Articoli su “Neuroscienze.net”

Miei articoli pubblicati su “Neuroscienza.net”, rubrica “I limiti dell’intelligenza“. Attenzione: Neuroscienze.net ha cambiato gestione e sembra che i nuovi gestori puntino al “business”. Pubblicano solo articoli di chi paga per farsi pubblicare! Tristezza! Cionondimeno gli articoli da me scritti per la rubrica che avevo creato conservano un loro valore. Li ho qui raggruppati affinché non vadano perduti.

14 – 13 apr 20 – Sul piacere di rileggersi

13 – 20 set 19 – Verso le macchine pensanti?

12 – 26 lug 19 – Verso una rete sinaptica mondiale

11 – 25 giu 19 – Verso cervelli più potenti?

10 – 20 giu 19 – Figli delle stelle?

09 – 11 apr 19 – Un rimedio biochimico per la schizofisiologia del cervello?

08 – 11 mar 19 – Il software può modificare l’hardware?

07 – 18 feb 19 – Come funziona il nostro cervello?

06 – 30 gen 019 – Cancrismo e limiti dell’intelligenza

05 – 25 gen 19 – Il cancro del Pianeta Consapevole

04 – 16 gen 19 – La nostra intelligenza tra microcosmo e macrocosmo

03 – 15 dic 18 – I vicoli ciechi dell’evoluzione

02 – 15 dic 18 – Di troppo intelligenza … si muore

01 – 12 feb 18 – Il cancro del pianeta: una teoria inquietante per scuoterci dal fatalismo progressista che ci attanaglia

Documenti scientifici

2019 – Emissions Gap Report 2019 by United Nations Environment Programme

2019 – Più intelligenti e con più memoria, di Giuseppe Remuzzi (dal mensile Negri News maggio 2019)

2019 – Existential climate-related security risk, di David Spratt e Ian Dunlop

2018 – The_biomass_distribution_on_Earth, di Yinon M. Bar-On e altri

2018 – Il cervello dell’uomo è così grande a causa di un “errore” genetico, di Viola Rita (Wired agosto 2018)

2018 – Human-Specific NOTCH2NL Genes Expand Cortical Neurogenesis through Delta/Notch Regulation

2018 – Human-Specific NOTCH2NL Genes Affect Notch Signaling and Cortical Neurogenesis

2018 – Europe’s lost forests a pollen-based synthesis for the last 11,000 years, di  N. Roberts e altri

2017 – Dogs Have the Most Neurons, Though Not the Largest Brain: Trade-Off between Body Mass and Number of Neurons in the Cerebral Cortex of Large Carnivoran Specie, di Débora Jardim-Messeders e altri

2015 – Quel gene che ha fatto la differenza tra noi e le scimmie, di Edoardo Boncinelli (Corriere della Sera, 26 febbraio 2015)

2015 – Human-specific gene ARHGAP11B promotes basal progenitor amplification and neocortex expansion, di Marta Florio e altri

2009 – Quantifying the Extent of North American Mammal Extinction Relative to the Pre-Anthropogenic Baseline, diMarc A. Carrasco e altri

 

Il cammino del progresso e i suoi oppositori

Serie di articoli di Bruno Sebastiani pubblicati su CHE VI DO!, periodico quadrimestrale della Società Pane Quotidiano (1898) www.panequotidiano.eu

2018 mar – 01 – Ascetica orientale e occidentale

2018 lug – 02 – L’Età di mezzo tra tensioni contrapposte

2018 dic – 03 – La scoperta del Nuovo Mondo e il mito del buon selvaggio

2019 lug – 04 – Dopo il Secolo dei Lumi in Europa irrompe il Romanticismo

2019 dic – 05 – Il luddismo. Gli artigiani inglesi contro la rivoluzione industriale

La mescolanza artificiale delle specie

Il 29 novembre 2018 Fabio Balocco ha pubblicato un articolo nel suo blog su ilfattoquotidiano.it dal titolo “Specie invasive, la situazione è sfuggita di mano. Provare a limitarle è una battaglia persa.” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/29/specie-invasive-la-situazione-e-sfuggita-di-mano-provare-a-limitarle-e-una-battaglia-persa/4798512/).

Subito dopo averlo letto mi è capitato tra le mani il libro di Stefano Mancuso “L’incredibile viaggio delle piante”, pubblicato anch’esso nel novembre 2018 da Editori Laterza.

Si tratta di due interventi culturali assai diversi tra loro, ma entrambi sollevano il problema della mescolanza delle specie ad opera dell’uomo.

Secondo un esperto interpellato da Balocco: “la situazione è sfuggita di mano, pensare di uccidere esemplari delle specie invasive è, oltre che immorale, perfettamente inutile. È una battaglia persa.

Il discorso di Mancuso è più ampio e ruota invece intorno al concetto che le piante hanno sempre viaggiato, via terra, via acqua e via aria. I semi, affidati al vento e agli animali, si diffondono anche a grande distanza dalle piante genitrici.

Nell’ultimo capitolo del suo libro il neurobiologo affronta però i problemi indotti dall’intervento umano, e qui il discorso cambia:

«Tutto è collegato in natura. Questa semplice legge che gli uomini non sembrano comprendere ha un corollario: l’estinzione di una specie, oltre ad essere un dramma in sé, ha conseguenze imprevedibili sul sistema di cui quella specie fa parte

Se una pianta riesce a riprodursi perchè i suoi semi vengono trasportati e dispersi da specie animali autoctone, con l’estinzione di quelle specie animali anche la sopravvivenza di quella pianta sarà seriamente compromessa.

A meno che l’uomo non la ritenga utile ai suoi fabbisogni alimentari o di altra natura, ed ecco allora che la mano del “padrone” interviene per salvare la specie dall’estinzione.

È il caso dell’avocado dal grande nocciolo. Si riproduceva grazie ai mega-mammiferi che vivevano un tempo in America. Questi erano in grado di mangiare il frutto intero e di rilasciare il seme pronto per la riproduzione. Con la loro estinzione «l’avocado si trovò, dall’oggi al domani, senza i suoi principali partner e con un seme enorme che non sarebbe stato facile piazzare a clienti di taglia più modesta.» (S. Mancuso, L’incredibile viaggio delle piante, p. 134) Trovò un alleato temporaneo nel giaguaro che gli consentì di sopravvivere, sebbene in un areale molto più ridotto, finché non fu scoperto dall’uomo che lo ritenne utile e prese a coltivarlo.

Salvo poi progettare – ai nostri giorni – di modificarlo per renderlo apirene (senza semi), come già accaduto a banane, uva, pomodori ecc. «Una volta privata delle possibilità di produrre semi una pianta non è più un essere vivente, ma un semplice mezzo di produzione, in mano all’industria alimentare che decide come, quando e dove riprodurla.» (ibidem, p. 136)

Ma la storia del colonialismo e dell’avanzamento metastatico del genere umano offre esempi di danni ben più gravi causati dall’introduzione di specie straniere in ambienti vergini ed incontaminati.

Nel mio recente libro “Il Cancro del Pianeta Consapevole” (Armando Editore, pp. 61 – 62) ho riportato il caso della diffusione dei conigli nel continente australiano. Qui nel 1859 un contadino introdusse alcuni di questi animali come selvaggina. Essendo nuovi di quell’ecosistema, poterono riprodursi in assenza di predatori e lo fecero in quantità spropositata, secondo la loro ben nota predisposizione all’accoppiamento.

In meno di un secolo, nel 1950, avevano raggiunto circa i 500 milioni di esemplari. Per limitarne la crescita si pensò di ricorrere alla “guerra batteriologica” (altri sistemi non avevano dato risultati apprezzabili). Dal Brasile fu introdotto il virus della mixomatosi, una malattia che colpisce i conigli e che si manifesta con lesioni cutanee, edemi, rigonfiamenti agli occhi e alla base delle orecchie, alle narici e agli organi genitali. A causa di tali gonfiori, l’animale non può vedere e nutrirsi e la morte sopraggiunge dopo pochi giorni.

Nonostante questa scelta crudele, che inizialmente comportò un tasso di mortalità di oltre il 99 % «… la guerra batteriologica contro i conigli produsse solo una tregua temporanea: la piccola parte della popolazione che era naturalmente immune alla malattia poté continuare a riprodursi e sette anni dopo il tasso di mortalità era calato a meno del 25 %.» (Clive Ponting, Storia verde del mondo, Torino, S.E.I., p. 191).

Altri squilibri all’habitat che si ripercuotono su flora e fauna sono indotti dalle dissennate campagne di disinfestazione promosse dall’uomo (famoso il grido di allarme lanciato da Rachel Carson in “Primavera Silenziosa”).

Un esempio. Negli anni ’50 del secolo scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità decise di “irrorare” il Borneo con il DDT per sconfiggere la malaria. Effettivamente tale malattia scomparve, ma oltre alla zanzara anofele furono colpiti anche tutti gli altri insetti. La maggioranza scomparve, ma qualcuno uscì indenne. Tra questi una particolare specie di bruco, il “bruco mangia paglia”, che, non trovando più in natura dei competitori o predatori (sterminati dal DDT) si moltiplicò rapidamente e, per cibarsi, iniziò a mangiare i tetti di paglia delle povere case del Borneo.

Poi iniziarono a morire le lucertole che si cibavano degli insetti contaminati, e anche i gatti (o perché si cibavano di lucertole o perché si leccavano il pelo contaminato da DDT). Mancando l’azione di contrasto dei felini, aumentò a dismisura la diffusione dei topi, i quali, in condizioni di sovraffollamento trasmettono pericolose malattie.

Per cercare di frenare tale diffusione nuovi gatti vennero immessi nell’ecosistema con un sistema a dir poco “originale”: furono paracadutati nel corso della cosiddetta operazione “Cat Drop” (la notizia ha dell’inverosimile, circola in rete, ma anche se le modalità per cercare di porre rimedio fossero state altre, rimane comunque la gravità dello squilibrio artificiale compiuto, della ferita inferta a quell’ecosistema).

Pare infine che dopo le campagne di disinfestazione con il DDT le popolazioni del Borneo siano state colpite da epidemie infettive che hanno causato più vittime della malaria. Come noto, poi il DDT fu vietato in quanto riconosciuto cancerogeno.

