore, Roma 2018).

Nel maggio 2020 esce il terzo libro “L’Impero del Cancro del Pianeta” presso l’editore Mimesis di Milano.

La teoria è anche illustrata in numerosi articoli pubblicati su vari siti e raccolti nel blog dell’autore.[15]

L’autore accetta l’evoluzionismo come unica teoria in grado di fornire spiegazione alle progressive modifiche strutturali responsabili della crescita biologica degli esseri viventi.

Attribuisce peraltro valore negativo alla modifica genetica che ha consentito all’encefalo degli appartenenti al genere Homo di espandersi in modo eccessivo.

Tale modifica, nell’ottica del Cancrismo, ha infatti concesso alle varie specie di Homo (e a Homo sapiens in particolare) di godere di un incomparabile vantaggio nella lotta per la vita, al punto da permettergli di dominare l’intera biosfera e di alterare radicalmente l’equilibrio ambientale, ma non gli consente di ricostituire un nuovo equilibrio altrettanto valido e duraturo, condannandolo così a perire insieme al corpo dell’organismo ospitante.

Questo comportamento è del tutto simile a quello delle cellule animali che si trasformano in cellule cancerogene a seguito di una o più mutazioni genetiche.

Inoltre la crescita numerica di tipo iperbolico della popolazione umana e la sua diffusione in ogni luogo rappresentano due ulteriori testimonianze a favore del Cancrismo per l’analogia che se ne può ricavare con il fenomeno della metastatizzazione.

La teoria è avversata da chi nega l’evoluzionismo a favore dell’ipotesi creazionista e trova anche molte resistenze nel mondo ambientalista a causa della sua estrema radicalità.

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[1] J.W. Goethe, Faust – Prima parte, in Opere, Sansoni Editore, Firenze 1970, p. 6

[2] F. Dostoevskij, Ricordi dal sottosuolo, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1975, p. 25

[3] F. Nietzsche, La Gaia Scienza, in Opere, vol. V, Tomo II, Adelphi, Milano 1965, p. 152

[4] P.W. Zapffe, L’Ultimo Messia, in https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/11/17/lultimo-messia/

[5] A. Gregg, A Medical Aspect of the Population Problem, traduzione italiana in https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/08/07/un-aspetto-medico-del-problema-della-popolazione/

[6] A. Koestler, The Ghost in the Machine, Hutchinson & Co., London 1967, p. XI della Prefazione

[7] E. Cioran, L’inconveniente di essere nato, Adelphi, Milano 2017, p. 106

[8] W. Hern, Has The Human Species Become A Cancer On The Planet?, in https://www.drhern.com/wp-content/uploads/2018/05/human-cancer-on-planet.pdf e Perché siamo così tanti?, in https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/08/31/perche-siamo-cosi-tanti/

[9] In “The Trumpeter – Journal of Ecosophy”, vol. 9, n. 4, autunno 1992. Traduzione italiana in https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/08/12/homo-carcinomicus-uno-sguardo-alloncologia-planetaria/

[10] In “Wild Earth”, autunno 1996. Traduzione italiana in https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/08/23/umani-come-il-cancro/

[11] In https://theplanetscancer.com/wp-content/uploads/2025/09/78a35-daniel_wilson_su_anthropology_today.pdf.

[12] In https://theplanetscancer.com/wp-content/uploads/2025/09/fb17c-l-uomo-malattia-del-pianeta-terra.pdf

[13] In https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/08/16/la-terra-muore-di-cancro/

[14] In https://www.int-res.com/articles/esep2014/14/e014p007.pdf. Traduzione italiana in https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/08/22/homo-sapiens-cancro-o-parassita/

[15] https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/elenco-articoli/