Il “Dilemma Ostetrico”

Il parto nella specie umana è un evento assai più traumatico di quanto sia negli altri animali, compresi quelli a noi più simili, scimpanzè o gorilla, le cui femmine partoriscono senza aiuti e con relative poche difficoltà.

Perché questa differenza, che implica per la nostra specie dolore e necessità di assistenza al parto?

Lasciamo per un attimo in sospeso la risposta a questa domanda in quanto le difficoltà alla nascita non sono l’unico elemento che ci differenzia dagli altri animali.

Una delle caratteristiche proprie della nostra specie è infatti la non autosufficienza alla vita autonoma dei giovani nati. Essi dipendono per anni dalle cure parentali, contrariamente a quanto accade nella generalità del regno animale.

Gli inglesi hanno inventato il termine “altriciality” per significare la necessità biologica di nutrire e prendersi cura dei giovani per una lunga durata.

A noi occorre ben un anno e anche più per imparare a camminare e circa due per mangiare con le nostre mani. Ciò dipende dal fatto che il nostro cervello alla nascita ha solo il 30 % delle dimensioni di quello adulto, contro percentuali ben più alte del restante regno animale.

Perché questa differenza a nostro “svantaggio”? Qui entra in gioco il cosiddetto “dilemma ostetrico” ovverosia il compromesso biologico impostoci da due opposte pressioni sviluppatesi nel corso del nostro processo evolutivo: da una parte la riduzione delle dimensioni del canale del parto nel bacino umano conseguente alla adozione della locomozione bipede e dall’altra la comparsa di crani sempre più grandi parallelamente alla crescita del volume della neocorteccia, comparsa che avrebbe richiesto una più ampia area pelvica per consentire il passaggio dei nascituri.

Cosa si è inventata la Natura per risolvere questo dilemma? Quale il compromesso? Possiamo riassumerlo in tre punti:

1 – fissazione della durata della gestazione per la nostra specie a 266 giorni, tempo limite per consentire il passaggio della testa dei nascituri dal canale del parto. Il fatto stesso che tale durata sia un tempo limite spiega le difficoltà e i dolori connessi all’evento. Una durata maggiore avrebbe reso impossibile il passaggio di calotte craniche ulteriormente accresciute;

2 – conformazione “malleabile” del cranio dei neonati tramite suture delle “ossa piatte” della calotta in tessuto fibroso non ancora ossificato e quindi flessibili (“zone molli” o fontanelle). Ciò permette alle ossa frontali di scivolare una sull’altra durante la compressione del parto e, dopo la nascita, di accogliere il volume crescente della corteccia frontale per circa due anni, allorquando si fondono completamente nella sutura metopica in coincidenza con il rallentamento dell’espansione cerebrale;

3 – affidamento dello sviluppo incompleto del bambino (conseguente alla necessità di dover transitare “anzitempo” dal canale del parto), alle cure parentali, ovvero alle ben note attenzioni che ogni mamma e ogni papà della nostra specie rivolgono ai loro figli nei primi anni di vita.

Un corollario al punto 1 è che le difficoltà al passaggio dal canale del parto sono state in passato all’origine dell’alto tasso di mortalità dei nascituri, tasso drasticamente ridotto con l’introduzione del taglio cesareo, attualmente praticato in un’elevata percentuale di casi.

Altra precisazione da fare è che, secondo studi recenti, la nascita “precoce” avverrebbe perché dopo quasi nove mesi le esigenze metaboliche del feto rischiano di superare le capacità della madre di soddisfare il proprio fabbisogno energetico e quello del bambino. Questa precisazione nulla toglie al fatto che per risolvere il problema la Natura abbia dovuto scendere a compromessi con se stessa.

* * *

Se questo è il “dilemma ostetrico” (espressione coniata nel 1960 dal bio – antropologo americano Sherwood L. Washburn), come interpretarlo alla luce della teoria evoluzionista e in particolare all’interpretazione che vede nello sviluppo del cervello umano una infausta anomalia (leggi Cancrismo)?

Indubbiamente il fatto che la Natura si sia trovata di fronte a un “dilemma” e lo abbia dovuto risolvere facendo ricorso ad un “compromesso biologico” (nascita anticipata contro affidamento del neonato alle cure dei genitori) sta a significare che nel corso della nostra evoluzione si sono verificati degli eventi contrastanti con l’armonia che regnava nel mondo animale.

È ben noto che i rivolgimenti della biosfera sono stati infiniti e di grande rilievo. Ma nel periodo in cui ci siamo affacciati alla vita come uomini (staccandoci gradualmente dalle scimmie antropomorfe) nella foresta regnava un equilibrio che consentiva a tutte le specie di vivere e sopravvivere nel rispetto delle leggi di natura.

Poi alcune mutazioni consentirono alla nostra specie di sviluppare un cervello molto più “potente” di tutti gli altri, tanto potente da consentirci di contravvenire alle leggi che avevano fino ad allora regolato la convivenza tra le specie.

Tanto potente da dover accrescere le dimensioni del cranio destinato ad ospitarlo e da dover abbreviare la nostra gestazione per consentire a questa testa più ampia di transitare dal canale del parto. Con la conseguente precocità alla vita di cui abbiamo parlato.

Anche il “dilemma ostetrico” si spiega così alla luce della teoria cancrista: lo sviluppo del nostro cervello (della nostra intelligenza e di tutto ciò che ne consegue) ha rappresentato un fatto abnorme nel panorama dell’evoluzione, un fatto destinato a stravolgere l’equilibrio della biosfera sino ai tragici esiti attuali.

Un fatto tutto interno alla Natura (nulla che conosciamo la travalica) ma un fatto negativo per l’armonia del Tutto, come capita quando il cammino evolutivo imbocca vie senza sbocco.

L’analogia più calzante che viene alla mente in proposito è quella con le neoplasie maligne che conducono alla distruzione l’organismo che le ospita.

Ecco dunque che il “dilemma ostetrico” aggiunge un ulteriore tassello a quella teoria che sto cercando di illustrare con i miei libri e con i miei scritti.

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Riflessioni sul Cancrismo

L’8 ottobre 2019 sul blog “Nuova Eden – alla ricerca del paradiso perduto” è apparso un saggio dal titolo “Riflessioni sul Cancrismo”. Ho riportato nel mio blog l’intero scritto, consistente in cinque fitte pagine di formato A4.

Vorrei approfittare dello spazio offertomi da Effetto Cassandra per rispondere alle critiche e agli argomenti dell’anonimo estensore dello studio (so solo che si chiama Alessandro e che è l’amministratore di Nuova Eden).

Gran parte delle critiche non sono indirizzate alla teoria cancrista in quanto tale ma al comportamento e alle affermazioni di alcuni suoi “seguaci” (se così si possono definire gli aderenti ad un Gruppo di Facebook …), e non le prenderò quindi in considerazione.

Ma anche per quanto riguarda la conoscenza della teoria in questione ci si trova subito davanti alla disarmante premessa “che non ho avuto modo di leggere il libro “Il Cancro del Pianeta”, né l’altro suo seguito”, da cui consegue che “in questo post […] non parlerò del libro, che io non ho letto, ma parlerò di ciò che ho avuto modo di capire e di conoscere attraverso l’autore stesso e le altre persone che hanno velocemente aderito a questa teoria. La riflessione che voglio fare (e le conseguenti critiche) dunque, hanno a che vedere più che altro con l’atteggiamento di chi aderisce al Cancrismo, con il suo punto di vista e con ciò che ho appreso interagendo con i sostenitori di tale teoria e leggendo articoli e scritti reperibili in rete.”