Un caso di invasione di specie aliena a noi più vicino, che io stesso ho potuto sperimentare dal vivo e che non è affatto superato, è quello delle cimici asiatiche. Alla fine della scorsa estate si sono affacciate alla Liguria in gran quantità e da allora infestano case e campi. I primi esemplari sembra che siano apparsi in Italia nel 2012, e, in mancanza di antagonisti naturali, nel giro di sette anni si sono moltiplicate all’inverosimile. Al culmine dell’invasione alcuni muri esterni della mia casa e di tutte le altre nella mia zona e non solo apparivano ricoperti quasi completamente da questi insetti ed ora temiamo il loro risveglio nella stagione calda.

Sono solo alcuni esempi dei disastri provocati dall’uomo quando si intromette nei delicati congegni che regolano il mondo della natura, importando od esportando piante o animali da un paese all’altro.

Tutti gli squilibri nel “lungo periodo” si ricompongono, grazie agli “anticorpi” che la biosfera mette in campo. Ma noi viviamo nel “breve periodo” e stiamo rovinando i pochi attimi che ci è concesso di vivere su questo pianeta per il folle desiderio di rimodellarlo a nostro piacimento e vantaggio.

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https://ugobardi.blogspot.com/2019/10/la-mescolanza-artificiale-delle-specie.html

Saggi di precursori e contributori del Cancrismo

2020 – Philippe Descola : «Nous sommes devenus des virus pour la planète»

2014 – Daniel Pauly, Homo sapiens: cancro o parassita?

2012 – Dennis Meadows, Non possiamo più fare niente

2012 – Rutilio Sermonti, La Terra? Muore di cancro

2000 – Claude Levi-Strauss, L’uomo, malattia del pianeta Terra

1999 – Daniel R. Wilson, Human Populations as Cancers

1999 – Daniel R. Wilson, Human Populations as Cancers (traduzione)

1996 – A. Kent MacDougall, Umani come il cancro

1992 – Frank Forencich, Homo Carcinomicus: uno sguardo all’oncologia planetaria

1989 – Warren M. Hern, Perché siamo così tanti?

1987 – John Zerzan, Agricoltura

1987 – Jared Diamond, Il peggior errore nella storia della razza umana

1971 – Bruno Sebastiani, Introduzione e Indice di “Contro la Città”

1955 – Gerardo Fraccari, Naturalisti cinesi

1954 – Alan Gregg, Un aspetto medico del problema della popolazione

1933 – Peter Wessel Zapffe, L’Ultimo Messia

1873 – 1881 – Friedrich Nietzsche, citazioni

1864 – 1868 – Fedor M. Dostoevskij, citazioni

1808 – Johann Wolfgang von Goethe, citazioni

1750 – 1754 – Jean Jacques Rousseau, citazioni

1584 – Giordano Bruno, citazioni

Rispondo a Bruno Sebastiani

di Igor Giussani

Bruno Sebastiani non si è limitato a commentare su DFSN e su Facebook la mia presa di posizione critica nei confronti de Il cancro del pianeta, ma mi ha persino dedicato un contributo sul blog di Ugo Bardi Effetto Cassandra, dimostrandosi genuinamente interessato al confronto. Siccome in questa replica esprimo giudizi abbastanza trancianti, desidero nuovamente distinguere le mie opinioni sul cancrismo da quelle riguardanti la persona di Sebastiani. In passato, altre figure dell’ecologismo radicale si sono parecchio risentite per prese di posizione molto più blande, evitando però di rispondere pubblicamente alle mie osservazioni per non darmi ‘visibilità’ e preferendo covare sentimenti rancorosi nell’ombra, comportamento questo sicuramente ‘cancerogeno’ sul piano morale. Pertanto, al di là delle divergenze, rendiamo a Cesare quel che è di Cesare, soprattutto nell’epoca in cui troppo spesso il Web sembra aver segnato l’avvento del solipsismo intellettuale globale.

Riporto per intero il testo di Sebastiani, tra parentesi in corsivo i miei commenti.

Il Caso e la Colpa: una risposta a Igor Giussani (di Bruno Sebastiani)

Igor Giussani il 9 settembre 2019 ha dedicato un lucido e ben argomentato articolo al cancrismo (vedi http://www.decrescita.com/news/cancro-del-pianeta/). A testimonianza del suo interessamento di vecchia data per questa teoria, nel rispondere ad un mio commento ha confessato che era “da un anno o più che quest’articolo bolliva in pentola”.

Ma l’interessamento di Giussani era ambivalente: da un lato respingeva istintivamente la premessa e le conclusioni della teoria, da un altro si sentiva “attanagliato dal dubbio che il rigetto per le tesi de Il cancro del pianeta fosse dettato essenzialmente dall’incapacità di accettarne le conclusioni dure e sconfortanti”.

(Forse urge un chiarimento: è da un paio di anni che ho preso l’abitudine, ogniqualvolta provo una forte avversione verso un concetto, di riflettere per capire se tale sentimento non sia forse dettato dal fatto che si contestano alcune mie convinzione profonde, anziché essere ispirato da motivazioni razionali; tale atteggiamento mi deriva da un utile consiglio di Luca Pardi. Inoltre, sono sempre titubante sull’opportunità di fare ‘fuoco amico’ su esponenti dell’ecologismo radicale, in particolare quando c’è di mezzo gente corretta e disinteressata come Sebastiani. Ho quindi riflettuto a lungo sull’opportunità di farlo, anche perché Bruno meritava una critica attenta e non frutto dell’improvvisazione)

Poi, all’improvviso, il dissolvimento del dubbio. “Ogni timore è stato spazzato via nel momento in cui, ragionando a mente fredda, mi sono accorto della curiosa somiglianza tra la strategia argomentativa di Sebastiani e quella che, sulla carta, dovrebbe rappresentare la sua perfetta nemesi (sic), ossia la mitologia umanista-progressista. A quel punto mi si sono drizzate le antenne perché, se questa è falsa e fuorviante (come abbiamo spesso ripetuto e dimostrato), non può essere riabilitata solo affibbiandole un giudizio opposto, degradandola cioè da ‘buona’ a ‘cattiva’ ma lasciandone inalterati i contenuti fondamentali. Ecco alcune singolari analogie tra i due pensieri: popoli, classi sociali, culture, individui, ecc. spariscono nel calderone dell’etichetta onnicomprensiva ‘umanità’; la narrazione di tale umanità, dall’età della pietra ai giorni nostri, si basa sul presupposto che essa abbia immancabilmente adottato la forma mentis della cultura occidentale-industriale …”

Premesso che non si capisce come una “mitologia” (quella “umanista-progressista”) possa essere riabilitata degradandola da ‘buona’ a ‘cattiva’, il resto del ragionamento di Giussani coglie nel segno: il progressismo ha vinto su tutta la linea e il cancrismo ne prende atto.

(Mi spiego meglio: ne ‘Il cancro del pianeta’ viene accettata la ricostruzione storica del progressismo insieme ad altri suoi importanti capisaldi, come la visione riduzionista/cartesiana; la prima è stata ampiamente sbugiardata dalla seria ricerca storica e antropologica, la seconda è stata progressivamente soppiantata negli ultimi quarant’anni dall’ascesa del pensiero sistemico-complesso, ossia il paradigma culturale che nel XX secolo ha stravolto tanti dogmi consolidati nelle scienze naturali e sociali. Non si può quindi pensare di riabilitare l’impalcatura teorica del progressismo solo capovolgendone il giudizio di valore sull’Uomo e l’Occidente)

L’umanità ha immancabilmente adottato la forma mentis della cultura “occidentale-industriale”: come negarlo? Questo è un punto fondamentale. Certamente nel corso dei secoli vari popoli si sono dimostrati più rispettosi di altri nei confronti della natura, ma questi sono stati sempre sconfitti da noi “occidentali” e brutalmente sottomessi, fino a quando i pronipoti degli sconfitti si sono adeguati anch’essi alla forma mentis della cultura “occidentale – industriale”.

E i popoli che non sono stati sottomessi con la forza si sono adeguati spontaneamente al “nuovo ordine mondiale” rinnegando poco alla volta usi e costumi che avevano ereditato da antiche tradizioni. La Cina moderna mi pare l’esempio più calzante al riguardo, ma il continente asiatico offre molte altre palesi dimostrazioni. E che dire dello sgretolamento del muro di Berlino e del dissolvimento dell’impero sovietico in assenza (fortunatamente) di un conflitto bellico planetario?

(Nessuno mette in dubbio la diffusione capillare del progressismo e di tutto ciò che ne consegue, in particolare la pervasività della cultura edonistica e consumista; semmai, si obietta sul fatto che saremmo arrivati alla ‘fine della storia’ e si dubita di ipotesi traballanti basate sulla genetica, privilegiando invece le analisi delle reti sociali e di comunicazione al fine di comprenderne l’importanza nel creare sistemi di valori e credenze collettive. Ed esse non prefigurano gli scenari ineluttabili né delle delle meravigliose sorti progressive né del cancrismo)

Pensare che il corso della storia possa mutare seguendo l’esempio di qualche sparuta e sperduta popolazione (gli abitanti di Tikopia?) che si è ostinata a rifiutare i vantaggi materiali procurati dal progresso o “cercando di esaltare la fecondità naturale” è una pia illusione.

Nel mio blog https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/, passato attentamente in rassegna da Igor Giussani, vi sono due sezioni che tendono ad avvalorare l’ineluttabilità del cammino intrapreso dall’uomo. La prima ha per titolo “Le Grandi Metastasi”, la seconda “Il Villaggio Globale”.

Rimando i lettori a quelle sezioni per prendere atto di come, dalle strade consolari dell’antica Roma alle grandi esplorazioni geografiche e soprattutto al vergognoso capitolo del colonialismo, nel corso degli ultimi duemila anni il modello “occidentale” si sia diffuso in ogni angolo del pianeta, al punto da tendere ad uniformare il contesto urbano (dove vive oramai la maggioranza della popolazione mondiale). Stiamo andando anche verso l’omologazione linguistica, del modo di vestire, di parlare, di mangiare ecc. Su questo tema si veda il mio articolo su Effetto Cassandra https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/11/10/la-de-differenziazione-ovvero-lomologazione-globale-delle-cellule/.

Dei sette grattacieli più alti al mondo (compresa la erigenda Jeddah Tower, destinata a superare il chilometro di altezza) tre sono in Cina, due in Arabia Saudita, uno a Dubai ed uno a Taiwan (vedasi la sezione “Torri di Babele” di https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/). Il mio interesse per questi edifici nasce dal fatto che li ritengo la punta dell’iceberg della malattia che sta ricoprendo con asfalto e cemento il bel manto verde che una volta rivestiva il pianeta.

(Sarebbe ovviamente stupido negare la realtà della globalizzazione e tutti gli aspetti deteriori che ne derivano; tuttavia, è altrettanto poco sensato riproporre nel 2019 discorsi da fine anni Novanta-primi anni Duemila, quando la ‘fine della storia’ di Frances Fukuyama e il ‘mondo piatto’ di Thomas Friedman sembravano fatti incontestabili. La grande crisi mondiale del 2008, il discredito in cui sono cadute le istituzioni sovranazionali, la Brexit, l’ascesa dei populismi-sovranismi e delle pulsioni identitarie, la presidenza di Trump inneggiante al nazionalismo e al protezionismo economico… indicano crepe importanti nell’impalcatura della globalizzazione a tutti i livelli – economico, culturale e politico – che non si possono ignorare)

Il riconoscimento da parte del cancrismo di questa realtà così evidente ed incontrovertibile fa sorgere in Giussani “il sospetto che l’umanità-cancro possa servire da pretesto per qualche autoritarismo sedicente ecologico, che adduca la scusa di salvare il pianeta dalle ‘metastasi’”.

E qui si apre il capitolo del difficile futuro che ci aspetta. Come ho già precisato in altra sede, l’insieme di queste spinte “progressiste” prefigura la nascita dell’Impero del Cancro del Pianeta, argomento al quale ho dedicato un libro di imminente pubblicazione. E Giussani nel suo articolo riporta la mia frase in cui preciso che l’argomento principale sarà “la complessità dell’organizzazione sociale che abbiamo creato e l’ineluttabilità del suo continuo progresso sino alla crisi finale”.

Che il cammino dell’umanità vada in questa direzione è sotto gli occhi di tutti. Tra le “cellule – uomo” e le “cellule – macchine” si sta creando una rete sinaptica mondiale la cui gestione richiederà un controllo sempre più pressante e centralizzato.

(Nell’ultimo capoverso sembra quasi di leggere un ipersviluppista in stile Raymond Kurzweil, fatto abbastanza sorprendente dal momento che l’articolo è ospitato da Effetto Cassandra, sito Web interessato ad argomenti quali il picco del petrolio e i limiti dello sviluppo. Non a caso, in un articolo precedentemente pubblicato sul medesimo blog, Antonio Turiel segnala che il non lontano collasso petrolifero comporterà anche degli aspetti positivi, ad esempio l’impossibilità che si avverino le distopie del Grande Fratello o del transumanesimo, tutto ciò ben prima dell’insorgere di catastrofi ambientali potenzialmente in grado di spazzare via la civiltà umana)

Se ne è accorto anche il regnante pontefice che nella sua Lettera enciclica “Laudato sì” ha precisato come sia “indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate … dotate del potere di sanzionare”. Non solo: “… per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale” (par. 175).

Ma un conto è prendere atto della realtà e della direzione di marcia del futuro, un altro conto è auspicarla ed approvarla. Papa Francesco forse auspica ed approva. Io, molto più modestamente, ritengo inevitabile l’accentramento dei poteri, ma condanno radicalmente la direzione di marcia del progresso tecno-scientifico che ci ha condotto in questo vicolo cieco. Credo che nessuna “condanna” possa essere più assoluta di quella contenuta nella dottrina cancrista: tu, uomo, ti sei trasformato in cellula maligna e stai proliferando in modo indiscriminato nel corpo dell’organismo che ti ospita, distruggendo tutte le cellule sane che incontri sul tuo cammino. Più espliciti di così!

(Non ho mai pensato che Sebastiani coltivi disegni autoritari – non credo sia il caso neppure di Papa Francesco – a maggior ragione lo invito quindi a rimuovere Innocenzo III dal pantheon cancrista degli ‘uomini contro’, perché tutta la questione era nata lì, dal fatto che fosse stata esaltata una figura rivelatasi in realtà un gigantesco ‘tumore’, e ciò solo per aver proferito qualche sproloquio contro la ragione umana funzionale alla legittimazione della teocrazia pontificia)

Sennonchè Giussani, che ben conosce i danni da noi causati alla biosfera, non ritiene che sia giusto accusare di questi delitti l’intera umanità, perché “l’etichetta ‘uomo’ raggruppa indistintamente gli industriali che causano tale scempio, i politici che lo avallano, i comitati cittadini che lo combattono, le tante persone che usufruiscono di derivati del petrolio per lo più obbligate dalle circostanze e le altrettanto o più numerose che ne fanno scarsissimo uso: tutti bollati quali cellule maligne, malgrado i diversi gradi di responsabilità compromissione e nonostante gli individui maggiormente collusi siano poche decine. … La devastazione è logica conseguenza della ragione umana-cancro? Allora siamo tutti colpevoli, ma, si sa, tutti colpevoli = nessun colpevole.”

Effettivamente i concetti di colpa e di condanna ci riportano a quelle categorie morali secondo le quali si è andata strutturando la nostra ragione man mano che il numero dei neuroni e delle connessioni sinaptiche andavano crescendo. Ed anch’io mi ritrovo ad usarle, contro il mio stesso intendimento. Proviamo a ragionare in altri termini.

(Derubricare colpa e condanna a ‘categorie del cervello-cancro’ per ignorarle mi sembra onestamente un basso espediente. Per coerenza con il cancrismo allora bisognerebbe rifiutare anche tutto ciò che è legato alla capacità di astrarre e al pensiero complesso, fino a rinnegare il linguaggio stesso, essendo tutti prodotti dello sviluppo cerebrale ‘eccessivo’. Basandoci sulla cosiddetta ‘teoria dei tre cervelli‘, la nostra esistenza dovrebbe pertanto essere dettata solo da cervello rettiliano e sistema limbico, quindi da istintività ed emozioni)

L’evoluzione del nostro cervello, che io ho definito “abnorme” e che ci ha consentito di rompere l’equilibrio della natura, è conseguente a modifiche genetiche intervenute nella notte dei tempi all’interno della scatola cranica di alcune scimmie antropomorfe.

(Sebastiani sta tentando di rivitalizzare la tradizionale distinzione mente/natura nella versione cancrista, ma difficilmente tale dicotomia può sopravvivere ai numerosi colpi inferti dalle ricerche più recenti sulla cognizione, che hanno individuato nella mente non una ‘cosa’ astratta bensì un processo di interazione tra cervello e ambiente. Le opere di Fritjof Capra offrono un buon compendio dei nuovi sviluppi; qui mi limito a riportare un estratto significativo di ‘Philosophy in the Flesh: The Embodied Mind and its Challenge to Western Thought’, scritto dai linguisti cognitivi George Lakoff e Mark Johnson: “La ragione, anche nelle sue forme più astratte, si serve della nostra natura animale piuttosto che trascenderla. In questo senso, lungi dall’essere un’essenza che ci separa dagli altri animali, la ragione, al contrario, ci pone in un rapporto di continuità rispetto ad essi”. In sostanza, l’intelligenza umana non costituirebbe un’eccezione alla regola, bensì sarebbe inserita all’interno di un continuum nel quale le differenze tra specie sono graduali ed emergono nell’evoluzione).

Tra i tanti studi in materia si veda anche quello della italiana Marta Florio (e altri) che ho riportato nel blog de Il Cancro del Pianeta (https://theplanetscancer.com/wp-content/uploads/2025/09/cb76c-human-specific-gene-arhgap11b.pdf).

Non è corretto quindi parlare di colpa.

È stato il caso a dar vita alla neo-corteccia e a tutto ciò che ne consegue.

(Molta dell’attuale scienza della cognizione ritiene invece che il caso sia stato molto ‘aiutato’; sempre citando Lakoff e Johnson: “Sono stati gli stessi meccanismi neurali e cognitivi che ci consentono di percepire e di muoverci a creare anche le nostre strutture concettuali e i nostri modi di ragionare”) 

Per usare la metafora di un autore che mi è caro (Arthur Koestler), abbiamo ricevuto “the unsolicited gift”, il regalo non richiesto.

E, una volta ricevutolo, non potevamo restituirlo al mittente: aveva modificato per sempre la struttura del nostro cervello. Abbinato al preesistente istinto di sopravvivenza della specie, non poteva che mettere in moto la macchina della cosiddetta “civiltà” e del cosiddetto “progresso”.

(L’autorevolezza del cancrismo si fonda su tante conclusioni forzate come quella appena esposta, dove Sebastiani preferisce ancora una spiegazione ispirata al riduzionismo meccanicistico/cartesiano – il determinismo genetico – invece delle nuove acquisizioni dovute agli studi dei sistemi complessi, che da una parte hanno evidenziato l’importanza degli aspetti epigenetici e dall’altra hanno ridefinito la selezione naturale non come fenomeno operante su singoli geni, ma sugli schemi di auto-organizzazione degli individui. La visione sistemica si accorda con il comportamento storico mostrato dalla specie umana decisamente meglio del cancrismo, su cui grava l’onere di chiarire perché il gene ARHGAP11B abbia funzionato ‘a corrente alternata’, sfociando spesso e volentieri in esiti diversi dal progressismo. Esso era presente infatti anche nel DNA delle popolazioni che si sono mantenute a un livello da età della pietra fino ai giorni nostri o nelle società orientali – come quella cinese – che nel medioevo erano più avanzate di quelle europee ma poi hanno interrotto il loro avanzamento tecnologico, quindi non si capisce perché additarlo a ‘gene del progressismo’. E’ bene precisare che i popoli non occidentali non hanno utilizzato la neocorteccia ‘a basso regime’, semplicemente ne hanno rivolto l’uso a scopi differenti dallo sviluppo tecnico-scientifico, per cui anch’essa non può essere additata a ‘organo del progresso’.