Mi sentirei più a mio agio se Alessandro avesse letto i miei libri, ma poiché alcune “critiche” riflettono effettivamente dei punti controversi della teoria, sono lieto di cogliere questa occasione per cercare di fugare dubbi e perplessità.

Non mi soffermerò sul punto 1 (l’accusa di “misantropia”), sia perché io non odio il genere umano, ma anzi lo amo, sia perché Alessandro stesso afferma che l’accusa non è rivolta alla teoria, ma a “buona parte dei sostenitori”, e dei sentimenti di costoro ovviamente non mi ritengo in alcun modo responsabile.

Al punto 2 troviamo l’accusa di “meccanicismo” o, se preferite, di “materialismo”. In sostanza Alessandro dice: i dati a sostegno della teoria sono certi ed acclarati, ma non si tiene conto di ogni altra “cosa che non sia evidente o dimostrabile”. Non per niente il paragrafo è titolato “La ragione da sola non basta” ed accusa la teoria di non tenere in adeguato conto la “spiritualità”. Quando Alessandro leggerà “Il Cancro del Pianeta Consapevole” si renderà conto che tutto l’ottavo capitolo (“Chi si è parzialmente opposto alla diffusione del male”, da pag. 101 a pag. 204) è dedicato in particolar modo a tutti i movimenti ascetici, religiosi e spirituali che dal lontano Oriente, all’Africa e all’Europa hanno cercato invano di limitare i danni causati dal progresso materiale. Quanto all’affermazione che “la spiritualità … erroneamente viene accostata alla religione o al bisogno di astrazione”, osservo che è da ritenersi corretta ai giorni nostri, ma che dall’antichità fino a poco prima dell’Età moderna i due termini (religione e spiritualità) potevano tranquillamente considerarsi sinonimi, pur con vari distinguo.

Il punto 3 è “uno dei punti focali dell’analisi fatta dal Cancrismo”, e cioè “che la comparsa dell’uomo sulla Terra non sia altro che un ‘caso’, un brutto scherzo dell’evoluzione, un ‘esperimento finito male’”. Per Alessandro le cose non sono andate così. Il paragrafo ha come titolo la famosa locuzione di Einstein, secondo il quale “Dio non gioca a dadi con l’Universo”. Qui non è la mia teoria a dover scuotere i convincimenti di Alessandro, ma quella di autori ben più autorevoli. Mi riferisco in particolare a Jacques Monod e al suo basilare libro “Il caso e la necessità”, dove è specificato che [Le alterazioni nel DNA] sono accidentali, avvengono a caso. E poiché esse rappresentano la sola fonte possibile di modificazione del testo genetico, a sua volta unico depositario delle strutture ereditarie dell’organismo, ne consegue necessariamente che soltanto il caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione: oggi questa nozione centrale della Biologia non è più un’ipotesi fra le molte possibili o perlomeno concepibili, ma è la sola concepibile in quanto è l’unica compatibile con la realtà quale ce la mostrano l’osservazione e l’esperienza. Nulla lascia supporre (o sperare) che si dovranno, o anche solo potranno, rivedere le nostre idee in proposito.” (J. Monod, Il caso e la necessità, Oscar Mondadori, 2017, p. 111)

Subito dopo Monod soggiunge: “Fra tutti i concetti di natura scientifica, quello del caso distrugge più degli altri ogni antropocentrismo ed è il più intuitivamente inaccettabile da parte di quegli esseri profondamente teleonomici che siamo noi.” (ibidem)

La vita nasce dal caso, “soltanto il caso è all’origine di ogni creazione nella biosfera”, ce lo dice la Biologia, che ci dice anche tante altre cose.

In particolare, se l’uomo in quanto “primate” è anch’egli frutto del caso, nel senso che si è evoluto in centinaia di milioni di anni da quelle prime combinazioni casuali che hanno dato origine alla vita, la sua specie è stata oggetto in tempi molto più recenti di un avvenimento del tutto casuale che lo ha trasformato in Homo sapiens: il suo encefalo ha subìto una abnorme evoluzione come conseguenza di una mutazione genetica. Il biologo molecolare Pietro Buffa così descrive la possibilità di un tale accadimento: “Le mutazioni spontanee sono eventi del tutto casuali perché sono il risultato di una complessa catena di cause ed effetti che, di fatto, è impossibile ricostruire secondo un modello deterministico. Si tratta di errori di copiatura inseriti durante la replicazione del DNA e dovuti, secondo recenti indagini, a ‘tremiti quantistici’ che normalmente interessano le basi nucleotidiche. Per alcuni microsecondi una base può risultare instabile rispetto alle altre, un tempo brevissimo ma sufficiente perché l’apparato di replicazione del DNA la scambi per un’altra, commettendo un errore di trascrizione.” (P. Buffa, I Geni Manipolati di Adamo, Uno Editori, 2015, p. 93)

Studi scientifici riportati anche nel blog de Il Cancro del Pianeta confermano l’ipotesi che lo sviluppo del nostro cervello e dell’intelligenza umana siano conseguenti a mutazioni intervenute in uno o più geni (vedi “Quel gene che ha fatto la differenza tra noi e le scimmie” e “Il cervello dell’uomo è così grande a causa di un ‘errore’ genetico”).

La Biologia tende a ristabilire l’oggettività degli accadimenti, il Cancrismo tende ad attribuire loro il corretto significato in rapporto all’armonia che avrebbe continuato a regnare nella biosfera in assenza di quelle imprevedibili mutazioni genetiche, del tutto analoghe a quelle che sono alla base della carcinogenesi.

Il punto 4 e il punto 5 sono tra loro intimamente connessi. “Il cervello non può essere né buono né malvagio, esso è soltanto uno strumento come un altro” e “Il libero arbitrìo esiste ed ogni essere vivente può applicarlo o meno”.

Il discorso qui rischia di divenire assai complesso. Potremmo risalire alla polemica tra Erasmo da Rotterdam (“De libero arbitrio”) e Martin Lutero (“De servo arbitrio”), ma mi limiterò a questa semplice osservazione: se effettivamente fossimo stati liberi di optare per la salvaguardia della “omeostasi” tra tutte le cellule di Gaia (il mantenimento cioè dell’equilibrio tra le varie componenti della Natura), perché non l’abbiamo fatto? Perché abbiamo brutalmente distrutto questo equilibrio a nostro scandaloso vantaggio e continuiamo a farlo senza alcun segno di ravvedimento?

Secondo la mia teoria ciò è addebitabile al micidiale “combinato disposto” di due elementi.

1 – La neocorteccia, ovvero la parte del nostro encefalo frutto di abnorme evoluzione, è venuta a posizionarsi al di sopra di precedenti “strati” di cervello, ben meno potenti quanto a “capacità elaborativa”, ma nei quali erano (e sono) radicati dalla notte dei tempi i nostri istinti più ancestrali, quello di sopravvivenza individuale e della specie, istinti sviluppatisi per garantire la conservazione delle nostre vite a fianco di quelle di tutti gli altri animali, i quali, a loro volta, sono mossi da analoghi istinti.

2 – Questi istinti spingono ogni essere vivente a utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per il raggiungimento del proprio scopo conservativo / espansivo. Lo scontro con gli istinti altrui stabilisce spazi e modalità per la reciproca convivenza. Laddove i mezzi a disposizione di una specie diventano prevalenti, questi garantiscono a quella specie il successo nei confronti delle altre.