Sulle ragioni per cui la cultura occidentale è riuscita a diventare egemone, rimando a un libro come ‘Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni’ di Jared Diamond, che riporta spiegazioni più plausibili di quelle cancriste; per quanto attiene alle modalità per modificare un paradigma culturale, consiglio senza dubbio il meraviglioso contributo di Donella Meadows ‘Punti di leva: dove intervenire in un sistema‘,  da cui si comprende che la difficoltà oggigiorno di cambiare significativamente la nostra società è dovuta non a tare genetiche, bensì al fatto che si privilegiano le strategie meno efficaci per modificare un sistema, come puntare principalmente su tasse e sussidi)

È stato un caso, non una colpa.

Il libero arbitrio non esiste. È un’invenzione dialettica per far credere ai nostri simili che avremmo potuto restare buoni, saggi e in armonia con la natura se solo lo avessimo voluto, e che potremo farlo in futuro se lo vorremo.

(Una tattica del cancrismo contro i concetti scomodi è quella di ricavare in modo apodittico verità assolute intorno a problematiche sulle quali in realtà il dibattito è più che mai aperto. A oggi la scienza non può essere certa dell’esistenza del libero arbitrio né negarla a priori; alcuni degli sviluppi più recenti, come le riflessioni di Roger Penrose basate sulla meccanica quantistica o la nozione di ‘proprietà emergente’, propugnata dal premio Nobel Gerald Edelman e da John Searle nell’ambito dello studio dei sistemi complessi, si esprimono in favore della libertà)

I tentativi di innestare la retromarcia ai quali assisteremo prossimamente non saranno conseguenti a ravvedimenti virtuosi indotti dal libero arbitrio: saranno semplicemente azioni estreme atte a ritardare la catastrofe. Se fosse per la mente dell’uomo resteremmo per sempre sul trono di re del mondo a goderci i nostri privilegi ai danni di tutti gli altri esseri viventi. Ma la natura sta per presentarci il conto e non riusciremo nel poco tempo che ci resta a disposizione a ricostituire un equilibrio che ha richiesto milioni di anni per formarsi.

Il che non significa che i tentativi di innestare la retromarcia non vadano fatti e che non si debba cercare di ritardare il più possibile la catastrofe.

Significa che per farlo nel modo più efficace è bene guardare in faccia la realtà senza cercare alibi morali o scappatoie ideologiche: lo scempio non è stato causato da poche decine di industriali o di politici corrotti, né dagli scienziati e dai tecnici che lo hanno reso possibile, né dai militari o dai poliziotti che lo hanno difeso ed imposto.

(Però un centinaio di aziende dal 1988 a oggi ha prodotto il 71% delle emissioni climalteranti, giusto per dirne una…)

La causa risiede nella nostra testa.

(Sarà, ma ho l’impressione che la testa di qualcuno abbia più voce in capitolo…)

Come ho scritto in un recente post (in attesa di pubblicazione su Effetto Cassandra) è l’uomo il vero responsabile dello scempio (la “sesta estinzione di massa”), non Trump o Bolsonaro o qualche altro capo di stato privo di scrupoli.

Certo, esistono cellule maligne più aggressive ed altre meno. Come accostare un San Francesco a un Henry Ford o a un Elon Musk? Ma teniamo conto che i seguaci di San Francesco, quelli che si ispiravano alla sua predicazione di povertà e di amore per la natura, si sono gradualmente trasformati in frati missionari e sono andati in giro per il mondo a portare il pensiero occidentale (la cosiddetta “civiltà”) a milioni di poveri indigeni inconsapevoli, sino a trasformarli in altrettante cellule maligne che ora concorrono a devastare il pianeta in modo assai più violento di quanto non facevano i loro progenitori prima dell’incontro con i missionari.

(Ricapitolando: tutti gli esseri umani nascono con il gene-cancro progressista nel DNA, in alcuni si sviluppa più che in altri, in altri ancora i suoi effetti non si manifestano per nulla ma, una volta a contatto con ‘metastasi conclamate’, si viene inesorabilmente contagiati per l’eternità. Per quanto si tratti di una ricostruzione piuttosto contorta e macchinosa, non è di fatto confutabile, per la semplice ragione che fa riferimento a processi della psiche umana sui quali sappiamo poco o nulla di certo e perché, banalmente, non possiamo prevedere il futuro per sapere se esisterà una civiltà umana non-progressista. In questo clima di incertezza, però, dopo la lettura de ‘Il cancro del pianeta’ consiglio vivamente di interessarsi a tutte quelle branche afferenti a filosofia, psicologia, antropologia e sociologia che hanno abbracciato più o meno esplicitamente l’approccio sistemico-complesso, per scoprire che cosa hanno da dirci sui meccanismi di condizionamento psicologico e sociale. Forse neppure a quel punto si disporrà di ‘prove’ definitive in un senso o nell’altro, tuttavia sarà possibile quantomeno servirsi di quella preziosissima risorsa intellettuale chiamata ‘rasoio di Occam‘; sarà anch’esso frutto dell’intelligenza-cancro, ma può rivelarsi davvero utile quando siamo alle prese con una ridda di ipotesi non verificabili sperimentalmente)

Caro Igor, il tuo il rigetto per le tesi de Il cancro del pianeta è dettato dal non voler accettare conclusioni tanto dure e sconfortanti! La teoria è davvero spaventosa. Ma, una volta condivisa, non ci si deve lasciar prendere dallo sconforto. Si deve utilizzarla come un grimaldello per scardinare il convincimento che la nostra superiorità intellettuale ci dia diritto a esercitare un brutale predominio su tutti gli altri esseri viventi ed anche sulla stessa struttura fisica del pianeta sul quale ci siamo trovati a nascere.

(Caro Bruno, fermo restando il fatto che, se il cancrismo esorta ad adottare comportamenti ecologicamente virtuosi,  è comunque benvenuto al di là delle mie personalissime disapprovazioni, permettimi tre considerazioni finali:

  • è un po’ troppo comodo avere la replica pronta a chi dissente da te accusandolo fondamentalmente di vigliaccheria. La tua costruzione intellettuale, il cancrismo, è una sorta di credo argomentato, apparentemente inattaccabile solo perché hai preso posizione su alcune questioni controverse – progressismo come conseguenza inevitabile dell’evoluzione cerebrale, negazione libero arbitrio, ecc. – elevando il tuo giudizio a verità assiomatica; alla stessa maniera, hai ripescato concetti da arsenali teorici oramai logori, quando non proprio screditati – vedi il determinismo genetico o la dicotomia mente/natura – presentandoli come dati di fatto ampiamente dimostrati. Così come ho contestato i medesimi strumenti intellettuali quando sono stati impiegati per legittimare il progressismo sviluppista, analogamente mi comporto con te nel momento in cui li riabiliti per teorizzare il cancrismo: ciò che ti pare ‘rifiuto dell’arido vero’ per me è semplicemente una manifestazione di coerenza. Fai quindi molta attenzione perché, se la tua teoria suona tanto ‘perfetta’, ciò si deve alla sua sostanziale autoreferenzialità, che la rende tanto suggestiva sul piano dialettico quanto debole su quello scientifico;
  • il cancrismo è terribilmente antropocentrico, ed è inevitabile che lo sia, fondandosi sulla distinzione mente/natura e il riduzionismo meccanicista del progressismo cartesiano, con la sola differenza dell’essere umano che da creatura superiore si ritrova degradato a tumore letale del pianeta, da ‘eroe’ ad ‘antieroe’, ma sempre attore protagonista;
  • volendo malignare, il cancrismo rappresenta per gli ecologisti la giustificazione perfetta per i loro insuccessi, stuzzicando anche una certa vena narcisistica, in quanto è possibile considerare se stessi dei ‘tumori autocritici’, capaci di dominare una componente atavica dell’animo umano; sinceramente, penso si tratti della principale ragione per cui ‘Il cancro del pianeta’ seduce molti ambientalisti.

In base a tutto ciò, sii molto cauto quando definisci il cancrismo, come hai fatto ad esempio commentando qui su DFSN, ‘la teoria più radicale partorita da mente umana’; non solo perché alcune frange dell’ecologia profonda avevano già in passato sostenuto posizioni ancora più misantrope della tua, ma soprattutto perché radicalità, anticonformismo e capacità di creare scandalo non sono di per sé garanzie di veridicità. Solo rigore e onestà intellettuale possono permetterci un’analisi efficace della realtà: e se sulla tua correttezza metterei più volte la mano sul fuoco, qualora l’oggetto del contendere fosse il tuo rigore metodologico… beh, scusa la franchezza, ma in quel caso mi allontanerei a gambe levate dal braciere).

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http://www.decrescita.com/news/rispondo-a-bruno-sebastiani/

Il caso e la colpa

di Bruno Sebastiani

Igor Giussani il 9 settembre 2019 ha dedicato un lucido e ben argomentato articolo al cancrismo (vedi http://www.decrescita.com/news/cancro-del-pianeta/).

A testimonianza del suo interessamento di vecchia data per questa teoria, nel rispondere ad un mio commento ha confessato che era “da un anno o più che quest’articolo bolliva in pentola”.

Ma l’interessamento di Giussani era ambivalente: da un lato respingeva istintivamente la premessa e le conclusioni della teoria, da un altro si sentiva “attanagliato dal dubbio che il rigetto per le tesi de Il cancro del pianeta fosse dettato essenzialmente dall’incapacità di accettarne le conclusioni dure e sconfortanti”.

Poi, all’improvviso, il dissolvimento del dubbio. “Ogni timore è stato spazzato via nel momento in cui, ragionando a mente fredda, mi sono accorto della curiosa somiglianza tra la strategia argomentativa di Sebastiani e quella che, sulla carta, dovrebbe rappresentare la sua perfetta nemesi (sic), ossia la mitologia umanista-progressista. A quel punto mi si sono drizzate le antenne perché, se questa è falsa e fuorviante (come abbiamo spesso ripetuto e dimostrato), non può essere riabilitata solo affibbiandole un giudizio opposto, degradandola cioè da ‘buona’ a ‘cattiva’ ma lasciandone inalterati i contenuti fondamentali. Ecco alcune singolari analogie tra i due pensieri: popoli, classi sociali, culture, individui, ecc. spariscono nel calderone dell’etichetta onnicomprensiva ‘umanità’; la narrazione di tale umanità, dall’età della pietra ai giorni nostri, si basa sul presupposto che essa abbia immancabilmente adottato la forma mentis della cultura occidentale-industriale …

Premesso che non si capisce come una “mitologia” (quella “umanista-progressista”) possa essere riabilitata degradandola da ‘buona’ a ‘cattiva’, il resto del ragionamento di Giussani coglie nel segno: il progressismo ha vinto su tutta la linea e il cancrismo ne prende atto.

L’umanità ha immancabilmente adottato la forma mentis della cultura “occidentale-industriale”: come negarlo? Questo è un punto fondamentale. Certamente nel corso dei secoli vari popoli si sono dimostrati più rispettosi di altri nei confronti della natura, ma questi sono stati sempre sconfitti da noi “occidentali” e brutalmente sottomessi, fino a quando i pronipoti degli sconfitti si sono adeguati anch’essi alla forma mentis della cultura “occidentale – industriale”.

E i popoli che non sono stati sottomessi con la forza si sono adeguati spontaneamente al “nuovo ordine mondiale” rinnegando poco alla volta usi e costumi che avevano ereditato da antiche tradizioni. La Cina moderna mi pare l’esempio più calzante al riguardo, ma il continente asiatico offre molte altre palesi dimostrazioni. E che dire dello sgretolamento del muro di Berlino e del dissolvimento dell’impero sovietico in assenza (fortunatamente) di un conflitto bellico planetario?

Pensare che il corso della storia possa mutare seguendo l’esempio di qualche sparuta e sperduta popolazione (gli abitanti di Tikopia?) che si è ostinata a rifiutare i vantaggi materiali procurati dal progresso o “cercando di esaltare la fecondità naturale” è una pia illusione.

Nel mio blog https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/, passato attentamente in rassegna da Igor Giussani, vi sono due sezioni che tendono ad avvalorare l’ineluttabilità del cammino intrapreso dall’uomo. La prima ha per titolo “Le Grandi Metastasi”, la seconda “Il Villaggio Globale”.

Rimando i lettori a quelle sezioni per prendere atto di come, dalle strade consolari dell’antica Roma alle grandi esplorazioni geografiche e soprattutto al vergognoso capitolo del colonialismo, nel corso degli ultimi duemila anni il modello “occidentale” si sia diffuso in ogni angolo del pianeta, al punto da tendere ad uniformare il contesto urbano (dove vive oramai la maggioranza della popolazione mondiale).

Stiamo andando anche verso l’omologazione linguistica, del modo di vestire, di parlare, di mangiare ecc. Su questo tema si veda il mio articolo su Effetto Cassandra https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/2018/11/10/la-de-differenziazione-ovvero-lomologazione-globale-delle-cellule/.

Dei sette grattacieli più alti al mondo (compresa la erigenda Jeddah Tower, destinata a superare il chilometro di altezza) tre sono in Cina, due in Arabia Saudita, uno a Dubai ed uno a Taiwan (vedasi la sezione “Torri di Babele” di https://ilcancrodelpianeta.wordpress.com/). Il mio interesse per questi edifici nasce dal fatto che li ritengo la punta dell’iceberg della malattia che sta ricoprendo con asfalto e cemento il bel manto verde che una volta rivestiva il pianeta.

Il riconoscimento da parte del cancrismo di questa realtà così evidente ed incontrovertibile fa sorgere in Giussani “il sospetto che l’umanità-cancro possa servire da pretesto per qualche autoritarismo sedicente ecologico, che adduca la scusa di salvare il pianeta dalle ‘metastasi’”.

E qui si apre il capitolo del difficile futuro che ci aspetta. Come ho già precisato in altra sede, l’insieme di queste spinte “progressiste” prefigura la nascita dell’Impero del Cancro del Pianeta, argomento al quale ho dedicato un libro di imminente pubblicazione. E Giussani nel suo articolo riporta la mia frase in cui preciso che l’argomento principale sarà “la complessità dell’organizzazione sociale che abbiamo creato e l’ineluttabilità del suo continuo progresso sino alla crisi finale”.

Che il cammino dell’umanità vada in questa direzione è sotto gli occhi di tutti. Tra le “cellule – uomo” e le “cellule – macchine” si sta creando una rete sinaptica mondiale la cui gestione richiederà un controllo sempre più pressante e centralizzato.

Se ne è accorto anche il regnante pontefice che nella sua Lettera enciclica “Laudato sì” ha precisato come sia “indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate … dotate del potere di sanzionare”. Non solo: “… per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale” (par. 175).

Ma un conto è prendere atto della realtà e della direzione di marcia del futuro, un altro conto è auspicarla ed approvarla. Papa Francesco forse auspica ed approva. Io, molto più modestamente, ritengo inevitabile l’accentramento dei poteri, ma condanno radicalmente la direzione di marcia del progresso tecno-scientifico che ci ha condotto in questo vicolo cieco. Credo che nessuna “condanna” possa essere più assoluta di quella contenuta nella dottrina cancrista: tu, uomo, ti sei trasformato in cellula maligna e stai proliferando in modo indiscriminato nel corpo dell’organismo che ti ospita, distruggendo tutte le cellule sane che incontri sul tuo cammino. Più espliciti di così!

Sennonchè Giussani, che ben conosce i danni da noi causati alla biosfera, non ritiene che sia giusto accusare di questi delitti l’intera umanità, perché “l’etichetta ‘uomo’ raggruppa indistintamente gli industriali che causano tale scempio, i politici che lo avallano, i comitati cittadini che lo combattono, le tante persone che usufruiscono di derivati del petrolio per lo più obbligate dalle circostanze e le altrettanto o più numerose che ne fanno scarsissimo uso: tutti bollati quali cellule maligne, malgrado i diversi gradi di responsabilità compromissione e nonostante gli individui maggiormente collusi siano poche decine. … La devastazione è logica conseguenza della ragione umana-cancro? Allora siamo tutti colpevoli, ma, si sa, tutti colpevoli = nessun colpevole.”

Effettivamente i concetti di colpa e di condanna ci riportano a quelle categorie morali secondo le quali si è andata strutturando la nostra ragione man mano che il numero dei neuroni e delle connessioni sinaptiche andavano crescendo. Ed anch’io mi ritrovo ad usarle, contro il mio stesso intendimento.

Proviamo a ragionare in altri termini.

L’evoluzione del nostro cervello, che io ho definito “abnorme” e che ci ha consentito di rompere l’equilibrio della natura, è conseguente a modifiche genetiche intervenute nella notte dei tempi all’interno della scatola cranica di alcune scimmie antropomorfe.

Tra i tanti studi in materia si veda anche quello della italiana Marta Florio (e altri) che ho riportato nel blog de Il Cancro del Pianeta (https://theplanetscancer.com/wp-content/uploads/2025/09/cb76c-human-specific-gene-arhgap11b.pdf).

Non è corretto quindi parlare di colpa.

È stato il caso a dar vita alla neo-corteccia e a tutto ciò che ne consegue.

Per usare la metafora di un autore che mi è caro (Arthur Koestler), abbiamo ricevuto “the unsolicited gift”, il regalo non richiesto.

E, una volta ricevutolo, non potevamo restituirlo al mittente: aveva modificato per sempre la struttura del nostro cervello. Abbinato al preesistente istinto di sopravvivenza della specie, non poteva che mettere in moto la macchina della cosiddetta “civiltà” e del cosiddetto “progresso”.

È stato un caso, non una colpa.

Il libero arbitrio non esiste. È un’invenzione dialettica per far credere ai nostri simili che avremmo potuto restare buoni, saggi e in armonia con la natura se solo lo avessimo voluto, e che potremo farlo in futuro se lo vorremo.

I tentativi di innestare la retromarcia ai quali assisteremo prossimamente non saranno conseguenti a ravvedimenti virtuosi indotti dal libero arbitrio: saranno semplicemente azioni estreme atte a ritardare la catastrofe. Se fosse per la mente dell’uomo resteremmo per sempre sul trono di re del mondo a goderci i nostri privilegi ai danni di tutti gli altri esseri viventi. Ma la natura sta per presentarci il conto e non riusciremo nel poco tempo che ci resta a disposizione a ricostituire un equilibrio che ha richiesto milioni di anni per formarsi.

Il che non significa che i tentativi di innestare la retromarcia non vadano fatti e che non si debba cercare di ritardare il più possibile la catastrofe.

Significa che per farlo nel modo più efficace è bene guardare in faccia la realtà senza cercare alibi morali o scappatoie ideologiche: lo scempio non è stato causato da poche decine di industriali o di politici corrotti, né dagli scienziati e dai tecnici che lo hanno reso possibile, né dai militari o dai poliziotti che lo hanno difeso ed imposto.

La causa risiede nella nostra testa.

Come ho scritto in un recente post (in attesa di pubblicazione su Effetto Cassandra) è l’uomo il vero responsabile dello scempio (la “sesta estinzione di massa”), non Trump o Bolsonaro o qualche altro capo di stato privo di scrupoli.

Certo, esistono cellule maligne più aggressive ed altre meno. Come accostare un San Francesco a un Henry Ford o a un Elon Musk? Ma teniamo conto che i seguaci di San Francesco, quelli che si ispiravano alla sua predicazione di povertà e di amore per la natura, si sono gradualmente trasformati in frati missionari e sono andati in giro per il mondo a portare il pensiero occidentale (la cosiddetta “civiltà”) a milioni di poveri indigeni inconsapevoli, sino a trasformarli in altrettante cellule maligne che ora concorrono a devastare il pianeta in modo assai più violento di quanto non facevano i loro progenitori prima dell’incontro con i missionari.