È ciò che è accaduto a noi. Siamo divenuti bipedi, abbiamo iniziato ad usare gli arti superiori per produrre strumenti taglienti, abbiamo addomesticato il fuoco, abbiamo sviluppato un linguaggio simbolico che ci ha consentito di coordinare al meglio le nostre attività di caccia, insomma abbiamo sbaragliato ogni avversario nella lotta per la vita, e non potevamo fare diversamente, in quanto sospinti da quegli incoercibili istinti primordiali.

Vorrei concludere le mie osservazioni sullo studio di Nuova Eden con una postilla finale.

Alessandro, l’amministratore di quel sito, aveva pubblicato un post dal titolo “L’uomo, il cancro del Pianeta” nel 2013, ben due anni prima dell’uscita del mio primo libro sul Cancrismo. In tale post aveva mostrato una sincera attrazione nei confronti della teoria, frenata però dalla speranza / illusione di una possibile regressione spontanea della malattia (dovuta essenzialmente ai comportamenti degli “uomini di buona volontà”).

Non è l’unico intellettuale a sentirsi attratto dalla teoria cancrista, ma al tempo stesso a respingerla per paura della sua “radicalità”. Esemplare in tal senso il carteggio intercorso tra me e Igor Giussani, riportato per intero nel mio blog.

Il Cancrismo effettivamente è duro da accettare in quanto sconfessa ogni convincimento antropocentrico di cui ci siamo nutriti sin dalla nascita. Ma una volta accettato è in grado di mostrare al nostro intelletto i guai procurati alla Natura e come quest’ultima sarebbe bella se solo avessimo rispettato gli equilibri stabilitisi in centinaia di milioni di anni.

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Il Green-business che ci aspetta

Una frase di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è giustamente passata alla storia. È quella pronunciata da Tancredi, nipote del Principe di Salina, quando, ne “Il Gattopardo”, afferma: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Il giovane nobile aveva capito che il Regno delle Due Sicilie era al tramonto, ma che una certa aristocrazia avrebbe potuto continuare a governare sotto le insegne del nuovo Stato nazionale in via di costituzione. Da tale atteggiamento deriva il termine di “gattopardismo”, di cui noi italiani abbiamo dato prova in tante occasioni.

Probabilmente in questi giorni, consciamente o inconsciamente, questa frase risuona nelle orecchie di molti manager di aziende di ogni dimensione, dalle piccole imprese alle grandi multinazionali.

Come fare a continuare a vendere prodotti inutili e inquinanti a una popolazione che sta prendendo sempre più coscienza dei guai che il consumismo ha causato e sta causando alla biosfera?

Tutto potrà dirsi di Greta Thunberg ma resta innegabile il fatto che, in concomitanza con le sue pubbliche apparizioni, ha iniziato a diffondersi ovunque la consapevolezza della nostra nocività ai danni dell’ambiente e, di conseguenza, è aumentato a dismisura lo spazio dedicato dai media all’argomento. E più i media ne parlano più cresce il numero delle “cellule cancerogene consapevoli”, tanto per parafrasare il titolo di un mio recente libro.

Ma a forza di parlarne e di sentirne parlare in molti è sopravvenuta l’idea di passare dalle parole ai fatti: se i combustibili fossili uccidono la biosfera, perché usarli ancora? se la plastica inquina, perché continuare a comprarla? se i pesticidi e i fitofarmaci avvelenano la natura, perché insistere nell’utilizzarli?

Domande legittime, ma senza risposta. Il progresso ha prodotto tutta una serie di vantaggi materiali all’essere umano che hanno comportato tutta una serie di svantaggi all’ambiente. Come fare ora a eliminare i secondi senza rinunciare ai primi? Perché questo è il cuore del problema. In tanti siamo disposti a fare qualche piccola rinuncia per il bene del pianeta, ma in quanti siamo disposti a rinunciare alla luce elettrica, alle medicine, alle automobili, agli aerei e ai telefonini? E, domanda ancor più inquietante, se anche volessimo rinunciare a tutto ciò, potremmo farlo senza innescare reazioni ancor più devastanti per l’equilibrio artificiale che consente a oltre sette miliardi di esseri umani di convivere?

Mentre le moltitudini si tormentano con questi dilemmi, i manager delle aziende di ogni dimensione, dalle piccole imprese alle grandi multinazionali, si pongono il problema di come continuare a cavalcare la tigre, di come cioè continuare a vendere i loro prodotti percepiti sempre più dalla pubblica opinione come dannosi per l’ambiente e nocivi per la biosfera.

In realtà la pratica del cosiddetto “greenwashing” non è una novità.

Nel 1986 l’ambientalista statunitense Jay Westerveld coniò il termine per stigmatizzare la pratica delle catene alberghiere di invitare gli ospiti a ridurre il consumo di asciugamani facendo leva sull’impatto ambientale dei lavaggi, quando in realtà il vero obiettivo dell’invito era di far risparmiare le catene alberghiere stesse.

Da allora tutte le grandi aziende hanno fatto ricorso, chi più chi meno, alla favoletta del “proteggiamo l’ambiente” ed hanno presentato i loro prodotti in versione agreste – bucolica. Un esempio paradigmatico al riguardo lo offre da anni il marchio Mulino Bianco della multinazionale Barilla.

Ma quello a cui stiamo assistendo oggi (e a cui assisteremo sempre più nel prossimo futuro) va ben oltre a questi quadretti idilliaci che per aumentare le vendite facevano leva più sulla nostalgia dei bei tempi andati che non su una vera e propria consapevolezza ecologica.

Ora il “popolo bue” si sta svegliando. I giovani stanno suonando la carica contro lo scempio realizzato dalle vecchie generazioni, e allora la risposta delle aziende deve essere adeguata a queste che per loro non sono altro che “nuove richieste dei consumatori”.

Non sono più sufficienti immagini statiche e slogan del tipo “un mondo buono”. Occorre essere ancor più incisivi, mostrare ai compratori che il prodotto che hanno davanti è realizzato da una azienda che sta dalla loro parte, che combatte come loro e più di loro per la salvaguardia dell’ambiente, che mette in atto comportamenti virtuosi e processi eco-sostenibili.

La mastodontica macchina della produzione e distribuzione industriale richiede del tempo per adeguarsi a queste nuove esigenze, ma alcuni hanno giocato di anticipo e i primi spot eco-friendly stanno già passando in televisione sotto i nostri occhi.

Uno su tutti si impone per il suo slogan tanto diretto quanto ingenuo: “Viva la Natura, abbasso la CO2”. Mi riferisco, come qualcuno avrà compreso, allo spot dell’Acqua Minerale San Benedetto “ecogreen”.

Un aspetto buffo della vicenda è che la campagna in questione è stata realizzata da una agenzia pubblicitaria che si chiama “The Beef” (il “manzo”, nel senso che i concorrenti fanno tanto fumo e loro l’arrosto), ma questo è un dettaglio secondario.

In realtà se andiamo a vedere nel sito dell’azienda di acque minerali troviamo pagine e pagine di quanto da loro conseguito in tema di produzione di energia da fonti rinnovabili, efficienza dei processi produttivi, realizzazione di contenitori plastici riciclabili e compensazione di CO2 (!?!).

Lascio ad altri l’onere di verificare l’attendibilità e la validità di quanto asserito. Io mi limito ad osservare che tutte queste eco-realizzazioni nulla hanno a che vedere con il processo produttivo in sé e che se sono state attuate lo si deve unicamente all’importanza sempre maggiore che la pubblica opinione attribuisce al fattore ambiente.