Caro Igor, il tuo il rigetto per le tesi de Il cancro del pianeta è dettato dal non voler accettare conclusioni tanto dure e sconfortanti! La teoria è davvero spaventosa. Ma, una volta condivisa, non ci si deve lasciar prendere dallo sconforto. Si deve utilizzarla come un grimaldello per scardinare il convincimento che la nostra superiorità intellettuale ci dia diritto a esercitare un brutale predominio su tutti gli altri esseri viventi ed anche sulla stessa struttura fisica del pianeta sul quale ci siamo trovati a nascere.

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https://ugobardi.blogspot.com/2019/09/il-caso-e-la-colpa-una-risposta-igor.html

Le osservazioni di Igor Giussani, i commenti e le risposte

Il 9 settembre 2019 Igor Giussani pubblica su Decrescita Felice Social Network il seguente articolo:

Cancro del Pianeta?

Il giorno stesso pubblico questo commento:

“Grazie Igor per questo bell’articolo che hai voluto dedicarmi. Grazie per il riconoscimento della mia onestà intellettuale. Capisco le perplessità. La teoria da me enunciata credo che sia la più radicale sin qui partorita da mente umana. Ma l’avvicinarsi della fine dei tempi richiede prese di posizioni nette. Temo che le adesioni al cancrismo cresceranno man mano che la situazione peggiorerà. Il che non significa che non si debba fare tutto il possibile per alleviare le sofferenze della biosfera, iniziando a decrescere nei consumi, negli stili di vita, nella produzione dei beni ecc. ecc. Spero un giorno di poterti ospitare nel mio B&B in modo da poterci confrontare di persona. Un caro saluto Bruno Sebastiani”

Igor risponde così:

“Ciao Bruno, è da un anno o più che quest’articolo bolliva in pentola, ho sempre titubato perché non mi piace fare ‘fuoco amico’ e perché appunto c’era di mezzo una persona come te che non ha secondi fini o ambizioni particolari (ero anche abbastanza sicuro che non avresti urlato alla lesa maestà, a differenza da altra gente). Invecchiando sono diventato molto pragmatico, per cui se il cancrismo spinge la gente al virtuosismo ecologico, va più che bene così; ho semmai paura che, slegato dalla tua persona, esso possa ispirare pensieri poco edificanti (ti basta guardare alcuni commenti ad articoli che hai pubblicato su Effetto Cassandra). Non sto a ripetere quanto ho già scritto nel pezzo, chiudo solo con un avvertimento: la radicalità di un concetto non è di per sé garanzia della sua bontà e correttezza (e ti sta parlando una persone che come importanti influenze personali ha riferimenti radicali quale decrescita e punk). Nell’era del pensiero unico e del politicamente corretto, si tende spesso a sopravvalutare il valore di qualcosa solo perché eccentrico ed eterodosso, oppure si pensa che la veridicità si misuri in base al consenso ricevuto (anche io penso che gli adepti del cancrismo aumenteranno). Nel campo della scienza – e la tua trattazione vi rientra – il criterio fondamentale è il rigore, non il radicalismo. Il fatto stesso che tu abbia creato un capolavoro dialettico praticamente impermeabile a ogni critica, dove basta mettere in dubbio la capacità di chi è dubbioso di accettare l’arido vero, è la prova che, scientificamente parlando, qualcosa non quadra.”

Il 20 settembre 2019 pubblico su Effetto Cassandra una risposta più meditata ed articolata, dal titolo:

Il caso e la colpa

A questo mio contributo Igor replica l’1 ottobre 2019, sempre su Decrescita Felice Social Network con un nuovo articolo, in cui riporta il mio intero scritto con interpolate le sue osservazioni:

Rispondo a Bruno Sebastiani

Nello stesso giorno inserisco questo mio commento:

“Igor, grazie di tutta questa pubblicità, mi auguro che induca qualcuno ad approfondire la mia teoria per poi avere nuovi riscontri sulla sua validità o meno. Ti assicuro che non replicherò pubblicamente a questo tuo post su altri blog, per non annoiare ulteriormente i nostri lettori. Penso piuttosto – se non hai nulla in contrario – di copiare nel mio blog questi tre interventi (due tuoi ed uno mio) a futura memoria. Quello che ho ricavato da questa “querelle” intellettuale è la netta sensazione della mia ignoranza. Non vengo dal mondo accademico né da quello scientifico né da quello intellettuale. Ho lavorato per quasi quarant’anni in banca (ma non facevo il bancario) e non ho avuto il tempo di divorare le centinaia di libri che avrei voluto leggere. Ora che sono in pensione cerco di recuperare il tempo perduto e le mie letture spaziano da Koestler a Diamond, da Darwin a Lorenz, da Leakey a Naess ecc. ecc., ma evidentemente mi sono sfuggiti, come tu mi fai notare, tanti altri contributi importanti in materia. Consapevole di questa mia “ignoranza” ho cercato di andare al cuore del problema, scarnificando i concetti da ogni incrostazione culturale che tende a renderli poco comprensibili. Troppo spesso il rinvio al pensiero di altri autori offusca anziché chiarire il significato di ciò che vogliamo esprimere. Il mio sogno sarebbe stato quello di delineare il cancrismo senza far riferimento ad alcuna citazione altrui. Non ci sono riuscito ed anch’io sono caduto nella trappola delle “note a piè di pagina”. Ma, tutto sommato, credo di aver elaborato una teoria ben comprensibile pur in assenza di troppi rimandi culturali. Molti lettori confermano di aver trovato nelle pagine dei miei libri l’esposizione razionale di un’idea da loro sempre intuita. E questa per me è la soddisfazione che mi ripaga dei miei sforzi “letterari”. Con stima, Bruno Sebastiani”

Il “carteggio” si conclude con un video di Igor Giussani

Cancro del pianeta?

di Igor Giussani

Il cancro del pianeta, libro scritto da Bruno Sebastiani e pubblicato nel 2016 da Armando Editore, è uno dei contributi più significativi sfornati negli ultimi anni nel panorama dell’ecologismo italiano, assurto a una discreta notorietà grazie anche all’impegno profuso sul Web dall’autore per promuoverlo e illustrarne le tesi fondamentali. Da una presentazione dell’opera realizzata per Effetto Cassandra:

In un saggio di recente pubblicazione (“Il Cancro del Pianeta”, Armando Editore) ho immaginato che la nostra intelligenza anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura sia un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente dalla natura, che ben presto la abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente.
In pratica l’intelligenza umana sarebbe il frutto di un’abnorme evoluzione patìta dal nostro cervello, evoluzione che ci ha consentito di piegare a nostro vantaggio le leggi della natura, di squilibrare, sempre a nostro vantaggio, il delicato ed ultra complesso sistema di congegni e meccanismi biologici formatisi spontaneamente in milioni e milioni di anni, e ci ha consentito di farlo in un battibaleno, in poche migliaia di anni, un’inezia di tempo cosmico; ma che non ci ha consentito, né mai ci consentirà, di creare un nuovo equilibrio altrettanto solido come quello che abbiamo distrutto.
E per far meglio comprendere questa amara realtà a Homo sapiens, tanto orgoglioso della sua presunta superiorità, cosa di meglio che paragonare la sua azione distruttrice a quella delle cellule che danno origine alla malattia oggi più temuta, il cancro?

Concezioni affini al cancrismo sono già state sostenute in precedenza da alcune frange dell’ecologia profonda e talvolta hanno persino ispirato l’industria culturale, basti pensare al remake del 2008 di Ultimatum alla Terra, all’ideologia del personaggio Marvel di Thanos o al romanzo Inferno di Dan Brown. Sebastiani non elabora un pensiero sistematico, evita le disquisizioni tipiche della filosofia della scienza (come sottolineare le differenze tra ‘intelligenza’, ‘ragione’ e ‘razionalismo’), la sua divulgazione consiste più in suggestioni argomentate che in analisi scientifiche, essendo pressoché basata su asserzioni non falsificabili. Tuttavia, qualsiasi debolezza metodologica è ampiamente compensata da una potente abilità comunicativa, in grado di destare le coscienze e parlare al cuore di chi è colmo di frustrazione e insofferenza per il clima di apatica ignavia in cui si sta consumando la catastrofe ambientale globale.

Per un po’ di tempo sono stato attanagliato dal dubbio che il mio rigetto per le tesi de Il cancro del pianeta fosse dettato essenzialmente dall’incapacità di accettarne le conclusioni dure e sconfortanti. “La verità non è il rimedio ma, all’opposto, la radice dell’angoscia” (Emanuele Severino); quante volte preferiamo autoingannarci per non abbandonare illusioni seducenti e consolatorie?

Ogni timore è stato però spazzato via nel momento in cui, ragionando a mente fredda, mi sono accorto della curiosa somiglianza tra la strategia argomentativa di Sebastiani e quella che, sulla carta, dovrebbe rappresentare la sua perfetta nemesi, ossia la mitologia umanista-progressista. A quel punto mi si sono drizzate le antenne perché, se questa è falsa e fuorviante (come abbiamo spesso ripetuto e dimostrato), non può essere riabilitata solo affibbiandole un giudizio opposto, degradandola cioé da ‘buona’ a ‘cattiva’ ma lasciandone inalterati i contenuti fondamentali. Ecco alcune singolari analogie tra i due pensieri:

  • popoli, classi sociali, culture, individui, ecc. spariscono nel calderone dell’etichetta onnicomprensiva ‘umanità’;
  • la narrazione di tale umanità, dall’età della pietra ai giorni nostri, si basa sul presupposto che essa abbia immancabilmente adottato la forma mentis della cultura occidentale-industriale;
  • si propone una ricostruzione storica lineare di tipo ‘evoluzionistico’, testimoniante il graduale e inesorabile avanzamento verso la meta di riferimento (progresso o contagio finale);
  • si demarcano in modo manicheo razionalismo e irrazionalismo;
  • si enfatizza la distruttività dell’uomo preindustriale verso la Natura per evidenziare la presunta continuità di comportamenti fino ai giorni nostri, lasciando intendere che l’antiecologismo sia connaturato alla nostra specie (un articolo di Sebastiani sulle crisi ambientali causate dai primitivi mi ha ricordato alcuni scritti di Chicco Testa e altri ipersviluppisti, volti a sminuire l’eccezionalità dell’attuale devastazione della Terra);
  • vige il più totale determinismo: così come il progressismo ritiene che la Ragione tramite la scienza e la tecnica risolverà ogni problema, Sebastiani sostiene al contrario che l’umanità-cancro sia irrimediabilmente condannata per colpa della smisurata intelligenza;
  • si presentano una serie di fatti ad hoc attribuendo loro un valore esemplare e universale, per convalidare una tesi predeterminata.