Aggiungo anche che, trattandosi di una azienda che produce acque minerali, il beneficio maggiore per la comunità e per l’ambiente sarebbe stato che chiudesse i battenti invitando tutti i clienti ad abbeverarsi direttamente agli acquedotti comunali.

Ma questo è contro la logica della società industriale e della crescita economica. Ed ecco allora i manager delle aziende spremersi le meningi per cambiare tutto affinché tutto continui come prima.

Di queste giravolte ne vedremo tante nei mesi a venire e, laddove non siano false o ingannevoli, avranno anche una qualche utilità nel ritardare l’agonia del pianeta, tenendo presente che un crollo improvviso del sistema comporterebbe enormi problemi di sopravvivenza ai 7 / 8 o 9 miliardi di esseri umani presenti al momento del collasso.

E allora prepariamoci tutti a tuffarci nel green-business, nuova frontiera del capitalismo più avanzato.

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Pro vita o contra vita?

Il 7 agosto 2019 su Come Don Chisciotte è apparso un mio articolo dal titolo: “È meglio essere nati o sarebbe stato meglio non essere mai nati?”, in cui analizzavo la posizione di Cioran e di Benatar sul tema del natalismo e dell’antinatalismo.

L’argomento è di una tale importanza che credo meriti di essere proposto nuovamente con riflessioni personali più approfondite.

I cattolici, i musulmani e tutti gli uomini religiosi in genere considerano la vita un bene assoluto e condannano ogni intervento volto a limitarne la diffusione.

Tutti, religiosi e laici, si prodigano per salvare quante più vite umane è possibile, laddove siano in pericolo. La ricerca medica e i salvataggi in mare sono due esempi paradigmatici al riguardo.

A questo punto chi predica l’antinatalismo (mediante la diffusione di pratiche anticoncezionali) non può sfuggire all’accusa di egoismo. Il suo ragionamento sembra essere: noi siamo venuti al mondo, ma ora, poiché siamo in troppi, è bene che non aumenti il numero dei commensali alla tavola planetaria, altrimenti non vi è più abbastanza cibo per noi.

Queste proposizioni seguono un filo logico inappuntabile, perché procedono tutte da una affermazione di base difficilmente contestabile, quella secondo cui la vita è un bene assoluto.

Ma, attenzione, è proprio qui che il tema va approfondito se vogliamo uscire dall’antonimia: “la vita è sacra” – “la vita va limitata”.

E quindi dobbiamo chiederci: “Quale vita è sacra?” “Solo quella umana o tutta la vita in genere?” “Esiste una gerarchia nella scala delle vite?

Dobbiamo avere il coraggio di affrontare queste domande, alle quali la stragrande maggioranza del genere umano risponderà: “Sì, esiste una gerarchia nella scala delle vite, e al vertice vi è la vita umana”.

Per i religiosi questa posizione è stata stabilita dalla divinità in persona che ha creato l’essere umano a sua immagine e somiglianza.

Per i non religiosi questa posizione è stata stabilita dall’evoluzione che ha dotato l’essere umano dell’intelletto e con esso di raziocinio e autocoscienza.

Ricordiamo il vecchio detto greco attribuito a Platone: “Di tre cose dobbiamo ringraziare il destino: primo, di essere nati uomini e non animali; secondo di essere nati uomini e non donne; terzo, di essere nati greci e non barbari.”

Di tale detto esiste anche una versione ebraica che al terzo punto recita: “Benedetto il Signore che mi ha creato […] Israele e non goy” (cioè gentile), ma che conserva identici i primi due punti.

Ora fortunatamente il tempo ha fatto giustizia delle seconde e delle terze affermazioni di queste antiche sentenze.

Ma la prima resiste inalterata agli assalti del tempo. Anzi, pare che col passare degli anni l’essere umano sia sempre più in preda a un delirio di onnipotenza che lo conduce a ridisegnare il paesaggio naturale a suo piacimento, asfaltando le terre e innalzando torri verso il cielo.

È da questa considerazione che si deve partire se si vuol ragionare seriamente intorno al tema del natalismo e dell’antinatalismo.

Sì, la vita è un bene importantissimo: si è formata su questo pianeta (e forse su altri) in milioni e milioni di anni attraverso una serie infinita di passaggi che hanno consentito a piccoli microorganismi di crescere fino divenire le piante e gli animali che conosciamo.

Ma tutta questa serie di soggetti ha trovato modo di coesistere in uno spazio limitato per milioni e milioni di anni grazie ad una serie infinita di pesi e contrappesi che hanno stabilito un equilibrio dinamico, in continua evoluzione ma sempre ricostituitosi dopo ogni violento scossone imposto dagli eventi atmosferici o dagli impatti astronomici.

Poi, qualche milione di anni fa, il caso ha voluto che nel DNA di un primate intervenisse una modificazione genetica tale da farne accrescere in modo spropositato l’apparato cerebrale.

Tale modifica fu vantaggiosa per il primate in questione ed esso ne approfittò per sbaragliare la concorrenza nella ricerca del cibo e di altre risorse.

Il seguito della storia lo conosciamo molto bene e non è il caso di ripeterlo in questa sede.

Il punto su cui soffermarsi è un altro.

Se è vero, come è vero, che quella modifica poco alla volta ha indotto trasformazioni tali nel mondo della natura da mettere a rischio la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta, e non solo di quella umana, che giudizio darne oggi, a distanza di qualche milione di anni dal suo apparire?

È un argomento ostico per il nostro modo di ragionare, ma è l’unico punto di vista dal quale può essere fornita una risposta valida alla domanda: “Se la vita è un bene assoluto, perché limitarne la diffusione?

Sì, la vita di tutti gli esseri viventi è un bene assoluto, ma un errore nel nostro programma di base ci ha consentito di trasformarci in distruttori della vita degli altri esseri viventi, senza tener conto che senza di loro, piante e animali, neppure la vita dell’uomo sul pianeta può perdurare.

Assisteremo prossimamente a nuovi sussulti e tentativi di ogni genere per riparare ai danni fatti, ma finché non metteremo in discussione il primo punto di quell’antico detto (“dobbiamo ringraziare il destino di essere nati uomini e non animali”) non riusciremo ad uscire dall’impasse.

È l’antropocentrismo il problema e non è sufficiente stemperarlo in un più ragionevole biocentrismo. Occorre riconoscere la nocività del genere umano ingenerata da quell’infausta modifica genetica intervenuta milioni di anni fa.

Alla luce di questo riconoscimento la limitazione del nostro numero non apparirà come un atto egoistico nei confronti delle generazioni future, ma avrà l’aspetto assai più seducente di un atto altruistico nei confronti della vita in generale.

Nel blog de Il Cancro del Pianeta si possono trovare molte altre riflessioni utili su questo tema.

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https://comedonchisciotte.org/pro-vita-o-contra-vita/

Il luddismo. Gli artigiani inglesi contro la rivoluzione industriale

Il Nottinghamshire in Inghilterra è famoso per essere la contea dove si trova la foresta di Sherwood, nella quale si nascondeva Robin Hood.

In tempi a noi più vicini, all’inizio del XIX secolo, insieme ai confinanti Yorkshire, Derbyshire e Lancashire, fu teatro di ben altre gesta.

Ospitò la rivolta dei piccoli lavoratori tessili, potremmo chiamarli artigiani (ognuno lavorava nel proprio cottage), contro l’introduzione delle macchine a vapore destinate a sostituire gran parte della mano d’opera manuale e a far rendere molto di più la rimanente.

Costoro si organizzarono in piccole bande e, nottetempo, iniziarono ad introdursi nelle proprietà in cui erano installate le odiate macchine tessitrici per distruggerle con ogni mezzo, preferibilmente a martellate.

Non avevano alcuna organizzazione alle spalle, il loro era un movimento spontaneo formato da tanti piccoli capibanda.

Alla testa del movimento, in mancanza di un autentico leader, posero un fantomatico ed inesistente generale Ludd, da cui il nome di luddisti, e firmarono le loro lettere minatorie e i loro proclami con questo nome.

Secondo il Nottingham Review del 20 dicembre 1811 l’origine del nome era da ricercarsi nel fatto che « … c’era stato una volta un ragazzo chiamato Nedd Ludd, apprendista magliaio nei pressi di Leicester, talmente riluttante a lavorare che il suo padrone ottenne dal giudice il permesso di frustarlo; il giovane reagì e, afferrato un martello, distrusse il suo telaio, azione che raggiunse una notorietà tale che ogniqualvolta una macchina tessile veniva danneggiata la gente diceva che era passato Nedd Ludd» (Kirkpatrick Sale, Ribelli al futuro, 2005, Arianna Editrice, Casalecchio, p. 74)

Era l’alba della Rivoluzione industriale.

Quegli uomini, che per un anno e mezzo, tra il 1811 e il 1813, distrussero a martellate centinaia di macchine tessitrici, non sapevano dove avrebbe condotto la nascente prima Rivoluzione industriale e men che meno le successive.

Essi erano spinti da semplici interessi personali. Quelle macchine stravolgevano il modo di lavorare e rendevano antieconomico il loro, quello che avevano ereditato dai genitori, che avevano svolto sin da bambini e che dava loro da mangiare e da vivere.

Eppure la loro rivolta, a differenza di tante altre che ciclicamente si ripetono nel corso dei secoli, è rimasta emblematica per l’obiettivo contro cui si scagliò.

Fino ad allora (ed anche in seguito) le ribellioni avvenivano per motivi religiosi, politici o economici, e molti sommovimenti hanno avuto dimensioni ben maggiori di quello che stiamo esaminando.

Per fare solo alcuni esempi possiamo ricordare la ribellione dei gladiatori guidata da Spartaco nell’antica Roma o il tumulto dei Ciompi nella Firenze trecentesca o la rivolta del pane nella Milano spagnola del seicento, resa famosa per la descrizione che ne fece Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi”.

In Francia negli anni successivi alla Rivoluzione insorsero i nobili e i contadini della Vandea contro i borghesi e i cittadini che avevano rovesciato l’Ancien régime.

In Italia meridionale, dopo l’Unità, si sviluppò il cosiddetto fenomeno del “brigantaggio”, nel quale confluirono rabbia contadina, legittimismo borbonico e altre componenti meno nobili.

Furono tutte ribellioni al potere costituito, che quasi sempre prendevano di mira i tutori dell’ordine e i rappresentanti delle istituzioni.

Ciò che accadde in Inghilterra in quei tragici mesi di inizio ‘800 ebbe altre motivazioni e altre finalità.

Nessuno voleva rovesciare la Monarchia e le istituzioni legislative e governative esistenti.

«La rivolta del luddismo non fu concepita, alla base, contro il governo o contro il re … né contro l’antiquata aristocrazia, come era accaduto in Francia, ma piuttosto contro i mutamenti causati dall’industrializzazione e i valori che promuoveva … » (ibidem, p. 140)

L’obiettivo era di non modificare “artificialmente”, con l’introduzione delle nuove macchine, il modo di lavorare sino allora in uso. Il timore, anzi la certezza, era che il nuovo sistema avrebbe tolto il lavoro a tante famiglie.

Ma gli obiettivi individuati contro cui scagliarsi erano dei dispositivi partoriti dalla mente umana, congegni messi a disposizione da scienza e tecnica e applicati al processo produttivo. La ragione spingeva migliaia di uomini contro dei prodotti originati dalla ragione di altri uomini.

Sennonché la prima era una ragione meno “avanzata” della seconda, e quindi alla lunga non poteva che soccombere. Questa realtà può essere inquadrata – seguendo i dettami della ragione stessa – in un “postulato” di carattere universale che potremmo così definire:

Lo strumento più efficace di modifica della realtà è la ragione umana, altrimenti detta intelletto, così come evolutasi nel corso dei millenni all’interno della scatola cranica della specie Homo sapiens. Laddove due intelletti entrano in contrasto, il meno evoluto è destinato a soccombere.”

Ora è chiaro che l’aver costruito sofisticate macchine dal funzionamento automatico non poteva che essere frutto di intelletti più evoluti e raffinati di quelli dei contadini inglesi del XIX secolo trasformatisi da pochi anni in piccoli artigiani.

Ma questi ultimi non ci fecero caso, non conoscevano il postulato. Presi dalla disperazione si scagliarono contro i marchingegni che portavano via il loro lavoro, senza pensare che così facendo rifiutavano il progresso e la ragione umana evoluta.

Inevitabilmente in più di una occasione trovarono resistenza e ci scappò un certo numero di morti e feriti.

Poi, man mano che il movimento si ingrossava e si espandeva alle contee vicine, arrivò la risposta dello Stato che inviò sul posto l’esercito.

Vi furono altri scontri cruenti e vennero eseguiti numerosi arresti.

« … l’offensiva colossale lanciata dal governo britannico contro di loro, almeno 15 persone uccise negli scontri (probabilmente più di 30), 24 impiccate, 51 condannate alla deportazione in Australia (di cui 37 realmente imbarcate) e 24 sbattute in galera – oltre alla presenza quotidiana di un esercito d’occupazione – ebbe l’effetto deterrente previsto.» (ibidem, p. 167)

La repressione decretò la fine del movimento; ma questo, per la sua specificità, divenne un simbolo del rifiuto del progresso tecnico – scientifico e, come tale, ancora oggi laddove degli uomini si ribellano alle novità imposte dal progresso, costoro vengono definiti luddisti, o meglio neo – luddisti.

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Pubblicato su “Che vi do?” N. 94 Dicembre 2019, organo della Società Pane Quotidiano

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Quel gene che ha fatto la differenza tra noi e le scimmie