Riguardo all’ultimo punto, vorrei soffermarmi sulla carrellata delle ‘immagini di cui vergognarsi‘, esposte sul sito Web dedicato alla promozione del libro. Malgrado l’innegabile valore documentario, questa mostra dell’orrore finisce per suscitare lo stesso effetto della propaganda umanitaria basata sull’esibizione agghiacciante di malattia e denutrizione: si prova grande cordoglio e fortissimo disagio, ma anche un profondo senso di impotenza e rassegnazione. Un pugno nello stomaco che certo ti fa vergognare – proprio come nelle intenzioni di Sebastiani – ma non particolarmente utile per riflettere con sufficiente lucidità sulle cause del male; la visione di tanto abominio, oltre a far propendere per spiegazioni perentorie e semplicistiche, ti induce a pensare che sia irrimediabile. Ecco una foto con relativa didascalia:

Tarsand1

L’inferno in terra. Questa l’immagine che si presenta a chi visita un’area consistente della provincia canadese dell’Alberta. Qui c’è il giacimento più ampio al mondo di sabbie bituminose (le famigerate “tar sands”) da cui si ricava una sostanza vischiosa simile al petrolio. In epoca di penuria di combustibili l’uomo è disposto a sconvolgere l’epidermide di Gaia pur di continuare a far funzionare le sue macchine. In questo caso il cancro del pianeta assume le sembianze di un melanoma.

Il mix sagace tra immagine di grande effetto, contenuto informativo e condanna morale attribuisce al testo il tenore di una sentenza inappellabile; se si riesce però a fare un passo al di là dello sdegno e del disgusto, saltano subito all’occhio alcune criticità. L’etichetta ‘uomo’ raggruppa indistintamente gli industriali che causano tale scempio, i politici che lo avallano, i comitati cittadini che lo combattono, le tante persone che usufruiscono di derivati del petrolio per lo più obbligate dalle circostanze e le altrettanto o più numerose che ne fanno scarsissimo uso: tutti bollati quale cellule maligne, malgrado i diversi gradi di responsabilità compromissione e nonostante gli individui maggiormente collusi siano poche decine. Pertanto, trovandomi nei panni dei proprietari del giacimento di sabbie bituminose o di chi ne trae lucrosi vantaggi, grazie a Il cancro del pianeta troverei non pochi alibi per giustificare il mio operato. La devastazione è logica conseguenza della ragione umana-cancro? Allora siamo tutti colpevoli, ma, si sa, tutti colpevoli = nessun colpevole. Ricordate gli stupratori che, nel tentativo di minimizzare i propri crimini, hanno fatto appello all’innata propensione libidinosa del sesso maschile verso le donne?

Non si tratta dell’unico aspetto sinistro del cancrismo. In un’altra sezione del sito, quella dedicata agli ‘Uomini contro‘, vengono elencate una serie di grandi personalità della storia che, a vario titolo, hanno criticato la ragione e le pretese umane di conoscenza.  Nell’enorme eterogeneità (vengono accomunati Lao Tse, Aristofane, Blaise Pascal, Jean Jacques Rousseau, Giacomo Leopardi, Fëdor Dostoevskij, per citare alcuni nomi), spicca la presenza di esponenti della Chiesa cattolica, in quanto la fede – atto irrazionale per eccellenza – è qui considerata in un’accezione positiva. Tuttavia, se si può comprendere il riferimento a Tertulliano o San Francesco d’Assisi, l’autorevolezza attribuita a Papa Innocenzo III suscita non pochi interrogativi. Sebastiani la spiega così:

Lotario di Segni (1161 – 1216): «Scrutino pure l’universo i sapienti, investighino le altezze del cielo, la superficie della terra, la profondità del mare, disputino e trattino d’ogni cosa, apprendano o insegnino, che cosa trarranno mai da tale occupazione, se non fatica e dolore ed afflizione dell’animo?» Se nessuno si fosse affaticato nello studio della materia, non sarebbe mai nata la scienza né la sua fedele ancella, la tecnica, e l’uomo non avrebbe distrutto la natura. «La natura ci conduce poveri al mondo e poveri ce ne ritrae.» Scrisse “De Contemptu Mundi” (“Sul disprezzo del mondo”). Divenne Papa con il nome di Innocenzo III.

Per la cronaca, Innocenzo III è stato uno dei massimi esponenti della teocrazia e della relativa superiorità del potere spirituale su quello temporale, ha iniziato il processo di trasformazione del papato in una monarchia assoluta, ha fondato il tribunale dell’Inquisizione e promosso lo sterminio degli eretici catari della Linguadoca bandendo la sanguinosissima ‘crociata contro gli albigesi’. Possibile che, preso dal fervore di condannare la ragione, Sebastiani non si accorga di esaltare un individuo che ha strumentalmente attaccato il libero arbitrio allo scopo di imporre il proprio dominio? Più in generale, come scordarsi che le ideologie assolutiste (si veda ad esempio Joseph De Maistre, esponente filosofico di punta della Restaurazione) legittimavano anch’esse le loro pretese accampando come motivazione l’inemendabile peccaminosità del popolo? Non sorge il sospetto che l’umanità-cancro possa servire da pretesto per qualche autoritarismo sedicente ecologico, che adduca la scusa di salvare il pianeta dalle ‘metastasi’?

Chi pensasse che insistere cavillando su ogni singola argomentazione di Sebastiani sia un mero esercizio di stile che finisce per guardare il dito anziché la luna, avrebbe perfettamente ragione. Il sostegno al cancrismo, come è giusto che sia per una concezione dichiaratamente anti-intellettuale, passa attraverso una sorta di adesione interiore non riducibile a riflessioni puramente razionali; è quindi preferibile farla finita con il decostruzionismo proponendo invece una visione alternativa che, al pari del cancrismo, suggestioni adeguatamente la ragione per eccitare il sentimento. Compito arduo, ma lo ritengo un atto dovuto per tutti coloro che, per quanto possano pensar male di se stessi e della specie a cui appartengono, non vogliono ancora considerarsi un tumore maligno.

A tal fine, è opportuno sbarazzarsi della narrazione oramai logora da cui attingono progressismo e antiprogressismo, insieme alle dicotomie ‘Uomo vs Natura’, ‘ragione vs irrazionalità’, accettando serenamente – ma criticamente – le contraddizioni insite nell’essere umano e nelle sue attitudini ‘innaturali’, non foss’altro perché è stata la Natura stessa ad attribuirgliele fin dal tempo più remoto.

La prima e più importante ‘natura innaturale’ dell’uomo è la capacità di poter modificare, anche radicalmente, l’habitat in cui vive, molto più di qualsiasi altro appartenente alle specie viventi. Ammesso ciò, si tratta di capire come intervenire, se alla maniera dei deliri dell’Antropocene ben descritti da Sebastiani oppure – seguendo l’esempio dei polder olandesi, dei paesaggi antropizzati della permacultura, del progetto di Grande Muraglia Verde in Sahara e Sael – cercando di esaltare la fecondità naturale.

Il secondo aspetto da considerare è che, a differenza degli altri animali, l’uomo si interfaccia con la Natura solo minimamente tramite le informazioni contenute nel suo patrimonio genetico, prevale di gran lunga la mediazione attraverso la cultura; tale fattore si è visto all’opera nel diverso destino occorso agli abitanti di Rapa Nui (Isola di Pasqua) rispetto a quelli di Tikopia, malgrado – come spiegato da Jared Diamond in Collasso – dovessero fronteggiare le medesime avversità in condizioni analoghe (per qualche bizzarra ragione, però, i rapanuensi vengono spesso elevati a emblema dell’umanità, mentre i tikopiani non se li fila nessuno).

Le spiegazioni biologiche-genetiche creano una cortina fumogena, occultando evidenze che metterebbero in guardia dal tracciare parallelismi impropri tra presente e passato. Le popolazioni dell’era premoderna avevano scarse o nulle conoscenze sul funzionamento della biosfera, non pretendevano di dominare la natura (ne erano anzi soggiogati), vivevano in un regime di scarsità e non ragionavano in termini di profitto, produttività ed efficienza; i dissesti ambientali che talvolta provocavano, non dissimili da quelli causati da certe specie animali quando si rompono determinati equilibri ecosistemici, assumevano un carattere locale e per lo più reversibile. Identificare un trait d’union con l’odierna distruzione consapevole, interessata e praticata in un contesto in cui alla scarsità si è sostituito lo spreco, è del tutto mistificatorio.

Abbandoniamo quindi al loro destino le astrazioni aleatorie sulla ‘natura umana’ – con le quali si può dimostrare tutto e il contrario di tutto – insieme alle ricostruzioni storiche trasudanti di cherry picking; concentriamoci invece sul tanto trascurato aspetto sociale, analizzando le istituzioni e tutti gli artifici culturali che mediano i rapporti tra le persone, per comprenderne i valori che veicolano e, da qui, studiare le conseguenze che producono nell’interazione con la biosfera.* Un’analisi rinnovata sul rapporto tra Uomo e Uomo, finalmente libera da categorie totalizzanti, potrebbe rivelare aspetti importanti e trascurati su quello tra Uomo e Natura (questo è il presupposto dell’ecologia sociale di Murray Bookchin, ad esempio).

Preso atto della debolezza dell’impianto concettuale de Il cancro del pianeta, esorto invece a conservarne l’impegno morale. Infatti, nonostante ritenga inevitabile lo sfacelo e raccomandi la ricerca della soddisfazione individuale, Sebastiani sostiene con forza l’implementazione di quelle che talvolta chiama ‘cure palliative’, ossia interventi ecologici radicali. Nella ‘Lettera aperta ai giovani che lottano per la salvezza della biosfera‘, dopo aver sommariamente esposto la propria visione, si congeda con un auspicio del tutto condivisibile:

Pur in presenza di una situazione tanto grave è doveroso tentare di mettere in atto ogni azione che possa scongiurare, o quanto meno ritardare, la distruzione della biosfera. Per tale motivo è assolutamente necessario avviare sin da subito ogni iniziativa volta alla decrescita.