di Edoardo Boncinelli

Tra noi e le scimmie anche più evolute e capaci c’è un’enorme differenza, in diverse caratteristiche biologiche ma soprattutto nel cervello. Noi possediamo una corteccia cerebrale molto più estesa e probabilmente meglio connessa. Questo secondo punto è ancora molto difficile da esplorare, ma in quanto alle dimensioni le differenze sono indubbie. Che cosa ha fatto crescere enormemente la nostra corteccia cerebrale? Non si sa, ma si deve trattare di un certo numero di geni dello sviluppo e della loro azione. Uno di questi, denominato ARHGAP11B, è certamente coinvolto in questo processo, come dimostrato in un lavoro che esce oggi sulla rivista Science , condotto da Marta Florio e collaboratori nel laboratorio di Dresda di Wieland Huttner. Questo gene non esiste nel genoma delle scimmie antropomorfe, mentre è presente in noi e nei nostri cugini Neandertal. Ha fatto la sua comparsa cioè nella linea evolutiva che porta all’uomo dopo la sua separazione da quella delle attuali scimmie antropomorfe, come gli oranghi e gli scimpanzé e, fatto agire in un embrione di topo, gli espande notevolmente la corteccia cerebrale, ispessendola e facendola cominciare a ondularsi in circonvoluzioni primordiali. Si presenta quindi come un ottimo candidato per il ruolo di “promotore” della nostra crescita cerebrale. Non sarà stato l’unico, certamente, ma certo un protagonista di tale processo. Che non sarà stato l’unico lo sappiamo anche perché come sottoprodotto del lavoro sperimentale che ha portato a questo appassionante risultato c’è stata l’individuazione di una cinquantina di geni che esistono in noi ma non negli scimpanzé. Non tutti saranno attivi nel cervello e non tutti saranno importanti, ma c’è da aspettarsi per il prossimo futuro una vera e propria “cascata” di geni specificamente umani. Il laboratorio di Dresda ha collaborato con quello di Lipsia diretto da Svante Paabo, che “sa tutto” anche sui Neandertal, conferendo alla notizia un risalto tutto particolare. Una grande corteccia cerebrale da sola non garantisce niente per quanto riguarda le capacità intellettive del possessore, a queste non possono certamente essere eccelse in una corteccia cerebrale molto più piccola della nostra. Personalmente, sono molto curioso di vedere dove porta una storia del genere e sono sicuro che presto ne vedremo delle belle. Penso che anche Darwin vi si sarebbe interessato, visto l’enorme effetto che gli fece l’osservazione di Jenny, un orango femmina, allo Zoo di Londra nel marzo del 1838.

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https://www.corriere.it/scienze/15_febbraio_26/quel-gene-che-ha-fatto-differenza-noi-scimmie-c3b7d07e-be04-11e4-8a38-1230a4c6f057.shtml

Il cervello dell’uomo è così grande a causa di un “errore” genetico

di Viola Rita su Wired del 21 agosto 2018

Nell’evoluzione umana, il cervello è cresciuto di quasi tre volte. L’espansione è probabilmente dovuta a tre geni “sbagliati”, posseduti solo dall’essere umano, nuove varianti di antichi geni comuni a tutti gli animali.

Il cervello umano è più grande di quello di altri primati. Ma non è sempre stato così: durante l’evoluzione le sue dimensioni sono circa triplicate. Questi cervelloni (per dimensioni più che per maggiore intelligenza) potrebbero essere il frutto di un processo che vede coinvolti tre specifici geni, associati alla produzione di neuroni durante lo sviluppo cerebrale. A svelarlo sono due studi guidati da Pierre Vanderhaeghen del Flanders Institute for Biotechnology in Belgio e da David Haussler, bioinformatico alla University of California. I risultati sono pubblicati in due studi su Cell (questi i link: Human-Specific NOTCH2NL – 1Human-Specific NOTCH2NL – 2)

Uno dei principali tratti che caratterizzano l’essere umano è la grandezza del cervello e la sua rapida evoluzione. Apartire da circa tre milioni di anni fa è iniziato un cambiamento che ha fatto quasi triplicare le sue dimensioni, fino a quelle attuali. Gli scienziati si sono spesso chiesti il perché ma i risultati sono piuttosto elusivi.

Dall’analisi di geni coinvolti nello sviluppo cerebrale nella fase fetale, i ricercatori ne hanno individuati 35, appartenenti soltanto all’essere umano, che sono coinvolti nello sviluppo cerebrale. Fra questi ve ne sono 3, chiamati Notch 2nl (precisamente i loro nomi sono Notch 2nl A, Notch 2nl B e Notch 2nl C), che potrebbero avere un ruolo centrale nella crescita del cervello. Questi geni, spiegano i ricercatori, ritardano la differenziazione di cellule staminali corticali in neuroni. Nel topo è emerso che la loro azione aumenta il numero di cellule staminali, con il risultato che vengono prodotti più neuroni durante lo sviluppo cerebrale. E così il cervello sarebbe aumentato nelle dimensioni.

Gli autori hanno osservato una somiglianza dei geni Notch 2nl con loro parenti antichi, i Notch, comuni a tutti gli animali e coinvolti nell’inviare segnali fra le cellule. Le nuove varianti sarebbero state create a causa di un errore nella copia dei vecchi geni Notch. Le varianti così generate – frutto di una serie di duplicazioni non corrette di un gene originario – hanno prodotto un gruppo di nuove proteine, probabilmente collegate alla crescita del cervello umano. I ricercatori hanno ricostruito la storia della nascita dei Notch 2nl, in un processo in cui uno step intermedio ha riguardato la duplicazione errata di un gene chiamato Notch2 ed avvenuta soltanto nell’uomo, probabilmente fra 3 e 4 milioni di anni fa.

Ma non è tutto. I nuovi geni, infatti, sarebbero localizzati in una regione del nostro genoma associata a disordini del neurosviluppo, fra cui l’Adhd, i disturbi dello spettro autistico e deficit intellettivi. Il team di Haussler ha preso in considerazione 11 pazienti con la macrocefalia e microcefalia, due condizioni cliniche associate alla presenza di un’alterazione nelle dimensioni del cervello, e che presentavano errori nella posizione del gene Notch 2nl. La sfida dei ricercatori è stata quella di mostrare che i nuovi geni si trovano proprio nella porzione di genoma in cui specifiche alterazioni possono essere collegate a queste malattie, un risultato che finora non era emerso.

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https://www.wired.it/scienza/lab/2018/08/21/evoluzione-uomo-cervello-errore-genetico/

Energia per la vita?

L’Expo Milano 2015 aveva come tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. I due argomenti sono i più importanti in assoluto per la nostra sopravvivenza sulla Terra e sul secondo in particolare mi soffermerò in questo articolo.

Prima di farlo vorrei però tentare di definire in modo più appropriato i due argomenti.

Non era infatti il pianeta il soggetto da nutrire, bensì i suoi abitanti, intesi come esseri umani. Sicuramente era questa l’interpretazione autentica degli organizzatori dell’Expo: l’antropocentrismo è ormai talmente diffuso da potersi ritenere sottinteso in tutte le manifestazioni di ogni livello. L’alimentazione di bovini, suini e altre famiglie animali costituisce preoccupazione solo in vista della trasformazione di costoro in cibo per gli umani, mentre degli animali selvaggi non è neppure il caso di parlare (non è la natura che provvede direttamente a loro?)

Per quanto riguarda l’energia, il suo scopo è di far funzionare tutti i dispositivi e i marchingegni realizzati dall’uomo per rendere meno faticoso il proprio cammino sulla Terra. È quindi importante per la vita solo in via indiretta (e comunque sempre e solo per quella del genere umano!).

Un titolo più appropriato dell’Expo sarebbe perciò stato “Nutrire gli uomini, alimentare le macchine”.

Ciò puntualizzato, vediamo come è la situazione mondiale del cibo di queste macchine (i congegni figli della rivoluzione industriale) ovvero di quella energia per ricavare la quale continuiamo ad arrecare tanti sfregi alla biosfera.

Esiste una Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA, International Energy Agency con sede a Parigi e di cui fanno parte i 38 stati più potenti al mondo) che pubblica ogni anno un rapporto sullo stato dell’energia a livello planetario (il “World Energy Outlook”).

Si tratta di studi corposi (diverse centinaia di pagine), ricchi di dati e considerazioni molto interessanti per chi abbia a cuore la sopravvivenza della vita sul pianeta.

Accanto all’edizione completa del WEO, che è in inglese e costa 150 euro (120 il file pdf), vi è una sintesi che riassume i trend e le considerazioni ritenuti più rilevanti. Tale sintesi è gratuita ed è tradotta in dodici lingue, tra cui l’italiano.

Ho esaminato gli ultimi quattro rapporti (2016, 2017, 2018 e 2019) per cercare di capire in che direzione ci sta conducendo il tanto decantato progresso e debbo dire che leggendoli si ha la conferma che non siamo messi per niente bene. La gravità della situazione è nota ed è descritta con dati e considerazioni oggettive e condivisibili.

Il punto di partenza è l’Accordo di Parigi del 12 dicembre 2015. Il leitmotiv di tutti i rapporti è quel traguardo fissato dall’Articolo 2: “[…] mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, e proseguire l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5° C rispetto ai livelli pre-industriali, riconoscendo che ciò potrebbe [da notare l’uso del condizionale] ridurre in modo significativo i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici.”

Da sottolineare l’uso in senso elogiativo dell’aggettivo “pre-industriale”: se si riconosce che le temperature di prima della rivoluzione industriale non costituivano un pericolo per la salute della biosfera ciò significa che tale rivoluzione è la vera colpevole del surriscaldamento che oggi tanto ci angoscia. E non è riconoscimento da poco, soprattutto se si tiene conto che proviene da consessi tanto qualificati, rappresentanti dei “poteri forti” del pianeta.

Se non ché l’Articolo 4 dell’Accordo invita le Parti a raggiungere gli obiettivi indicati nell’Articolo 2 “su una base di equità e nel contesto dello sviluppo sostenibile e degli sforzi tesi a sradicare la povertà”.

Ora si sa che i ricchi sono gli esseri più consumisti (se lo possono permettere) e quindi più “energivori”. Sradicare la povertà significa quindi aumentare i consumi e con essi l’uso di energia.

È comprensibile che un accordo internazionale non possa invitare i Paesi firmatari a mantenere i propri abitanti in una condizione di indigenza (non sarebbe “politicamente corretto”), ma dobbiamo renderci conto che la “torta” ha una determinata dimensione e, più sono i commensali, prima finisce.

Di questo letale contrasto si trova traccia anche nei singoli rapporti, che ora andiamo ad esaminare.

Il WEO 2016 è il primo dell’era “Accordo di Parigi” e per tale motivo è particolarmente importante. Fissa le basi, il punto di partenza da cui dovrebbero prendere le mosse tutti gli interventi finalizzati al conseguimento di quegli ambiziosi obiettivi.

Informa che il settore energetico è “responsabile di almeno i due terzi delle emissioni di gas a effetto serra”, per cui la sua trasformazione “è indispensabile per raggiungere gli obiettivi previsti dall’accordo”.

Ma, subito dopo, apre un paragrafo dal titolo: “Il fabbisogno energetico mondiale continua a crescere, ma milioni di persone non hanno ancora accesso all’energia”. In tale paragrafo si precisa che nel 2016 a 1,2 miliardi di persone non arrivava l’elettricità e che tale numero calerà a 500 milioni nel 2040.

Quindi i potenti del mondo non intendono solo trasformare il settore energetico, ma anche implementarlo. Strano modo di tenere a bada il mostro responsabile di almeno i due terzi delle emissioni di gas a effetto serra!

Ritorna qui in mente la frase pronunciata da Alan Gregg al convegno su “I problemi della popolazione” tenutosi a Berkeley, in California, il 28 dicembre 1954: “Le crescite cancerose richiedono nutrimento; ma, per quanto ne so, non sono mai state curate dandoglielo.”

Il WEO 2017 ci informa che le tecnologie energetiche pulite si diffondono rapidamente a costi decrescenti e che il futuro è nell’elettrificazione. Il tutto in un quadro di continuo incessante “sviluppo”!

Il crescente accesso all’elettricità fa sì che ogni anno si aggiungano in media 45 milioni di nuovi consumatori

Al 2040 la domanda di elettricità per l’utilizzo di condizionatori in Cina supera l’attuale consumo elettrico del Giappone

Questi sono due esempi tra i tanti che testimoniano che per i “signori dell’energia” non è affatto tempo di fermarsi a riflettere, ma che si prevede di andare avanti, sempre più avanti.

E, relativamente ai combustibili fossili: “Con gli Stati Uniti che rappresentano l’80% dell’aumento della produzione petrolifera mondiale da qui al 2025 e che mantengono una pressione al ribasso sui prezzi nel breve termine, il mondo non è ancora pronto per dire addio all’era del petrolio.”

Già, perché gli USA con l’invenzione del fracking hanno trovato il modo di succhiare al pianeta anche le più recondite riserve di petrolio e di gas, in modo da protrarre il più a lungo possibile l’agonia della biosfera.

Ciliegina sulla torta, l’Outlook del 2017 ci informa che “il parco automobili mondiale raddoppia da qui al 2040, raggiungendo i 2 miliardi di veicoli”.

Il WEO 2018 fa registrare le prime sconfitte sul fronte del contrasto al global warming: “dopo tre anni senza variazioni, nel 2017 le emissioni mondiali di anidride carbonica (CO2) dovute al comparto energetico sono aumentate dell’1,6% e le stime preliminari sembrano confermare un trend di crescita anche per il 2018, deviando quindi consistentemente dalla traiettoria coerente con il conseguimento degli obiettivi sul clima”.

Non si vede come avrebbe potuto essere diversamente, tenuto conto che “i redditi crescenti e l’incremento della popolazione mondiale di 1,7 miliardi di persone, le quali si insedieranno principalmente nelle aree urbane delle economie in via di sviluppo, determinano un aumento della domanda energetica mondiale di oltre un quarto da qui al 2040.”

Da notare che questo aumento tiene già conto dei “continui miglioramenti nei livelli di efficienza energetica”, in assenza dei quali la richiesta di energia sarebbe doppia!

Per quanto riguarda l’impiego dei combustibili fossili il rapporto del 2018 ci informa che “nel settore auto la domanda di petrolio raggiunge il picco a metà del decennio 2020, ma, dall’altro lato, la petrolchimica e il trasporto pesante, aereo e navale mantengono i consumi petroliferi mondiali lungo una traiettoria di crescita”.

E veniamo all’ultimo dei rapporti dell’IEA disponibili, il WEO 2019. Essendo il più recente è per noi quello di maggior interesse. Purtroppo non è dispensatore di buone notizie.

“[…] lo slancio verso la diffusione di tecnologie pulite non è sufficiente a compensare gli effetti della crescita economica e demografica prevista su scala mondiale. L’aumento delle emissioni rallenta, ma in mancanza di un loro picco entro il 2040, il mondo si pone ben lontano dal raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità condivisi a livello internazionale.”

Non avrebbe potuto essere diversamente in mancanza di una forte, decisiva spinta culturale volta al cambiamento.

Peggio. Il cambiamento dei tenori di vita nessuno lo vuole. Peggio ancora. Chi non ne ha ancora raggiunti di soddisfacenti, li vuole raggiungere, ad ogni costo.

Il rapporto 2019 ce ne fornisce due esempi illuminanti.

1 – “La crescita attesa della popolazione nelle regioni più calde dell’Africa implica anche che, entro il 2040, quasi mezzo miliardo di persone in più potrebbe aver bisogno di sistemi di condizionamento dell’aria o di altri servizi per il raffreddamento degli ambienti.”