Riguardo a Sebastiani, mi preme distinguere l’idiosincrasia per il teorizzatore del cancrismo dal profondo rispetto che nutro per la persona in sé. Ho infatti imparato sulla mia pelle che, purtroppo, all’interno del panorama ambientalista campano diversi lupi travestiti da agnelli, in particolare guru bramosi di seguaci adoranti che amano ergersi in cattedra, refrattari a qualsiasi critica o serio confronto. Sebastiani non ha nulla da spartire con tali figure: raggiunte le settanta primavere, non ambisce a un ruolo da influencer, si è costruito una nicchia di felicità familiare attorno a un bed & breakfast gestito a Celle Ligure (significativamente chiamato Joie de Vivre), l’attività di divulgatore rappresenta solo un tassello che si aggiunge a tale oasi di serenità personale. Pur non avendo avuto il piacere di conoscerlo fuori dalla Rete, ho potuto apprezzarne il comportamento sempre improntato alla massima correttezza, malgrado le prevedibili polemiche scatenate dalle sue idee controverse. Se mi stesse leggendo, ne approfitto anche per chiarirgli che ho preferito declinare l’invito ad aderire al gruppo Facebook ‘Cancrismo’ solo per una questione di opportunità, in quanto avrei finito per intervenire ripetutamente esprimendo il mio dissenso; l’esperienza mi ha insegnato che tale atteggiamento, anche quando sostenuto in buona fede, alla lunga finisce per sortire il medesimo effetto di un troll, scatenando dissapori che vanificano qualsiasi contributo utile. Eventualmente, questo articolo critico è sicuramente una base migliore per una discussione proficua.

*Sebastiani non ignora tale aspetto e, su di un articolo scritto per neuroscienze.net, ha annunciato che se ne occuperà in un nuovo libro la cui uscita è prevista per il 2020; peccato però che si annunci già plasmato attorno alla narrazione anti-progressista: “L’argomento sarà infatti la complessità dell’organizzazione sociale che abbiamo creato e l’ineluttabilità del suo continuo progresso sino alla crisi finale”.

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http://www.decrescita.com/news/cancro-del-pianeta/

Verso le macchine pensanti?

Se gli interventi di biogenetica volti a potenziare le nostre capacità intellettive e l’interconnessione globale di macchine e cervelli non sono sufficienti a ricomporre l’equilibrio spezzato della biosfera, riusciranno a farlo le macchine pensanti, ovvero l’Intelligenza Artificiale?

Dopo aver visto come l’essere umano tenti di espandere le “capacità elaborative” del proprio cervello mediante interventi di bioingegneria genetica (articolo “Verso cervelli più potenti e con più memoria”), dopo aver visto come stia avvolgendo l’intero globo in una rete di collegamento “totale” al fine di interconnettere ogni apparato elettronico ad ogni uomo in un unico sistema comunicativo (articolo “Verso una rete sinaptica mondiale”), vediamo ora quale ulteriore tentativo stia azzardando al fine di poter dominare la Natura in modo ancor più pervasivo di quanto non stia già facendo.

È il terzo articolo che inizia con “Verso …”, e questa volta l’obiettivo sono nientemeno che “le macchine pensanti” o, se preferite, “l’Intelligenza Artificiale”.

Il ragionamento che ha portato alla ricerca di questo tipo di apparati è stato più o meno il seguente: «Se è vero, come è vero, che il cervello è l’arma più potente mai sperimentata in natura (grazie ad esso siamo diventati dominatori incontrastati), perché non provare a replicarlo artificialmente in laboratorio in modo da asservire i dispositivi di cui già ci avvaliamo direttamente a “macchine pensanti”, lasciando libero il nostro cervello di dedicarsi ad altre attività?»

Ho qui usato, volutamente, il termine “cervello” anziché “intelligenza”, ma il senso della frase non cambia. L’apparato destinato ad ospitare la I.A. non avrà la forma e le dimensioni di un cervello umano, ma le sue componenti cercheranno di riprodurre le modalità di funzionamento di quest’ultimo, al punto che qualche intervento “limitativo” dovrà essere posto in atto per evitare che i nuovi soggetti si impossessino anche dell’autocoscienza e decidano di agire in via autonoma.

Stiamo sconfinando nella fantascienza, e questo è un pericolo sempre presente quando si parla di innovazioni tecnologiche super evolute.

Cerchiamo di restare aderenti alla realtà soffermandoci sui motivi che spingono l’uomo verso la realizzazione di questo tipo di dispositivi.

Nel libro della Genesi il serpente dice ad Eva: «Dio sa che quando voi ne mangiaste (dei frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male), si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio …». E Dio, dopo il “peccato”, afferma: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!»

Queste citazioni possono apparire fantasiose, e in realtà la loro origine affonda nel mito. Ma il senso delle medesime rende bene l’idea di quali siano le motivazioni alla base della ricerca di una intelligenza sempre più potente, umana o artificiale che sia.

L’ambizione massima dell’uomo conseguente alla super-evoluzione del suo cervello è di farsi creatore, sostituendosi a quella idea di dio o di motore immobile partorita per dare spiegazioni all’inspiegabile.

Ma anche nel cosiddetto “creato” vi è una gerarchia di complessità, di importanza degli esseri, degli organismi, delle cose. E il cervello umano sta al vertice di questa scala gerarchica: è l’organo più complesso e potente evolutosi sulla terra. Appare quindi giustificata l’affermazione che il volerlo replicare artificialmente rappresenti l’ambizione massima del cervello umano stesso.

Il raggiungimento di questo traguardo apre scenari tutti da approfondire “in itinere”.

Il titolo di questa rubrica, “I limiti dell’intelligenza”, sta a significare che pur essendo il nostro cervello -come già detto- l’organismo più complesso e potente sulla terra, non è in grado di padroneggiare adeguatamente le infinite variabili secondo cui si dipana la vita sul pianeta.

I disastri ambientali provocati ne sono la palese testimonianza.

Ecco quindi che, in modo conscio o inconscio, la ricerca della super-intelligenza intende colmare il vuoto di capacità elaborativa che il nostro cervello non è in grado di riempire.

Ma come potrà una intelligenza superiore alla nostra accontentarsi di farci da ancella, dal momento che l’essere umano non intende certo abdicare al suo ruolo di re del mondo?

Per fare ciò vi è una sola via: mantenere l’autocoscienza come prerogativa della nostra specie, delegando alla I.A. solo il ruolo di elaborazione dei dati, di memoria analitica, di potenza e velocità di calcolo, il tutto unicamente e inderogabilmente al servizio del dio-uomo.

Data la precarietà della situazione in cui siamo venuti a trovarci a causa dei progressi tecnico – scientifici degli ultimi secoli c’è da chiedersi se l’aiuto della super-intelligenza artificiale potrà effettivamente aiutarci a riequilibrare le sorti del pianeta.

La risposta a tale domanda è, come si può ben immaginare, di portata fondamentale per il futuro della biosfera.

Potrebbe essere positiva (“sì, può aiutarci a riequilibrare le sorti del pianeta”) ad un’unica condizione: che l’essere umano decida di invertire la rotta che dalle caverne lo ha portato ai grattacieli di Manhattan, di imboccare cioè la via del “regresso” anziché quella del “progresso”.

Ma quest’ultima via, quella del progresso sin qui seguita, ha modificato il nostro fisico e il nostro modo di pensare al punto da renderci inadatti al tipo di vita che la natura aveva originariamente programmato per la nostra specie.

Esistono pertanto due difficoltà insormontabili che impediscono all’umanità di invertire la rotta, di intraprendere il cammino del “Grande Ritorno”:

  1. la “non volontà” di farlo, il fermo convincimento cioè di voler continuare ad essere i dominatori incontrastati della vita sul pianeta Terra;
  2. l’”incapacità” di farlo, per le citate modifiche subite dal nostro fisico e dal nostro modo di pensare.

Ecco allora che tutte le ricerche in direzione della I.A., così come quelle per il potenziamento delle nostre capacità intellettive e per la realizzazione di una rete sinaptica mondiale, hanno lo scopo di consentirci di riparare efficacemente allo squilibrio da noi prodotto ai danni della natura, che ora minaccia di travolgere noi e tutti gli altri esseri viventi in una spirale distruttiva senza via di scampo.

Pochi saranno disposti ad ammetterlo. La maggioranza parlerà della I.A. come logica conseguenza del progresso tecno – scientifico che passo dopo passo ci ha portato ai vertici della biosfera.

Ammettere che abbiamo necessità della I.A. per riparare ai danni sin qui causati significa infatti ammettere che il nostro cervello è stato in grado di distruggere ma non è in grado di ricostituire in modo armonioso e duraturo l’equilibrio degli esseri viventi, così come l’evoluzione lo aveva fatto in centinaia di milioni di anni.

Eppure, al punto in cui siamo arrivati, la I.A. è una esigenza imprescindibile. Senza di essa non saremmo in grado di gestire le innumerevoli variabili che abbiamo introdotto in quello che possiamo definire come l’Impero del cancro del pianeta.

Si tratta di variabili che hanno sostituito in modo arbitrario le leggi di natura, ma che ora sorreggono una impalcatura sempre più sovrappopolata e complessa.

C’è da temere che il diffondersi della I.A. in ogni aspetto della vita preluda all’instaurarsi di un sistema di governo unico mondiale: l’interdipendenza delle connessioni che abbiamo creato è infatti talmente articolata che potrà essere gestita solo con il ricorso a questa super I.A.

Tutto ciò comporta un elemento di rischio assai elevato: più i sistemi sono complessi più aumenta il rischio di catastrofe globale in caso di malfunzionamento.

Ma verso la catastrofe già stiamo correndo, per cui l’uomo ha deciso di accettare questo rischio.

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https://www.neuroscienze.net/verso-le-macchine-pensanti/