2 – “Il crescente interesse dei consumatori verso veicoli più grandi e più pesanti (i cosiddetti SUV) sta già contribuendo ad aumentare il consumo petrolifero mondiale. L’elettrificazione completa dei SUV è complessa e quelli convenzionali hanno un consumo di carburante per chilometro superiore del 25% rispetto agli autoveicoli di medie dimensioni. Se il livello di gradimento dei SUV continuerà a crescere in linea con i trend recenti, la domanda petrolifera al 2040 potrebbe superare di 2 milioni di barili al giorno quella prevista nello Scenario Politiche Annunciate.”

Dunque desiderio di aria condizionata e di automobili di grossa cilindrata rischiano di vanificare le buone intenzioni contenute nell’Accordo di Parigi!

Ovviamente la situazione è molto più complessa di quanto sia possibile riassumere in un breve articolo.

Se a qualcuno è venuta la curiosità di approfondire la questione consiglio di scaricare i World Energy Outlook disponibili in rete. Ma invito anche a tener conto delle tante considerazioni “eretiche” che non possono trovare ospitalità nei documenti ufficiali della International Energy Agency. Una tra le tante è apparsa su Come Don Chisciotte il 24 novembre 2019 con il titolo: “L’eolico e il solare tedesco costano il triplo del nucleare francese e dureranno la metà del tempo”.

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https://comedonchisciotte.org/energia-per-la-vita/

Apice della storia o punto di non ritorno?

In questo blog sono già apparsi due miei scritti (“È meglio essere nati o sarebbe stato meglio non essere mai nati” e “Il vero responsabile”) ripresi da “Effetto Cassandra”.

Con il presente articolo inizio ora la mia collaborazione diretta, attraverso la quale cercherò di esporre ai lettori di ComeDonChisciotte le mie idee e la teoria che sto sviluppando, il Cancrismo.

Nell’argomentare pacatamente questa teoria spero di incontrare commenti ed osservazioni altrettanto ragionati e stimolanti.

Come primo contributo mi soffermerò su quello che ritengo un punto fondamentale su cui riflettere.

Per sintetizzarlo ho utilizzato il titolo di un capitolo di un mio libro: “Apice della storia o punto di non ritorno?”

Cosa si nasconde dietro a questa antinomia?

I temi del degrado ambientale, del riscaldamento globale e di ogni altra nefasta attività antropica ai danni della biosfera, nel corso di quest’anno sono stati al centro dell’attenzione mondiale come non mai.

Centinaia di milioni di giovani si sono mobilitati in ogni angolo del globo per coinvolgere i governanti e la pubblica opinione su questi argomenti, giustificando le proprie rivendicazioni e proposte con dati di fatto inconfutabili.

Se non che altrettante centinaia di milioni di persone in questo stesso periodo stanno godendo di un benessere diffuso altrettanto inconfutabile. E i miliardi di persone che non godono ancora di questo benessere, vi aspirano ardentemente e fanno di tutto per tentare di raggiungerlo.

Il “benessere” di cui parlo, per inciso, è stato reso possibile da quel progresso scientifico e tecnologico che ha condotto a spremere come un limone le risorse del pianeta, sino al punto in cui ci troviamo, da alcuni ritenuto di “non ritorno” o – concetto analogo – “a un passo dal baratro”.

Ma è un benessere innegabile. Gli scaffali pieni dei supermercati ne sono testimonianza evidente, come le auto di grossa cilindrata che sfrecciano sulle nostre strade. E che dire della rivoluzione più recente, quella della connettività globale, che spinge la testa di miliardi di persone (giovani contestatori compresi) a chinarsi costantemente sullo schermo parlante dei propri telefonini?

Il lettore avrà compreso che dietro a questi concetti appena abbozzati si nasconde l’intero dramma della modernità: da una parte il “progresso”, da sempre ritenuto mèta ed orgoglio dell’essere umano, dall’altra il precipizio dietro l’angolo, direzione obbligata a causa dell’esaurimento delle risorse indotto dalle crescenti necessità di una popolazione mondiale in continuo aumento.

Di fronte a questo dilemma – che è l’autentico Dilemma con la d maiuscola della nostra generazione e delle prossime – assistiamo sostanzialmente a due tipi di atteggiamento.

Il più diffuso è l’indifferenza: godo (o cerco di raggiungere) il benessere, non penso al futuro o, se ci penso, immagino che l’uomo troverà soluzioni alle crisi attuali e a quelle future, come ha sempre fatto in passato.

Vi è poi la matura consapevolezza dei più “altruisti” (una netta minoranza): mi applico a ridurre i consumi, ad evitare gli sprechi e cerco di vivere secondo stili di comportamento semplici e poco dispendiosi in termini di risorse.

Entrambe queste posizioni non intendono però mettere in discussione il valore assoluto della preminenza umana nei confronti degli altri esseri viventi.

L’investitura divina che ci avrebbe concesso il Creatore nei secoli si è andata trasformando nel vertice della catena evolutiva raggiunto dalla nostra specie, ma nel comune sentire restiamo sempre saldamente collocati sul trono di re del mondo e da questa posizione non intendiamo abdicare.

Qui si inserisce la mia teoria che vorrebbe ribaltare la comune percezione dell’esistenza, indicando all’essere umano una possibile alternativa alla sua glorificante auto-valutazione.

Se è vero, come è vero, che ci siamo riprodotti in maniera incontrollata e iperbolica, se è vero, come è vero, che abbiamo raggiunto ogni angolo dell’organismo–pianeta che ci ospita, se è vero, come è vero, che ovunque abbiamo distrutto i tessuti sani di tale organismo (foreste e altre cellule animali), allora perché non pensare a Homo sapiens come a una cellula il cui DNA sia mutato al punto da alterarne il comportamento e da renderla maligna per l’organismo ospitante?

Questa è l’essenza del Cancrismo. Dopo di che c’è da chiedersi: dove conduce l’accettazione di una tale ben disperata teoria?

Non vi è qui lo spazio necessario per approfondire la questione, che vedrò di riprendere e sviscerare più a fondo in altri scritti. Chi volesse farlo autonomamente può trovare abbondante materiale nel mio blog Il Cancro del Pianeta.

Ma per non lasciare il lettore con la sgradevole sensazione di un discorso abbozzato e non concluso, dirò che nelle mie intenzioni la diffusione del Cancrismo dovrebbe indurre l’essere umano ad “abbassare le ali”, a riconsiderare tutta la sua storia, presente e passata, in un’ottica ben diversa da quella attuale. Dovrebbe rappresentarsi ogni “scoperta” tecnica e scientifica, ogni passo in direzione del “progresso”, come un nefasto allontanamento da quelle leggi di natura autoprodottesi nel corso di milioni di anni a garanzia dell’equilibrio della biosfera.

E da tale rappresentazione cosa ne potrebbe discendere? Questa è una domanda a cui non so rispondere. Ciò che so per certo è che il convincimento di essere a buon diritto i dominatori dell’Universo non può che spingere i nostri passi oltre il punto di non ritorno.

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https://comedonchisciotte.org/apice-della-storia-o-punto-di-non-ritorno/

Articoli su “Come Don Chisciotte”

Articoli di Bruno Sebastiani pubblicati sul blog “Come Don Chisciotte

05 – 29 dic 19 – Pro vita o contra vita?

04 – 29 nov 19 – Energia per la vita?

03 – 10 nov 19 – Apice della storia o punto di non ritorno?

02 – 04 nov 19 – Il vero responsabile

01 – 07 ago 19 – E’ meglio essere nati o sarebbe stato meglio non essere mai nati?